Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 4 nr. 32
ottobre 1974


Rivista Anarchica Online

Il matrimonio storico
di E. Cipriano

"Niente di serio si può fare quando è in gioco il lavoro di centinaia di migliaia di lavoratori senza l'accordo del Partito Comunista". Non sono parole di Berlinguer, ma di Umberto Agnelli, cioè di uno dei più grossi "padroni" italiani e a chi gli faceva notare la contraddizione con quanto aveva dichiarato pochi giorni prima suo fratello, Gianni Agnelli (contrario all'ingresso del P.C.I. nell'area governativa), il Consigliere Delegato della F.I.A.T. ribatteva: "Mio fratello ha parlato come presidente della Confindustria ed ha espresso una opinione che personalmente condivido, a proposito di una ipotesi politica che accrescerebbe le difficoltà anzichè risolverle. Altro è il discorso sul ruolo e sul peso delle forze politiche che hanno profonde radici nelle masse lavoratrici e che debbono essere interlocutori importanti per un discorso di questo genere".
La "questione comunista" è entrata nella fase calda e mentre al continuo incalzare dei comunisti i notabili D.C. rispondono "NO", i fratelli Agnelli vorrebbero risolvere la questione a livello aziendale ma non politico. Prospettiva questa, che sarà difficilmente accettata dai dirigenti di Via delle Botteghe Oscure perché più che di una soluzione si tratta dell'accettazione ideologica di una situazione già esistente. Non da oggi, ma da numerosi anni, il P.C.I. è in grado di condizionare sensibilmente sia le scelte politiche sia le scelte economiche rilevanti. Il "compromesso storico" lanciato nel settembre dello scorso anno rappresenta la codificazione a livello governativo della realtà del paese, del peso politico ed economico delle componenti del potere in Italia.
La crisi economica ha agito da acceleratore sul processo di avvicinamento all'area governativa del P.C.I., ma oggi le incertezze non si manifestano solo all'interno dei partiti della maggioranza, nello stesso P.C.I. è in corso un dibattito serrato. Il problema riguarda non solo i tempi, ma anche le modalità di ingresso nel governo. I comunisti hanno compreso di avere una potente alleata: la crisi. Per risolverla in modo organico bisogna cambiare molte cose, bisogna effettuare un serio ripensamento critico della gestione politica ed economica sviluppata sino ad oggi, perché continuare sulle stesse direttive porterebbe l'Italia nel bel mezzo di una recessione i cui effetti sarebbero difficilmente controllabili. Portatore di questo nuovo modo di governare è sicuramente il P.C.I. ma (e qui sta il dilemma per i comunisti) entrare oggi al governo significherebbe anche dover adottare misure impopolari che gli alienerebbero le simpatie della sua base elettorale proprio in un momento in cui tutti gli occhi sarebbero puntati su di lui. D'altro canto il non entrare oggi nel governo può comportare il rischio che la crisi venga rappezzata in qualche modo dal governo attuale e il superamento di questa difficoltà (anche se non risolta a lungo termine) può rinviare di parecchio tempo l'avanzata del P.C.I..
Già da tempo abbiamo scritto che l'Italia è ingovernabile senza il P.C.I. (cfr. "A" del dicembre 1971 e seguenti), oggi questo concetto è divenuto abituale e quasi tutte le forze politiche hanno di fronte a sè questo problema, troppo spesso però, si danno per scontate le ragioni di questa necessità del P.C.I. al governo. Vediamo di analizzarne brevemente.
La strategia comunista per la conquista del potere è stata programmata in tempi lunghi, ma lucidamente calcolati da Togliatti già nell'immediato dopoguerra. Il Partito Comunista, oltre che sviluppare i suoi interventi e collegamenti con la base operaia sia indirettamente sia tramite il Sindacato, ha puntato alla creazione di una intelligenthia ad essa organicamente collegata. Presentandosi come il portatore di rinnovamenti sociali è indubbio che abbia attratto a sè larghe schiere di intellettuali, umanisti e artisti, ma non solo quelli, infatti il P.C.I. ha saputo divenire un punto di riferimento anche per la parte più progressista della tecnocrazia aziendale e della burocrazia statale.
Forte di questa influenza ideologica il partito comunista gradatamente si è costruito anche un suo impero economico che va dalle cooperative emiliane ai supermercati, dai cinema alle società di import-export, dalle agenzie di viaggi alle case editrici, dalle immobiliari ed imprese di costruzione alle agenzie pubblicitarie, dalle società finanziarie alle assicurazioni. Sulla spinta di questo potere politico, sociale, economico, il P.C.I. si presenta oggi come elaboratore e portatore di nuove ideologie, di nuove forme di potere.
Il potere economico attuale del P.C.I. equivale forse al suo potere politico e alla sua capacità di mobilitazione.
Il progetto togliattiano del 1944 sull'incontro delle masse comuniste con quelle cattoliche non appare più oggi come fine esercizio intellettuale ma trova riscontro nella realtà della situazione italiana. Il "compromesso storico" è in più anche contemporaneo avvicinamento a quelle classi imprenditoriali fra loro antagoniste, per una riformulazione di un più vasto schieramento interclassista. Oggi il P.C.I. è l'unico partito in grado di mediare le esigenze sia della classe operaia sia della piccola borghesia imprenditoriale sia delle esigenze delle grandi industrie private e statali per un superamento funzionale e non artificioso della crisi economica. Esso infatti è il portatore istituzionale delle rivendicazioni della classe operaia ma nel contempo può presentarsi di fronte alla borghesia imprenditoriale come l'unico agente capace di risolvere anche la loro crisi cronica (non esasperando la pressione sindacale o escogitando nuove forme di collaborazione) con programmi a difesa della libera iniziativa, inoltre le grandi dirigenze private e pubbliche hanno nel P.C.I. più che un riferimento ideologico anche un avvallo strutturale dato che entrambi (dirigenza e P.C.I.) sono portatori di un nuovo rapporto di produzione che tende a non essere più capitalistico ma tecnoburocratico. Il dato essenziale della "questione comunista" crediamo stia proprio qui: il P.C.I. è il partito che può dare un contributo insostituibile per far si che la barca non affondi e che venga salvato il sistema di sfruttamento. Questo i padroni oggi l'hanno capito e la "paura dei comunisti" sta dissolvendosi come neve al sole dopo le costanti prove di buona volontà fornite da questi ultimi. D'altro canto le stesse dichiarazioni "programmatiche" ci confermano che l'ingresso del P.C.I. nell'area governativa non modificherà oltre un certo limite le direttive politiche lungo le quali si sono mossi i nostri governanti in questi ultimi anni. Si tratterà piuttosto di una riorganizzazione funzionale, di una maggiore decisione nell'attuare le riforme, di uno spostamento degli equilibri di potere all'interno della classe dirigente, e non molto di più.
L'onorevole Luciano Barca ha chiaramente detto che "... nessuna delle nostre proposte di politica economica è fondata sulla liquidazione dell'economia di mercato..." e questa palese ipocrisia è tipica dei comunisti: infatti giustamente crediamo che il P.C.I. non abbia nessuna necessità di eliminare l'economia di mercato perché questa è già stata in parte eliminata (per i settori più importanti) dall'evoluzione delle strutture economiche tardo-capitalistiche, e così Barca può tranquillamente affermare che i comunisti al governo invece di estendere la statalizzazione delle imprese sarebbero favorevoli alla riprivatizzazione di molte, soprattutto di quelle ora sotto la gestione della GEPI. Questa affermazione merita una spiegazione. Tutti i comunisti, rossi o rosa che siano, tendono alla statalizzazione dell'economia per poter imporre il loro modello di gestione del potere, se quelli italiani possono fare dichiarazioni di questo tipo è perché il processo di intervento dello stato si è spinto troppo in là per la stabilità del sistema, il caotico e disarticolato statalismo economico degli anni sessanta è giunto ad un punto di rottura; le partecipazioni statali stanno diventando feudi ingovernabili dall'autorità centrale, è quindi logico che i comunisti, che innanzitutto vogliono il potere effettivo e non formale, vogliano riordinare (prima di espandere nuovamente) l'impero economico dello stato.
Il programma "socialdemocratico" dei comunisti nostrani è ancora più evidente nelle prospettive della politica estera: permanenza dell'Italia nella NATO, e soprattutto "una politica estera di unità nazionale in cui possano riconoscersi tutti gli italiani, anche quelli che non condividono le posizioni del nostro partito". Nessuna novità sostanziale neppure per la scuola, e Chiarante (esperto del P.C.I. in questo settore) ha indicato un programma un poi' più a sinistra di quello attuale salvo riconfermare che "... in certi settori connessi a funzioni dove è necessario programmare è lecito adottare il numero chiuso...". Per quanto riguarda l'ordine interni il P.C.I. quasi sicuramente accentuerebbe la lotta ai "sovversivi" per annullare una pericolosa concorrenza a sinistra che godrebbe, in teoria, di un più ampio spazio politico, proprio per lo spostamento nell'area governativa dei comunisti.
Preparato nelle sue linee essenziali l'incontro storico tra D.C. e P.C.I. può avvenire oggi, tra questi due partiti forti delle proprie clientele l'uno e del proprio prestigio tra i lavoratori l'altro. Le dichiarazioni di disponibilità del P.C.I. trovano riscontro non in astratte formule politiche, ma nelle cose, nei meccanismi economici, nella necessità di salvare il salvabile prima che l'esasperazione della crisi possa rompere gli equilibri di potere e di sfruttamento.
Il Partito Comunista è necessario oggi perché gli odierni gattopardi continuino a governare e a sfruttare anche se con modalità diverse.

E. Cipriano