carrello

Rivista Anarchica Online


anarchici

 

“Caserio fa il fornaio, e non la spia”

Da quando, per motivi “professionali”, mi corre l'obbligo di tenermi informato e aggiornato sulle novità letterarie che hanno attinenza con la storia dell'anarchismo, non vengono a mancare le sorprese. Scoprire, ad esempio, che grandi romanzieri come, per citarne alcuni, James e Chesterton, Simenon e Conrad, Dostoevskij e Turgenev, Pratolini e Bacchelli, hanno posto al centro di alcune delle loro opere maggiori – anche se non sempre con la auspicabile correttezza – personaggi e temi dell'anarchismo, ci porta a pensare che questo movimento di uomini e di idee non sia mai stato, e tuttora non sia, marginale ed emarginato nella vita sociale contemporanea, come alcuni vorrebbero. Anzi! Riuscire infatti a ispirare la riflessione e il lavoro di tanti celebri letterati, in epoche, località e situazioni così diverse, è evidentemente conseguenza del fatto che l'anarchismo, pur nella contraddittorietà e nella molteplicità delle sue forme espressive, ha saputo stabilire una stretta e profonda correlazione con la vita quotidiana dei nostri tempi. E quindi le sorprese, spesso molto piacevoli, continuano.
È il caso di un libro del parmigiano Rino Gualtieri, colto intellettuale e appassionato indagatore della storia della sua città d'adozione, Milano, dedicato completamente alla figura di Sante Caserio, il fornaio di Motta Visconti che attentò alla vita del presidente francese Sadi Carnot e che, per quel suo gesto, “il 16 d'agosto” del 1894 salì sulla ghigliottina poco più che ventenne (Rino Gualtieri, Per Quel Sogno di un mondo nuovo. I brevi anni di un anarchico lombardo, Milano, Euzelìa, 2005). Una sorpresa piacevole, dicevo, perché il modo in cui l'autore affronta uno degli episodi più emblematici e significativi della lunga storia dell'anarchismo italiano, si mostra al tempo stesso attento a restituirne la realtà storica in tutti i suoi aspetti, anche quelli apparentemente secondari, e a trattare con originalità e sincera simpatia le premesse del tragico gesto che avrebbero portato alla morte del presidente della repubblica francese e del garzone fornaio di Motta Visconti.
Il romanzo non si limita a ricostruire con attenzione filologica l'ambiente sociale, le condizioni di vita, le contraddizioni e le storture che caratterizzavano la grama esistenza della stragrande maggioranza della popolazione italiana – e da cui avrebbe tratto le sue motivazioni Caserio – ma arricchisce la trama con “storie d'amore e d'anarchia” che permettono di seguire quelle lontane vicende in modo talmente avvincente da suscitare nel lettore un moto di solidale partecipazione e affetto nei confronti del giovane fornaio. Efficace nel ricostruire l'ambiente di una metropoli in formazione, non ancora espropriata dei suoi antichi aspetti di umana socialità ma già pronta a trasformarsi nella capitale “morale” dei soldi e degli affari, e quindi, sempre più, dello sfruttamento del lavoro, Gualtieri coglie pienamente l'obiettivo di rendere non solo credibile ma anche “giustificabile”, il moto di protesta che portò Caserio ad uccidere Carnot, che vedeva nel presidente il primo responsabile delle continue angherie cui erano sottoposti i poveracci italiani costretti a cercare lavoro in Francia. La vicenda di Aigues Mortes, dove in una drammatica guerra fra poveri, decine e decine di lavoratori italiani furono trucidati dai loro “colleghi” francesi timorosi di perdere il posto di lavoro, fu solo l'elemento scatenante di una condizione di sfruttamento, emarginazione e miseria che chiedeva, in quegli anni così duri e inumani, una risposta altrettanto dura e “inumana”.
La risposta di Caserio, che già nell'inospitale Milano si era trovato a subire ingiustizie e privazioni dovute al suo dedicarsi alla causa della “redenzione umana”, fu dunque quella del giustiziere, del vendicatore pronto al sacrificio, consapevolmente convinto che “l'orribile” gesto che andava a compiere, così contraddittorio con la sua naturale indole fatta di bontà e mitezza, era comunque ciò che andava fatto. E qui sta il merito di Gualtieri, che senza retorica ma anche senza pretendere di giudicare, ricostruisce in questa sua cronaca romanzata, con la vivezza che deriva dalla efficace ricostruzione degli ambienti in cui Caserio si trovò ad agire, tutte le motivazioni che portarono l'anarchico al suo gesto: la pellagra nella famiglia d'origine, la triste e prematura morte del padre, lo sfruttamento a Milano, il carcere per un semplice volantinaggio, la continua perdita del lavoro grazie ai continui “suggerimenti” questurineschi, e il distacco dalla “morosa” come conseguenza della loro inconciliabilità di sentimenti. E anche, evidentemente, l'incrollabile fermezza della sua fede.
La figura di Caserio, fra le tante figure “eroiche” del movimento anarchico e internazionale, è stata, senza dubbio, una fra le più discusse e più amate. E anche fra le più rispettate, come dimostra il fatto che lui, anarchico, italiano, miserabile e assassino, fu guardato con rispetto dai giudici e da gran parte dell'opinione pubblica francese, nonostante la inevitabile condanna alla ghigliottina. Basta rileggere del resto le trascrizioni dell'interrogatorio cui fu sottoposto dai giudici, opportunamente riportate anche da Gualtieri, per capire come anche in quegli anni, così affollati di “nobili” vendicatori anarchici, Caserio occupasse un posto, in un immaginario casellario politico criminale, del tutto originale. E l'amore, l'affetto e la stima che lo circondarono sono testimoniati dalle numerose canzoni nate dal seno del popolo che ne ricordarono il sacrificio, dalla buona letteratura che anche i critici più agguerriti della “propaganda del fatto” gli riservarono, dalla circostanza che ancora oggi, pressoché senza soluzioni di continuità, storici, studiosi, letterati o semplici compagni continuano a dedicarsi alla sua storia.
Non tutti però, naturalmente, furono comprensivi, e ci fu chi, sull'onda delle teorie criminologiche in voga in quegli anni, volle vedere nel suo gesto solo l'effetto di una presunta natura epilettica riflessa nelle sue caratteristiche fisiognomiche. Memorabile resta il capitolo che gli dedica il principe dei criminologi, Cesare Lombroso, nel suo altrettanto memorabile Gli anarchici (Cesare Lombroso, Gli anarchici, Torino, Bocca, 1894), la cui prima edizione vide la luce a pochi mesi dal fatto. Come, anche se meno noto, resta esemplare quanto scrisse l'avvocato Mario Marino-Lucca che, in un opuscolo successivo dedicato a Caserio, Acciarito e Angiolillo (Mario Marino-Lucca, I rei per passione. Caserio, Acciarito, Angiolillo, Roma, Capaccini, 1897), non trova altra spiegazione che quella della ineluttabile degenerazione criminale di un sentimento fortemente altruistico. Non sarà male riportare in appendice alcuni brani dei due illustri scienziati, tanto attenti a scandagliare l'aspetto fisico o la presunta esaltazione ideale di Caserio, quanto incapaci di comprendere come il senso di giustizia di un proletario lombardo potesse esprimersi in forme così estreme, allorché l'ingiustizia sociale gli si faceva insopportabile.
Al termine del libro, Gualtieri riproduce opportunamente la lettera che Caserio scrisse alla madre all'indomani della sentenza. Opportunamente, perché quelle poche e sgrammaticate righe, nelle quali si racchiude tutta la storia del giovane panettiere, hanno altrettanta capacità di comunicare il sentire dell'anarchismo, quanto gli scritti dei nostri migliori compagni. Le trascrivo volentieri anch'io, come sentito omaggio al garzone di fornaio, come epigrafe a questo commovente “ritratto in piedi”.

Lione 3 agosto1894
Cara madre, vi scrivo queste poche righe per farvi sapere che la mia condanna è la pena di morte.
Non pensate [male] o mia cara madre di me? Ma pensate che se io comessi questo fatto non è che sono divenuto [un delinquente] e pure molto vi dirano che sono un assassino un malfattore. No, perché voi conosciete il mio buon quore, la mia dolcezza, che avevo quando mi trovavo presso di voi? Ebbene anche oggi è il medesimo quore: se ò comesso questo mio fatto è precisamente perché ero stanco di vedere un mondo così infame.
Ringrassio il signor Alessandro che è venuto a trovarmi ma io non voglio confessarmi.
Addio cara mamma e abbiate un buon ricordo del vostro Sante che vi ha sempre amato.

Massimo Ortalli


“La mia patria è il mondo intero”

di Rino Gualtieri

Sante scrolla le spalle.
“Vostro padre fu malato?”.
“No signore.”.
“Voi appartenete ad un'onesta famiglia. Vostra madre, giudicando dalle sue lettere, è una donna di sentimenti elevati. Frequentavate la scuola, ma spesso mancavate.”.
Sante sorride: “Se avessi avuto maggiore istruzione sarebbe stato meglio.”.
“A dieci anni eravate garzone di calzolaio, facevate da , angelo nelle processioni.”.
“I ragazzi non sanno quello che fanno.”.
“Voi avete atteso il Presidente per assassinarlo?”.
“Sissignore.”.
“Vediamo come siete arrivato a questo punto. Fu dopo il processo agli anarchici a Roma nel 1891 che siete diventato anarchico?”.
“No.”.
“Avete frequentato le conferenze dell'avvocato Gori?”.
“Quando Gori venne a Milano io ero già anarchico.”.
“Ma le seguiste, le conferenze?”.
“Ci andavano tutti ed andai anch'io.”.
“La vostra famiglia fece il possibile per togliervi dall' anarchia?”.
“Voglio bene alla mia famiglia ma non può sottomettermi al suo volere. La mia famiglia è l'umanità.”.
“A Milano facevate parte del gruppo cui apparteneva Ambrogio Mammoli.?”.
“Anche se lo conoscessi non lo direi, non sono un agente di polizia.”.
“Nel 1892 foste arrestato mentre facevate propaganda anarchica fra i soldati in un quartiere detto di Porta Vittoria?”.
“Sissignore.”.
“Nel 1893 foste disertore?”.
“La mia patria è il mondo intero.”.
“Voi sapevate che il giorno in cui avete ucciso il Presidente era l'anniversario della battaglia di Solferino, nella quale i francesi sparsero il loro sangue in aiuto degli italiani?”.
“Il 24 giugno so che è la festa di S. Giovanni, patrono del mio paese. E poi tutte le guerre sono guerre civili.”.
“L'accusa sostiene che voi abbiate compiuto il delitto premeditatamente.”.
“È vero.”.
“Voi avete ucciso il Presidente perché siete anarchico?”.
“Sì.”.
“E come tale odiate tutti i capi di stato?”.
“Sì.”.
“Una volta diceste pure che sareste andato in Italia ad uccidere il Re e il Papa.”.
Sante sorride: “Il Re e il Papa non si possono ammazzare insieme, perché non sono mai insieme.”.
“Un soldato vi intese dire in febbraio che sareste andato a Lione ad uccidere Carnot.”.
“Faccio rilevare che nel mese di febbraio non potevo dire che sarei andato a Lione per suicidare (testuale) Carnot, perché allora non si poteva sapere che il Presidente vi sarebbe andato.”.
“Se la verità intera non si può sapere è pero certo che dopo il rifiuto della grazia a Vaillant, Carnot ricevette lettere di minaccia dagli anarchici; che ne dite? Voi dovete avere dei capi.”.
“Nessuno mi comandò, eseguii tutto da me solo.”.
“Con quale diritto avete ucciso il Presidente, il diritto naturale lo proibisce, questo lo sapete?”.
“Ho ucciso quell'uomo perché era un simbolo, il responsabile di quanto era accaduto giusto l'anno prima, il 24 giugno 1893 ad Aigues Mortes alle saline vicino a Nimes.”
“E l'ha ritenuto responsabile anche di non aver concesso la grazia a Vaillant?”.
“Assolvere tutti senza nemmeno una condanna è stata un'infamia, è come se i miei connazionali fossero stati uccisi una seconda volta. Vaillant è un'altra questione.”.
“Quando i capi di uno Stato condannano non è per capriccio ma vi fu prima un giudizio, voi invece vi siete fatto accusatore, giudice e carnefice nello stesso tempo.”.
A questo punto Caserio stenta a capire e l'interprete gli fa capire ancora meno. Fra il pubblico si sente qualche moto d'ilarità.
Quando alla fine comprende: “Ora stiamo parlando del fatto e non voglio dire perché mi sono vendicato. E i governi che fanno uccidere milioni di individui?”.
“Avete vent'anni, siete ben giovane per giudicare la società.”.
“Se sono giovane per giudicare la società, lo sono anche i militari che vanno a farsi ammazzare. Sono dunque degli imbecilli?”.
“Ma i militari difendono la loro patria.”.
“Difendono invece gli interessi degli industriali e dei banchieri, quindi sono degli imbecilli.”.


Paghe miserrime

di Rino Gualtieri

La Milano degli ultimi vent'anni dell'800 è una città in forte espansione economica e demografica.
La sua popolazione ammonta a più di 400.000 abitanti. I confini della città pre-unitaria, sono ormai abbondantemente superati. Nuovi quartieri sorgono al di là di Porta Venezia, Porta Nuova, Porta Genova, Porta Ticinese.
Le numerose fabbriche appena sorte hanno un formidabile richiamo sull'immigrazione dalle campagne circostanti e dalle città della Lombardia. L'utilizzo di manodopera non professionale, a causa dei processi di innovazione tecnologica, che rendono elementari le mansioni, crea notevoli tensioni fra l'aristocrazia operaia specializzata (in gran parte milanesi) e i nuovi arrivati.
Prima dell'avvento delle macchine, gli operai specializzati e gli artigiani erano al vertice dei valori professionali nelle fabbriche, ma lentamente ed in modo irreversibile la loro centralità si va riducendo.
L'introduzione dei magli a vapore e delle presse nelle fucine e delle chiodatrici idrauliche, dei trapani elettrici e delle presse per lo stampaggio delle lamiere nei reparti dei calderai, rende possibile adibire a queste macchine ragazzi e manovali, in un clima che favorisce la conflittualità interna.
L'industria tende a produrre un proletariato rurale (senza distinzione di sesso e d'età) fissando paghe miserrime a detrimento continuo del salario medio degli operai.
Si verifica così in questi anni una disoccupazione tecnologica, come ad esempio fra gli operai del gas.
Nelle tre officine della Union (San Celso, Porta Nuova e Porta Venezia), si verifica una graduale diminuzione di manodopera a causa dell'automazione delle operazioni per la produzione del gas.
Un altro settore che deve fare i conti con l'automazione, è quello dei tipografi a causa della produzione di macchine per la stampa che assorbe parecchie mansioni dell'operaio.
Come in tutte le città industriali europee, assai sviluppato è lo sfruttamento della manodopera infantile; si sa di bambini che incollano ventagli e mettono insieme bambole, anche se non sono a disposizione dati statistici ufficiali; comunque il settore in cui il fenomeno è assai accentuato, è quello tessile per le bambine e metallurgico per i maschi.
Esiste un censimento del 1881, nel quale risulta che il 18,5% dei maschi e il 12,8% delle femmine, impegnati in un'attività produttiva, ha meno di quattordici anni.


Attendismo e compromessi

di Rino Gualtieri

Ambrogio era un vecchio militante anarchico, sulla quarantina e per le sue idee aveva conosciuto più volte il carcere.
Il suo viso magro e solcato dalle rughe, era la testimonianza concreta di una vita vissuta fra gli stenti e l'indigenza; tirava a campare andando a rovistare nei solai e rivendendo la roba vecchia, ammassata su un carrettino che stazionava tutto il giorno all'angolo di Via Brera con via dei Fiori Chiari.
La sua onestà, la coerenza che aveva più volte manifestato durante gli interrogatori al Commissariato, la sua povertà, facevano di lui un organizzatore autorevole e rispettato. Conosceva Pietro Gori ed aveva prestato a Sante alcuni opuscoli contenenti gli scritti di Bakunin e quei pensieri, che a Sante parevano oscuri, Ambrogio glieli spiegava con pazienza e passione, accendendo nel giovane il fuoco dell' entusiasmo.
Sante si formò il convincimento di essere dalla parte del giusto e che la sua lotta e quella di tutti gli anarchici avesse come fine quello di rendere gli uomini uguali, come la natura li aveva creati; un giorno non ci sarebbero più stati né servi né padroni, ma ognuno avrebbe goduto degli stessi diritti del suo simile, in un mondo dove sarebbe stato abolito lo sfruttamento, perché la terra era di tutti e nessuno aveva il diritto di sfruttarla per arricchirsi, riducendo in miseria il popolo.
Per questo bisognava diffondere l'idea, convincere la povera gente che era giunto il momento di ribellarsi e quando a dire basta fossero state tutte le plebi, nessun cannone, nessun esercito, avrebbe potuto impedire il loro riscatto.
Disprezzava i socialisti per il loro attendismo e per i compromessi che accettavano; imboccare la strada del riformismo, significava farsi imprigionare in una ragnatela che avrebbe avviluppato la classe lavoratrice, rendendo sempre più improbabile l'affrancamento dai padroni e dalla monarchia.
Per i socialisti gli anarchici erano soltanto esaltati ed immaturi, che facevano il gioco dei capitalisti propagandando idee irrealizzabili e compiendo in alcune occasioni atti individuali di violenza, che ottenevano come solo risultato, quello di dare la facoltà al Governo di sopprimere le conquiste dei lavoratori e di farli arretrare rispetto a conquiste ottenute a prezzo di sacrifici e di dure e spesso sanguinose lotte.
In quegli anni turbolenti e di grandi tensioni sociali, dovute soprattutto al rincaro del pane, indispensabile e unico alimento delle classi povere, di tanto in tanto esplodeva qui e la per l'Italia qualche bomba dimostrativa, che fortunatamente non aveva prodotto fino a quel momento vittime, ma che inevitabilmente aveva provocato repressioni e la soppressione della libertà di riunione e di parola nel Paese, da parte del Governo.
Questo dava modo ai socialisti di accusare gli anarchici di essere dei nemici del proletariato e a questi ultimi di dimostrare che le libertà di cui godevano i lavoratori, erano fragili e fittizie e i padroni, che in Italia detenevano il potere, potevano toglierle quando lo avessero ritenuto opportuno.

Brani tratti da: Rino Gualtieri, Per Quel Sogno di un mondo nuovo. I brevi anni di un anarchico lombardo, Euzelìa, Milano, 2005.

 


Febbre logorante

di Mario Marino-Lucca

Di Sante Caserio ci ha parlato il Lombroso e ce ne ha dato una biografia particolareggiata. Sappiamo che giovane, il Caserio, non mostrò tendenze criminose, meno il vagabondaggio. A 17 anni si innamora delle letture di libri d'anarchia. Egli si appassiona alla causa santa dei sofferenti e fa propaganda. Nell'animo suo ferve un ideale purissimo, un sentimento generoso:
L'amore altruistico.
“La sua natura epilettica, osserva il Lombroso, si intravvede da ciò che egli buonissimo con la famiglia e con gli amici, quando è toccato nello argomento dell'anarchia, diventa feroce, essendo il contrasto uno dei caratteri di questo morbo.”. È un sentimento che ha predominio su gli altri, una febbre cocente che logora un animo appassionato.
Ecco perché ride cinicamente alle interrogazioni del Giudice istruttore, e suona a lui umiliazione la domanda del Magistrato “se abbia complici.”.
Perché uccide Carnot?
A domanda del Giudice Benoist egli confessa di non conoscere il Carnot. Uccide un uomo del governo. Così delinque, trasportato dalla passione, accecato da una idea. Perché dobbiamo occuparci di sette quando i delinquenti per passione sono quasi sempre riservati? Non è la passione, in un individuo di natura epilettica che degenera in una forza suprema di passione nata per un sentimento grandemente altruistico?

Brano tratto da: Mario Marino-Lucca, I rei per passione. Caserio, Acciarito, Angiolillo, Roma, Capaccini, 1897.

 

L’epilessia raddoppia il fanatismo

di Cesare Lombroso

Quello che importa notare poi qui è l'epilessia del padre, la quale spinse alla ferocia più grande una natura che prima era mite e spinse agli eccessi del fanatismo ed alle prime file un contadino che per solito è apatico, o al più si contenta di andare tra gli ultimi gregari: quindi lo si vede, mentre la notte lavora, impiegare il giorno a legger giornali, a rischiare la libertà in un'impresa difficilissima, come quella di dispensare manifesti anarchici ai soldati.
Egli, ignorantissimo, che appena balbetta, vuol dirigere un giornale: finalmente va fino a giungere ad un feroce delitto senza commuoversi né prima, né dopo, come fosse un indurito assassino avvezzo al sangue; ma il fanatismo raddoppiato dall'epilessia rende cieco, feroce, indomabile. (1)
A ciò contribuì il monoideismo (la preoccupazione assoluta di una sola idea) favorito dalla scarsissima coltura, che non gli permise certo di far la critica delle dottrine onde l'indettarono e dall'apatia singolare per tutto quello che interessa di più i giovani sani, come la donna, il giuoco (in tutto il suo epistolario non un cenno alle donne, al gioco, ai costumi nuovi, agli spassi che son proprii della sua età): e questo spiega perché, non esperto punto nei delitti di sangue, abbia nel suo primo reato potuto riuscire a quel modo, e come l'indignazione pubblica, la stessa reazione che succede in molti monomani dopo il reato, non gli sia venuta, tanto che pare egli reputasse di uccidere in Carnot, invece del mite uomo di Stato, una specie di Dionisio, di Tiberio (2). A questo ha contribuito la grande ignoranza: povero contadino fornaio, non ha potuto, passando dal forno alla vita politica, succhiare altro latte che quello che gli fornivano gli anarchici; e, come succede di alcuni bigotti, che non vedono se non quanto leggono nei libri superstiziosi, egli non sapeva delle cose politiche che quanto gli venivano innestando le canaglie anarchiche; e quando un uomo è tutto rivolto ad una sola idea, vi diventa d'una energia straordinaria: basta pensare agli assassini del Vecchio della Montagna Sira: agli ipnotici sotto la suggestione monoideizzante che corrono alla meta loro indetta con slancio irresistibile non pensando ad ostacoli di sorta. Ma a raddoppiare questa energia deve aver contribuito molto l'eredità dell'epilessia paterna, che forse si è trasfusa in lui sotto forma di quella che io chiamo epilessia politica, manìa di commettere reati a scopo politico.


Note

  1. “Bada che se ora non posso prendere un borghese pel collo, il mio cuore grida vendetta: un giorno solo basterà per fare una vendetta tremenda – 13 luglio 1893.”
  2. Il Giudice Benoist gli ha detto: “Vediamo un po', Caserio, perché voleste uccidere il presidente? Lo conoscevate?”. “No.”. “Ma avevate qualche cosa a rimproverargli?”. “È un tiranno: ecco perché l'ho colpito.”. “Siete dunque anarchico?”. “Sì; e me ne vanto.”.
Brano tratto da: Cesare Lombroso, Gli anarchici. Psicopatologia d'un ideale politico, Gallone, Milano, 1998.