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Rivista Anarchica Online


Il mio incontro
con Luce
di Misato Toda

 

Sullo scorso numero abbiamo pubblicato una lunga intervista - realizzata da Cristina Valenti -con Luce Fabbri, 90 anni, figlia di Luigi Fabbri, residente a Montevideo da un sessantennio. In queste pagine pubblichiamo il testo che ci ha inviato Misato Toda, 66 anni, anarchica giapponese che nell’estate ‘97 si è recata in Uruguay per conoscere Luce.

Nel 1914, pochi mesi prima della Settimana Rossa, Errico Malatesta scriveva a Luigi Fabbri:

“A Roma potetti finalmente andare a vedere la tua Luce. Mi parlò di te e della mamma come una donnina tenera, affezionata e saggia saggia.” (1)

Malatesta ha ben osservato l’infanzia di Luce - che aveva allora solo sei anni.
Quasi ottant’anni dopo, nel ’92, ho avuto modo di domandare a Paolo Finzi “C’è qualche anarchico con cui, secondo te, io dovrei incontrarmi?” Mi ha risposto “Luce Fabbri: un’anarchica di cuore. È una delle persone più meravigliose che abbia mai incontrato”. Mi ricordo molto bene il suo viso entusiastico e serio, quando mi ha raccomandato di andarla a trovare.
Conoscevo senz’altro il suo nome come la figlia di Luigi Fabbri, amico del cuore di Errico Malatesta, ed anche come la militante anarchica che aveva continuato a pubblicare “Studi Sociali” fino al 1946, dopo la morte di suo padre (1935). Avevo spesso trovato suoi articoli nei giornali anarchici, dagli anni Trenta in poi. Ero appena stata ad Amsterdam, a visitare l’Istituto di Studi Sociali, avevo consultato “Studi Sociali” ed avevo fatto richiesta di riceverne l’intera collezione in microfilm.
Nel 1976 ero a Venezia, per partecipare al Convegno Internazionale di Studi su Bakunin (in occasione del centenario della sua morte), quando appresi che Luigi Fabbri a suo tempo era emigrato a Montevideo. Poco prima di questo Convegno avevo conosciuto alla Biblioteca “Max Nettlau” di Bergamo Pier Carlo Masini: era stato lui che mi aveva invitato ad intervenire al Convegno con una relazione su Bakunin e Mechinikov in Giappone. Sempre Masini mi ha insegnato l’importanza di quella rivista edita da Luigi Fabbri per i miei studi su Malatesta. E fu sempre lui a presentarmi Paolo Finzi, che aveva appena finito di scrivere la sua tesi di laurea su Malatesta nel primo dopoguerra (2). In quell’occasione ho conosciuto parecchi compagni giovani e vecchi. Ho potuto anche sentire parlare Artur Lehning, famoso curatore degli scritti di Bakunin...
Ma non avevo mai pensato di poter conoscere personalmente Luce Fabbri e non mi era venuto in mente quale vita lei vivesse o quale personalità lei avesse. Le parole di Paolo mi hanno fatto sentire, quasi all’improvviso, l’esistenza di Luce tanto vicina a me. È nata nel mio cuore la speranza di andare, un giorno, a trovarla. Purtroppo quel giorno non è venuto subito. Il Sud America è lontano ed io ero occupatissima.
All’inizio del ‘97, appena la mia Università decise di concedermi un anno di studio all’estero, ho mandato un fax a Paolo Finzi, chiedendo l’indirizzo ed il telefono di Luce Fabbri, che appunto abita a Montevideo, in Uruguay. Insieme con i dati richiesti, Paolo ha aggiunto due righe: “Luce è una persona bella, bella. Fai bene ad andare a trovarla. Ha 90 anni, credo”.
La seconda “bella” era sottolineata.

Aria libera e sincera

Ho scritto una lettera a Luce Fabbri per presentarmi, spiegandole il perché del mio desiderio di incontrarla e le ho spedito una copia in italiano del mio libro su Malatesta giovane. (3). (Le ho scritto dandole del tu: “sono anarchica e chiamo Errico Malatesta “tu” nel mio cuore, perciò non mi è possibile darti del Lei”.)
Calcolando il tempo necessario perché ricevesse la mia lettera, le ho poi telefonato con il cuore che mi batteva (fra Uruguay e Giappone ci sono 12 ore di differenza). Sentivo una voce chiara, sincera e vivace come se fosse quella di una giovane signora. Le sue parole erano veramente degne di lei, tale quale la sua prima lettera che mi è arrivata dopo quella telefonata.

“Non puoi immaginare come mi ha commosso ricevere un messaggio così affettuoso e così sorprendente da così lontano! E ancora con l’annunzio d’un prossimo incontro! Sarà molto bello vedersi, sedere e chiacchierare come due vecchie amiche, anche se tu sei d’un altra generazione. (Hai solo sei anni più di mia figlia). Le idee comuni, il comune affetto per Malatesta e - credo - molte altre cose che scopriremo ci uniscono al di sopra delle differenze d’età.” (4)

La sua voce mi trasmetteva la paura di darmi una delusione rispetto alle parole che Paolo aveva usato per presentarmela. Temeva che mi facessi un’idea esagerata della sua personalità: in fondo aveva già 89 anni, era una vecchia... In questa prima conversazione al telefono io sentii la sua voce, nonostante la lontananza, così vicina ed affettuosa, mentre mi incoraggiava a parlare di me, dei miei compagni giapponesi, vecchie e vecchi ma tuttora attivi, fra cui Yuriko Mochizuchi di 97 anni, Saburo Miyamoto di 90 anni. Mi sentivo come se fossimo veramente vecchie amiche - parlavo nell’aria libera e sincera sua, in cui tutti diventano naturali e liberi senza accorgersene. Luigi Fabbri credo abbia avuto un’emozione simile nel suo primo incontro con Errico Malatesta.
Questa mia impressione è stata rafforzata quando l’ho poi conosciuta personalmente a casa sua il 9 maggio dello scorso anno.
Per incontrare Luce, per “sedere e chiacchierare come due vecchie amiche”, ho organizzato il mio viaggio dal Giappone al Sud America via Spagna. A Barcellona, aiutata da Abel Paz, vecchio amico fin da quando lui era venuto in Giappone nel 1986, e da altri compagni, ho partecipato alla dimostrazione del primo maggio e sono andata a vedere il punto in cui è morto Camillo Berneri (5). Dalla Spagna ho chiamato Luce per sapere se qualcuno sarebbe venuto all’aeroporto. “Sì! Verrà qualcuno della Comunidad.” Non le ho chiesto che cosa fosse la Comunidad.
All’aeroporto di Montevideo mi aspettavano due persone: un giovane ed un vecchio. Il giovane mi ha chiesto in inglese: “Are you Misato, who comes from Japan?”. Ho risposto di sì. Questi era César, l’altro era Ruben, uno dei fondatori della Comunidad (l’ho appreso dopo). Mi hanno detto che Luce mi stava aspettando per pranzare insieme, ma prima saremmo passati alla Comunidad per lasciare i bagagli. Tutti e due sembravano simpatici e sinceri. “Che cos’é la Comunidad?” ho chiesto loro quando siamo saliti in auto. “È la Comunidad del Sur, una comunità ecologista/anarchica che c’è qui in Uruguay”. Mi sono immensamente rilassata, allo stesso tempo ero incuriosita.
Con Ruben sono andata per la prima volta a casa di Luce. A tavola per il pranzo, preparato da Maddalena - indispensabile segretaria di Luce - c’era anche sua nipote, giovane dottoressa medico. Tutti sono simpatici ed affettuosi, non mi pareva che quello fosse il nostro primo incontro. Era veramente come se fossimo stati tutti vecchi amici! Lì sono anche venuta a sapere che Luce è professoressa emerita dell’Università dell’Uruguay (la Universidad de la Republica Oriental del Uruguay).

La pipa di Malatesta

La mia vita, in Uruguay, trascorreva così: abitavo fuori città, nella Comunidad, insieme con compagni di ambo i sessi inclusi sei bambini; frequentavo ogni giorno la casa di Luce per parlare con lei. L’esperienza di quei dieci giorni, in due modi, è ora inseparabile dentro di me. (6)
Luce abita con la coppia della nipote, che allora era incinta (subito dopo la mia visita è nato un bambino).
Verso le dieci del mattino io arrivavo a casa sua e rimanevo fino a sera. Portavo con me la sua biografia di suo padre Luigi Fabbri, Storia d’un uomo libero (Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 1996), che avevo trovato al Salone del Libro a Torino nel ’96. Su mia richiesta mi ha scritto una dedica “A Misato Toda, quest’amica nuova che ho trovato così tardi e sta così lontano. Luce, Montevideo 12.5.1997”. A Luce spontaneamente facevo tante domande, incoraggiata sempre dalle sue parole: “Tu puoi chiedermi tutto quello che vuoi”.
Prima di tutto volevo sentire la sua impressione di Errico Malatesta. Nella biografia scrive spesso di lui. Fin dalla sua infanzia Luce si era avvicinata alla generosità ed alla tolleranza, all’affetto e all’amore di Malatesta. Io che non lo conosco, lo immagino soltanto tramite gli scritti. Le ho spiegato il motivo della mia richiesta: non tanto perché io voglia seguire quello che Malatesta faceva, ma perché voglio partecipare con la mia volontà a creare quella bellezza umana in cui lui sperava.
Era per me la prima occasione di ascoltare qualcuno che aveva conosciuto Malatesta di persona: “Dentro al tuo cuore esiste anche Malatesta, per favore descrivimi la sua personalità”... “Sì - mi ha risposto Luce - ...Forse non è facile. Perché io ho tanti ricordi, un affetto grande. Però quando uno cerca di tradurre in parole, diventa come povero”. La capivo...
“Per me, per un primo lungo periodo - continuava Luce - Malatesta è stato un nonno, una cosa molto speciale. Perché lui veniva a casa, mio padre lo considerava come fosse stato suo padre e così lo sentivamo noi. Con noi bambini lui era proprio come un nonno: ci portava i giocattoli, si metteva a giocare con noi, e poi parlava e diceva cose che erano molto simili a quelle che diceva mio padre. Ciò era però molto diverso da quello che dicevano gli altri, e la cosa allora ci faceva impressione.
Era buono, buono, buono... un’animo buono. Si vedeva che lui aveva affetto per gli altri, ma non lo esprimeva con le parole. Era molto sobrio, non parlava molto e non scriveva molto. Si metteva al tavolino... Lui non doveva prendere il caffé, ma gli piaceva e lo chiedeva. Arrivava la mamma, diceva che papà voleva il caffé, ne preparava due tazzine, una per uno. E scherzavano sempre su questo modo di chiedere il caffé.
Non so che cosa dirti...
Lui stava al tavolino e scriveva, poi venivano i compagni e c’erano di-scussioni. Lui, con la pipa così, stava più zitto che poteva, poi quando parlava diceva tutte le cose in modo molto sostanziale. Io mi ricordo molto della sua pipa, ta ta ta ta ta... (Luce ride), perché la cenere cadesse, poi ci metteva il tabacco. Erano tutte cose che interessavano noi bambini”.
Luce mi ha raccontato che Malatesta era andato a trovarla a Roma, durante il periodo in cui era molto occupato con “Umanità Nova”. Luce era a casa dei nonni, suo padre non stava con lei. Malatesta andava a prenderla e poi andavano in giro insieme. In quel periodo l’ha visto due o tre volte, non molto spesso. Poi con l’avvento del fascismo, quando suo padre era espatriato, lei non ha più visto Malatesta, a parte una volta il giorno prima di partire anche lei per l’estero. Invece suo fratello Vero, che era rimasto a Roma, ogni tanto lo vedeva ed ha anche partecipato ai funerali. Lui si ricordava degli ultimi giorni di Malatesta.

Nello Zen Buddhismo

Ascoltavo il racconto di Luce nel suo studio, sotto un ritratto di Malatesta con sorriso, al cui fianco c’era una finestra aperta sul giardino. Eravamo circondati dai libri nelle librerie a vetri, quello era l’Archivio di Luigi Fabbri. Qui un pomeriggio si è tenuta una riunione della redazione di “Opciòn” ed io sono stata invitata ad ascoltare. Parlavano in spagnolo, ogni tanto Luce mi traduceva in italiano.
Nella sala da pranzo c’era un ritratto di Kropotkin e nella camera da letto di Luce c’è quello disegnato di suo padre.
Trovandomi a fianco di Luce nella sua casa, sentivo la presenza dell’anima di Luigi e Bianca Fabbri, l’affetto e l’amore di tutta la loro famiglia nel seno della cultura anarchica. Luce ha detto: “Dal babbo noi abbiamo sempre sentito che l’anarchia era realizzabile, perché poteva essere un’estensione della famiglia”.
Cresciuta nel mondo dell’amore malatestiano (7), Luce Fabbri avrebbe ereditato da suo padre l’essenza di una cultura anarchica da cui sarebbe scaturita tutta la sua coscienza. E similmente sarebbe successo a Luigi Fabbri.
Nello Zen Buddhismo noi diciamo che il “Darma” (la verità) viene trasmesso come se l’acqua da una vasca si riversasse in un’altra vasca. Si potrebbe dire la stessa cosa anche nel mondo anarchico. In questo senso si capiscono le parole dette da Luigi Fabbri a sua figlia: “Sei il migliore articolo che io abbia mai scritto”. Da parte sua, Luce ha offerto una dedica a suo padre nella sua (prima?) raccolta di poesie: “A mio padre, / l’amico mio / il compagno / nello studio e nella battaglia” (I canti dell’attesa, M.O. Bertani Editore, Montevideo, 1932). La raccolta contiene anche “Fossa comune”, dedicato alla salma di Malatesta.
Nel tempo trascorso con Luce, assorbivo l’aria dolce e fresca, essenziale per l’anima mia. Cercavo di chiarire il mondo malatestiano che avevo intuito solamente tramite i libri e talvolta tramite gli insegnamenti di vecchi compagni giapponesi, come Shin e Tetsu Furukawa (una coppia di tipografi, ora non c’è più). Le risposte riflessive di Luce Fabbri mi ritornavano sempre come un’eco del mio cuore. La sua sensibilità e delicatezza penetravano serenamente dal suo seno al mio, creando un mondo in comune fra noi, che pure apparteniamo a diverse culture etniche.
Nel novembre 1906, Errico Malatesta scriveva al padre di Luce: “Io ho per te il più grande affetto: ammiro la tua attività ed il tuo zelo e sono tutto disposto a prestarti il concorso dell’opera mia. Temo solo che tu esageri a te stesso ed agli altri la mia capacità e la mia influenza e che poi tu abbi a restare dolorosamente disilluso (...) Ho bisogno d’essere indipendente per poter essere io e, poiché si aspetta molto da me, bisogna ch’io mi metta in posizione, se non di fare grandi cose, almeno di poter dare la mia misura. Ho ferma convinzione - continuava Malatesta - che tutto questo si possa conciliare con soddisfazione reciproca e con vantaggio della causa comune.” (8) Lo stesso modo di pensare lo troviamo in Luce, per esempio, nella lettera sua, sopra citata.
Alla Comunidad ho osservato una specie di “anarchia in atto”: con il suo esperimento che dura da 43 anni, con gli adulti che hanno la loro privacy, dove tutti si occupano dei bambini come fossero tutti madri e padri o fratelli e sorelle. Ho visto all’opera un movimento teso a fondare una società in cui ciascuno possa vivere con felicità e libertà, partendo dall’idea collettivista proposta da Kropotkin e fatta propria dalla Rivoluzione spagnola. (9).

Il coraggio della speranza

Prima della mia partenza Luce ha organizzato un’assemblea con compagni vecchi e giovani, inclusi degli studenti. Mi è stato chiesto di parlare sul tema: “Perché è necessaria l’idea anarchica malatestiana nella società giapponese?” Molti giovani fecero domande ed i vecchi rispondevano. Luce partecipava con il ruolo di traduttrice. Si andò avanti fino a tarda sera, con discussioni vivaci. Per me è stata un’esperienza commovente ed incoraggiante.
Luce si è poi interessata con Ruben anche del mio viaggio a Buenos Aires, dove intendevo fare un po’ di ricerche sull’esilio di Malatesta negli anni 1894-1889. In Argentina ho fatto la conoscenza dei compagni della Biblioteca Ingenieros e della FLA (Federaciòn Libertaria Argentina). Con il loro aiuto ho potuto visitare i luoghi dove si era sviluppata l’attività di Malatesta, il quale si era occupato della pubblicazione de “La questione sociale”, contribuendo ad organizzare gli operai emigrati italiani e spagnoli. (10)
Nel continente sudamericano si sarebbe così andato formando un ambito internazionale, nel quale l’idea malatestiana di amore e solidarietà avrebbe ispirato il cuore degli operai immigrati. All’improvviso mi venne un’idea: Luigi Fabbri, che qui era emigrato con la sua famiglia, avrebbe fatto molto in questo senso, costruendo - per così dire - un centro di coscienza malatestiana. Questo compito è stato poi portato avanti da Luce, ed ora, insieme alla Comunidad del Sur di Ruben questo lavoro fornisce tenacemente la speranza e la luce.
“Luce è la luce, non soltanto in Uruguay, ma dappertutto in Sud America!”. Dopo essere ritornata in Giappone, così ho istintivamente gridato al telefono a Paolo Finzi, che mi aveva chiamato per sapere del mio incontro con Luce. Dall’incontro non soltanto con Luce, ma con tutti i compagni sudamericani, ho tratto un coraggio fondamentale: il coraggio di avere la speranza ed il coraggio di essere me stessa.

Misato Toda

 

1) Malatesta a Luigi Fabbri, Ancona, 28 febbraio 1914, in: Errico Malatesta, Epistolario. Lettere edite ed inedite, 1873-1932, a cura di Rosaria Bertolucci, Centro Studi sociali, Avenza (1984).
2) Paolo Finzi, La nota persona. Errico Malatesta in Italia (dicembre 1919/luglio 1920), con prefazione di Maurizio Antonioli, La Fiaccola, Ragusa, 1990.
3) Misato Toda, Errico Malatesta da Mazzini a Bakunin. La sua formazione giovanile nell’ambiente napoletano (1868-1873), con presentazione di Alfonso Scirocco, Guida, Napoli, 1988.
4) Luce Fabbri a Misato Toda, Montevideo, 13 marzo 1997. Luce mi ha dato l’autorizzazione per citare delle sue lettere, al telefono, 17 maggio 1998.
5) Cfr. Abel Paz, Viaje al passado (1936 - 1939), Barcelona 1995.
6) Cfr. Misato Toda, Esperimento di Utopia - Comunidad del Sur in Uruguay (in giapponese), in “Seikei Kenkyu” (studio politico-economico), n° 70 (marzo 1998)
7) Cfr. Malatesta a Luigi Fabbri, Roma, 18 maggio 1931, in: Errico Malatesta, Epistolario cit. La risposta di Malatesta alla domanda di Luigi Fabbri riguarda la frase: «... il programma anarchico che, basandosi sulla solidarietà e sull’amore, va al di là della stessa giustizia». Cito qui solo alcune parole: «L’amore invece dà tutto quello che può e vorrebbe dare sempre di più, senza contare, senza calcolare.»
8) Malatesta a Luigi Fabbri, (s. l.), 12 novembre 1906, ibid.
9) Cfr. Ruben Prieto, La comunidad del sur, in “Volontà” di Milano, 3/1989
10) Cfr. Misato Toda, Viaggio in Spagna/ viaggio in Sud America, (in giapponese), in: «News Letter dell’associazione della storia italiana moderna e contemporanea» (relay essay, settembre 1997).