Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 25 nr. 216
marzo 1995


Rivista Anarchica Online

A nous la libertè
diario a cura di Felice Accame

L'handicap consolante

La figura dell'"idiota sapiente" ha spesso suscitato stupore e curiosità in psichiatri e altre categorie di questurini. Perlopiù è gran manipolatore di numeri o dotato di memoria prodigiosa - tanto prodigiosa da far pensare, per l'appunto, che l'handicap consista proprio in ciò. Oliver Sacks, ne L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello (Milano 1986), dedica all'argomento alcune preziose osservazioni. Racconta, per esempio, del melomane enciclopedico - un suo paziente che aveva avuto una gravissima meningite in età infantile e che, da adulto, ricordava non solo la musica di duemila opere "ma anche tutti i cantanti che avevano preso parte alle innumerevoli rappresentazioni e ogni particolare dell'allestimento, della regia, dei costumi e delle scene" e, fra l'altro, sapeva perfettamente a memoria il Dictionary of music and musicians del Grove, un dizionario in nove volumi pubblicato nel 1954. Sacks, per fare un altro esempio, racconta anche il caso dei due gemelli John e Michael divenuti famosi perché in grado di dire a che giorno della settimana corrisponde una qualsiasi data, passata o futura, anche lontanissima migliaia di anni. Si tratta, ovviamente, di casi penosi, mai disgiunti da qualche forma di sofferenza anche se, nel nostro mondo, non è mancato chi ha voluto specularci sopra - magari facendone "spettacolo".
Nel cinema, una figura magistrale e tutta particolare di "idiota sapiente" era stata disegnata da Peter Sellers in Oltre il giardino. Vi si dimostrava la doppiezza del linguaggio dei potenti accreditando nel loro contesto un potente fasullo, un "inconsapevole" e "puro" la cui smozzicata banalità veniva interpretata metaforicamente e quindi caricata di preziosi e profondi significati. Attraverso la critica del linguaggio si colpiva al cuore un sistema, edulcorando qua e là "giudiziosamente" perché la commedia deve rimanere commedia e perché l'America deve, malgrado tutto, rimanere un grande Paese.
Ora è la volta di Forrest Gump, film non a caso baciato nell'ampia fronte dal successo in merito dell'astuta regia dell'astuto Zemeckis e della dovizia di quattrini investiti. Il personaggio è costruito con strumenti di precisione per conferirgli la "diversità" fino al punto in cui "faccia simpatia", ma non crei imbarazzo né tanto meno ribrezzo. La ricetta è semplice: si prende Tom Hanks e gli si spunta i capelli quanto basti per indurre ad un sospetto di macrocefalia, gli si stranisce il tono ed i tempi della voce, gli si affida l'io narrante e si abbonda di elementi espliciti nelle sue comunicazioni (approfittando del fatto che chi partecipa a pieno diritto di una società ne condivide gli impliciti nel comunicare con i suoi membri). In più, gli si raccomanda di mantenere una certa rigidità articolatoria, specie a livello di cervicale, nei movimenti. Ecco dunque bello e fatto il motore della commozione e del divertimento all'americana. Gli si fa dire una cosa e se ne fa vedere un'altra - e la gente ride; quando la disparità va a suo danno, la gente compartecipa contrita. Di trama non ce n'è praticamente bisogno, perché c'è già l'America con la sua storia ben revisionata: basterà, pertanto, far attraversare al nostro eroe la penombra della memoria collettiva (Ike Eisenhower, i Kennedy, Lyndon Johnson, il Vietnam, i figli dei fiori, la droga, l'AIDS e la "voglia di famiglia" in bell'ordine, secondo la cronologia ufficiale). Manipolando le immagini di repertorio con la tecnologia digitale, ormai, si può tutto, ed ecco, dunque, il signor Forrest Gump che mette il proprio zampino nella storia patria. Che si tratti di uno zampino salvifico - perché moderatamente critico - è, ovviamente, garantito dall'handicap - un handicap che, più va avanti il film, più piccolo piccolo diviene, fino a diventare, come nelle fiabe che piacciono tanto, una sorta di pregio, ovvero quell'innocenza che tutto redime e di cui "al giorno d'oggi c'è tanto bisogno". In grazia di tutto ciò, allora, questo Forrest Gump merita un posto di tutto rilievo nella classifica dei Prodigiosi Prodotti dalle Virtù Consolatorie.

P.S.: Gran favore, visto che designa una diversità a basso costo - lontana anni luce dal dolore di un handicap vero -, riscuote lo stile strettamente linguistico del protagonista. Sacks, in proposito, ricorda un libro di Robert Silverberg, Thorns, del 1968, dove si descriveva il modo di parlare di un personaggio "al tempo stesso infantile, preciso e privo di emozioni". Era il caso, secondo Sacks, dei due gemelli specialisti in calendario, ma esemplifica bene anche il caso di Forrest Gump. "Precisione" e "distacco", soprattutto, sono diventati, dunque, sintomi. Bene saperlo.