Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 25 nr. 216
marzo 1995


Rivista Anarchica Online

Scosse di assestamento
di Maria Matteo

La vita, si sa, è piena di incertezze per tutti ed è difficile per ciascuno vedere realizzati i propri progetti, aspirazioni, speranze. Tuttavia può capitare di afferrare talora il numero fortunato. In questo primo scorcio del 1995 non possono esservi dubbi su chi abbia colto la combinazione vincente, facendo saltare il banco della roulette grazie all'insediarsi del governo Dini, che è riuscito ad avverare i sogni di ogni buon esponente della confindustria: un governo di destra, con un programma economico liberista, appoggiato dalle sinistre. Niente male, non c'è che dire. Se la politica fosse una lotteria e i ruoli venissero stabiliti dalla sorte, non ci resterebbe che stare a guardare per vedere a chi capiterà la mano migliore la prossima volta. Tuttavia i giochi politici non sono mai così semplici e, per quanto confuso sia il quadro, occorre comunque cercare un codice di lettura di avvenimenti che non di rado hanno finito col mettere in scena un vero e proprio psicodramma.
Nel corso dell'estenuante diretta televisiva del dibattito sulla fiducia al governo Dini, probabilmente i più si saranno soffermati sulle sceneggiate allestite ad arte da Berlusconi e Bossi, indiscutibili maestri nell'arte di eccitare le opposte tifoserie in un clima rozzo, violento e volgare tipico degli stadi. Mancavano solo le coltellate che, significativamente, proprio in quei giorni hanno portato alla morte di un ragazzo in uno stadio vero, quello di Genova.

Involontario merito
Suppongo che ben pochi abbiano notato l'intervento del senatore Carpi, esponente di Rifondazione Comunista che, in dissenso con il proprio gruppo parlamentare, ha fatto una dichiarazione di voto favorevole al governo Dini. Un voto che, occorre precisarlo, non era affatto necessario per il raggiungimento della maggioranza. Il discorso di Carpi, i cui toni vibranti ed appassionati erano enfatizzati dal pathos connesso con la propria posizione di dissidente, ruotava intorno ad un unico perno: Dini merita la fiducia perché ha fatto un governo senza Berlusconi. Di fronte a questo dato diviene irrilevante persino il ruolo che lo stesso Dini ha svolto nel precedente governo, un ruolo che ne aveva fatto il principale bersaglio polemico delle grandi manifestazioni popolari dello scorso autunno. Il senatore Carpi ha l'involontario merito di aver chiarito senza mezzi termini qual è stato il nodo intorno al quale si è dipanato lo scontro, che si è concluso con quell'incredibile aberrazione politica che è il governo presieduto da Lamberto Dini.
Occorre a questo punto chiedersi perché il povero Cavalier Berlusconi sia divenuto la posta in gioco di una tale singolar tenzone, perché la sua tutto sommato modesta figura abbia catalizzato tante energie e passioni. Indubbiamente il buon uomo una parte significativa l'ha pur recitata quando, dopo lo sgretolarsi della maggioranza che lo sosteneva, ha baldanzosamente preteso elezioni immediate. Insomma: dopo di me il diluvio, o elezioni di morte.
Tuttavia, per quanto il nostro possa aver ecceduto nell'identificarsi nel personaggio di uomo della provvidenza, era difficile immaginare che la coalizione di cui è il fulcro si spingesse al punto da non accettare la benché minima mediazione.
E' necessario a questo punto fare un passo indietro, ripercorrendo i passaggi più significativi della carriera lampo di Sua Emittenza. Poco più di un anno fa, prima della scesa in campo del buon Berlusca, era molto difficile immaginare che le destre riuscissero a costruire una coalizione politica capace di capitalizzare un'area di consenso ampia ma frammentata. Berlusconi, imprenditore ormai orfano della preziosa tutele craxiana, si candida ad assumere una leadership di tipo carismatico in grado di fungere da collante tra i diversi interessi rappresentati dalla lega e dai missini. L'operazione, usuale in paesi come gli Stati Uniti ma del tutto inedita in Italia, riesce alla perfezione ed il 27 marzo i due poli, quello della libertà e quello del buon governo, fanno man bassa di voti. Il passaggio dalla prima alla seconda repubblica pareva ormai consumato.
Risulta oggi evidente che il movimento era stato troppo brusco e come ogni terremoto che si rispetti anche il "nuovo che avanza" necessitava di numerose e non indolori scosse di assestamento. Il vecchio sistema dei partiti si reggeva su due cardini fondamentali: identità forti cementate da un robusto tessuto ideologico ed un'ampia e ramificata rete di clientele. La combinazione di questi due elementi garantiva il mantenimento di aree di consenso piuttosto stabili. E' indicativo di ciò che nei quasi cinquant'anni di vita della prima repubblica i flussi si siano mantenuti stabili. Persino in momenti di particolare crisi e tensione le emorragie di voti tra un partito e l'altro sono state sostanzialmente irrilevanti.
La crisi di questo modello è stata tropo rapida per consentire il costituirsi immediato di un sistema politico altrettanto solido.

Semplificazione dello scontro politico
Il declino della politica ideologica, già evidenziatosi negli anni '80 con il craxismo, ha subito una brusca accelerazione col mutare del contesto internazionale seguito alla repentina fine dei regimi comunisti nell'est europeo. Se a ciò si aggiunge che l'elefantiasi del sistema delle clientele che costituiva l'ossatura dei partiti, diventata ormai insostenibile, ha finito col frantumarsi, il quadro è completo. Il crollo del muro di Berlino più tangentopoli ha prodotto una miscela micidiale ed esplosiva. La democrazia cristiana, fulcro della prima repubblica, è stata scossa da un violento movimento centrifugo e si è spezzata in vari tronconi non del tutto stabili; liberali, socialisti e repubblicani son ostati letteralmente spazzati via da tangentopoli; il PCI si è diviso in due; i fascisti si sono scoperti una vocazione liberalconservatrice del tutto insospettabile.
Le riforme elettorali, che hanno segnato il passaggio da un sistema elettorale proporzionale ad uno maggioritario, hanno rappresentato il tentativo di giungere ad una semplificazione dello scontro politico capace di produrre compagini governative durature, sostenute da aggregazioni politiche la cui coesione fosse garantita dalla diminuita influenza delle varie clientele. Infatti, alla volontà di ridurre drasticamente l'influenza statale in settori quali l'istruzione, la previdenza, la sanità, andava correlata l'intenzione di limitare il ruolo dei partiti.
Le cose però non sono andate per il verso giusto: il governo presieduto dal cavalier Berlusconi non è durato che sette mesi, poiché l'alleanza che lo sosteneva non si è mostrata particolarmente solida.
Forza Italia, un partito modellato sull'azienda, la cui dirigenza è assunta per cooptazione dall'alto e che riflette la propria immagine in quella del lider maximo, s'è dovuta adattare alla funzione di refugium peccatorum della prima repubblica e non è riuscita a prolungare il proprio ruolo di ago della bilancia tra missini e leghisti oltre la campagna elettorale. La Lega, consapevole di recitare la parte del vaso di coccio, ha fatto saltare il governo.
Nonostante il totale fallimento della propria impresa, Berlusconi mantiene ed addirittura rafforza la sua immagine carismatica. Si spiega così la volontà forsennata del Cavaliere e di Fini di giungere ad elezioni immediate, sia la tenacia delle opposizioni nell'opporvisi. A questo punto qualsiasi (o quasi) governo sarebbe stato bene accetto al PDS e ad alcuni settori di Rifondazione, purché non fosse presieduto da Berlusconi. Per gli stessi motivi nessun governo poteva essere gradito a Forza Italia ed Alleanza Nazionale se Berlusconi non ne era il capo.
Sapremo nelle prossime settimane se il governo Dini sia o meno destinato a durare: bisognerà attendere che le acque si calmino nella Lega e nel Partito Popolare. Molto dipenderà anche dai risultati dell'imminente tornata elettorale regionale.
Non si può inoltre escludere che l'emergere di Prodi come candidato di punta di un assembramento di centro-sinistra fornisca agli oppositori del Cavaliere il fiato necessario ad affrontare la volata elettorale se non a giugno, ad ottobre.
Un manager di stato contro un imprenditore: una scelta che, per quanto ai miei occhi paia quella classica tra la padella e la brace, non manca della valenza simbolica utile ad accendere la fantasia delle varie tifoserie.

I danni di Dini
Al momento un solo dato mi pare abbastanza sicuro: il perdurare della difficoltà di costituire un polo di centro-destra ed uno di centro-sinistra che sappiano esprimere delle maggioranze stabili.
La stessa santa alleanza tra Forza Italia e Alleanza Nazionale, che i sondaggi assicurano perfettamente capace di sopportare la rottura della Lega, dovrà necessariamente affrontare alcuni importanti nodi irrisolti. Il baldo Fini ha impiegato cinque giorni a sciogliere l'MSI, trasformando i fascisti in conservatori ed i corporativisti in liberisti: un'operazione pulita e pressoché indolore, nonostante la fuga di un piccolo manipolo di rautiani. Bisognerà tuttavia verificare sino a qual punto la vocazione liberista del condottiero di Alleanza Nazionale reggerà l'impatto con quel ceto parassitario e clientelare che, transfuga dalla Democrazia Cristiana, specie al sud ha decretato le fortune elettorali di AN.
L'area di centro-sinistra pare navigare in acque anche peggiori: ammessa e non concessa la scissione dal PPI, ammessa e assolutamente non concessa la simpatia leghista e l'adesione di Rifondazione, il gruppo che Prodi si candida a guidare non apre troppo coeso. Potrà, è vero, godere di alcuni vantaggi non irrilevanti: primo tra tutti il sostegno di buona parte della confindustria e dei sindacati, per i quali Romano Prodi è garanzia sia per le privatizzazioni sia per il mantenimento di un minimo di ammortizzatori sociali, ossia di quel liberismo con vaselina che che i fallimenti di Berlusconi rivelano indispensabile in un momento di delicata transizione come l'attuale. Al momento possiamo però essere certi che, per breve che sia il suo mandato, Dini non mancherà di far danni. Finanziaria bis e pensioni saranno i terreni sui quali potremo verificare questa mia non troppo ardita ipotesi.
Il quadro politico sin qui descritto non è evidentemente uno dei più rosei e fa da contrappunto ad un clima sociale e culturale non meno agro: la caccia all'immigrato sulle strade del litorale romano, le aperture di D'Alema agli integralisti cattolici in materia di aborto, bioetica, diritti dei gay sono segnali della sempre maggiore pervasività della cultura di destra.
E' evidente che la partita dei libertari non potrà che giocarsi altrove, oggi più che mai al di fuori dai labirinti della politica istituzionale e dei suoi mostruosi trasformismi.