Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 14 nr. 118
aprile 1984


Rivista Anarchica Online

Le ragioni della mafia
di Anna Maria Cattaneo (collaboratrice di Quaderni Calabresi)

In un periodo di forte rigurgito antimeridionalista, la pubblicazione di un libro coraggioso quale Le ragioni della mafia (Jaca Book, Milano 1983, pagg. 197, lire 11.500) è notevole e quanto mai salutare.
Il libro è opera di studiosi calabresi, impegnati da oltre vent'anni in un lavoro politico e culturale intorno ai problemi del Meridione, accompagnato da continue riflessioni che trovano concreta espressione nella rivista «Quaderni Calabresi» , da cui sono tratti i saggi raccolti sotto il titolo Le ragioni della mafia.
Dalle analisi storiche, antropologiche, socio-economiche e socio-culturali di valori e fenomeni della cultura e tradizione meridionale, svolte dall'equipe di «Quaderni Calabresi», scaturiscono indicazioni politiche ed interpretative del problema istituzionale della dipendenza meridionale e delle ragioni che stanno all'origine del fenomeno mafioso, oltre a preziosi contributi alla soluzione di esso. Un ammonimento alle istituzioni impotenti nella lotta alla mafia, perché attente soltanto alla descrizione del fenomeno mafioso ed alla identificazione di esso in un fenomeno di grossa criminalità, piuttosto che volte all'indagine ed all'attenzione delle cause che lo generano; più propense ad azioni poliziesche, piuttosto che politiche, tendenti alla soluzione della «questione meridionale». Infine, un'occasione per una più profonda conoscenza della cultura mafiosa ai fini di una lotta più incisiva ed una «provocazione a pensare», come si legge nell'introduzione a cura di F. Tassone, autore dei saggi Molti modi per salvarsi l'anima e Dalla parte della mafia, titoli tanto provocatori quanto più scottanti sono le argomentazioni: la mafia è un capitolo di quella più ampia vicenda che è la «questione meridionale».
Si evita di ricercare le cause della mafia proprio perché si vuole evitare il nodo della questione meridionale. La mafia non si esaurisce, come vorrebbero i padroni del sapere, in un fenomeno puramente criminale e per la comprensione di ciò è necessario spostare le indagini sulle ragioni, anziché fermarsi sulla descrizione del fenomeno.
Secondo un'analisi dettagliata, la mafia nasce dal ruolo che è stato assegnato al Sud nello Stato italiano, ossia dalla sua condizione di subalternità. Sembra che con l'unità d'Italia non si sia formato uno Stato veramente unitario, ma uno Stato squilibrato in cui le varie parti del paese sono venute ad assumere posizioni diverse. Da una parte il Nord, collocato in una posizione dominante, nel senso che tutte le risorse finanziarie, umane e politiche sono state concentrate perché potesse realizzarsi il suo sviluppo, identificato come lo sviluppo dell'intero paese. Dall'altra parte, nel Sud e correlativamente si sono verificati due fenomeni, che dovremmo dire portanti: la distruzione dell'apparato produttivo meridionale, basti pensare al fenomeno dell'emigrazione, che si è originato proprio dopo l'unità d'Italia e che ha visto la fuga di intere popolazioni dal Meridione e malgrado questa fuga, malgrado l'apporto di ampi capitali che il lavoro meridionale ha prodotto nel mondo, dei problemi della società meridionale sono rimasti insoluti come prima, perché organici.
Il secondo fenomeno è costituito dalla subordinazione della classe dirigente meridionale, la famosa alleanza fra gli industriali del Nord e gli agrari del Sud fu anch'essa un'alleanza squilibrata, nel senso che gli agrari del Sud vennero a trovarsi in posizione di subalternità.
Questi sono i connotati della situazione interna in cui il Meridione è venuto a trovarsi. Ne è conseguito che si è verificato un fenomeno di questa stagnazione sociale in cui ogni possibilità di mobilità sociale, di crescita umana, soprattutto per le classi subalterne, è stata bloccata. E' da questo che nasce la mafia, che in ultima analisi è una risposta sbagliata da parte delle classi subalterne meridionali a quella che si chiama «questione meridionale».
«L'assunzione dell'unità d'Italia come punto di partenza per una ricerca sull'origine storica della mafia non si colloca nel solco di una generica polemica antiunitaria, ma vuol essere un tentativo di inserire il problema nel processo di defeudalizzazione e dell'espansione capitalistica nel Meridione, di cui l'unità d'Italia rappresenta un momento centrale e decisivo». E inoltre si legge: «La mafia appare come la proiezione socio-culturale della borghesia meridionale, ed in particolar modo siciliana, impedita nel suo sviluppo, che tende a soddisfare le esigenze di imprenditorialità che non trovano spazi legittimati di esplicazione. L'extralegalità mafiosa nasce da questa contraddizione tra sollecitazione alla imprenditorialità e negazione di un'autonomia produttiva, nel quadro complessivo della dipendenza economico-politica del Sud rispetto al Nord». (Sull'origine e sulla funzione sociale della mafia, M. Meligrana, pag. 34-35).
«La dipendenza ha corrotto la vita meridionale, ha determinato il clientelismo e l'assistenzialismo, non come fatti occasionali, ma come fatti organici. Il tragico della situazione meridionale sta nel fatto che le sue esigenze di sviluppo debbano cercare sbocco per vie tanto travagliate e perverse. E non solo questo, poiché l'affermazione di strumenti deviati e devianti genera ulteriore travaglio e corruzione, precludendo, o quanto meno rendendo più ardua, la nascita di altri strumenti per la soddisfazione di quelle esigenze, come quelli a base popolare per i quali noi lavoriamo». (Dalla parte della mafia - F. Tassone - pag. 26).
Forse la nota più qualificante del libro è il sentimento di dolore che lo percorre: «Siamo e non possiamo che essere sul versante dove marciscono le esigenze negate di avanzamento sociale, di dignità, di vita civile, dalla cui corruzione essa (la mafìa) nasce. Non possiamo riconoscerci nel versante opposto, dal quale, malgrado le sue proclamazioni progressiste e democratiche, tali esigenze vengono compresse e negate» (pag. 27 dello stesso saggio).
Da quella parte di solito si parla di mafia con scandalo, ma possono scandalizzarsi soltanto coloro che ne parlano dall'esterno. I meridionali vedono il loro stesso corpo che si corrompe. Essi sanno che tra coloro che si «perdono» spesso ci sono uomini di grande ingegno, d'iniziativa, gente che avrebbe potuto fondare un'economia e che invece subisce la corruzione mafiosa proprio perché calata in una situazione di un'enorme stagnazione sociale derivata dalla distruzione dell'apparato produttivo. Noi non siamo diversi, né possiamo demonizzare noi stessi, poiché ogni volta che si perde uno di noi - e spesso sono i più intraprendenti, i più animosi, i più insoffèrenti all'ingiustizia - è una parte del Meridione, una parte del nostro corpo che si perde». (pag. 28).
La mafia è certamente uno scandalo, ma lo scadalo maggiore è costituito dalla persistenza ad oltre cento anni dall'unità di quella che si chiama «questione meridionale».
La nuova mafìa, caratterizzata da mancanza assoluta di scrupoli e dall'assenza di ogni altro criterio che non sia quello del profìtto propri dello «sviluppo capitalistico» si differenzia dalla vecchia caratterizzata dal sentimento dell'onore e dal senso cavalleresco per cui si denominava «Onorata società». N. Zagnoli nel saggio A proposito di Onorata Società ci propone un'esauriente analisi della società e cultura mediterranea e dei valori che la caratterizzavano per la comprensione dei valori antichi della cultura calabrese e della lotta in cui l'Onorata Società si inserisce prima come antagonista, affrontando la classe dominante, ma successivamente «i successi e le alleanze ottenute la inducono ad abbandonare il popolo da cui proviene, per integrarsi al gruppo di potere, non senza contraddizioni secondarie. Assistiamo senza dubbio attualmente ad un periodo di transizione in cui la legge scritta e i discorsi ufficiali tendono a mascherare una pratica in cui i legami tra politica, capitale e mafia diventano troppo stretti per poter esser rotti senza danni» (pag. 65).
In appendice al libro è riportato l'articolo «La mafìa a Vibo Valentia» che apparve sui «Quaderni» nel 1966, che rappresenta l'inizio della ricerca sulla mafia e mostra la strada che il gruppo dei «Quaderni» ha percorso nell'evoluzione dei criteri e delle impostazioni con cui è stato affrontato il problema da allora ad oggi. Da un'impostazione descrittiva e moralistica ad un'impostazione di ricerca delle cause del fenomeno mafioso.