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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 9 nr. 71
gennaio 1979


Rivista Anarchica Online

Quando è moda è moda...

>Mi danno noia le teorizzazioni. Specie se a puntate. Esse aggiungono acqua a quel mare verboso di riflessioni, puntualizzazioni, rettifiche e "distinguo" che sembra ormai sommergere ogni argomento, anche il più provocatorio, fino a farlo colare, irrimediabilmente, a picco. Questo è il rischio che, secondo me, corre il dibattito aperto dalla redazione di "A" sulla "omosessualità e liberazione sessuale" (n. 67-69), girato subito con garbo ai compagni del Collettivo di liberazione sessuale di Milano e ripreso da qualche cane sciolto, e al quale non vorrei aggiungere anch'io il mio bicchiere d'acqua.

Spiego la mia diffidenza su questa "pratica" di discussione che sembra accomunare tutta la stampa cosiddetta "di sinistra". L'omosessualità è, al momento, un argomento ghiotto. La classica spruzzata di prezzemolo che sta bene su ogni pietanza. Usata come spezia piccante dai giornali della porno-informazione come l'Espresso o Panorama o Repubblica (titoli: in Inghilterra squadra di calcio gay! Le buone maniere per accogliere in casa vostra una copia gay! Un Capodanno coi "diversi"! ecc....) è ugualmente svilita ed anestettizzata da riviste che tentano un altro approccio col loro pubblico, non limitandosi ad ingolosirlo con bocconcini. Riviste come Ombre rosse e la stessa A che a un certo momento gettano il sasso nello stagno e poi si limitano a registrare il numero dei cerchi sollevati. Quasi sempre succede che l'amato e mitizzato pubblico delle stesse, sonnecchia, e che ad intervenire (ma come sono pettegoli ed invadenti!) sono sempre e soltanto i froci, ed in particolare, tra questi, è sollecitato l'apporto qualificato dei collettivi. Essendo quest'ultimi, come si sa, inguaribilmente lussuriosi, nemmeno da sperare in un attimo di riflessione! anticipano la stessa tentazione e con veloce assemblea, ti sbattono in quattro e quattr'otto la loro smullata. Civetteria? anticipazione? neanche per idea. È che sono gli unici a rispondere. Visto che la tematica, come è posta, sembra non riguardare tutti i lettori, e il tonfo del povero re Travicello è salutato solo dai rospi. Un po' di gracidio e poi ritorna sovrana nello stagno, la calma.

È questo un po' l'effetto che mi fa vedere innescato dalle riviste, l'argomento omosessualità. Uno sparo a salve. A questo punto è indispensabile individuarne le ragioni. La formula "discutiamo insieme di..." ha un valore di indagine concreto se il campo della discussione è a tutti comune e definito. Non si può, in sanità di mente, pretendere un dibattito su "Che cos'è la politica?" o "La religiosità dell'uomo attraverso i secoli". Una discussione di questo tipo, riferita all'omosessualità, diventa frugale e rigorosa quanto quella sulla virtù teologale della Speranza. Non si cava un ragno dal buco. Bisogna eliminare l'astrazione. Non esiste una storia o una religione omosessuale. Sono ripari asettici ed indolori che non coinvolgono più nessuno. (E attenti i froci-militanti a non cadere più in questa trappola! È forse qui tutta l'impotenza dei collettivi!). Esiste solo "il gesto omosessuale" ovvero il divenire storico dell'omosessualità, che non si definisce risalendo ai Greci o alla fuga di gesùbambino in Egitto, ma che è quotidiano, in ogni individuo, e sottende ogni gesto della vita. La sua cronaca è nelle situazioni più reali, dall'esperienza del militare, in caserma, fin dentro l'asilo-nido. E si può passare in sagrestia o dietro le sbarre di un carcere o nella pugnetta stimolata da una rivista-porno. L'importante è non aspettare di considerare l'omosessualità solo quando assume gli aspetti del "dominio pubblico" che possono essere il tonfo politico di un "diverso"(vedi caso Thorpe) o certe irresistibili ascese, o gli ammiccamenti della moda travoltina o il film "Il vizietto".

Per quanto riguarda i gay, poi, avere il coraggio di pescare nel guardaroba, tirando fuori le miserie e gli splendori della vita di un collettivo di froci, della difficoltà di gestire una trasmissione all'interno di una maschietta radio democratica, gli scazzi che avvelenano uno spettacolo teatrale, fino al racconto, senza eroismi, di un pestaggio. Solo così la riflessione ha un senso e non scantona sulla dirittura d'arrivo dei massimi sistemi. Si eliminano così gli schematismi e le astrazioni, non ultimo il pasticciaccio ideologico sfornato da "A" nel n.69, quando in prefazione all'intervento del C.L.S. redarguisce sul "settarismo" e sulla sedicente "potenzialità" rivoluzionaria degli omosessuali, paragonandola alla sopravvalutazione che di se stessi fecero, a suo tempo, i movimenti dei negri e delle femministe. Non è chiaro l'accostamento. Se infatti per essere "femministe" bisogna possedere una vagina e per dichiararsi negro bisogna esibire una pigmentazione al cioccolato, la pratica del proprio desiderio omosessuale non è direttamente conseguente ad una situazione di sesso o al colore della pelle ma è una scelta che quasi sempre, come avviene, può essere rifiutata. Per cui il campicello è molto più grande di quanto voglia far credere la redazione di "A", e se vi nascono finocchi-partigiani e finocchi-ufficiali delle SS, basta ricordare che solo di quest'ultimi si è sbandierata l'omosessualità (per dipingerli ancor più brutti) mentre non ricordo un caso in cui il partigiano non sia morto o imberbamente vergine o come "scopatore di gran razza".

Un esempio quindi che non calza per niente, ma anzi riconferma che il problema della liberazione sessuale non è riconducibile agli schieramenti ideologici ma che è un filo rosso che attraversa ogni professione di fede. Solo il P.C.I. ha avuto la spudoratezza, vedi scomunica a Pasolini, di identificare l'omosessualità con la dissoluzione e la decadenza borghesi. E quando si parla di universalità del desiderio omosessuale si è già detto tutto. A che serve quindi "un dibattito sull'omosessualità" quando i lettori non rispondono, la redazione della rivista tenta un disinvolto pilotaggio tra gli interventi senza esprimersi e gli stessi froci che intervengono si castrano nel tracciare le grandi linee e in un abuso forsennato delle antinomie?

Forse qualcosa è da rivedere.

Ivan Teobaldelli (Sesto San Giovanni)