carrello

Rivista Anarchica Online


Racconto

Apple pie*

di Cinzia Piantoni

La stanza è bianca e fredda. L'ha notato appena ci ha messo piede, che è molto più piccola di quella in cui lo tenevano prima. Il dolce dev'essere uno di quelli surgelati, perché l'esterno è bruciacchiato, e il ripieno è un blocco granuloso e compatto; il latte è acido, come se fosse stato dimenticato fuori dal frigo.
«E questa avete il coraggio di chiamarla torta?» sbraita il vecchio rivolgendosi alla porta. Nessuna risposta, solo il riverbero metallico delle sue stesse parole che rimbalza sulle pareti. Il misero rettangolo di pasta sfoglia, come in un disperato slancio d'amor proprio, rigurgita un po' di farcitura semiliquida alle mele.
«Oh, ma che m'importa», commenta tra sé scavandone una forchettata; dopotutto quella robaccia non farà nemmeno in tempo a percorrere tutto il suo apparato digerente.
Mentre mastica pensa che quello sarà uno degli ultimi ricordi registrati dal suo cervello, un pasto mediocre in una cella ghiacciata. Per un attimo prova quasi pena per se stesso, ma si tratta, appunto, solo di una frazione di secondo, perché poi ricorda alcune delle cose che ha fatto. Molte altre ha scelto di dimenticarle tanti anni fa, e le ha seppellite così bene nella memoria che nemmeno volendo riuscirebbe più a riesumarle.
Un brivido percorre la sua schiena ricurva, seguito da un colpo di tosse catarroso. Fuori, a quell'ora del giorno, la torrida estate texana sta facendo il culo a tutti. Ma lì dentro, nella sua personale camera della morte, forse stanno progettando di giustiziarlo per congelamento e si sono dimenticati di dirglielo.
Scuote la testa e dà un ultimo morso a quella torta immangiabile.

* * *

Lei era una delle ragazze più corteggiate della scuola. Lui era il capitano della squadra di football. Iniziare a uscire insieme era sembrata la cosa più ovvia e facile da fare.
Era andata come da manuale: la proposta con tanto di anello, le nozze, una piccola casa in periferia, e l'arrivo del bambino.
Tutto perfetto, finché il lavoro aveva iniziato a scarseggiare. Lui era stato costretto a trovarsi un secondo impiego, finendo con lo stare sempre fuori casa. Quando l'avevano licenziato da entrambi aveva scoperto il bar fino a tardi, e la bottiglia come cura per la sua frustrazione.
Era iniziata con dei litigi un po' troppo accesi, poi si era passati alle mani. Il bambino vedeva e capiva tutto. L'uomo invece a malapena lo notava, preso dalla foga, accorgendosi realmente di lui solo quando tentava di difendere la madre mettendosi davanti a lei per farle da scudo. A quel punto l'uomo spingeva da parte il figlio con la flemma infastidita di un pachiderma che spazza via un moscerino, ma quel tanto bastava a farlo tornare in sé e smettere con le botte, almeno per il momento.
Le cose però erano peggiorate in fretta, e presto la donna era finita all'ospedale per la prima volta. Aveva raccontato di essere caduta mentre cercava di prendere delle coperte da un ripiano in alto dell'armadio. Al pronto soccorso ci avevano creduto, o almeno avevano finto di farlo.

Il bambino aveva paura di lui, e questo faceva imbestialire l'uomo. Era suo figlio, voler bene al proprio padre era suo dovere, niente da discutere. Questo gli ripeteva ogni volta che si avvicinava e il ragazzino tremava con gli occhi sbarrati.
Era così terrorizzato che la madre gli aveva insegnato una filastrocca per calmarsi. Un giorno l'uomo li aveva sorpresi seduti sul divano con succo di frutta e biscotti al cioccolato, mentre lei gliela stava canticchiando:
«Svolazza sopra il prato una farfalla blu
mi ruba la paura e non me la ridà più
il vento si fa forte, la notte è fredda e scura
ma sono un bimbo grande e non ho più paura.»
La donna aveva la voce di un angelo, eppure vedere quella scena, quel giorno, aveva scatenato in lui la più feroce delle bestie.
Ne parlarono tutti i giornali, di ciò che accadde quel pomeriggio, anche qualche notiziario alla TV nazionale. Dopo l'episodio il bambino passò da una famiglia affidataria all'altra fino alla maggiore età; lui e l'uomo non si rividero mai più.
Nessuno dei due seppe mai che fine aveva fatto l'altro.

* * *

Il vecchio si stende sul lettino. Gli legano braccia e gambe con una lentezza esasperante. Gli chiedono le sue ultime parole, ma lui fa cenno di no con la testa. Vuole solo che finisca tutto in fretta. Da un'apertura nel muro fanno uscire un tubicino che infilano nella sua pelle sottile come carta velina; lui non sente niente.
Il direttore si toglie gli occhiali, forse è un segno di via libera per chi aspetta al di là di quel buco nella parete.
Il vecchio chiude gli occhi e mormora tra sé, a voce quasi impercettibile, i versi di una filastrocca. Non se li ricorda molto bene, sono passati tanti anni da quando sua madre gliel'ha insegnata, ma parlano di un prato, un bambino e una farfalla blu.

Cinzia Piantoni

* La torta di mele (o apple pie) è una delle icone culturali degli Stati Uniti, simbolo di prosperità e orgoglio nazionale, tanto da essere usata nel modo di dire “as American as apple pie” (“americano come una torta di mele”). Il piatto viene commemorato anche nella frase “for Mom and apple pie” (“per la mamma e la torta di mele”) che sarebbe la risposta supposta data da un soldato americano a un giornalista che gli chiedeva cosa lo spingesse ad andare in guerra.