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Rivista Anarchica Online






Giovanni Ruffino
Qualche scomposta nota in ricordo di un grande musicista e amico

Non gli ho mai chiesto se era anarchico, ma penso di non fargli alcun torto se lo definisco uno spirito indubitabilmente libertario. Giovanni Ruffino è morto il 22 maggio scorso scivolando fra le sue montagne pinerolesi.
Era un gran chitarrista, un gran musicista, un artista eccellente. E come purtroppo testimonia la sua fine a soli 52 anni, era anche un uomo dei suoi monti, tanto da aver gestito per un periodo un rifugio, e da non rinunciare alle sue passeggiate per i bricchi più impervi. Era un uomo emotivo e caustico, di parole misurate e profonde, quasi sempre intinte nel dolce veleno dell'ironia. Era anche capace di grandi scoppi di collera e di capricci da bambino: un bambino grande e grosso, una sorta di orso di montagna che offriva a chiunque il proprio miele, ma che non era mai disponibile a svendersi. Era anche un uomo di grande generosità, anzi in certi momenti di vera e propria prodigalità, pur possedendo pochissimo ed essendo morto sostanzialmente in bolletta... ma essendo un musicista questo di questi tempi non stupisce nessuno. Eppure dovremmo tenerceli più cari questi animali rari e non addomesticabili che sono gli artisti innamorati del proprio lavoro più che dei propri guadagni.

Le sue “Vie traverse”

Giovanni Ruffino lo avevo intravisto quando suonava il contrabbasso con l'amica Valeria Tron, poi avevo incrociato le “Vie traverse”, il gruppo brassensiano in cui collaborava con un altro caro amico cantautore, Giovanni Battaglino. Tutti loro mi avevano parlato con un misto di timore e rispetto di questo musicista eccellente dal carattere impossibile. Era difficile non litigarci con Ruffino, ma era anche impossibile smettere di volergli bene.
Si era infine presentato a un mio concerto, proprio in un rifugio alpino, e quando a un'ora tardissima tutto sembrava finito, si era impadronito della mia chitarra e aveva cominciato a suonare e cantare a oltranza, fino a che non avevamo tutti più alcol che sangue nelle vene. Mentre noi ci accingevamo a dormire, Ruffino era scomparso all'improvviso senza salutare, dimenticandosi il portafogli sotto la chitarra: una specie di quadro simbolico della sua esistenza.
Quella che però potrei chiamare “la nostra amicizia” è nata sulla scorta di un malinteso: una comune amica mi aveva riferito che Giovanni aveva espresso pareri non proprio entusiasti sulle mie canzoni, io me l'ero legata al dito (la permalosità in me è un difetto secondo solo alla mancanza di modestia). Qualche mese dopo proprio lui mi aveva chiamato proponendomi una collaborazione: “Ma non ti facevano schifo le mie canzoni?”, gli ho detto, “Macché” ha risposto “ti invidio un sacco di cose, come la voce e le parole... sul piano armonico però ti dico onestamente che io so fare di meglio, e sul piano chitarristico di molto meglio!”. Davanti a tanta reciproca franchezza la situazione si è sciolta, ci siamo messi a ridere e siamo diventati fratelli.
L'uomo che poteva dire tre parole in tre sere, poteva anche farti telefonate fiume che duravano quanto i miei chilometri di passeggiata sul naviglio (in su e poi in giù) per parlare della situazione della Val di Susa. Proprio all'osteria la Credenza di Bussoleno (luogo di ritrovo dei No Tav, per anni gestito da Nicoletta Dosio e Silvano Giai) mi fece una visita e partecipò a un mio concerto di solidarietà con le lotte. In quell'occasione decidemmo di organizzare assieme una bella festa musicale a Torino per gli 85 anni di Fausto Amodei, decano dei cantautori in rivolta e dei traduttori di Brassens. La festa la si fece il giugno scorso e fu memorabile e commovente.

Il suo Brassens era strepitoso

La rivisitazione del repertorio di Brassens era forse l'impegno professionale cui Giovanni si era maggiormente dedicato, con un certo successo anche in Francia, e devo dire che il suo Brassens era strepitoso: del tutto aderente al modello, del tutto naturale in bocca all'inteprete, un equilibrio magico come raramente ne ho sentiti. Non voglio esagerare, ma a me il suo Brassens, eseguito con grandissimo rigore, dava l'impressione di dirmi qualcosa di nuovo di canzoni che conoscevo perfettamente. Mi dispiace un po' però che questo impegno abbia oscurato le sue proprie canzoni raffinatissime.
Proprio a Brassens abbiamo dedicato gli ultimi sei mesi di (rari) incontri e di interminabili chiacchierate telefoniche. Il 2021 sarà il centesimo anniversario della nascita e il quarantesimo della morte del grande Georges: avevamo grandi progetti.
Poi, nel pieno della clausura della pandemia, mi è arrivata la doccia gelata, crudele e definitiva come un tradimento: Ruffino è caduto, come un soldato dell'ultima trincea. Però io in fondo in fondo sospetto che sia andato a verificare certune finezze armoniche delle canzoni di Brassens direttamente col titolare, ma che torni in tempo per questo anniversario cui teneva tanto. Staremo a vedere, tenendo la chitarra ben accordata.

Alessio Lega