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Rivista Anarchica Online





Anarchici e socialisti a fine Ottocento/
Le passioni, i sentimenti, le emozioni e l'immaginario

Elena Papadia, “storica dei sentimenti” più che storica dell'anarchismo o del socialismo, con una forma narrativa accattivante e basandosi anche su fonti primarie – epistolari, diari, memorie autobiografiche, ecc. – si dimostra capace di condurre il lettore in uno straordinario itinerario, “mentale” e intimo, nei meandri più reconditi dell'ethos dei rivoluzionari (La forza dei sentimenti. Anarchici e socialisti in Italia (1870-1900), Il Mulino, Bologna 2019, pp. 280, € 25,00). Rivoluzionari che, in quell'epoca di transizioni verso la modernità, difficile ma colma di speranze, stanno giocando, è il caso di dire, la loro “scommessa esistenziale”. È così che nel racconto storico entrano in campo fattori in apparenza extrapolitici, un tempo ingiustamente trascurati: e sono, appunto, le passioni, i sentimenti, le emozioni e l'immaginario.
È dunque, non solo possibile ma necessario, nutrire il processo storico attraverso questi parametri, cogliendone l'incidenza sociale e politica, fra continuità e cambiamento, articolandone mappe e sequenze, individuandone le specifiche dimensioni di genere, culturali, ecc. A ben vedere tale contemporanea linea di tendenza dell'indagine ha una propria genealogia nelle correnti a suo tempo gemmate dal vigoroso tronco delle cosiddetta Nouvelle histoire e, prima ancora, dalla nascita e dall'influenza delle «Annales» (“All'inizio della storia delle emozioni c'è un solo uomo, Lucien Febvre”). Da evidenziare anche, per quanto attiene le fonti di letteratura consultate per il presente studio, il giusto merito che viene riconosciuto alla storiografia sull'anarchismo che, negli ultimi decenni e nel solco dell'insegnamento di maestri come Pier Carlo Masini, ha fatto da precursore per tale indirizzo: con le sue forti aperture a questi approcci, biografici soprattutto e anche generazionali, e “per il peso maggiore [assegnato] alla volontà individuale e alle scelte morali come fattori del processo storico” (p. 12). Ciò, si deve dire, a prescindere dalla compulsa, a nostro parere non esaustiva, di queste stesse opere da parte dell'autrice.
Il volume si struttura in sei densi capitoli. Il primo (In famiglia) affronta il tema del nesso fra scelte individuali radicali e contesti familiari, cruciale sempre quando ci si addentra nello studio di quelle generazioni di rivoluzionari che hanno profuso le loro militanze negli snodi epocali moderni e contemporanei. Stabilendo così una chiara dicotomia tra eredi delle ribelli cospirazioni dei padri – perché in Italia anarchismo e socialismo sono un'evidente filiazione della sinistra risorgimentale – e “spostati”, ossia di coloro che compiono il loro primo passo conflittuale rinnegando invece la potestà parentale.
Nel secondo capitolo (La famiglia al femminile), a riprova di come sia considerata basilare l'analisi di questo corpo sociale intermedio per lo scavo dell'ethos individuale sovversivo, si indagano ancora le relazioni familiari ma con una visuale di genere. Ad esempio: padri mangiapreti versus madri baciapile è l'archetipo antropologico che ha accompagnato, sul lungo periodo, la storia politica e sociale italiana. Ma c'è anche, di contro, la “simbiosi affettiva” di figlie e sorelle. “Cresciute generalmente in una zona di depoliticizzazione, testimoni silenziose degli ardori e delle imprese dei maschi della famiglia, le sorelle veneravano i fratelli e spesso soccombevano alle loro esigenze di cavalieri dell'ideale...” (pp. 70-71).
Il terzo capitolo (Ragione, finzione, cuore) attiene ai processi di acculturazione proletaria e alla «capacità della letteratura di cambiare lo sguardo sul mondo» (p. 85), focalizzandosi sugli orizzonti emotivi che si creano non solo su libri e giornali, ma anche nell'ambito della socialità operaia, nei luoghi e nei momenti topici della comunicazione e delle sollecitazioni emotive, come comizi, conferenze, teatro popolare o magari nei canti ribelli intonati all'osteria e nelle bettole. È l'epoca degli “scrittori militanti”.
Il quarto capitolo (Sull'amicizia) riguarda il fenomeno della convergenza ideale, e romantica, nelle sue varie forme e situazioni: si va dagli studenti universitari engagés alla rete amicale e di compagni. Il metodo di indagine utilizzato è quello, fruttuoso, dello studio delle evidenze relazionali attraverso una network analysis basata su fonti primarie. Viene poi raffigurato, insieme all'immaginario nella coppia contrapposta compagno e/o fratello versus nemico, quello più complesso di “traditore”, o ex che dir si voglia, attraverso casi esemplari abbastanza noti.
Il capitolo quinto (Sull'amore) prende le mosse dall'altruismo, in quanto attitudine e senso etico, cifra dell'anarchismo di Errico Malatesta come dell'umanesimo socialista dei vari Turati, Merlino e Prampolini; perché l'infelicità, nell'interpretazione del comunardo Benoît Malon, “è esattamente il grumo di dolore da cui nasce il socialismo” (pp. 177-189). Pietro Gori e Domela Nieuwenhuis, ma anche il Leopardi della Ginestra, oppure Pascoli, Ada Negri (poi diventata fascista e nel 1943 repubblichina): le connessioni letterarie richiamano interpretazioni convincenti su quale sia stato il profilo antropologico-culturale del milieu rivoluzionario italiano, con buona pace dell'esegesi veteromarxista.
Il sesto e ultimo capitolo (Sull'odio), dedicato all'immagine del nemico e al problema della violenza politica, racchiude in poche pagine un tema storiograficamente emergente che avrebbe invece meritato più spazio e più riferimenti. Utile alla lettura è il Prologo; si tratta in realtà di una breve cronologia che però si ferma al 1872 (invece che al 1900, terminus ad quem enunciato nel titolo).
In un irresistibile viaggio, tra le scienze storiche e le scienze della vita, le pagine della Papadia ci propongono, con stile convincente, uno sguardo altro sul sovversivismo tardo-ottocentesco, inteso quale comunità emotiva.

Giorgio Sacchetti



Un'epopea anarchica/
Letture per tempi difficili

Mi ha sempre affascinato l'agire delle persone e dei movimenti nei momenti difficili. Cosa si fa quando ci si sente soli, in un contesto che si percepisce in gran parte ostile? È una sensazione che la maggior parte delle lettrici e dei lettori di questa rivista, immagino, abbiano provato almeno qualche volta. Vivendo nella bassa padana più profonda, devo ammettere che conosco molto bene questa sensazione. Ma non è solo una questione di prossimità esistenziale, per così dire. Piuttosto che contemplare i “fasti” del passato, ho sempre trovato più stimolante capire le ragioni delle crisi, delle situazioni difficili del passato stesso, analizzare le risposte e le vie d'uscita progettate.
Questi pensieri si sono confrontati con la lettura di La cavalcata anonima di Louis Mercier Vega (elèuthera, 2019, pp. 176 € 15,00). Figura di militante e intellettuale morto suicida nel 1977, in questo volume Vega ci propone un racconto autobiografico che, secondo me, offre due livelli di lettura. Di primo acchito, si tratta di un romanzo. La narrazione si apre nel settembre 1939: Hitler ha invaso la Polonia dopo essersi accordato con Stalin (il famigerato patto Molotov-Ribbentrop) all'indomani della tragica sconfitta della rivoluzione spagnola. All'epoca, Marsiglia è un porto pericoloso per i rifugiati politici in fuga da mezza Europa: italiani dal fascismo, tedeschi dal nazismo, tutti dalla Spagna di Franco.
«Ogni militante si giocava la sua libertà nell'immediato, e più di uno si giocava anche la pelle», scrive Vega, in un paese che era diventato «una gabbia all'interno di una più grande gabbia europea che si stava richiudendo», trasformando Marsiglia in una «trappola per topi» (p. 20). Su questo sfondo si muovono Parrain e Danton, i due alter ego di Vega, giovani disertori francesi e reduci della guerra civile spagnola di tutte le nazionalità ed età, ciascuno alla ricerca di buoni documenti, ciascuno dubbioso se rimanere e fare il possibile rischiando tutto o espatriare, in cerca di un nuovo approdo, magari più sicuro.
Questa è la scelta compiuta da Parrain e Danton che, via Bruxelles, riescono a imbarcarsi insieme ad altri compagni su una nave verso l'America Latina. Iniziano così i due capitoli centrali del libro, che mi hanno ricordato per certi versi La nave morta di Ben Traven, un bellissimo romanzo che contiene in sé una critica radicale alla logica dei confini nazionali. Nel corso della navigazione, ogni personaggio condivide con gli altri un proprio frammento di vita, sempre a cavallo tra l'ironia e la malinconia (il mio preferito è il racconto di Bob la Boulange su come scovare antinazisti... nel più grande bordello di Parigi!).
Dopo essere approdati a Rosario, il gruppo si divide. Danton e Parrain finiscono a Buenos Aires dove partecipano alle attività di un gruppo anarchico internazionale. Nel 1940 le loro strade si separano: Parrain continua il suo cammino approdando a Santiago del Cile, Danton si arruola in Forces Libres per andare a combattere il nazismo (la scelta effettivamente compiuta da Vega).
Fin qui il piano del racconto. Al suo fianco, dal mio punto di vista, si schiude però un secondo piano, che interessa le vicende e il pensiero dell'anarchismo novecentesco. Ho trovato insomma La cavalcata anonima non solo un bel racconto, ma anche un affascinante e sofferto spaccato dell'anarchismo davanti a uno dei più drammatici passaggi della sua storia: dissanguato dalla sconfitta subita in Spagna e davanti alle avvisaglie della Seconda guerra mondiale, viveva in un mondo stretto tra due blocchi contrapposti, pressoché privo di alleati e circondato da nemici.
In questa congiuntura l'anarchismo internazionale si divise tra chi assegnava la priorità alla sconfitta di Hitler e chi invece anteponeva la fedeltà a se stessi. È un dibattito, quello sulla Seconda guerra mondiale, importante quanto quello scatenato dal conflitto precedente e che solleva problemi immani: la questione della coerenza mezzi/fini, il ruolo dell'azione diretta in un momento in cui gli spazi di agibilità andavano inesorabilmente chiudendosi («Ci sono periodi in cui non si riesce a cambiare le cose. È meglio metterselo in testa, invece di nascondere l'impotenza dietro gesti inutili, o peggio ancora imbarcarsi su una nave che non è la nostra», p. 110), il rapporto con le altre correnti nel quadro dell'antifascismo, il discorso sull'organizzazione.
Oltre a questi aspetti, il libro di Vega è una fotografia del mileu (p. 104) anarchico, uno spaccato di questa «famiglia (...) in perenne movimento» (p. 118). In una discussione tra i due alter ego di Vega e un certo Raco (una delle più interessanti insieme a quelle con Duque, nome dietro il quale si nasconde l'anarchico Jacobo Prince), Parrain afferma con un misto di malinconia e di orgoglio che «l'Internazionale esiste. E siamo noi (...) sono perfettamente consapevole della portata miserevole delle nostre azioni. So che non contiamo granché (...). Ma noi non siamo né stati maggiori, né tantomeno tecnocrati destinati a guidare il mondo verso il socialismo con un regolo calcolatore o una procedura infallibile. Siamo militanti che vogliono mettere nella pratica, nei limiti del possibile, il socialismo e l'internazionalismo» (pp. 118-119). Sono parole che chiariscono il luogo, l'attitudine che continuava a vivere in un movimento stretto in una morsa mortale.
La cavalcata anonima fa quindi riemergere volti e vicende di rifugiati, di militanti «picchiati, insultati, schiacciati e abbandonati» (p. 119), eppure sempre disposti a stringere reti, a dare vita a proteste e manifestazioni, a prendere le difese degli ultimi, poco importa il continente in cui si trovano. È un libro che emoziona, che racconta (senza volerlo) un'epopea, sempre con uno sguardo ironico, scettico, che stempera i drammi, che strappa un sorriso, che incoraggia a rimanere lucidi e a non perdere la volontà anche nelle circostanze più drammatiche.

David Bernardini



Tra distopia e realtà/
Minuscole ribellioni e grandi autoritarismi

Quando, ai primi di marzo, è iniziata la quarantena anche dalle mie parti, mi sono ripromessa di leggere tanto.
Avendo abitualmente poco tempo, avevo accumulato una serie notevolissima di arretrati di generi diversi: saggi, romanzi, biografie, racconti, poesie. Avevo voglia e bisogno di leggere di tutto un po', non solo perché mi piace, ma anche e soprattutto per far girare la mente e toglierla da quel tragico e asfissiante elenco quotidiano di numeri e dati.
Mi ero autoimposta un'unica condizione: non avrei letto nulla di distopico, che tale mi pareva già a sufficienza la realtà.
Il racconto dell'ancella (Margaret Atwood, Ponte alle Grazie, Milano 2017, pp. 400, € 15,00) giaceva sul mio comodino da qualche mese; regalatomi da un'amica che invano aveva tentato di convincermi a guardare la serie TV, divenuta un cult nel genere dalla sua uscita nel 2017, aspettava il mio tempo in compagnia di altri libri. Ma trattandosi, appunto, di romanzo distopico, no, non lo avrebbe avuto nemmeno stavolta.
Quella sera ero andata a letto tormentata da un cattivo pensiero che riguardava la cosiddetta normalità. Quella dello stranissimo mese di aprile, ma anche quella di prima del virus. La domanda martellante, torna tutto come prima o resta tutto come adesso, poi quella bellissima frase che girava sul web e diceva che non vogliamo tornare alla normalità perché la normalità è il problema, ma come tutte le frasi ripetute troppe volte diventava infine uno slogan e perdeva di significato e mi lasciava più confusa del “normale”. Così decisi di fare quel famoso giochino, aprire un libro in una pagina a caso e leggere la prima frase che capita sotto gli occhi.
La normalità, diceva zia Lydia, significa ciò a cui si è abituati. Se qualcosa potrà non sembrare normale al momento, dopo un po' di tempo lo sarà. Diventerà normale.
Già.
Tutto può diventare normale, anche le cose che ci sembrano strane. La pandemia può essere (stata?) un'orrenda realtà, oppure al contrario un'invenzione funzionale al sistema, può essere successa o essere stata creata ad hoc, finire o durare, ma tutto questo non ha in fondo così tanta importanza. Importa invece quanto io, quanto noi, ci abituiamo alle situazioni, alle regole, alle emergenze o a quella che consideriamo appunto normalità, tanto da non riconoscerne più i limiti le devianze e le tragedie.
D'altronde è stato sempre così nella Storia. Ci si è abituati, in massa, ai regimi più impensabili e alle situazioni più agghiaccianti. Ai proclami degli uni e degli altri. Alle leggi e ai dettami religiosi.
Ai nostri nonni sembrava normale Mussolini. In Argentina sembrava normale che le persone sparissero a mucchi durante il regime. In Sudafrica era normale l'apartheid. Negli Stati Uniti del 2020 è normale per un uomo soffocarne un altro tenendo le mani in tasca, conservando l'espressione più normale del mondo.
Se ripeti una bugia per un milione di volte, questa diventa verità. Forse non è Goebbels l'autore del famoso detto che alcuni attribuiscono addirittura ad Aristofane, duemila anni prima. Anche se al ministro della propaganda nazista va riconosciuta l'estrema efficacia nell'applicarlo. Ma vale mica solo per il virus, il detto è applicabile a moltissime situazioni che hanno a che fare con i comportamenti e la vita sociale, di una piccola collettività come di una grande nazione.
Certo non vale per tutto; non vale, ad esempio, per la scienza. Non si può postulare qualcosa come veritiero se non ci sono delle prove fisiche o teoriche a testimoniarlo. Peccato che alla scienza, per postulare, occorre tempo, e nelle emergenze il tempo non c'è.
Ecco dunque che alla scienza si sovrappone il caos, gli interessi di questi e di quelli, l'informazione superficiale dove la caccia alle bufale è divenuta attività primaria, l'ego da “primadonna” di certi virologi, epidemiologi e compagnia cantante.
Scritto nel 1985, Il racconto dell'ancella è ambientato in un futuro prossimo, quindi praticamente adesso, in una teocrazia totalitaria che ha rovesciato il governo e preso il potere nel nord degli Stati Uniti.
Ispirandosi ai grandi romanzi distopici del '900, da 1984 a Il mondo nuovo e Fahrenheit 451, ma anche raccogliendo e studiando documentazione e testimonianze su fatti avvenuti e comportamenti umani messi in pratica in altre epoche o paesi, Margaret Atwood indaga sulla condizione femminile estrema, la totale sottomissione della donna, con le funzioni riproduttive al servizio del sistema, le altre funzioni basiche a disposizione del padrone e della sua corte.
Su un pianeta – proprio il nostro, mica uno lontano da noi – inquinato e radioattivo, dove il malcontento serpeggia tra la popolazione, si insedia la “Repubblica di Gilead”, regime di ispirazione biblica vetero-testamentaria.
Dichiarate illegali le altre religioni, i matrimoni al di fuori della Chiesa, la lettura per le donne; esiliati o uccisi i ribelli; eliminate le “nondonne”, quelle non fertili o troppo anziane, private le altre di ogni bene, diritto e libertà.
Il vertice della piramide sociale è rappresentato dai Comandanti, gerarchi e depositari del potere.
La protagonista, nome d'arte Difred a segnare l'appartenenza a qualcuno (Di-Fred), che prima conviveva con un uomo divorziato e da lui aveva avuto una bimba, è costretta nel nuovo regime al ruolo di “ancella”, schiava sessuale di un Comandante.
Vi sono altre categorie sociali nel romanzo: le serve, dette Marte, gli Occhi, membri dei servizi segreti, i Custodi, a cui sono negati i rapporti con le donne, gli Angeli, ossia i militari, le Mogli dei Comandanti e degli Angeli, le Zie, arcigne guardiane del rigore morale, le Economogli, sposate a uomini di basso ceto sociale.
In questa nuova vita, se così la si può definire, Difred punta alla mera sopravvivenza, dettata anche dalla speranza di avere prima o poi notizie della figlia.
In quanto ancella, l'unico mezzo per ottenere una certa considerazione sociale è sperare di avere un figlio da un Comandante; subendo per di più gli atteggiamenti gelosi e invidiosi delle Mogli e delle Marte. Perché uno dei punti di forza di questa organizzazione patriarcale è sicuramente l'ostilità che ogni categoria di donne mette in atto verso le altre, dato che ad ognuna di loro è negato tutto, fuorché il ruolo assegnato dal regime.
Nel caso di Difred, la situazione è complicata dal fatto che il suo Comandante è sterile, non è mai riuscito a procreare con nessuna delle ancelle precedenti.
La Moglie lo sa, ma non può ammetterlo pubblicamente, poiché secondo l'interpretazione biblica solo alla donna e non all'uomo può essere imputata la sterilità.
Questa condizione dà il via alla trama del romanzo, fatta di tradimenti, inganni, sorellanze clandestine e infine la fuga; però non è la trama a rimanere impressa al termine della lettura, quanto la descrizione di questo mondo distopico resa con una scrittura asciutta e cruda, poco empatica, eppure intrisa di un'emotività che stavolta non deriva dallo stile, ma dalla consapevolezza.
Consapevolezza del fatto che Gilead non è così lontano. Non è così distopico. E che forse il virus riesce a farcelo vedere con più chiarezza.
In questo mondo regolato e asettico, gli istinti perversi, la carne, le pruriginose voglie represse, così come al contrario i gesti generosi, la sorellanza, in rarissimi momenti persino la tenerezza, emergono improvvisi, in tutto ciò che ufficialmente è vietato: nei bordelli, nei letti degli amanti, nei movimenti clandestini.
Il romanzo termina con un epilogo ambientato circa due secoli dopo, in una specie di simposio tenutosi nel 2195, durante il quale emergono testimonianze della vita di Difred. Si tratta di registrazioni che chiudono il romanzo lasciandolo aperto, perchè l'esistenza delle registrazioni suggerisce che la protagonista sia fuggita con l'aiuto di Nick, il suo custode-amante; ma non si sa se sia stata in seguito ricatturata, se abbia superato il confine ma abbia mantenuto l'anonimato per evitare ritorsioni contro Nick e la figlia, o se non sia stata capace di riadattarsi alla vita nel mondo fuori da Gilead.
“È un avvenimento, una piccola sfida alle regole, così piccola da non poter essere scoperta, ma questi attimi sono le ricompense che mi offro, come le caramelle che, da bambina, accumulavo in fondo al cassetto. Questi attimi sono possibilità, spiragli”.
A me resta questa certezza, questo piccolo messaggio applicabile al quotidiano.
Le minuscole ribellioni che diventano ragione di vita, aneliti verso rivoluzioni più radicali, promesse di cambiamenti più grandi.
E poi quell'altra certezza, d'ora in poi davvero non leggerò più un romanzo distopico durante una quarantena. Che poi finisce che non distinguo più la distopia dalla realtà.

Claudia Ceretto



Rivoluzione russa/
Diario di guerra e di rivoluzione

“Non c'è figura eminente che non abbia attraversato periodi di fede nella rivoluzione. Per qualche minuto anche nei bolscevichi. Sembrava che da un momento all'altro sarebbero crollate la Germania e l'Inghilterra, e che l'aratro avrebbe cancellato le ormai inutili frontiere. E il cielo si sarebbe ritirato come pergamena che si arrotola. Ma il peso delle abitudini attirava verso il suolo la pietra della vita lanciata orizzontalmente dalla rivoluzione. Il volo si trasformava in caduta.”
La domanda che nasce inevitabile a metà del libro di Viktor Šklovskij (Viaggio sentimentale. Memorie 1917-1922, Adelphi Edizioni, pp. 346, € 22,00) è: “Ma come è possibile che, dopo aver scritto queste pagine, Šklovskij sia non solo rientrato in Russia, ma abbia placidamente attraversato la metodica disinfestazione staliniana?”
La risposta da qualche parte ci sarà, ma ammetto la mia momentanea incapacità a provvederla (anche perché non parlo e non leggo il russo) – e questo resta un interrogativo per il futuro. Sappiamo però che l'autore è morto nel 1986, a 91 anni, vedendo quindi la dipartita di Lenin, di Stalin e anche di Brežnev. Aveva quindi trovato qualche modo per far “dimenticare” queste memorie, risalenti a tanti anni prima.
Nonostante una moderata resistenza personale nell'acquistare e ancor più a recensire testi pubblicati da case editrici pienamente inserite negli ordinari circuiti commerciali (anche se a ognuno sarà palese come Calasso sia immensamente più interessante, per dire, dei proprietari dell'Einaudi), non ho resistito alla tentazione indotta dalla nuova traduzione del diario di guerra e di rivoluzione di Viktor Šklovskij.
Avendo trascorso molto tempo ad occuparmi di un testo – le memorie di Tomasz Parczewski, governatore di Kronštadt nell'estate del 1917 – che descriveva gli stessi anni e, in parte, gli stessi luoghi, non potevo evitare il confronto con una narrazione di identici eventi da un angolo prospettico diverso. Il titolo, dichiarato omaggio a Sterne, potrebbe essere fuorviante, in quanto il coinvolto racconto del letterato combattente diviene, con il trascorrere delle pagine, una specie di trattato involontario sul potere e sull'umana ferocia.
Non quella gelida, organizzata e tecnologizzata del nazionalsocialismo a venire, ma di popoli che sembrano avere come unica via di uscita il sopraffarsi e massacrarsi l'un l'altro fino alle estreme conseguenze. Da precisare che il volume consiste di contributi scritti in momenti e luoghi diversi, poiché la prima parte, La rivoluzione e il fronte, viene terminata nell'agosto del 1919, mentre La scrivania è del 1922, quando lo scrittore, ricercato con zelo dalla Čeka, si trova fuori dalla Russia. Socialrivoluzionario, esperto, oltre che di questioni letterarie, di esplosivi e di mezzi blindati, Šklovskij partecipa alla Rivoluzione di febbraio quando il potere zarista, minato da anni di una guerra disastrosa, si sfalda perdendo qualsiasi autorità sui militari e sul popolo che spontaneamente insorgono contro l'autocrazia, prima a Pietrogrado e poi ovunque.
Come può essere una rivoluzione del genere? Molto disordinata, innanzitutto, ma nei quadretti tragicomici scarnamente delineati già si intravedono gli slittamenti sociali in atto, e quelli che verranno. Mentre le strade ribolliscono lo scrittore si reca da un amico letterato, dove trova un appartamento nel quale: “[...] non ci si muoveva e mancava l'aria, cibo ovunque, una muraglia di fumo, tutti che giocavano a carte e avrebbero continuato a giocare per due giorni di fila. In seguito quest'uomo è diventato – molto presto e con piena convinzione – bolscevico e membro del partito. Così come sono divenuti comunisti quasi tutti quelli che giocavano a quel tavolo. A me però resta ancora nitidamente impressa nella memoria la loro altezzosa ironia nei confronti dei «disordini di strada»”.
Šklovskij non era bolscevico e non faceva parte di quelli che osteggiavano il proseguimento della guerra. Condivideva, viceversa, l'idea che l'“Offensiva Kerenskij” potesse rappresentare la spinta che aprisse le porte della rivoluzione anche alla Germania, e quindi all'Europa intera: “Aveva senso far avanzare truppe del genere? Perché non capivamo che non si poteva combattere con una simile marmaglia al fronte? In parte perché non c'era per noi altra via d'uscita dalla guerra se non una chiara vittoria sulla Germania, vittoria che sola, a nostro avviso, avrebbe potuto scatenare la rivoluzione anche lì.”
Convinzione del tutto infondata, visti gli esiti catastrofici dell'avanzata di un esercito ormai completamente destrutturato e demotivato, durante la quale, nei suoi disperati tentativi di condurre le truppe, l'autore rischia di farsi ammazzare da una pallottola che gli buca la pancia. È solo la prima volta che guarda la morte in faccia, ce ne saranno diverse altre.
La netta percezione dello sfacelo militare e politico che avanza, arrivando al momento cruciale per il futuro della Russia – il tentato putsch di Kornilov dell'estate del 1917 – spinge Šklovskij ad andare il più lontano possibile, ovvero sul fronte persiano dove i russi (e gli inglesi) combattevano l'Impero ottomano.
“I territori occupati dalle nostre truppe erano l'Azerbaigian persiano e parte del Kurdistan. La popolazione era eterogenea: persiani, armeni, tatari, curdi, assiri nestoriani, ebrei. Tutti questi popoli convivevano – abbastanza male – dall'alba dei tempi. Poi erano arrivati i russi e la vita era cambiata. In peggio.”
La graduale destabilizzazione di ogni sistema organizzativo e la distruzione del fragile tessuto produttivo porta a un aumento dell'intolleranza reciproca e della violenza che vede alternarsi guerriglia di tutti contro tutti; e dove all'elenco su riportato si aggiungono georgiani, ungusi, cosacchi, ceceni, coloni e soldati russi, turchi, ucraini.
“Si può immaginare quanto i curdi odiassero i nostri reparti di requisizione, tanto più che molte divisioni si occupavano dell'approvvigionamento alimentare in autonomia, cioè senza alcun controllo. Uno di questi reparti è stato accerchiato dai curdi. Al comandante, un certo Ivanov, che si era difeso a lungo con la sciabola, hanno mozzato la testa e l'hanno data ai bambini perché ci giocassero. I bambini ci hanno giocato per tre settimane.”
Senza enfasi, quasi con meditata e sofferta leggerezza (“Ho una buona memoria. Se non l'avessi, la notte dormirei meglio.”), Šklovskij ci fa il prezioso regalo di rivelare agli ottimisti un lato della natura umana che a volte trascuriamo, con i soldati russi che rivendicano, una volta precipitati tra popoli ferini, di essere diventati belve essi stessi. Tra saccheggi di massa, violenze sulle donne (“[...] quando i nostri facevano irruzione in un villaggio, le donne, per salvarsi dallo stupro, si spalmavano di feci il viso, il petto e il corpo dalla vita alle ginocchia. Ma i soldati le pulivano con degli stracci e le violentavano”), efferatezze incrociate, degrado totale dei reparti (“Quella notte ho inviato a Task un telegramma terrorizzato. «Passati in rassegna i reparti del Kurdistan. In nome della rivoluzione e della dignità umana chiedo il ritiro delle truppe»”) e commerci inqualificabili (“[...] per un fucile davano dai due ai tremila rubli [...] una donna [...] a comprarla per sempre costava quindici rubli usata, quaranta rubli mai usata”), si percorrevano strade i cui margini erano disseminati di ossa, si lottava per la sopravvivenza, per impossessarsi delle poche risorse, per la religione, spazzando via interi villaggi, sterminando legioni di bambini abbandonati alla fame e al freddo. “Per tutto l'Oriente, dall'Irtyš all'Eufrate, si combatteva e ci si ammazzava.”
Poteva essere questo un capolavoro letterario? Sì e no. A tratti Šklovskij dimostra le sue capacità di scrittura, come nell'incipit della seconda parte, quando riflette sul suo ruolo negli eventi e rinnega la scelta di combattere per dare un indirizzo agli eventi: “Quando cadi come una pietra non bisogna pensare, e se pensi non bisogna cadere. Ho confuso due mestieri. Ciò che mi muoveva era al di fuori di me. Ciò che muoveva gli altri era al di fuori di loro. Io sono soltanto una pietra che cade. Una pietra che cade, e cadendo può accendere una lanterna per vedere dove va a finire.”
Ma troppa era l'urgenza di stilare in fretta queste pagine, che a volte sembrano un diario, altre la trascrizione di un'intervista.
Anche la traduzione spesso non aiuta, con scelte discutibili, ad esempio una spiccata avversione per il passato remoto, oppure usando “Tiflis” per indicare una famosa città che in italiano si chiama Tbilisi, aggravando un senso di improvvisazione che era però, con tutta probabilità, inevitabile. Se avesse dovuto sistematizzare il suo racconto, meditarlo, il libro non sarebbe mai arrivato alla pubblicazione, con grave danno per tutti noi. Perché Šklovskij, senza alcuna pretesa di impartire lezioni, documenta una realtà inimmaginabilmente difficile e truce, che forse non piacerà a chi pontifica di popoli orientali con ben chiara l'idea di chi siano (stati) i buoni e chi i cattivi; e forse neppure a chi è convinto che i percorsi di trasformazione siano precisi e ben delineati.
Ma in fondo è sempre così, la realtà si ribella ovunque ai nostri incasellamenti, tortuosa e inafferrabile.

Giuseppe Aiello



Ronchi dei Partigiani (o dei Legionari?)/
Storia di un nome

Il volume Ronchi dei partigiani, toponomastica, odonomastica e onomastica a Ronchi e nella “Venezia Giulia” (edizioni Kappa Vu, Udine 2019, pp. 224, € 14,00) è un'acuta e utilissima provocazione. Il sottotitolo dice che il libro raccoglie gli atti di un convegno svolto nel 2014 a Selz di Ronchi dal titolo “Di cos'è il nome un nome”.
Ecco, la provocazione risiede proprio in questo, nel fatto cioè di sottoporre a critica quello che per i più è naturale e ovvio: i nomi delle strade che percorriamo, dei luoghi dove viviamo, dei monti e dei fiumi, testimoni perenni della nostra esistenza. Se una cosa davamo per scontata era che si chiamassero come avevamo imparato a conoscerli da bambini.
Ricordo che per me scoprire che Poggio Terza Armata non era il vero e unico nome del paesino davanti al quale passavo tutti i giorni e che in realtà il suo nome era, nel migliore dei casi, l'italianizzato Sdraussina o in realtà lo sloveno Zdravščine è stato per me una rivelazione deflagrante, come quando si viene a sapere del tradimento di una persona cara e si intuisce la lunga serie di bugie che lo hanno preceduto.
L'italianizzazione forzata dei nomi fatta dai fascisti ha segnato per sempre la cultura del territorio, il modo di vedere le cose, il senso comune. Non parliamo infatti di un'evoluzione naturale, di un accumularsi di culture stratificate, ma di un reciso colpo di spada, di un atto violento di snazionalizzazione che è entrato come un veleno nel senso comune delle successive generazioni.
Il nazionalismo si inocula così, facendo intendere ai bambini che tutto il paesaggio intorno è italiano e anche oltre confine gli sloveni preferiscono la nostra dolce lingua alla loro e chiamano le cittadine Aidussina, Villa del Nevoso, Salcano, abbandonando le più aspre Ajdovščina, Solkan, Ilirska Bistrica. Ai bambini, almeno a quelli della vecchia generazione, implicitamente veniva insegnato che la superiorità italiana era evidente e naturale. La pistola fumante era il fatto che i grandi letterati e filosofi avevano un nome in parte straniero ma in parte italiano, come Carlo Marx, Federico Hegel, Isacco Newton.
Per quanto riguarda l'odonomastica, Marco Barone ha più volte messo in rilievo il fatto che un goriziano vive in una città in cui i nomi delle strade sono dedicate a battaglie e a generali della prima guerra mondiale, dal comportamento spesso poco onorevole. Non c'è una via a Gorizia che ricordi la Resistenza o il 25 aprile. Essere circondati da una esaltazione così acritica del primo conflitto, dell'inutile strage di centinaia di migliaia di proletari italiani mandati in trincea, non è affatto indifferente alla costruzione del senso comune.
Il volume nasce dal lavoro di un gruppo di ricerca chiamato Ronchi dei Partigiani teso a demistificare e a respingere l'immagine di una cittadina per nulla partecipe dell'impresa del vate – da Ronchi non partì alcun legionario – e che al contrario pagò alla Resistenza, come ricorda Meneghesso, un prezzo altissimo con 168 morti o dispersi tra il 1943 e il 1945 e 53 deportati, di cui 26 non fecero ritorno, su una popolazione di poco più di 8000 abitanti.
Nell'intervista fatta da Barone e Meneghesso a Boris Pahor, il famoso scrittore sloveno afferma che a Ronchi D'Annunzio “salì solamente sulla sua automobile”, dopo aver passato la notte ospite del podestà Alessandro Blasig.
Fin dall'introduzione Luca Meneghesso ci avverte che l'impresa di Fiume altro non fu che un atto violento e colonialista organizzato da Gabriele D'Annunzio nel 1919, per opporsi alla cosiddetta “vittoria mutilata”. Il vate, ferocemente antislavo, che chiamava “luridi croati” e “schiaveria bastarda” i popoli della penisola balcanica – come scrive Marco Barone nel suo saggio in cui mette in evidenza gli scopi nazionalisti e revanscisti dell'impresa fiumana – oggi viene esaltato per la sua carica eversiva e anticonformista, quando i tratti del pensiero di D'Annunzio furono l'imperialismo e il superomismo contigui al fascismo.
Il gruppo di ricerca ha portato a casa l'importante risultato di revocare la cittadinanza onoraria a Benito Mussolini, anche in considerazione della presenza di una componente slovena sul territorio limitrofo.
Sul passato plurilinguistico, sloveno e romanzo del territorio, si sofferma il saggio di Maurizio Puntin, che distingue paesi dove prevaleva la componente slovena come Turriaco e Redipuglia, da quelli dove a prevalere era l'elemento italiano, come Ronchi e Monfalcone, ma in proporzioni tutte ancora da verificare.
Alessandra Kersevan illustra come il termine “Venezia Giulia”, coniato dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli nel 1863, dopo la terza guerra d'Indipendenza e l'acquisizione di terre con una forte componente slovena come le Valli del Natisone, sia stato utile culturalmente e politicamente a sottolineare l'italianità e la romanità di un territorio da sempre abitato da diverse popolazioni. “Venezia Giulia” è dunque un nome che cerca di riportare ad unità la molteplicità delle culture e delle provenienze dei diversi popoli.
Il saggio di Piero Purich, documentato e approfondito, risulta davvero esilarante nella lettura. Con un'ampia carrellata sui mutamenti dei nomi di tante località italiane, ci dimostra la variabilità della toponomastica che si è adattata ai diversi rapporti di forza, al mutamento dei poteri, all'autorità dei potenti con continue captatio benevolentiae dei più forti. È il caso, ad esempio, del paese che diede i natali all'anarchico Giovanni Passannante, attentatore di Umberto I nel 1878. Il comune, per dimostrare la sua vergogna di essere legato al pericoloso delinquente, mutò il suo nome da Salvia di Lucania a Savoia di Lucania.
Lo scrittore Wu Ming 1 evidenzia la rimozione del massacro che fu la prima guerra mondiale con un'opera di monumentalizzazione e di nascondimento delle motivazioni politiche del conflitto. In modo pertinente lo scrittore afferma che togliere da Ronchi il suffisso “dei Legionari” non è una sorta di damnatio memoriae, ma è un gesto che al contrario ristabilisce la verità storica.
Concludono il volume una serie di Appendici utili a comprendere il contesto storico che consentì la costruzione del monumento a D'Annunzio nel limitrofo comune di Monfalcone nel 1960.
Per concludere, il compianto presidente di ANPI Silvano Bacicchi ricostruisce la vera identità di Ronchi come luogo centrale dell'opposizione al fascismo e descrive quello che è stato uno dei primi e dei più importanti eventi della Resistenza italiana: la Battaglia di Gorizia, che vide gli operai del Cantiere marciare a piedi da Selz di Ronchi a Gorizia, nel tentativo di fermare l'occupazione nazista del territorio dopo l'8 settembre.
Lo scontro armato vide italiani e sloveni combattere assieme e fu la data d'inizio di una delle più importanti e interessanti Resistenze europee, dove fu decisiva la volontà di affrontare i conflitti nazionali, che pure esistevano e pesavano nei rapporti tra italiani e sloveni dopo il ventennio fascista.
Una storia difficile, sanguinosa e contraddittoria ma affascinante, che trovò in Ronchi dei Partigiani uno dei luoghi privilegiati del suo compiersi.

Anna di Gianantonio



Mutare per sopravvivere/
Un collettivo in anticipo sui tempi

Storia leggendaria, quella del collettivo Mutoid Waste Company, incarnazione della cultura “cyberpunk” sin dagli anni '80, ancor prima che il termine stesso fosse coniato dall'autore di fantascienza William Gibson. Nell'84, infatti, questi anarcopunk stavano già folgorando Londra e la campagna britannica con feste illegali allestite in scenari degradati, piene di surreali mezzi di locomozione e mostruose creature costruite assemblando rottami e rifiuti, in un mix di musica tribale, body art, performance di teatro radicale in stile Living Theatre, costumi, effetti pirotecnici, sculture e scenografie d'ispirazione techno-punk.
Il mondo dei Mutoid è stata la pietra di volta in cui si sono incontrati la cultura nomade dei traveller, il punk politicizzato di gruppi come i Crass e la mentalità più aperta e festaiola della generazione rave. Nella Londra del Thatcherismo, le loro feste diventano una spina nel fianco dei governi che si succedono fino agli anni '90, quando la repressione, diventata insostenibile, li costringe a oltrepassare la Manica con enormi e scenografici camion per zigzagare in Europa, prima Amsterdam e Berlino, poi Parigi e l'Italia: viaggiavano e occupavano, portando la propria arte in programmi televisivi, gallerie d'arte, rave illegali, manifestazioni di protesta, centri sociali e teatri sperimentali. Il loro immaginario post-apocalittico si è materializzato in posti impensabili come il muro di Berlino, attraverso il quale tentarono di far passare un gigantesco uccello della pace, da Ovest a Est, anticipando la caduta di tre mesi, o piazza San Pietro a Roma, nell'inverno del '91, all'inizio della Guerra del Golfo, dove abbandonarono un carro armato mutoide con il cannone puntato in direzione della finestra del Papa.
Poi, qui in Italia, curarono le scenografie e i costumi della sigla della trasmissione Avanzi, dopo una controversa apparizione in un programma condotto da Raffella Carrà. Parte della Mutoid Waste Company vive oggi a Santarcangelo di Romagna, dove si è stabilita nel 1990 fondando Mutonia, una comune artistica che ha evitato lo sgombero grazie al supporto della comunità locale. La convenzione con il comune firmata nel 2015 riconosce formalmente la loro comunità e il futuro del sito, ma soprattutto dimostra l'importanza di unirsi nelle lotte per “progettare e difendere la realizzazione di un sogno comune”.
Oggi, dopo quasi quarant'anni, i Mutoid portano avanti progetti molto diversificati e le loro creazioni si possono trovare anche in alcune gioiellerie, oltre che nei maggiori festival musicali, dagli Stati Uniti al Giappone, che restano la principale fonte di reddito collegata al mondo delle feste. Nel 2012 a Londra hanno allestito la cerimonia di chiusura delle Paraolimpiadi, ottenendo riconoscimento dalle istituzioni inglesi che vent'anni prima li avevano perseguitati. La loro mirabolante arte ecologica ha ispirato generazioni di creativi e la loro estetica ha fatto scuola, come dimostrano l'esplosione della warehouse art e del fenomeno steampunk, nonché l'affezione di illustri collezionisti delle loro opere, come l'icona dell'arte contemporanea Damien Hirst.
Finalmente è uscito un libro, Mutate or die: in viaggio con la Mutoid Waste Company (Agenzia X, Milano 2020, pp. 222, € 15,00) scritto dall'esordiente Rote Zora, appassionata di body suspension e controculture con formazione in Storia dell'Arte, che racconta nei dettagli questa avvincente storia costellata di colpi di scena, concentrandosi nel far emergere gli aspetti più rivoluzionari e attuali: il ruolo fondamentale delle donne all'interno del collettivo; l'importanza dell'arte del riuso creativo; l'impostazione della performance come azione politica o come esorcismo dalle paranoie collettive; la lungimiranza di una visione votata all'idea di impermanenza e reinvenzione di se stessi, che vede l'incessante mutazione come unica via di sopravvivenza.
Si parla di un'arte del “rifiuto” sia “in termini di strategia esistenziale sia in chiave creativa”. Gli eventi sono narrati in ordine cronologico grazie a un attento lavoro di editing sulle numerose testimonianze raccolte dai protagonisti, con l'aggiunta di una sezione fotografica a colori che restituisce al meglio l'atmosfera retrofuturista.
Le interviste scavano nel profondo, in un magico incrocio di specchi tra le tante voci narranti che rievocano ricordi personali senza mai deviare troppo dal significato collettivo delle esperienze. La scrupolosa e appassionata curatela di Marco Philopat e Paola Mezza, autrice peraltro di molte delle vecchie foto raccolte in appendice, chiude il cerchio di una lunga amicizia con i Mutoid, risalente all'epoca in cui il collettivo italiano “Decoder” suggerì di invitarli nel nostro paese, ovvero quel fatidico 1990 in cui, al Festival dei Teatri di Santarcangelo, nello stile di alcuni episodi narrati nel libro, avvenne questo cruciale incontro tra punk italiani e punk inglesi, destinato a mutare per sempre le rispettive storie e anche quelle di molti di noi.

Tobia D'Onofrio