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Rivista Anarchica Online


società

La città è nuda

del collettivo Off Topic

Culto del profitto e colpevolizzazione dei cittadini. Milano, capoluogo della regione italiana più colpita dalla pandemia di coronavirus, ha risposto così all'emergenza sanitaria e sociale iniziata alla fine di febbraio. Un bilancio di ciò che è accaduto (e sta accadendo) a Milano e in Lombardia.


A inizio febbraio le cronache celebravano il modello Milano e i suoi simboli: moda, design, finanza, eventi, con il loro portato di turisti e investimenti, i fasti delle piattaforme e del modello Airbnb, nuove frontiere della smart city e della presunta sharing economy da sperimentare, nonostante il riflesso delle vicende di Wuhan sul turismo internazionale fosse già presente. La città si muoveva a velocità impensabile; i cantieri per nuovi grattacieli e i progetti di ricostruzione di interi quartieri procedevano spediti, in un contesto di assenza di conflitto e di un'opposizione sociale incisiva e determinante.

La colpa? Dei cittadini

Il 21 febbraio a Codogno il primo caso di Covid-19 nella penisola rende lo scenario imprevedibile; due giorni dopo, il primo contagio a Milano scuote l'opinione pubblica che affronta il primo provvedimento atto a contenere l'epidemia, con l'ordinanza che imponeva le “zone rosse” di Codogno e del Lodigiano e la chiusura dei locali alle 22 in tutta la Regione. Una doccia fredda per Milano, il cui motore è il movimento continuo di persone e capitali; la settimana della moda si svolge con sfilate a porte chiuse. Da quel giorno un'interminabile serie di eventi annullati, il modello Milano si crepa alle fondamenta. Confcommercio, Confindustria e la Giunta milanese appoggiano l'ordinanza, parlano di prudenza, ma senza cedere al panico.
Limitazione dei movimenti e delle attività associative, evitare i momenti ludici, ma non interrompere lavoro e consumi. Questa la linea adottata, riassunta nell'incredibile video #Milanononsiferma. La priorità data a economia e profitti, supportata da autorevoli scienziati per cui il Covid-19 non era che un'influenza, fa crescere la curva dei contagi e impone il lockdown nazionale. A questo punto il mea culpa sarebbe stato doveroso, ma ha prevalso la polemica e la colpevolizzazione dei comportamenti individuali, dei giovani in primis, la loro voglia di socializzare, e dei runner. Sono loro gli imputati, additati a untori dagli stessi che invitavano qualche giorno prima a non cedere alla paura.
A marzo l'epidemia divampa; la mascherina, inizialmente considerata inutile da politici e imprenditori, diviene obbligatoria e indispensabile. Il cambio di rotta è seguito dalla moltiplicazione di casi in RSA e ospedali, che avranno forniture di DPI sufficienti solo dopo un mese. Il Presidente della Regione e l'Assessore alla Sanità, divenuti celebri a livello nazionale, utilizzano la vicenda per continue polemiche con Comuni e Governo (mai con le imprese), ma la loro popolarità è presto sostituita da derisione e rabbia per gli insuccessi e le figuracce. Esemplare la vicenda del Covid Hospital in Fiera: richiesto dall'OMS a una settimana dal primo contagio, aperto presso l'ospedale militare di Baggio e subito chiuso per il diffondersi incontrollato del virus nella struttura, spostato in Fiera, è divenuto il luogo dei party privati con inviti stampa della Giunta regionale. Una realizzazione spettacolarizzata con l'intento di rivaleggiare con l'efficienza cinese e il mito dell'ospedale costruito in pochi giorni (ricordiamo che alcune strutture realizzate nell'emergenza a Wuhan sono crollate causando numerose vittime).
Lo chef Cracco ha cucinato un pranzo ai lavoratori, Berlusconi e altri miliardari hanno finanziato il progetto e Bertolaso (pochi giorni di lavoro, terminati con il ricovero per Covid-19) ha sciorinato discorsi motivazionali ripresi dalla grancassa mediatica. Il Covid Hospital ha aperto a inizio aprile, su 400 posti di terapia intensiva previsti ne sono stati realizzati, forse, una ventina, mai verificati nel loro funzionamento perché gli ospiti totali sono stati poche decine, alcuni dei quali rispediti al Policlinico poiché la struttura mancava di attrezzature e personale. FieraMilano, corresponsabile della vicenda, con i vertici pieni di nomine politiche leghiste, s'è defilata in attesa di chiudere la struttura.
Anche la gestione del lockdown è stata particolare. La corsa di molte imprese, che non hanno mai chiuso, per cambiare il codice ATECO non è stata ostacolata dall'Istituzione. Numerosi i controlli alle persone, assenti o minimi quelli nelle aziende che, in particolare nella bergamasca, hanno contribuito in maniera importante alla diffusione dell'epidemia (la mappa dei contagi è sovrapponibile con quella degli insediamenti produttivi in maniera imbarazzante). Di RSA e gestione ospedali e della mancata zona rossa in bassa Val Seriana si è parlato già in abbondanza altrove.

Paternalismo, droni e polizia

Nel caos della pessima gestione regionale dell'emergenza e con il Governo mai troppo aggressivo nei confronti di Fontana e Gallera, è emersa la figura del Sindaco di Milano. Reo di aver causato il tracollo lombardo con la campagna #Milanononsiferma, poi pentito per non aver compreso l'entità del problema, Sala s'è eretto a voce dei milanesi con dirette web quotidiane. Informa dell'attività dell'amministrazione, offre giudizi paternalistici ai ragazzi che sbagliano, giudica le misure contenute nei provvedimenti nazionali, appoggia i lamenti dei commercianti, riprende a fare quel che faceva prima: vendere l'immagine di una città in perpetuo movimento con una mano al portafoglio e l'altra sullo smartphone.
Emblematico il monito aggressivo “a lavorare” contro la timida ripresa di socialità a fine Fase 1 dell'emergenza. La rubrica, nominata “Buongiorno Milano”, ha occultato ai milanesi le responsabilità del Comune: inefficiente nel trovare alloggi per le quarantene dei positivi al virus per evitare il contagio ai loro familiari (un hotel che ha ospitato solo qualche poliziotto), corresponsabile per le morti nella RSA Trivulzio, invasivo nel controllo delle persone attraverso la Polizia Locale e i droni da questa sguinzagliati. A molti locali è stato concesso di riaprire attività d'asporto al limite dell'esercizio in loco e, a fronte degli assembramenti sui Navigli, ciò che Sala ha rimarcato è l'irresponsabilità dei consumatori, non di chi guadagnava (anche legittimamente, per carità) sul consumo.
Il decoro urbano ai tempi del virus passa dal consumo ordinato, senza assembramenti, senza chiacchiere, senza soste (in tutti i sensi); questo il senso anche dell'ordinanza a vietare la distribuzione degli alcolici da asporto dopo le 19: curare l'immagine, non la salute pubblica.
Il decantato progetto Milano Aiuta deve il successo esclusivamente all'impegno dei volontari che vi hanno partecipato, ma ha escluso da ogni sostegno gli “irregolari” (per esempio gli occupanti di case).
Sul fronte scuola, tante dichiarazioni, ma nessuna iniziativa per riattivare plessi scolastici inutilizzati così da evitare aule affollate, inaccettabili anche nei periodi di normalità. Per non parlare dei centri estivi, affrontati con sufficienza solo quando il Governo ne ha reso possibile l'apertura; un ritardo che mina la possibilità di realizzarli in sicurezza. Che dire poi del fondo di solidarietà nato dalle donazioni della Milano bene, utilizzato quasi esclusivamente per le scuole materne private, mentre quelle comunali non hanno fondi sufficienti per modifiche strutturali a garanzia del servizio educativo in sicurezza?
Dopo quattro mesi, degli assi portanti del modello Milano è rimasta in piedi, fortificata, la smartificazione. Lo smart working ha accentuato il digital divide. Chi ha lavorato da casa non ha perso impiego e reddito, tutelandosi a dovere nei confronti del virus. Gli altri, in genere gli strati più popolari e i precari, hanno pagato in salute o in reddito, sono rimasti senza lavoro o sono ritornati nelle regioni d'origine, se migranti interni, con le fughe da Milano a inizio marzo.
Su gentrificazione e turistificazione il discorso cambia, in particolare sul turismo, dato l'inevitabile decremento dei flussi che rischia di incidere profondamente sulla tenuta del modello. I fabbisogni finanziari e bilancistici del Comune, per far fronte a maggiori spese per welfare e messa in sicurezza di scuole ed edifici comunali, potrebbero causare un'ulteriore spinta a privatizzazioni o concessioni di volumetrie in cambio di oneri d'urbanizzazione, acuendo la crisi della città pubblica e i processi di gentrificazione.
Il modello Milano s'è fondato anche sull'intervento diretto del Comune, ora messo in discussione da nuove priorità e dal buco di bilancio creato da pandemia e Decreto Rilancio (si stimano 500 mln di euro di buco a fronte di 200 mln di aiuti). Questo deficit s'è creato anche per sostenere chi sul modello Milano ha speculato (proprietari di B&B, locali modaioli, ristoranti stellati) e che ora drena risorse necessarie ad affrontare la crescente emergenza sociale.
Quando gli effetti del Decreto Rilancio finiranno, l'Amministrazione comunale dovrà decidere se far pagare la crisi a rendite e profitti, con imposizioni fiscali e patrimoniali, o ai cittadini, tagliando servizi e aumentando i tributi. A meno che il risveglio del conflitto sociale non sappia imporre scelte differenti.

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