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Rivista Anarchica Online





Insurrezione di persone e computer

Quando lavoriamo con un computer diamo per scontata la presenza di una scrivania, una cartella di file, un documento, tutte metafore che ci permettono di interagire con macchine complesse in modo intuitivo. Le interfacce con cui interagiamo sono infatti progettate a partire dalle capacità e dai comportamenti umani, per non frustrarci e rendere più semplici le attività che svolgiamo. La disciplina che si occupa di questo campo si chiama Human-Computer Interaction o HCI, o interazione umano-computer. Nata negli anni '80, l'HCI studia l'interazione tra utenti e computer per progettare nuovi sistemi informatici e interfacce, e interseca diversi ambiti come l'informatica, la psicologia, le scienze cognitive, la sociologia e il design.
Le implicazioni sociali sono ovvie, ma le posizioni esplicitamente politiche sono rare. Tra le questioni più dibattute ci sono: quanto sono inclusive le interfacce, per esempio per persone con disabilità? Quali valori promuovono o incarnano? Qual è la relazione con le differenze sociali? Le ricerche in questo settore sono sempre a cavallo tra l'accademia e l'industria, e molto spesso dietro una finta neutralità si nascondono fini neoliberisti di profitto. Al contrario, in un saggio intitolato Human-Computer Insurrection un gruppo di ricercatrici statunitensi dell'Università di Washington, composto da Os Keyes, Josephine Hoy e Margaret Drouhard, ha proposto un approccio anarchico alla progettazione. L'idea si basa su diversi esempi di HCI post-coloniale e femminista proposti da autrici come Jeffrey e Shaowen Bardzell, Lilly Irani o Luiza Prado de O. Martins, che si battono contro metodi di progettazione “universali” e il modo in cui questi modelli possono innescare nuove forme di oppressione.

Una concezione anarchica della progettazione

Alcuni esempi vengono da comunità che hanno progettato direttamente le proprie interfacce. Sono sistemi pensati e usati per contesti, conoscenze e bisogni specifici. Il progetto Hollaback! è nato con lo scopo di creare uno strumento LGBTIQ collettivo: una piattaforma contro le aggressioni sessiste. I laboratori Community Historians promossi da Sarah Fox, Daniela Rosner e molte altre, ridefiniscono i contesti di progettazione partendo dal basso, per esempio per creare collettivamente mappe online alternative. Il contrario insomma del design progettato in modo individualista da singoli uomini bianchi che cercano “di mantenere il bianco all'apice delle gerarchie globali del lavoro,” come dicono le autrici di Human-Computer Insurrection.
Una concezione anarchica della progettazione deve mettere in discussione non solo il tipo di tecnologie prodotte dal design, ma anche i metodi e gli studi usati nella loro progettazione. Nel saggio si parla di progettare in modo che le comunità abbiano la possibilità di modificare, adattare e riparare direttamente le proprie tecnologie invece di delegare questi compiti. I membri della comunità non sono trattati come partecipanti passivi, ma come “complici,” corresponsabili. Ovviamente questo significa scegliere tecnologie appropriate e open source – a basso costo, eticamente valide e “aperte” – in modo che le comunità possano adattarle alle loro esigenze.

Bisogni definiti dalle comunità

Ma questo non basta. La stessa fase di progettazione deve concentrarsi su bisogni definiti dalle comunità stesse piuttosto che impiegare soluzioni immaginate e progettate altrove. Le autrici precisano: “Al mondo ci sono già troppi esempi di quello che Meredith Broussard chiama tecnosciovinismo – il dispiegamento di soluzioni tecniche contro la volontà o il desiderio delle persone a esse soggette – e quindi dobbiamo essere scettici rispetto a un approccio dall'alto verso il basso. [...] Nel rapporto con le comunità dobbiamo riconoscere la centralità della conoscenza locale nello sviluppo di soluzioni locali”. Un approccio che ricorda il lavoro di Colin Ward e altri teorici anarchici della progettazione in architettura e urbanistica.
Il saggio mette anche in discussione il ruolo dei designer nelle comunità e nell'ambito accademico. Una HCI anarchica richiede che anche questi soggetti svolgano la loro attività in veste di “complici” più che di supervisori. Le autrici citano la scrittrice di fantascienza femminista Ursula Le Guin: per evitare di rafforzare i sistemi di potere e per creare conoscenza condivisa, chi progetta le macchine deve procedere “a mani vuote e con il desiderio di abbattere i muri”.

Triplobit
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