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Rivista Anarchica Online


migrazioni

Odissea 2020

di Giulio D'Errico

I paesi ai bordi dell'Europa sorvegliano gli ingressi. E le violenze che commettono ai confini sono brutali (attacchi con i cani, pestaggi, furti, umiliazioni, vernice spray usata per marcare pelle e capelli). Ma la storia dei nuovi Ulisse resta inascoltata.


Respingimenti – refoulement o push-back in inglese – sono stati una pratica frequente all'interno delle politiche migratorie europee degli ultimi anni. Diverse frontiere, sia interne che esterne, sono state teatro di queste pratiche violente e irregolari, quando allo stesso tempo l'Europa si riempiva la bocca con parole come solidarietà e libertà di movimento.
Secondo una delle definizioni ufficiali, i respingimenti sono una serie di misure statali con le quali le persone migranti sono forzate a tornare indietro oltre il confine dello stato (generalmente immediatamente dopo averlo superato, ma non è sempre il caso), senza alcuna considerazione per le circostanze individuali e senza la possibilità di fare domanda di asilo o protezione internazionale, o di appellarsi contro il respingimento stesso. Sono un pratica illegale, che ignora la proibizione delle espulsioni collettive e il diritto di asilo di ogni individuo.
Sono pratiche che mettono in comune la polizia di frontiera (o, a seconda dei casi, la guardia costiera) francese, svizzera, austriaca, croata, serba, ungherese, greca, maltese e molte altre.

Raccogliere testimonianze

Mentre sui confini del nord Italia queste azioni passano troppo spesso sotto silenzio, attuate con una sorta di soft power – per cui le persone migranti fermate nelle regioni di confine di Austria, Svizzera e Francia sono sistematicamente riportate indietro oltre l'arco alpino – lungo la rotta balcanica i respingimenti acquisiscono caratteristiche molto più violente e brutali.
Oltre a quelli via terra, le guardie costiere operano respingimenti via mare. Già nel 2008-09 la marina italiana riportava migliaia di persone verso la Libia di Gheddafi – azione per cui l'Italia è stata condannata dalla corte europea dei diritti umani. Nell'ultimo anno, la guardia costiera greca è stata autrice di un gran numero di respingimenti dalle isole greche, trainando barche a cui veniva asportato il motore verso le acque turche, sparando ai natanti diretti verso il territorio greco o caricando gruppi appena sbarcati sulle isole su altre barche per forzarli a tornare indietro.
Nel Mediterraneo centrale, di cui in generale troppo poco si riesce a sapere, Malta affida i respingimenti alla flotta commerciale del paese, e insieme all'Italia rifiuta di prestare soccorso, in attesa dell'intervento della cosiddetta guardia costiera libica. Gruppi come Alarm Phone, Aegean Boat Report, Border Violence Monitoring Network o Josoor International Solidarity sono nati negli ultimi anni per documentare queste pratiche e per prestare soccorso alle vittime delle violenze delle varie forze di polizia europee e non.
Il risultato è una vastissima serie di testimonianze che mettono a nudo l'illegalità e l'impunità con cui agiscono le autorità di confine nei confronti dei non-cittadini sia ai margini che nel cuore dell'Europa “solidale e democratica”; effetti calcolati delle politiche migratorie che si innervano dai centri nevralgici di Bruxelles e Strasburgo, riverberano per tutta l'unione, e assumono tutta la loro pratica brutalità nei paesi di confine, ormai relegati al ruolo di serbatoi per popolazioni considerate in eccesso e di guardiani della stabilità europea.
Queste testimonianze sono le esperienze dirette di chi questa violenza l'ha subita. E hanno in comune il fatto di essere sistematicamente ignorate dalle autorità europee. Ignorate le migliaia di persone riportate forzatamente in Italia da Francia, Svizzera e Austria. O in Slovenia dall'Italia. Va peggio a chi si trova al confine con la Croazia, nuovo Cerbero ai cancelli dell'Unione Europea. Non solo le violenze riportate sono fra le più brutali (attacchi con i cani, pestaggi, furti, umiliazioni, vernice spray usata per marcare pelle e capelli...), ma le stesse testimonianze raccolte vengono pubblicamente attaccate da esponenti governativi come fake news e propaganda antigovernativa. Simile a quanto succede in Grecia, dove il governo, nel momento in cui non ha più potuto negare l'operato delle proprie forze di sicurezza, si è lamentato della severità delle leggi europee sui diritti umani. Leggi così severe da impedire un efficace controllo dei confini, senza ripercussioni legali per la polizia. Ripercussioni che – sia chiaro – non sono ad oggi pervenute.

Serbia 2020 - “Il problema è il confine”
foto di No Name Kitchen

Ulisse moderno

Quella che segue è la storia di Ismail (un nome di fantasia per una storia fin troppo comune). Ismail ha subito 15 respingimenti in poco più di 6 mesi. La sua testimonianza è stata raccolta da Josoor International Solidarity, uno dei pochi gruppi attivi sul lato turco del confine terrestre tra Grecia e Turchia.

“Mi hanno deportato brutalmente dalla Grecia alla Turchia nonostante fossi in possesso di un documento legale. Al momento, vivo in Turchia senza alcuno status legale e senza un posto per dormire.
Ho finito la scuola superiore in Afghanistan. Ho continuato a studiare, ma durante il secondo anno ho dovuto interrompere a causa del conflitto, dell'insicurezza e delle minacce di morte. Quando ero ancora in Afghanistan, ho continuato a cercare opportunità di studio. Anche durante il mio periodo in Grecia ho cercato di continuare i miei studi. Sono pronto a lavorare duro per diventare parte di un mondo migliore, e credo che questo cominci dall'educazione.
Non voglio essere rimandato al mio paese perché la mia vita è in pericolo. Ho lasciato il mio paese a causa di continui scontri sanguinosi e problemi per la sicurezza. Mio padre è morto in un attacco suicida quando avevo 18 anni. Da allora la responsabilità per la mia famiglia è caduta sulle mie spalle. Ho seguito corsi di informatica e di lingua inglese e ho insegnato inglese in una scuola pubblica per un anno, e come volontario ai ragazzini del mio quartiere. I talebani mi hanno accusato di promuovere “paganesimo” e “apostasia”. Ho ricevuto lettere di avvertimento in cui mi chiedevano di arruolarmi e combattere con loro contro il governo. Questa è la ragione per cui la mia famiglia ha deciso di farmi lasciare il paese. Più di quattro anni fa.
Ho sofferto la fame, la sete, ho subito ferite gravi, violenze dei trafficanti e della polizia di confine dal primo giorno del mio viaggio, fino a quando sono stato riportato di nuovo in Turchia. Ho perso la vista dal mio occhio sinistro sul confine tra Serbia e Macedonia quando sono caduto nei boschi dopo essere stato picchiato dalla polizia serba.
Ho vissuto in Grecia come richiedente asilo per un anno e mezzo, e ho lavorato per un anno come interprete in un campo profughi. Sono arrivato nella primavera del 2018. Dopo più di un mese in detenzione, mi è stato dato un foglio dalla polizia e sono stato mandato in un campo vicino a Salonicco. Ho vissuto lì, in una tenda, per tre mesi, prima di essere trasferito in un altro campo. Ho iniziato a seguire corsi d'inglese e tedesco e a preparare i miei documenti, cercando un'occasione per continuare a studiare o iniziare a lavorare. Presto ho trovato lavoro come interprete dal persiano, dal dari e dal pashtu. In quei mesi feci la mia prima intervista, ma tutto è estremamente lento e io volevo solo continuare i miei studi.
Ho lasciato la Grecia pochi giorni prima che la mia white card scadesse. È un errore che ho pagato ogni giorno da allora. Ma nessuno sa prevedere il futuro. È facile distinguere tra giusto e sbagliato con il senno di poi. Io pensavo di raggiungere un paese dove poter studiare e cambiare il mio futuro, invece tutto è andato a rotoli. Volevo rinnovare la mia white card, ma il trafficante che conoscevo mi ha convinto che non mi serviva, perché stavo andando in un altro paese. Se avessi saputo cosa sarebbe successo, non sarei mai partito. Il mio obiettivo era raggiungere l'Italia, la mia destinazione finale, dove continuare a studiare e lavorare.

Anch'io ho fatto “il gioco”

Sono arrivato fino in Serbia, ma non sono riuscito a procedere oltre. Ho passato 4 mesi lì, di cui un mese e mezzo in un campo. Poi ho lasciato il campo per “il gioco” (the game, il nome con cui viene chiamato il tentativo di attraversare i confini senza essere scoperti dalla polizia sulla rotta balcanica). Ho provato ad attraversare il confine con la Romania, ma ci hanno arrestato tutti, ci hanno picchiato e preso tutto quello che avevamo. Questo è successo più volte, e ogni volta ci hanno respinto in Serbia. Una volta, la polizia Serba ci prese e ci portò all'altro confine e di lì in Macedonia. Questo era nel marzo 2020. Per molti giorni restammo nei boschi, cercando di tornare in Serbia. La polizia serba ci respine nuovamente e ci picchiò selvaggiamente. Ho perso la vista da un occhio per le botte. Un giorno la polizia macedone ci fermò, ci caricò in un furgone e ci rimandò in Grecia. Su un treno merci raggiunsi Salonicco e cercai di ritornare al campo in cui stavo all'inizio. La polizia Greca mi arrestò a pochi chilometri dal campo. Ci dissero che ci avrebbero dato dei nuovi documenti. Continuavo a dire loro che avevo una white card ma l'avevo persa, gli mostrai la foto del documento sul telefono. Invece di ascoltarmi, presero il telefono e continuarono a ignorarmi. Ci picchiarono di nuovo e presero tutte le nostre cose – soldi, scarpe, borse, tutto.
Poi ci respinsero in Turchia. Rimanemmo al confine per tre giorni e tre notti. La polizia turca ci costrinse a ritornare in territorio greco per due volte, violentemente. Chi pilotava la barca era in abiti civili, ma era l'esercito turco a farci imbarcare a forza. In Grecia, ci separammo. Alcuni cercarono di andare verso Salonicco, ma io e un mio amico andammo verso il primo commissariato che trovammo, per spiegare che la Turchia ci aveva respinti e per capire cosa fare. Invece di ascoltarci, ci picchiarono di nuovo. Ci portarono in un luogo scuro. Di notte, ci caricarono ancora su una barca verso la Turchia. Il giorno seguente fummo arrestati di nuovo dall'esercito turco e forzati a tornare in Grecia, e poi di nuovo in Turchia. Giocavano con noi come fossimo un pallone da calcio.
Alla fine riuscii ad allontanarmi dal confine. Camminai fino a Silivri, 170 km più a est. Da lì presi un taxi – un mio amico aveva ancora qualche soldo – e arrivai a Istanbul. Non mi era rimasto niente, e mi ritrovai a dormire sotto un ponte per due notti, fino a che non incontrai un ragazzo afgano che mi ospitò a casa sua per qualche giorno.

Devo ritenermi fortunato

La mia salute non è buona. La mia vista peggiora di giorno in giorno. Non riesco a dormire per gli incubi, i troppi pensieri, l'ansia e la depressione. Ogni notte vado a letto sperando di riuscire a riposarmi ma non succede mai. I miei amici dicono che urlo nel sonno e digrigno i denti. Non so cosa succederà ancora.
E comunque, devo ancora ritenermi fortunato per la mia salute. Altri non lo sono altrettanto. Un mio caro amico è morto davanti ai miei occhi, in Macedonia, per uno shock elettrico mentre cercava di saltare giù da un treno in corsa. L'ho visto succedere. Era venuto dalla Grecia in Macedonia su un treno merci, nascosto sopra un vagone cisterna. Quando ha cercato di saltare giù, ha toccato un cavo elettrico con la testa. È caduto a terra a peso morto. L'ho preso tra le braccia e tutto il suo corpo era bruciato per lo shock elettrico. Mi sono messo a piangere, ero disperato, che razza di vita è questa? È rimasto in coma per tre giorni e poi è spirato. Riposi in pace. Ad essere onesti, ogni tanto sembra che il mondo voglia costringermi al suicidio...”

Al momento, Ismail vive a Istanbul, grazie al supporto di Josoor International Solidarity. Qui si sta riprendendo dalle ferite e le fatiche degli ultimi 6 mesi e intende presto unirsi al gruppo di attivisti internazionali.

Giulio D'Errico