Rivista Anarchica Online





Scuola/
Contro-storia delle politiche pedagogiche

Una vera e propria contro-storia delle politiche scolastiche italiane che evidenzia il percorso che ha portato la scuola italiana al compimento della sua aziendalizzazione. Questo in estrema sintesi il contenuto del libro di Stefano d'Errico (La scuola distrutta. Trent'anni di svalutazione sistematica dell'educazione pubblica e del paese, Mimesis, Sesto San Giovanni – Mi, 2019, pp. 640, € 30).
Questo minuzioso lavoro di sistemazione e di collegamento tra provvedimenti legislativi nazionali e internazionali, a sostegno di questo processo di trasformazione del sistema scolastico, ci viene illustrato con competenza e precisione lungo le numerose pagine di questo volume.
Il libro, quasi a rimarcare attraverso un gesto esemplare una stagione di disobbedienza sempre più liquefatta, inizia ricordando l'esemplare rifiuto di prestare giuramento allo Stato compiuto dall'anarchico Sandro Galli nel lontano 1975. La sua lotta, esemplare per coerenza, segna, agli occhi di d'Errico, una sorta di spartiacque tra una scuola nella quale insistevano ancora fermenti di innovazione e sperimentazione didattica, dove una visione alta della politica accompagnava anche le lotte e le rivendicazioni sindacali e professionali, e un sistema aziendale e manageriale che risponde a strategie e obiettivi propri di un mercato del lavoro globalizzato e precarizzato all'estremo.
In questa ricostruzione che comincia dalla “Carta dei servizi” dell'allora ministro-industriale Lombardi (1995), passa attraverso Berlinguer, Moratti, Gelmini, Renzi, Fedeli e arriva fino all'epoca pentastellata, si evidenzia la logica comune, anche se declinata apparentemente in modo un po' diverso, che accompagna l'intero percorso e trova appaiati da una medesima strategia politica destra e sinistra, tecnocrati e pseudo-pedagogisti.
Le politiche scolastiche che vengono qui documentate (anche con una dovizia di particolari veramente grande e forse un po' eccessiva) ci restituiscono un quadro d'insieme indispensabile per chiunque voglia capire che cos'è la scuola oggi. Lo sguardo del sindacalista (d'Errico è il segretario nazionale dell'Unicobas) emerge spesso lungo il testo, ma non è corporativo o parzializzante, perché mette insieme competenze specifiche con incursioni politico-pedagogiche che offrono una chiave di lettura ben più complessa e articolata.
La critica serrata alle politiche sindacali di Cgil, Cisl e Uil fanno da sponda agli interventi legislativi della sinistra parlamentare ufficiale che ha contribuito, secondo l'autore, a demolire sistematicamente le migliori tradizioni pedagogiche e didattiche che fino agli anni Settanta hanno caratterizzato la nostra scuola, anche nel confronto con gli altri paesi europei.
Non sfugge a d'Errico una certa critica ad altre formazioni sindacali e politiche, minoritarie e alternative, così come viene denunciata l'inconsistenza e la superficialità delle politiche pentastellate nei riguardi della scuola. Il libro si offre anche alla consultazione avendo al suo interno una copiosa documentazione a suffragio delle tesi contenute. Ricco di dati e di esempi, si presta bene per essere strumento di sostegno a riflessioni ampie ma anche a iniziative di lotta.
Lo sguardo e l'osservazione della storia del sistema scolastico italiano diventa, attraverso l'assunzione del punto di vista dell'insegnante, una vera e propria contro-storia che mette in risalto anche la situazione professionale e umana dell'insegnante, della sua condizione economica e normativa, dei disagi crescenti ed esponenziali subiti sistematicamente attraverso una struttura burocratica e manageriale (soprattutto la figura del preside manager), ormai divenuta triste realtà.

Francesco Codello



Inquieta e ribelle/
Barbara Loden, quella di Wanda

Creatura docile, ma inquieta, misteriosa. E, dunque, per questo decisamente attraente. Esattamente come il personaggio alter ego a cui prestò voce e corpo nel suo unico lungometraggio da regista. Con un budget ridotto al minimo, cinquant'anni fa Barbara Loden – seconda moglie del regista Elia Kazan – girò Wanda in 16 millimetri (poi montato su pellicola). Difficile e problematico, il film venne presentato in anteprima alla 31° Mostra del cinema di Venezia aggiudicandosi il premio Pasinetti per la critica.
Negli Stati Uniti la pellicola non piacque e qualche cinecronista la bollò come “un'operazione di squallido e limitato realismo”. Un coro di critiche piovve pure dalle militanti del movimento delle donne che accusarono l'attrice-regista di aver portato sullo schermo un personaggio troppo subalterno e poco identificabile con uno stereotipo di donna battagliera. Queste le sorti del film all'epoca, col tempo poi Wanda è divenuto un cult-movie: il giudizio delle movimentiste è andato rivedendosi e il personaggio di Wanda è stato eretto a icona di ribellione e autodeterminazione. In Francia Marguerite Duras ne parlerà con entusiasmo in una intervista-colloquio rilasciata alla rivista “Cahiers du cinéma” insieme a Elia Kazan.
Ispirato a un fatto di cronaca, Wanda è il volteggio di una donna che, finita in galera per una rapina, al processo (dove si presenta coi bigodini), ringrazierà il giudice per la pesante pena inflittale. Barbara Loden appare sullo schermo come un'eroina, “si dimostra quella regista-attrice che veramente era e che fino a quel momento non aveva potuto dimostrare”, nonostante avesse precedentemente lavorato sotto la direzione di Kazan in Splendore nell'erba (1961) e sulla scena in Dopo la caduta (1964), opera di Arthur Miller che rivisita il mito della Monroe.
Un talento, insomma, quello della Loden che è rimasto purtroppo nell'ombra, così come il suo nome è stato del tutto dimenticato dopo la morte avvenuta per un tumore a soli 48 anni. Ma una decina di anni fa, in Francia, alla scrittrice Nathalie Legér fu chiesto dal suo editore di cercare poche notizie sulla Loden da poterle inserire in un dizionario. Per lei fu una folgorazione, tant'é che nell'accumulare sempre più documenti e notizie sulla signora Kazan è arrivata a scriverci un libro difficile da definire: un romanzo, una biografia o altro, ma certamente notevole per l'esercizio di una scrittura serrata e “glamoureux”, per lo stile stratificato in cui la parabola della Nostra si specchia nell'inquieta vicenda di Alma Malone (il nome vero di Wanda) e nella vita stessa della Lèger. Tradotto da Tiziana Lo Porto, il volume Suite per Barbara Loden è da poco uscito anche da noi per le edizioni della Nuova Frontiera (Roma 2020, pp. 125, € 15,00).
Nata nel 1932 in South Carolina, la Loden lascerà a 17 anni la casa dei genitori per trasferirsi a New York dove inizierà a guadagnarsi da vivere posando per delle case di moda e ballando nei night. Quando si iscriverà all'Actors Studio la sua vita prenderà una traiettoria non convenzionale su cui si plasmerà un'identità di donna libera, ribelle, creativa e con una testa pensante. Questa crescita di personalità è il prezzo che pagherà con la solitudine e il totale oblio abbattutosi su di lei dopo la prematura scomparsa. Il libro della Léger si propone al lettore come degli “appunti di regia” e con una specifica missione: ripristinare la memoria dell'eroina che sposò il regista di Fronte del porto e Un tram chiamato desiderio.

Mimmo Mastrangelo



Guerra e psiche/
Tornati vivi, ma vinti per sempre

L'avventura bellica della conquista della Libia (1911-1912), che doveva consacrare l'Italia come nazione coloniale, capace di perseguire politiche di potenza e di dominio alla pari delle altre potenze europee, fu, per tanti soldati italiani che vi parteciparono, innanzitutto un'esperienza grave e notevole di disagio psichico, di malessere e alienazione mentale: ne andarono incontro, e ne furono affetti, ignari e impreparati militari impegnati in un fronte sconosciuto e inaspettatamente resistente e difficile. A raccontarlo e a documentarlo, quel poco epico sbarco militare in Libia dal punto di vista delle turbe psichiche che ne riportarono centinaia di giovani fanti, bersaglieri, genieri e artiglieri italiani, è il saggio di Graziano Maimone e Fabio Milazzo pubblicato da Le Monnier (Firenze 2020, pp. 202, € 14,50), con l'efficace e accattivante titolo Deserti della mente. Psichiatria e combattenti nella guerra di Libia 1911-1912.
Esposti a stimoli sensoriali inediti e stranianti, a condizioni climatiche difficilmente sopportabili, a forme non previste di esercizio delle armi (assalti prevalentemente notturni dei combattenti libici) e alle mille insidie di un conflitto pensato come facile, e propagandato come umanitaria avventura civilizzatrice, tanti soldati italiani diventano preda di crisi nevrasteniche, isteriche, depressive. Vengono così ospedalizzati nei campi medici in Libia o inviati nei reparti psichiatrici degli ospedali in Italia, in primis in quelli più vicini alle coste libiche, quello di Catania in particolare.
Qui, la loro storia viene raccolta, catalogata e tradotta in anamnesi e valutazioni cliniche che attestano quasi sempre la presenza di patologie psichiatriche. E il libro dei due storici, Maimone e Milazzo, che contiene numerose cartelle mediche dei soldati italiani in Libia affetti da disturbi psichici – offrendo peraltro una documentata ricostruzione storica del dibattito sull'eziologia e sulle caratteristiche della malattia mentale tra '800 e '900, dominato fortemente dalle istanze innatiste e lombrosiane – mostra come, anche in ambito militare, l'atteggiamento medico è quello di considerare il disturbo psichiatrico come tara ereditaria, come frutto di un'atavica degenerazione fisica e morale che una causa contingente – legata alle difficoltà della guerra – fa emergere, producendo comportamenti devianti e anomali che rendono invalido e inoperoso il soldato che ne è affetto.
Ne conclude in gran parte la psichiatria medica del tempo (allo stato nascente in ambito militare) che non è la guerra in sé, non è l'insensata violenza omicida, né l'incomprensibile motivo per cui bisogna uccidere chi ha “la divisa di un altro colore” che produce la dissociazione e la fuga nell'irreale dei soldati “mattoidi”, ma il loro carattere disturbato, la loro inclinazione a delinquere e a deviare, insomma la loro “naturale” differenza che va trattata e se possibile eliminata (con purificatrici politiche eugenetiche).
Bisognerà aspettare la Grande Guerra, affinché la psichiatria italiana riconosca la “potenza traumatica dell'evento bellico” e, in questo senso, “la guerra di Libia fu un laboratorio psicopatologico di preparazione alla realtà drammatica” del primo conflitto mondiale e le storie che si evincono dalle numerose schede mediche dei ricoverati negli ospedali psichiatrici libici e italiani, inedite e meritoriamente raccolte da Maimone e Milazzo (e sapientemente contestualizzate in un quadro storico-critico dell'Italia del primo novecento e dei modelli medico-scientifici del tempo) – mostrano come “l'impetuosa dimensione della percezione dei soldati e l'incomunicabilità della guerra sono celati nelle pieghe di un massacro interiore, nella devastazione di quei traumi che aleggiano nei deserti della mente di centinaia di fanti tornati vivi ma vinti per sempre”.

Silvestro Livolsi



Poesia, vita solitaria, vagabondaggio/
L'anarchia orfica di Dino Campana

Su Dino Campana si è scritto tanto, ormai. E per fortuna sono lontani gli anni in cui era schernito dall'occhio derisorio della critica che lo voleva matto sì, ma poeta un po' meno. Ora Campana viene letto, studiato, elogiato, e come tutte quelle figure a loro modo “maledette”, mitizzato.
Nato a Marradi, in provincia di Firenze, nel 1885 da Giovanni Campana, maestro elementare, e Francesca Luti, frequentò il liceo classico nel collegio salesiano di Faenza (dove i professori “lo dicevano di un ingegno non comune”) e conseguì la maturità liceale a Torino. Gli anni universitari, passati tra Bologna e Firenze con andirivieni non troppo felici, furono fondamentali sia per la sua formazione culturale che per la tragedia vissuta in seguito, con i continui internamenti nelle “case di salute” a causa delle sue fughe continue – dalla Svizzera alla Francia all'Argentina – e a causa della sua “impulsività brutale” manifestata soprattutto con i genitori.
Un'attitudine alla vita solitaria e al vagabondaggio nei boschi – o sulle montagne – come nelle metropoli europee, o nelle città d'oltreoceano; una figura incollocabile all'interno delle maglie letterarie del tempo: una poesia e una prosa che incarnano un'estrema urgenza, una necessità – primordiale e ultima – di squarciare con forza i tessuti dell'esistenza per arrivare in fondo all'“anima vivente delle cose”.
Questa urgenza irrefrenabile di scavo catastrofico si palesa nelle pagine e nella vicenda stessa dei Canti orfici, finalmente pubblicato nel 1914 – a sue spese – dalla tipografia Ravagli di Marradi, ma risultato di un'estenuante riscrittura “a memoria” del suo manoscritto originario, dal titolo Il più lungo giorno, che andò perduto dai tipi di Lacerba (Ardengo Soffici e Giovanni Papini) prima di essere stampato e ritrovato soltanto dopo la morte del poeta, quarant'anni dopo. Vicenda che a Campana, già particolarmente fragile e sensibile, costò non poche frenesie.
Interessante anche lo spazio che si era guadagnato negli ambienti letterari: pressocché nullo; anzi era deriso e beffato da un'intellighenzia borghese che non lo riteneva un poeta e leggeva nei suoi versi solo il frutto dei deliri di un pazzo. E di questo tragico destino che gli era toccato, Campana certamente ne soffriva. Ma non gli era in alcun modo possibile uniformarsi. Non cercava la bellezza stilistica e non pretendeva di assurgere all'Olimpo dei bravi poeti: nella sua arte cercava la purezza. Forse anche la soluzione dei suoi drammi. Nient'altro.

Dino Campana

Completamente infatuato di Nietzsche, saliva sulle più alte montagne in cerca di quelle “solitudini mistiche” che ritroviamo nel diario dei Canti Orfici, La verna, per poi discenderne carico di una purezza ritrovata, come un moderno Zarathustra: “Si levava la fortezza dello spirito, le enormi rocce gettate in cataste da una legge violenta verso il cielo, pacificate dalla natura prima che le aveva coperte di verdi selve, purificate poi da uno spirito d'amore infinito: la meta che aveva pacificato gli urti dell'ideale che avevano fatto strazio, a cui erano sacre pure supreme commozioni della mia vita”.
È per questo motivo che al “panorama scheletrico del mondo” della città, che apre l'opera, si sostituisce un montano “paesaggio cristiano” che fa da sfondo al suo viaggio e “pellegrinaggio”. E qui la montagna campaniana appare in tutta la sua potenza primordiale, riflettendo a pieno la sua crisi e inscenando sotto gli occhi del poeta un amplesso nietzschiano e liberatorio tra dionisiaco e apollineo.
L'influenza del filosofo tedesco in Campana è scevra da qualsiasi retorica. E la citazione che troviamo sul manoscritto ritrovato de Il più lungo giorno, “E come puro spirito varca il ponte”, riassume pienamente la sua vera e unica aspirazione di una ricerca di un qualcosa che lo portasse ancor di più fuori dai salotti, dai caffè, dai manifesti e dall'imbellettata letteratura da cui si sentiva accerchiato. E anche quel viaggio chiamato amore, un amore sanguigno, con Sibilla Aleramo andava nella stessa direzione.
Sicuramente soffriva, Campana, ma indossava con piacere una fumosa anarchia esistenziale, sognante, e gli abiti larghi di una vita brada da poeta squattrinato senza alcun attaccamento alla famiglia, senza etichette, né al seguito né alla guida di un movimento artistico o di una particolare ideologia (l'ispirazione nietzschiana era per lui più una pulsione cruda e profonda).
“Colui che fu voce ai disperati sogni umani”, recita l'epitaffio sulla sua tomba, “l'alchimista supremo che del dolore ha fatto sangue”, come si autodefinì in una lettera a Papini, e infine apripista involontario di soluzioni poetiche all'avanguardia, Dino Campana, a partire dal 1918, continuò a vivere la sua anarchia orfica nel pieno delle “suggestioni” elettriche nel manicomio di Castel Pulci, dove morì nel 1932.

Poesia facile (di Dino Campana)
Pace non cerco, guerra non sopporto
tranquillo e solo vo pel mondo in sogno
pieno di canti soffocati. Agogno
la nebbia ed il silenzio in un gran porto.
In un gran porto pien di vele lievi
pronte a salpar per l'orizzonte azzurro
dolci ondulando, mentre che il sussurro
del vento passa con accordi brevi.
E quegli accordi il vento se li porta
lontani sopra il mare sconosciuto.
Sogno. La vita è triste ed io son solo.
O quando o quando in un mattino ardente
l'anima mia si sveglierà nel sole
nel sole eterno, libera e fremente?

Alessio Del Rossi



Centri sociali e istituzioni/
Riflessioni da Napoli

Chiunque abbia esperienza nell'autogestione di spazi occupati, conoscerà l'eterno dilemma dei cosiddetti “rapporti” con le istituzioni. Nella galassia del “centrosocialismo”, infatti, alcune dinamiche, al netto di qualche inattesa sorpresa, si ripresentano seguendo un copione visto e rivisto: prima di tutto le istituzioni riconoscono l'utilità sociale o culturale del luogo in questione e procedono con l'allaccio delle utenze; poi chiedono di usare un registratore di cassa, di far compilare una tessera associativa, o magari di aprire un ufficio all'interno dello spazio; a quel punto, perché non accettare un guardiano, visto che potrebbe anche tornare utile? Infine accade persino che ti aggiudichi un finanziamento, cospicuo, peraltro, ma scopri che è erogato da una banca non esattamente in linea con l'etica dello spazio. Dettaglio trascurabile? Chi stabilisce il confine invalicabile? Quando e come un patto di non belligeranza si trasforma in ingerenza nelle delicate dinamiche interne di un collettivo di attivisti?
Non è facile sondare gli equilibri su cui si fonda la gestione di questi spazi e non di rado ci si ritrova ad accettare compromessi, magari per tornaconto, pigrizia o noncuranza. È facile intuire che, il più delle volte, questi non fanno che “normalizzare” l'autogestione neutralizzandone il potenziale controculturale e rivoluzionario.
Di questo e molto altro tratta questo grazioso e agile libello (Quale Deserto Fegato. Note disordinate sulla (irresistibile?) ascesa del benecomunismo napoletano e sulla possibilità di costruire comunità dal basso, di Giuseppe Aiello e Raffaele Paura, La Fiaccola – Candilita Libri, Ragusa-Napoli 2020, pp. 72) che in copertina ritrae un allucinato Totò su un murale dei quartieri spagnoli a Napoli. Perché di Napoli si discute, appunto, in relazione agli spazi occupati, o liberati, che dir si voglia, che il sindaco De Magistris ha “ufficializzato” rendendoli “bene comune”: in particolare dell'Ex-Asilo Filangieri, dalla cui assemblea Giuseppe Aiello ha scelto di allontanarsi per divergenze “riguardo le prospettive politiche e quotidiane”, e Santa Fede Liberata, che invece oggi lo accoglie.
In forma dialogica si sviluppano le interessanti riflessioni dei due attivisti Aiello e Raffaele Paura, seduti al tavolo della cucina di Santa Fede Liberata, prendendo spunto da uno scritto di commiato che l'anno prima Aiello aveva fatto circolare in merito al suo allontanamento dall'Ex-Asilo Filangieri, e muovendosi in un intreccio di “archetipiche” dinamiche assembleari descritte con la tagliente ironia che caratterizza la sua penna.
L'excursus storico traccia nell'800 le origini della tematica dei beni comuni e inevitabilmente, da Malatesta passando per Autonomia Operaia, finisce per dettagliare eventi che hanno fatto la storia di Napoli (ma non solo: si parla di Macao, Teatro Valle Occupato, Urupia, Exarchia...) e dei centri sociali, come Tien'a'ment, Officina 99, 081, Ska (e collettivi come La Ragnatela e Ya Basta!), fino ai giorni nostri con l'EX-OPG occupato che tira fuori dal cilindro addirittura un partito: Potere al Popolo.
È facile intuire come in questa variegata galassia ogni spazio abbia declinato una personale visione politica che può andare incontro a mutazioni con il trascorrere degli anni. Così Aiello si ritrova a interrogare i compagni di assemblea dell'Ex-Asilo: “Perché volete andare in una direzione che faccia diventare istituzionale quello che avete conquistato senza bisogno delle istituzioni?”. Forse, suppone più avanti, perché alcuni hanno “degli interessi personali non dichiarati.” O magari, come sembra suggerire Paura, per le pressioni del Comune: “A un certo punto pareva, e ci sono state tensioni anche qui a Santa Fede, che tutti i posti si sarebbero piegati a questa cosa dell'ufficio comunale in modo da regolarizzare acqua e luce e dovevamo anche accettare il rapporto mensile preventivo sulle attività”.
Quale sia la posizione degli autori emerge chiaramente: “Chiudermi in un ghetto politico distinto tra istituzionali e anti-istituzionali, o rivoluzionari più rivoluzionari e meno rivoluzionari, a me non interessa. [...] Come non ho fatto un collettivo di comunisti così non farò un collettivo di anarchici puri”, spiega Raffaele. “Se estendiamo l'idea di bene comune, di autogestione, a quello che facciamo fuori dalle quattro mura, questa può essere l'arma per evitare la normalizzazione. [...] In questo processo può avere un ruolo importante la costruzione di comunità diffuse sui territori, capace di rompere il progetto di isolamento sociale che questa società porta avanti. [...] Questo tipo di occupazioni, quindi, tendono a ricostruire il tessuto sociale mantenendo una certa apertura alla cittadinanza”.
Ma niente di tutto questo può essere realizzato, ammonisce Aiello, senza scelte trasparenti e pratiche quotidiane che non facciano divergere troppo il percorso politico da quello umano. “Tu ti trovi con questa cosa?” “Mi trovo d'accordo fino in fondo – sottolinea Paura – anche in seguito a una riflessione sui rapporti umani che non funzionavano nella nostra militanza degli anni '70. Molti erano rapporti di merda, e il mondo non lo puoi cambiare se sei politicamente forte ma non c'è comunità umana tra le persone.”

Tobia D'Onofrio



Covid-19/
Un nuovo ritmo del respiro

Intensificazione della sorveglianza biometrica, divieto di manifestare, moltiplicazione dei confini, presidio poliziesco delle strade, esercito con qualifica di pubblica sicurezza: è indubitabile che l'irruzione del Covid-19 sul palcoscenico del mondo globalizzato, tra la fine del 2019 e l'inizio del 2020, abbia esasperato il volto delle società in cui viviamo, costringendole a rivelare la loro più intima natura. L'incedere della pandemia ha minato il dibattito pubblico, riducendolo alla mera contrapposizione tra i sostenitori di un approccio draconiano e autoritario, e i fautori di una risposta neoliberista, tinta di darwinismo sociale. Anche la riflessione, che spesso si nutre di dissenso, azzardi e provocazioni, ha dovuto retrocedere d'innanzi a cause di forza maggiore, davanti a quella necessità che, com'è noto, legem non habet. Pensatori tra i più originali e radicali si sono ritrovati, loro malgrado, all'interno dell'angusto recinto del buon senso comune, nel coro atono di chi, tutto sommato, finisce per riconoscere l'indispensabilità del potere di fronte all'incombere della minaccia della morte, ansioso solo di ritornare il più rapidamente possibile alla normalità.
Non serve certo scomodare Thomas Hobbes e Baruch Spinoza per ricordarci come la paura, inesauribile fonte di legittimazione del Dio mortale, sia incompatibile con la libertà e la ragione dell'essere umano. L'esercizio della critica si è così mostrato come una strada sempre più difficile da transitare, continuamente schiacciata tra l'egemonia degli esperti, mediaticamente onnipresenti, e il brulicare della paranoia dietrologica attraverso la rete.
È all'interno di questo contesto che si viene a distinguere – per coraggio e lucidità – l'ultimo lavoro di Donatella Di Cesare, pubblicato da Bollati Boringhieri con il titolo Virus sovrano? L'asfissia capitalistica (Torino 2020, pp. 96, € 5,99). La sua voce si fa largo nello spazio pubblico, prendendo le distanze tanto dalle tesi spesso contraddittorie di quelli che Ivan Illich chiamava “esperti di troppo”, figure schiave di interessi economici o politici che dispensano certezze tutt'altro che scientifiche e neutrali, quanto dai complottisti, elargitori di una concezione avvincente e magica degli avvenimenti, fatta di intrighi e verità nascoste spesso suffragate da informazioni tronche e conoscenze approssimative, il cui unico esito è quello di condurre alla svalutazione di qualsiasi analisi critica della storia.
Sin dalle prime pagine, emerge l'impegno volto a scorgere una possibilità di riscatto all'interno della violenta crisi determinata dal virus. Se i punti di riferimento filosofici sono saldi – Walter Benjamin, Martin Heidegger, Hannah Arendt e Günther Anders – in questo volume Di Cesare intesse un dialogo con pensatori quali Giorgio Agamben, Byung-Chul Han, Roberto Esposito, Donna Haraway ed Emanuele Coccia, nel tentativo di rispondere alla domanda: quale uso si può fare di questa emergenza? Non si tratta né di arrendersi alla situazione vigente, limitandosi a constatarne l'irreversibilità e abbandonandosi a un senso di impotenza, né di provare nostalgia per ciò che l'ha preceduta, illudendosi di poter riavvolgere gli eventi storici.
In questo senso, l'autrice non si sofferma unicamente sulle misure emergenziali nel tentativo di esibire le crepe di un presente spartiacque che «segna un prima e un poi», ma cerca di scovare il difetto di costruzione che ha determinato il prodursi di simili incrinature nella nostra società, raccogliendo le fila dei suoi precedenti lavori e sviluppandole alla luce di questo evento imprevisto ma non imprevedibile. La catastrofe politica, economica, psicologica ed esistenziale che ci ha travolti, generata dalle inadeguatezze e dalle insufficienze degli Stati-nazione alla prova del Covid-19, era già embrionalmente preannunciata nella nostra banale e affaccendata quotidianità; cionondimeno, rivela una radicale possibilità di trasformazione. L'afflato è figlio della poesia Patmos di Friedrich Hölderlin: «dove cresce il pericolo cresce  anche ciò che salva».
Il testo si articola in sedici brevi capitoli nei quali l'analisi della pandemia consente di accedere a una critica tanto dell'asfissia capitalista quanto della democrazia immunitaria. Se la solidarietà tra questi due elementi, l'uno economico e l'altro politico, si era resa evidente già da tempo, Di Cesare ha il merito di averne messo a nudo il tratto eminentemente comune: la chiusura, il rifiuto di tutto ciò che balena come “fuori”, come esterno, che si tratti dell'estraneità di un'altra forma di vita o di quella del migrante.
Ciò che si deve notare è che la diffusione globale del virus ha aperto una breccia drammatica in questo mondo chiuso, exofobo (che teme tutto ciò che è fuori o che viene da fuori, ndr) e xenofobo, arrestandone i dispositivi, rallentandone gli ingranaggi, riuscendo là dove da tempo la politica sembrava non ottenere più risultati. I pieni poteri, il regime di paura (che l'autrice chiama con la felice espressione “fobocrazia”), il confinamento massivo, il disagio psichico che viene, sono il frutto di una precisa gestione dell'emergenza che, nel tentativo di prevedere e prevenire le conseguenze del virus, sembra, in realtà, averlo disperatamente assecondato. Così, nella profusione di decreti-legge emanati da un Esecutivo ormai completamente medicalizzato, la «governance politico-amministrativa, che governa all'insegna dell'eccezione» si è rivelata a sua volta «governata da quel che si rivela ingovernabile», e l'asfissia capitalista si è fatta sindrome respiratoria acuta grave (SARS).
Uno dei passaggi più stimolanti è senza dubbio quello dedicato alle insurrezioni che, fino a pochi mesi fa, incendiavano le piazze del mondo. L'autrice si rifiuta di considerarle solo «una semplice vampata senza domani», giunta al suo esaurimento con la crisi odierna e il rafforzamento dell'apparato di sorveglianza poliziesca; piuttosto presta attenzione all'esplodere delle nascenti forme di rivolta, all'esercizio di una creatività del dissenso resa possibile non solo nonostante la pandemia ma anche grazie alla pandemia.
Se, tuttavia, nelle forme di lotta si consegnano le potenziali forme di aggregazione e condivisione di una comunità, ciò significa che contrariamente alle immunopolitiche identitarie e igienizzanti – il cui potenziale autodistruttivo è pari, se non maggiore, a quello del Covid-19 – Di Cesare propone di «proteggersi dalla protezione», dalla ipertrofia dei confini, ricorrendo al concetto chiave di “coabitazione”, già protagonista delle riflessioni contenute in diverse pagine di Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione (2017), e arricchendolo con quello di “covulnerabilità”.
Il virus c'è, esiste, occorre prenderne atto, accettarlo, conviverci, e, in questa coabitazione complessa, fitta di ripiegamenti, sovrapposizioni ed eterogeneità, riscoprire e ammettere la nostra vulnerabilità, dunque, la nostra reciproca solidarietà, il nostro mutuo appoggio, il nostro essere in comune. Si tratta di lasciarci finalmente contaminare da una “dose infettante”, destituendo la nostra presunta integrità, il nostro solipsistico delirio di onnipotenza. Non in modo da prendere solo una boccata d'aria fresca prima di reimmergerci e soddisfare affannosamente l'imperativo produttivo della crescita economica, ma imparando un nuovo ritmo del respiro.

Flavio Luzi



Biografie anarchiche/
Esule, poeta, tipografo, ribelle: Folgorite

“Io sono anarchico perché voglio conservare la mia individualità” (Folgorite, 1922).
Bisogna partire davvero dalle persone e dalle narrazioni biografiche sui singoli militanti, da quelle sulle famiglie dei perseguitati e dalle loro peripezie sullo scenario europeo e transnazionale del Novecento; tornare a quelle storie di vita fatte di emigrazioni avventurose, sofferenze indicibili e inquietudini esistenziali, ma anche di tanto spirito creativo... Ecco si deve partire da lì per comprendere il senso di un movimento libertario, ribelle e collettivo di così lunga durata.
Pubblicato in Francia, con una bella copertina, editing accurato e piacevole, struttura agile e impianto scientifico, un libro come questo (Pascal Dupuy, Folgorite. Parcours de Sante Ferrini, anarchiste, typographe et poète (1874-1939), Atelier de création libertaire, Lyon 2020, préface Isabelle Felici, pp. 348 + ill., € 18,00), vale più di qualsiasi compendio consacrato magari alla mera dimensione politica organizzativa dell'anarchismo. Perché riesce a mettere in gioco, insieme a vita e opere del protagonista – Sante Ferrini detto “Folgorite”, sovversivo italiano, poeta, artista e scrittore prolifico – mille attori e luoghi e contesti, partendo dall'autore che racconta una storia di famiglia, dalla prefatrice e persino dall'editore.
Iniziamo da quest'ultimo. Mimmo Pucciarelli, animatore dell'Atelier, mette in quarta di copertina un suo ricordo. Gli anarchici italiani negli anni Settanta del secolo scorso spesso, al termine dei loro consessi e fra un bicchiere di vino rosso e l'altro, usavano cantare insieme le loro tradizionali canzoni di lotta, amore e rivoluzioni. Fra queste ce n'era una, bella e suggestiva, intitolata “Quando l'anarchia verrà...” e di autore sconosciuto. Ecco, ora lo conosciamo, era Sante Ferrini “romano de Roma”, tipografo di mestiere molto attivo nel movimento in Italia, ramingo per l'Europa e quindi stabilitosi in Francia e vissuto, fra l'altro a Lione e proprio nel medesimo quartiere dove ora ha sede l'editrice di questo volume.
L'autore, Pascal Dupuy – che professionalmente è un ingegnere – ha ricostruito, con acribia e meticolosità, questa incredibile storia di vita, sentendola come sua proprio perché il protagonista era il nonno della sua compagna Dominique. Colpisce la gamma vastissima di fonti utilizzate, private e di archivio, e la connessione continua con la memoria familiare, insistita e ricca di pathos. Per i figli e per i nipoti c'è una dedica: “Siete la prova vivente che l'immigrazione ha prodotto ciò che c'è di più importante. Siate fieri delle vostre radici e rallegratevi della loro diversità!”.
Isabelle Felici, nella sua prefazione, riconosce all'autore il grande merito non soltanto di aver trasformato un semplice nome su un atto di nascita in un articolato e avvincente racconto ricomponendo così la storia della propria famiglia, ma anche di aver aggiunto un importante tassello per la conoscenza delle vicende complesse dell'anarchismo italiano in esilio.
Il percorso esistenziale e le scelte di Ferrini hanno in effetti innumerevoli punti in comune con il vissuto di altri connazionali libertari, sottoposti alla sorveglianza poliziesca, costretti come lui ad espatriare. Interessante e originale la sequenza dei luoghi d'Europa attraversati dal protagonista e il racconto che ci viene proposto da Dupuy, che ci fa così scoprire la rete amicale e i contatti di quel diffuso universo sovversivo esteso fra Roma, Marsiglia, Londra, Saint-Étienne, Lione, Nizza, e in un arco temporale molto esteso che, dal volgere dell'Ottocento, giunge fino agli anni Trenta del secolo successivo. C'è poi una febbrile attività giornalistica, svolta sulla stampa anarchica di lingua italiana prima in patria e quindi in Francia, con il suo inconfondibile pseudonimo di “Folgorite”. E sono centinaia gli articoli pubblicati in decine di testate di movimento (fra cui: “Il Libertario” della Spezia, “L'Adunata dei refrattari” di New York, “La Scuola Moderna di Clivio”). Intensa anche l'attività di scrittore con la collaborazione a prestigiose riviste letterarie. Esercita il mestiere di operaio tipografo e ha una notevole vena poetica e umoristica, così come rimane copiosa e di talento la sua produzione artistica di disegnatore (un esempio lo vediamo nella stessa copertina del libro).
Memorabile la sua parodia alla nota canzone colonialista italiana “Tripoli!”, che diventa “suol del dolore” dove “sanguina il tricolore”... I temi principali e i filoni d'intervento che si ritrovano nella sua opera riguardano l'educazione, l'anticlericalismo e l'oppressione sul popolo da parte dello Stato e del sistema capitalista.
Il volume, arricchito da un buon numero di disegni e fotografie, si struttura in quattro grandi capitoli. Nel primo si tratta della sua giovinezza a Roma, di un breve soggiorno in Francia durato pochi mesi e della genesi del suo nom de plume Folgorite. Il secondo è dedicato agli anni trascorsi a Londra, dal 1901 al 1907. Nel terzo si affronta il definitivo esilio francese: con un iniziale periodo di clandestinità, l'esperienza di professore alla Scuola per tipografi di Lione e le difficoltà, le amarezze della parte finale della sua vita. L'ultimo capitolo è un soggettario ragionato sull'opera complessiva dell'autore, utilissima a comprenderne mentalità e orizzonti culturali. Di grande pregio l'appendice documentaria che contiene utilissimi strumenti di consultazione, insieme ad alcune sue composizioni poetiche.
“Sono innocente! / Perché son qua in prigion? Che feci mai? / Non ti bastò l'avermi già esiliato, / infame società! Forse rubai? / Forse ho ammazzato? [...] Sei mesi a pane e acqua! Forse credi / di farmi a te piegar con la minaccia? / Infame società, prima ch'io cedi / ti sputo in faccia!” (pp. 252-253, da Ergastolissimo).

Giorgio Sacchetti



Shoah/
Sulle politiche della memoria

“Cosa è andato storto”. Così, con un titolo senza segni di interpunzione, apre l'introduzione al volume edito da Bompiani I guardiani della memoria e il ritorno delle destre xenofobe (Milano 2020, pp. 256, € 13,00) della semiologa Valentina Pisanty. La pubblicazione mette al centro il rapporto tra società occidentale e Shoah, analizzando il culto della vittima affermatosi progressivamente dal secondo dopoguerra ad oggi.
Pisanty sceglie di mettere sotto la lente di ingrandimento quanto c'è di non efficace nell'approccio che come comunità abbiamo all'Olocausto e il perché, offrendo una chiave di interpretazione all'esacerbarsi di un clima socio-politico razzista, quando non dichiaratamente neofascista.
Sono diversi i nodi affrontati e sviscerati dalla studiosa.
Prima di tutto l'opera si basa sulla tesi che il fiorire del negazionismo e di movimenti neonazisti sia direttamente proporzionale all'aumento di memoria negli ambienti scolastici, istituzionali e mediatici; vivacità avvertita come stridente, contraddittoria rispetto al fine immaginato dalle cosiddette “politiche della memoria”. Per Pisanty i mezzi selezionati al raggiungimento dello scopo sono la causa di quel qualcosa andato “storto”: l'istituzionalizzazione della memoria, la retorica ridondante e totalizzante relativa alla Shoah, assurta a paradigma del male per antonomasia pur essendo di fatto l'esperienza di una minoranza.
Con l'elezione del genocidio ebraico a punto di svolta della Storia avviene un cambiamento di mentalità, di approccio alla narrazione di eventi: all'esaltazione tipica dei vincitori si sostiuisce il mito della vittima e solo per riflesso dei nemici del nazismo. La vittima è ora centrale, protetta – grazie al ricordo – dalle nuove società. Su quell'esperienza di orrore si è così costruita una memoria comune per l'Europa definitasi dopo l'esperienza della guerra e dei fascismi; un mito fondante e legittimante la classe politica e il sistema di cui è espressione e si è andata definendo una liturgia laica sul concetto di “dovere della memoria”, rinnovato di anno in anno in commemorazioni basate su formule rituali e dichiarazioni di principio buone per tutte le stagioni.
Pisanty denuncia quanto ciò abbia causato una semplificazione delle narrazioni in prima persona e una sacralizzazione del testimone, accettato a priori, indipendentemente dal racconto che offre. In tale clima si sarebbe andato costituendo un gruppo di eredi dei testimoni, difensori e promotori del dovere di ricordare. Sono i Guardiani del titolo, portatori del diritto di divulgare la memoria, intenti a rilanciare i principi fondanti del mondo democratico, a pretenderli nei programmi scolastici e nei palinsesti televisivi del 27 gennaio per “ri-traumatizzare” le generazioni nate dopo il 1945, affinché non sia possibile archiviare o dimenticare.
Ma poiché parallelamente fioriscono, soprattutto sul web, gruppi che contestano la veridicità e la pregnanza di una tale memoria, Pisanty evidenzia come si inneschi una contraddizione nella contraddizione: la scelta di perseguire legalmente in regime democratico chi nega le camere a gas e inneggia al fascismo e al nazismo. Nell'Europa basata sui principi di libertà, uguaglianza e diritti, fioriscono leggi per condannare reati di opinione, di fatto negando i propri valori originari.
Conclude poi il volume la teoria che il modello vittimario incentrato sull'Olocausto – il “sacrificio”, termine che l'autrice utilizza maggiormente rispetto al più laico Shoah “catastrofe” – sia ormai vetusto a causa di una sua riproposizione logora, martellante e infarcita di luoghi comuni, resa tra l'altro sempre meno maneggevole dall'estensione dell'Unione Europea a paesi ex comunisti, portatori di altri traumi, storie e memorie.
Se il volume offre spunti di riflessione di indubbio interesse, anche necessari per la volontà di scandagliare pregi e difetti di settori che a diverso titolo si occupato di storia, non sempre risulta lineare nelle analisi proposte, confondendo talvolta i soggetti della trattazione e forzando alcune conclusioni.
Pisanty quindi è estremamente efficace nell'individuare le potenziali falle delle politiche della memoria, ma nell'obiettivo di fotografare l'esistente rischia di trascurare sfumature e considerazioni essenziali.
Intitolando le prime pagine “Cosa è andato storto”, ad esempio, implica un errore nei mezzi non nel fine, oltre all'idea che sia corretto ideare politiche calate dall'alto atte a condizionare le menti. Pisanty critica la mentalità dei cosiddetti Guardiani e il contesto derivante, ma condivide con quell'ambiente l'idea della necessità di una strategia culturale che influenzi le coscienze. Se denuncia l'errore di imporre valori per legge dall'altro sembra condannare la modalità più che lo scopo, atto a costruire una sorta di pensiero unico democratico non necessariamente critico.
L'autrice evidenzia la feticizzazione dei testimoni – una realtà – ma trascura di sottolineare l'esistenza di un approccio storiografico al racconto diretto che eviterebbe tale degenerazione. Il testimone è scientificamente una fonte e come tale necessita di verifica, di incrocio con altri documenti e, soprattutto, di una contestualizzazione se lo si invita a intervenire di fronte ad una platea, che sia di studenti o di adulti. Pisanty spesso confonde l'approccio al documento orale del mondo mediatico rispetto al mondo delle commemorazioni e del mondo storiografico – che comprende realtà non esclusivamente accademiche.
Le trasmissioni televisive come le sceneggiature di film chiedono al testimone di essere credibile, intenso, esaustivo; gli appuntamenti pubblici chiedono al testimone di esserci, poichè la presenza fisica incute rispetto e suggestione; gli storici invece non chiedono alla fonte orale di ricostruire il quadro d'insieme, non la ritengono portatrice di verità assoluta ma le chiedono quel particolare punto di vista che è la sua esperienza. Se il testimone poi è attendibile, allo storico non si chiede di accettare acriticamente il racconto e l'interpretazione fornita dal protagonista stesso, come sembra suggerire l'autrice, ma solo di assumere quel nuovo tassello di conoscenza.
Confondendo i piani Pisanty non arriva davvero a sciogliere i nodi problematici individuati e finisce a parlare dei Guardiani come di un gruppo circoscritto di persone e non come di un concetto, custodi reali a cui qualcuno – non meglio specificato – avrebbe dato una delega in bianco per tutelare e “fomentare” il culto della memoria favorendo leggi per promuovere il ricordo, per tutelarlo, leggi per stabilire verità storiche.
Da chi sarebbero delegati, scelti e indottrinati non è meglio specificato, così la critica perde mordente e odora di complottismo.
Il quadro composto dalla semiologa costituisce un valido punto di partenza per porsi e porre domande scomode, come comunità educante e come società, ma sulle analisi e sulle risposte rimane ancora molto da considerare.

Gemma Bigi