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Rivista Anarchica Online


dibattito populismi

Il coronavirus rafforza i regimi autoritari

di Gianpiero Landi

Il rapporto tra populismo e pandemia è al centro di un vivace dibattito, non solo in Italia. Interviene in queste pagine un nostro storico collaboratore, curatore di un recente saggio proprio sul populismo. Il dibattito è aperto.


Tra gli effetti più spiacevoli e preoccupanti – anche se largamente prevedibili – della diffusione del Covid-19 vi è sicuramente il fatto che molti regimi autoritari abbiano approfittato dell'emergenza sanitaria per rafforzare il loro controllo sulla società e per varare misure liberticide. La tendenza è talmente evidente da suscitare allarme anche in autorevoli esponenti dell'informazione mainstream.
Ne è un buon esempio l'articolo di Ezio Mauro La pandemia aiuta gli autocrati, pubblicato nel quotidiano «la Repubblica» il 27 aprile 2020. La tesi di Ezio Mauro è che in conseguenza del diffondersi del coronavirus e del timore che questo ha comprensibilmente suscitato nella popolazione, più o meno in tutti i paesi i governi si sono trovati investiti «di una quota anomala di potestà, una sorta di mandato straordinario».
Il risultato di tale mandato sarebbe diverso a seconda della natura dei regimi al potere: «Per il governo democratico questa investitura è una legittimazione imprevedibile in anni di sfìducia politica generale, e insieme una condanna a rispondere con tempi, rimedi e scelte eccezionali a un'attesa della pubblica opinione che non nasce dalla fiducia, bensì dall'angoscia, dunque è ambivalente. Per la leadership autocratica invece si tratta di un'occasione straordinaria per incamerare proprio l'anormalità di questa delega e trasformarla in forza costituente di un potere di tipo nuovo: passando dal governo al comando». Secondo Mauro «in molti Paesi sta avvenendo esattamente questo, grazie alle leggi speciali. Nelle mani di leader autoritari, lo stato d'emergenza diventa il contesto politico e sociale ideale per sperimentare misure eccezionali contro i dissidenti, per proibire manifestazioni, per zittire i giornali, per imbavagliare le opposizioni, per controllare le piazze».

Leggi eccezionali in 84 paesi

Dopo avere citato i casi di Duterte nelle Filippine, di Jair Bolsonaro in Brasile, dei governi populisti e sovranisti in Polonia e in Ungheria, Ezio Mauro riporta un dato impressionante: «L'Economist ha contato 84 Paesi che hanno adottato leggi eccezionali, e ha denunciato l'opportunità straordinaria che gli autocrati vedono nella tragedia della pandemia, dalla Cina alla Bolivia, alla Guinea, all'Azerbaigian, al Togo, fino alla Giordania, all'Oman, agli Emirati Arabi Uniti e allo Yemen (dove c'è un solo contagiato), che con la scusa dell'infezione hanno messo al bando i giornali di carta. È la realizzazione pratica della dottrina Putin, secondo cui “l'idea liberale è diventata obsoleta, entrando in conflitto con gli interessi della schiacciante maggioranza della popolazione, contraria all'immigrazione, ai confini aperti e al multiculturalismo”».
A mio avviso uno degli aspetti più interessanti dell'articolo di Ezio Mauro – che, non dimentichiamolo, prima di diventarne uno dei più autorevoli editorialisti è stato per anni direttore di «Repubblica» e prima ancora del quotidiano «La Stampa» – sta proprio in quest'ultima osservazione. Ormai anche nella grande stampa d'informazione ci sono importanti giornalisti disposti a cogliere il nesso esistente tra la crisi dell'idea liberale e il diffondersi apparentemente inarrestabile di movimenti e regimi populisti e autoritari. Si prende atto che la pandemia non fa altro che rafforzare una tendenza in atto da tempo, fornendo un nuovo potente pretesto per modifiche politiche e istituzionali che già erano nei piani di molti partiti e governi.
Ezio Mauro coglie quel nesso – e vi inserisce l'occasione offerta dal Covid-19 – con notevole lucidità: «La crisi economico-finanziaria dello scorso decennio aveva causato la rivolta del cosiddetto uomo comune che si sentiva espropriato e dimenticato. La crisi del coronavirus arriva dritta al cuore del sistema attaccando infine il meccanismo democratico, con la proposta di un potere nuovo e diverso fondato sull'anomalia come necessità, per costruire una sovranità disuguale e privilegiata, per un nuovo ordine incardinato sull'abuso, la dismisura, l'incoscienza del limite. Il virus è l'elemento di rottura dell'equilibrio, la frattura tra il prima e il dopo, l'agente socio-politico (e non solo patogeno) che tiene il Paese in sollecitazione permanente, portandolo alla temperatura emotiva necessaria per questo passaggio di status verso la post-democrazia».
Da sottoscrivere senza alcuna riserva la conclusione dell'articolo: «È chiaro che questo quadro sovreccitato, dilatato e sproporzionato è perfetto per essere interpretato dal populismo sovranista, da tempo interessato a far prevalere il potere sul diritto, e a trasformare il potere stesso in arbitrio. Che nome dare alla cosa? Con la “democrazia illiberale” battezzata da Orbán sta prendendo corpo una inedita teoria monocratica dello Stato, con un potere sovraordinato che considera illegittime le interferenze di tutte le potestà concorrenti. Nella teoria politica il potere che fuoriesce dall'equilibrio istituzionale si chiama assolutismo, il potere che cancella i suoi limiti, autoritarismo. Qui siamo. La paura crea l'emergenza: il potere la usa, per deformare i suoi confini. Quando succede, è l'infezione della democrazia».

La “democrazia illiberale”

Mi sono dilungato forse più del lecito e del consueto sull'editoriale di Ezio Mauro perché l'ho trovato in sorprendente sintonia con le riflessioni e l'analisi che io stesso sto portando avanti da qualche tempo sui temi della democrazia liberale e del populismo. Nell'opuscolo Democrazia, Fascismo, Populismo, da me curato (pubblicato come supplemento alla rivista «Cenerentola», n. 233, maggio 2020), ho sostenuto precisamente che l'emergere dei movimenti populisti e sovranisti sta portando vaste aree del mondo verso un modello di “democrazia illiberale” (con taluni aspetti apertamente fascisti), che non può non preoccupare seriamente chiunque ami ancora la libertà e la giustizia sociale. A mio avviso, è arrivato il momento per noi libertari di prendere atto che il vento della storia va in direzione diametralmente opposta a quelli che sono i nostri desideri e le nostre aspirazioni. Se questo è vero, dobbiamo anche interrogarci se le strategie da noi finora seguite siano adeguate o non debbano essere piuttosto riviste e modificate.
Una delle tesi principali dell'opuscolo è che «siamo nel mezzo di uno scontro epocale, di dimensioni globali, di due diverse forme di democrazia rappresentativa, a cui corrispondono due diverse modalità di cittadinanza. Da un lato la “democrazia liberale”, che pur con molti limiti ha garantito finora ampi spazi di libertà e determinati diritti civili e sociali. Dall'altro lato la “democrazia illiberale”, propugnata dai populisti di destra, che dove si afferma restringe o cancella quegli stessi spazi di libertà e quei diritti (e aumenta ulteriormente le disuguaglianze, a scapito soprattutto degli stessi ceti popolari che dichiara di volere tutelare)».
Il nemico oggi non è rappresentato tanto dal fascismo (di cui esistono comunque evidenti manifestazioni, per ora minoritarie ma non irrilevanti e trascurabili) quanto dal populismo e dal sovranismo. Esiste un evidente legame tra il fascismo e il populismo moderno, ma anche se essi hanno una base comune vi sono evidentemente pure delle differenze. Entrambi sono movimenti trasnazionali, anti-illuministici, diffusisi in vari paesi di diversi continenti, nel nord e nel sud del mondo globalizzato.

Dove ci porta il “vento sovranista”

Il populismo, che può essere di destra o di sinistra, ha una lunga storia. Si manifesta in forma di movimento a partire dalla seconda metà dell'Ottocento (Russia, Stati Uniti), arriva al potere e diventa regime per la prima volta con Juan Domingo Peron in Argentina nel 1946, è tuttora operante ed è anzi attualmente in forte espansione. Il fascismo ha una storia apparentemente più circoscritta. Si afferma come regime a partire dagli anni Venti, prima in Italia e poi in altri paesi, ma termina la sua fase classica con la sconfitta nella Seconda guerra mondiale (anche se nella penisola iberica resterà al potere fino alla metà degli anni Settanta). Movimenti neofascisti e neonazisti sono stati presenti in vari paesi per tutto il dopoguerra e sono arrivati fino a oggi, ma quasi ovunque – almeno fino a tempi recenti – con uno scarso livello di legittimazione popolare.
Senza entrare qui nel merito delle caratteristiche e della storia del populismo (e dei legami – ma anche delle differenze – esistenti tra il populismo stesso e il fascismo), temi trattati in modo più approfondito nell'opuscolo, mi limito a evidenziare qui il fatto che a dominare la scena oggi è soprattutto il moderno populismo di destra e di estrema destra. Si tratta di un movimento in forte crescita a livello globale, presente in tutti i continenti, che con l'elezione di Donald Trump nel 2016 si è imposto ai vertici anche della massima potenza mondiale, e che da tempo riguarda direttamente anche l'Italia e altri paesi europei.
Dove ci porta il vento populista e sovranista che in questa fase storica sembra soffiare così forte? Non si tratterà presumibilmente di un ritorno al fascismo classico. I regimi politici di tipo populista attualmente al potere (il trumpismo negli Stati Uniti, Bolsonaro in Brasile, Orbán in Ungheria, il PiS in Polonia, Putin in Russia, Erdoan in Turchia, Modi in India, Duterte nelle Filippine, ecc.), e quelli che potrebbero crearsi nel prossimo futuro, avranno alcune connotazioni più o meno marcate del fascismo storico, ma se ne differenzieranno anche per alcuni aspetti essenziali.
La prima, e più importante, di tali differenze è che rimane – e presumibilmente resterà anche in futuro – il diritto di voto. Questo dà – e darà – a molti l'illusione che si tratti ancora di regimi democratici. Ma è una pseudo-democrazia, una democrazia svuotata di molte delle caratteristiche che solitamente si accompagnano a tale sistema di governo e che lo rendono un regime preferibile a una dittatura. Si tratterà – per riprendere una espressione di Nadia Urbinati – di una “democrazia sfigurata”. Resterà anche formalmente il pluripartitismo, ma con tali limitazioni per le forze di opposizione da rendere molto difficile e improbabile una loro vittoria elettorale. Tipico di tutti i movimenti e i regimi populisti è la convinzione di rappresentare il “vero popolo”, la cui unità si esprime nella persona del leader. Chi si contrappone diventa automaticamente l'antipopolo, l'antitesi del popolo. Nei regimi populisti “prevale la tendenza a demonizzare retoricamente l'avversario, ma non si passa quasi mai a farne l'oggetto di un sistematico attacco fisico o a privarlo dei diritti politici”.
Gli oppositori sono semplicemente tollerati, ma – a differenza dei regimi fascisti – “non vengono sottoposti a una vera e propria persecuzione né messi totalmente al bando”. Detto altrimenti, “nel populismo coloro che appartengono all'antipopolo sono nemici del popolo ai quali è consentito di esistere e di perdere le elezioni” (Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi, Donzelli, 2019).
In discussione ci sono molti dei caratteri tipici della democrazia costituzionale: la divisione dei poteri, l'indipendenza del potere giudiziario, la libertà di espressione e di stampa, la libertà di associazione, la laicità delle istituzioni, il rispetto dei diritti umani e civili. Ossia tutti gli elementi introdotti dall'innesto del liberalismo nella democrazia. Quei caratteri che rendono la liberaldemocrazia (la democrazia corretta dal liberalismo) un sistema di governo migliore di quasi tutti gli altri. Con l'unica eccezione del socialismo libertario o anarchia, che sarebbe il sistema migliore in assoluto.
A essere assediata, sottoposta a un pesante attacco, è la componente liberale, in nome di una concezione populista della democrazia. E dato che in gioco ci sono gli spazi di libertà e i diritti umani e civili finora garantiti (anche se in maniera parziale e imperfetta) dai regimi liberaldemocratici, questo riguarda tutti, anche gli anarchici.
A mio avviso, una delle chiavi privilegiate per riuscire a capire le dinamiche politiche in atto a livello globale è rappresentato proprio dalla interpretazione della realtà attuale nei termini di uno scontro in atto tra la “democrazia liberale” e la “democrazia illiberale” (sostenuta quest'ultima dal populismo di destra).
L'espressione “democrazia illiberale” è stata usata fin dalla metà degli anni Novanta dagli studiosi dei regimi politici per indicare quei paesi nei quali, malgrado si tenessero le elezioni, non venivano rispettate le garanzie di libertà e di legalità delle istituzioni. Le zone del mondo interessate lambivano alcune aree dell'America Latina, dell'Asia, dell'Africa, ma anche dell'Europa dell'Est. Oggi, invece, nel dibattito pubblico, con “democrazia illiberale” si indica un modello da perseguire e non più un caso fallito di transizione di regime. Il cambio di prospettiva è radicale.
Attualmente il termine “democrazia illiberale” è utilizzato soprattutto in modo esplicito dal leader populista ungherese Viktor Orbán. A mio avviso, designa nel modo migliore il tipo di governo che lo stesso Orbán è riuscito a imporre nel suo paese, e che si sta imponendo come un modello per gli altri movimenti e regimi populisti di destra contemporanei, in particolare europei. Non a caso il carismatico premier magiaro è considerato il massimo e piú creativo ideologo e stratega dei sovranisti in tutta Europa.

Il modello ungherese

Come è noto, Viktor Orbán ha usato l'emergenza coronavirus per assumere poteri eccezionali senza limiti di tempo. Il 30 marzo 2020 il Parlamento di Budapest – con 137 voti a favore e 53 contrari – ha votato per attribuirgli i pieni poteri. Nei termini della legge, Orbán, senza limitazione di tempo, può governare sulla base di decreti, chiudere il Parlamento, cambiare o sospendere leggi esistenti e ha la facoltà di bloccare le elezioni. Spetta a lui determinare quando finirà lo stato di emergenza. Inoltre, chi diramerà “false notizie” rischierà da 1 a 5 anni di carcere.
Non è chiaro chi stabilisce se un'informazione è vera oppure no, e inoltre le parole usate nel testo della legge sono abbastanza vaghe da poter includere qualsiasi critica nei confronti della politica, sanitaria e non, del governo. Ma l'aspetto che preoccupa di più è l'assenza di una cornice temporale entro la quale limitare ogni provvedimento: i deputati di opposizione si erano resi disponibili a votare in favore della legge, se il premier avesse acconsentito ad inserire nel testo una scadenza, per tutelare il paese da una deriva autoritaria. Forte della maggioranza in aula del suo partito sovranista, Fidesz, Orbán li ha attaccati: “O siete con me o siete con il virus”.
Va precisato che il 15 maggio 2020 Orbán ha annunciato di essere pronto a rinunciare ai “pieni poteri” a fine mese (quando i lettori riceveranno questo numero di “A” sapranno già se la promessa è stata mantenuta).
Dal punto di vista sanitario, la situazione non si presentava in termini particolarmente drammatici: a fine marzo in Ungheria erano stati certificati 447 casi di contagio e 15 morti. Anche se i dati reali potrebbero essere molto più alti, è evidente che l'emergenza sanitaria ha rappresentato un pretesto per le pulsioni autoritarie del leader. Alla cui gestione fortemente personalistica e accentrata vanno attribuite peraltro le vistose carenze con cui il paese affronta il contagio. Al personale sanitario mancano tute, guanti e mascherine, e non ci sono apparecchi di respirazione sufficienti a garantire gli abitanti in caso l'epidemia si diffonda. Come se non bastasse, le politiche del governo nazionalista hanno spinto molte persone, medici compresi, ad abbandonare il paese. Se nel resto d'Europa molti Stati hanno dovuto varare misure straordinarie e temporanee limitazioni della libertà come il confinamento, la svolta di Budapest desta particolare allarme e inoltre approfondisce un solco già profondo nei complicati rapporti con l'Unione Europea.
Si tratta comunque, per l'Ungheria, di una tappa di un percorso iniziato molto tempo fa. Orbán si è imposto sulla scena internazionale dichiarando guerra alla democrazia liberale e sostenendo che ci può essere una “democrazia illiberale”, più efficiente e in sintonia con gli interessi della nazione, perché con meno dissenso e poca opposizione. Arrivato al potere nel 2010, dal 2013 il suo partito Fidesz gode in Parlamento di una maggioranza di due terzi che gli ha consentito di modificare la Costituzione intaccando pesantemente alcuni requisiti fondamentali: indipendenza della magistratura, pluralismo dell'informazione, libertà di stampa, di parola e di associazione. Senza trascurare il patriarcato e l'attacco alle conquiste delle donne, in nome dei “valori tradizionali” e di un cristianesimo utilizzato politicamente in modo oscurantista come elemento identitario.
Sono stati creati nuovi tribunali amministrativi non indipendenti bensì alle dirette dipendenze del ministero della Giustizia, quindi del potere esecutivo. I media sono al 90 per cento sotto il controllo del governo o sottoposti a censura. Per contrastare in Ungheria la politica della Ue che «ha creato un continente di culle vuote e vuole sostituire i nostri bimbi con migranti», sono stati lanciati programmi a favore delle famiglie e del tasso di natalità, che per certi versi richiamano quelli dei regimi autoritari e fascisti tra le due guerre mondiali.
Nel 2018 è stata introdotta una legge che consente agli imprenditori di aumentare fino a 400 il numero annuo di ore di straordinario, con la possibilità di dilazionarne il pagamento fino a tre anni. È stata chiamata per questo “legge schiavista”. La norma dovrebbe risolvere il problema della scarsità di manodopera, causata dalla tolleranza zero verso l'immigrazione.
Di recente, Orbán ha varato un programma per educare diecimila giovani tra i 16 e i 18 anni a «un sano patriottismo, a pensare secondo i tradizionali valori cristiani della nazione, ad agire secondo gli interessi nazionali». Nel frattempo, in attesa di potere mettere in atto questo lavaggio del cervello, il premier magiaro «ha ordinato un cambiamento totale dei programmi di studio delle scuole medie e superiori. Nella Storia come nella letteratura vengono esaltati valori nazionali, glorie nazionali, e scrittori “nazionali”. Tale riforma ha scatenato la protesta delle associazioni democratiche degli insegnanti perché in Storia si parlerebbe del periodo della dittatura comunista (1949-1989) come di unica macchia nera, mentre il regime autoritario dell'ammiraglio Miklós Horthy (1919-1944) autore delle prime leggi razziali antisemite nell'Europa del secolo scorso e poi principale alleato militare di Hitler sul fronte orientale, nell'attacco all'Urss e nella repressione in Yugoslavia, sarebbe presentato come un patriota vittima di drammatici dilemmi. Horthy è di fatto già riabilitato dal potere e a lui sono dedicati vie, piazze e monumenti, cosa inimmaginabile per esempio in Germania con chi governò tra il 1933 e il 1945» (A. Tarquini, Diecimila studenti in viaggio, anche l'Ungheria avrà i suoi figli della lupa, «la Repubblica», 17 febbraio 2020).

Se prevarranno Salvini e Meloni

In un discorso pronunciato il 28 luglio 2018 a Bálványos alla Summer Open University and Student Camp organizzata dal suo partito, Orbán ha dichiarato che il modello democratico occidentale è morto, e ha proclamato che i regimi autoritari come quelli di Russia, Cina e Turchia sono il futuro. “Dobbiamo abbandonare i metodi e i princìpi liberali nell'organizzazione di una società”, ha dichiarato. “Stiamo costruendo uno stato volutamente illiberale, uno stato non liberale”, perché “i valori liberali dell'occidente oggi includono la corruzione, il sesso e la violenza”.
Secondo Orbán la “democrazia liberale” è a favore del multiculturalismo, è pro-immigrazione e accetta diverse forme di unione familiare. Al contrario, la “democrazia illiberale” dà priorità alla cultura cristiana, è anti-immigrazione e poggia sui fondamenti del modello familiare cristiano.
L'Ungheria – e la Polonia, dove si sta realizzando qualcosa di simile, e dove peraltro è ancora più forte il peso soffocante dell'integralismo cattolico – ci indicano la strada su cui siamo incamminati e dove fatalmente finiremo se nel nostro paese prevarranno la Lega di Matteo Salvini e Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni, i partiti populisti e sovranisti alleati in Europa con Viktor Orbán, partecipi della sua stessa cultura politica.
Sta a noi fare tutto quanto è possibile e necessario per evitarlo.

Gianpiero Landi