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Rivista Anarchica Online


società e ambiente

Sulla soglia del collasso

di Francesco Martone

Il mondo prima del Covid-19 si stava avviando verso il collasso climatico, anche per la continua estrazione di minerali e materiali dalla crosta terrestre. Bisogna invertire la rotta.


Secondo alcuni calcoli il Covid-19 costerà circa 9 mila miliardi di dollari all'economia globale facendola precipitare in una recessione mai vista dal 1929. Per fare un confronto con il mondo “prima” del virus, e dare idea di cosa significhi il tanto invocato ritorno alla “normalità”, stando ai dati del SIPRI, nel 2018 la spesa per armi era pari a 1822 miliardi di dollari. Secondo l'FMI il debito estero dei paesi meno “sviluppati” nel 2018 ammontava a 7800 miliardi di dollari, mentre i sussidi ai combustibili fossili a 4700 miliardi di dollari, senza contare quanto valgono i mercati finanziari globali, una cifra pari a 740 mila miliardi di dollari nel 2019.
Il mondo prima del Covid-19 si stava avviando a ampie falcate verso il collasso climatico e l'estrazione di minerali e materiali dalla crosta terrestre procedeva senza sosta. Con un impatto devastante: l'estrazione di materiali è infatti causa dell'80% di perdita della biodiversità e di oltre il 50% delle emissioni di anidride carbonica senza contare poi quelle emesse dalla combustione di combustibili fossili. Dal 1970 la velocità di estrazione di risorse naturali dal pianeta è triplicata. Oggi si estraggono 92 miliardi di tonnellate di materiali l'anno con una crescita del 3,2% annuo. Dal 1970 l'estrazione di combustibili fossili è passata da 6 a 15 miliardi di tonnellate, quella di altri minerali da 9 a 44 miliardi, la rimozione di biomassa dal 9 a 24 miliardi di tonnellate. Si prevede che la domanda di risorse raddoppierà per arrivare a 190 miliardi di tonnellate l'anno, e le emissioni di gas serra aumenteranno del 40%.

Una via d'uscita “verde”?

In questo scenario di crisi sistemica le opinioni e gli scenari sul “dopo” Covid-19 si moltiplicano. C'è chi immagina finalmente l'avvento dell'economia verde, mentre per altri osservatori la rivoluzione verde sarà bloccata e l'uscita dalla crisi economica che ne consegue sarà definitivamente improntata sul fossile. In ambedue i casi il rischio è di continuare a perseguire un modello che seppur “sostenibile” conferma per l'ennesima volta come non ci sia via d'uscita “verde” al capitalismo. Ancor meno a quello fondato sull'estrazione di valore e di materiali per alimentare il ciclo produttivo e di consumo, il cosiddetto “estrattivismo”. La realtà è ben distante dalle aspettative, visto che le notizie che provengono da molti paesi già indicano un preoccupante “rilassamento” delle normative sociali e sull'impatto ambientale da parte di governi ansiosi di lasciare la mano libera alle attività estrattive e di sfruttamento delle risorse naturali.
Il rischio evidente è di trovarsi di fronte ad una nuova guerra nascosta senza esclusione di colpi nei territori marginali, nuove colonie del post Covid-19. In una situazione ancor più complicata per chi difende la terra e chi li sostiene. E questo per varie ragioni: la prima che per mesi gli spazi tradizionali di agibilità politica continueranno ad essere compressi, come ora con le restrizioni alla libertà di movimento, ad esempio. Con l'aggravante ulteriore che per governi e imprese sarà urgente assicurare il libero svolgimento delle attività imprenditoriali, di produzione di materiali e di estrazione di risorse ad essa connesse per affrontare la fase di emergenza economico-finanziaria che segue a quella “sanitaria”. Al contempo si rafforzerà ancor di più il conflitto tra lavoro e ambiente. Due questioni cruciali da tenere a debita considerazione ora che si fanno nuovamente strada soluzioni quali il Green New Deal.
Disaccoppiato da una visione di giustizia globale radicale, che davvero sia orientata sull'uscita dal modello capitalista, estrattivista, e su basi transfemministe e decoloniali, il tanto acclamato New Deal, centrato essenzialmente sulla riduzione delle emissioni, non intaccherà il paradigma dominante o le relazioni coloniali con territori che resteranno serbatoi di materie prime strategiche. Magari non il petrolio, ma litio per le batterie ad alta prestazione. O magari territori che saranno messi sotto tutela, o sottoposti a rimboschimento massiccio, per assorbire il carbonio che produciamo qua per poi dire che stiamo andando verso le zero emissioni, accollando così alle popolazioni meno responsabili del collasso climatico il peso delle misure prese.
Per non omettere poi il fatto che un ritorno a forme stataliste quali quelle immaginate dalla proposta di Green New Deal, che richiamano formule socialdemocratiche novecentesche seppur tinte di verde, vanificherebbe ogni possibile transizione dal pubblico ai “commons” nel quale il ruolo dello stato, ora gendarme e salvifico imprenditore, andrebbe radicalmente rovesciato a favore di forme di governo comunitario dei “commons” e di protezione degli stessi dall'invasione del mercato e del capitale.

Riconciliarsi con l'ambiente

E noi? Né sudditi, come vorrebbe chi riscopre pulsioni securitarie in nome della lotta alla pandemia, né utenti o clienti, ma cittadini/cittadine che diventerebbero “commoners” che praticano la “cura” del comune, (vivente, umano e non-umano), attraverso forme di democrazia diretta e di rafforzamento della partecipazione su base municipale. Un po' come teorizzava Murray Bookchin e come poi fu messo in pratica nella Rojava. Di fronte all'imminente collasso ecologico anche questo non è abbastanza. Sarà infatti necessaria una profonda riconsiderazione del fatto che noi umani siamo parte di sistemi viventi complessi da tutelare, rispettare e curare per il loro valore intrinseco e per riconsegnarli alle prossime generazioni. Un lavoro di cura, rigenerazione, ricostruzione, ricucitura di fratture, che deve andare di pari passo con la resistenza all'estrattivismo e alla difesa della terra. E che necessita d'essere ancorato a un'altra visione del mondo e del vivente. Facendo però attenzione a ricordare che la modernità presenta due fratture intimamente connesse, quella ecologica e quella coloniale. Malcom Ferdinand nel suo splendido Une ecologie decoloniale – penser l'ecologie depuis le monde caribeen invita a superare l'antropocene “bianco” e a recuperare il rapporto degli umani con il non-umano, con la questione decoloniale e con un'ecologia del mondo nella quale la Terra non sarà nostra casa, ma la “matrice del mondo”.
Nel Medioevo, in occasione di pestilenze e epidemie, invasioni di cavallette e affini, quando non c'era altra soluzione si convocavano tribunali che procedevano a istruire processi contro i germi, le cavallette, gli insetti e i parassiti di ogni tipo e ogni dove. E si processavano animali anche per omicidio o furto. I poveri poi venivano giustiziati nella pubblica piazza.
Una volta un avvocato in Francia riuscì a salvare degli insetti dimostrando che essendo creature di Dio non potevano far del male. Mentre i tribunali ecclesiastici spesso ricorrevano alla scomunica degli animali. Fatto sta che già nel Medioevo si riconosceva in un modo o nell'altro che i non-umani erano (loro malgrado e nei fatti per affermare comunque la superiorità dell'umano) soggetti di diritto. Ci pensò poi il Barone Rampante che nei suoi ultimi giorni scrisse un Progetto di Costituzione per la Città Repubblicana con Dichiarazione dei Diritti degli Uomini, delle Donne dei Bambini, degli Animali Domestici e Selvatici, compresi Uccelli, Pesci e Insetti, e delle Piante sia d'Alto Fusto sia Ortaggi ed Erbe. Qualcosa di simile venne approvato dai movimenti sociali ed indigeni di mezzo mondo a Cochabamba, Bolivia, dieci anni fa nell'aprile 2010 con la dichiarazione universale dei diritti della Madre Terra.

Per i diritti della Madre Terra

Quale migliore occasione allora per ripensare oggi radicalmente il nostro modo di vivere sulla Terra, di abitarla? Riconoscere che noi umani siamo solo parte di una complessità di reti e di forme di vita che vanno rispettate? E protette? E magari prendere spunto da questa pandemia per avviare definitivamente un processo di riconciliazione con la Madre Terra che secoli di antropocentrismo e sfruttamento per la ricerca sfrenata di benessere e profitto (e non certamente per l'intera umanità) hanno portato ormai sulla soglia del collasso totale?

Francesco Martone