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Rivista Anarchica Online





Castel Bolognese (Ra)/
La BLAB diventa (anche) associazione

Sabato 22 febbraio 2020, al termine di una riunione molto partecipata tenutasi a Castel Bolognese (RA), è stata costituita la «Associazione delle Amiche e degli Amici della Biblioteca Libertaria Armando Borghi».
Le ragioni per cui la Cooperativa - che fin dal 1985 gestisce la BLAB (Biblioteca Libertaria “Armando Borghi”) - ha deciso di recente di avviare il percorso che ha portato alla nascita della «Associazione», sono fondamentalmente due. In primo luogo, si intende favorire il coinvolgimento di nuove persone, risorse ed energie nelle attività della BLAB. L'«Associazione» dovrebbe consentire di allargare e rendere più stabile la rete di relazioni e di collaborazioni che nel corso degli anni è cresciuta attorno alla Cooperativa. Le persone che aderiranno alla nuova struttura troveranno in essa un ruolo riconosciuto e dei compiti, scelti liberamente e responsabilmente, e quindi motivanti. In particolare, da ora in poi tutte le decisioni riguardanti l'attività di promozione culturale, cioè la programmazione e l'organizzazione di eventi pubblici (convegni, seminari, conferenze, presentazioni di libri, ecc.), saranno prese di comune accordo dai soci della Cooperativa e dagli aderenti alla «Associazione», su un piano di parità. Alla Cooperativa resterà invece in esclusiva la responsabilità del patrimonio immobiliare e documentale (bibliografico e archivistico). La seconda ragione per creare l'«Associazione» riguarda le risorse finanziarie. Più persone interessate e coinvolte nel progetto della BLAB dovrebbero tradursi anche in un aumento dei mezzi economici a disposizione.
Possono aderire alla «Associazione» anche persone di diverse opinioni politiche, purché queste non siano chiaramente incompatibili con i valori della BLAB (il fascismo e il razzismo restano una discriminante). L'importante - per farne parte - è dare un positivo giudizio di valore sull'attività che la Biblioteca Libertaria svolge, e volere contribuire in qualche modo a tale attività.

Per info:
Biblioteca Libertaria “Armando Borghi”, via Emilia Interna, 95
48014 Castel Bolognese (RA)
Tel. 0546 – 55501
E-mail bibliotecaborghi1916@gmail.com
Sito web bibliotecaborghi.org

Biblioteca Libertaria ”Armando Borghi”



Riglione (Pi)/
Un'edicola, Errico Malatesta, tra passato e speranza

In una di quelle pagine Facebook nelle quali si pubblicano vecchie fotografie di paese, scolaresche con grembiulini stirati a festa, formazioni di locali squadre di calcio e dove spesso molti concittadini sembrano ritrovare le proprie radici, è recentemente apparsa una fotografia che mi ispira il racconto di una vecchia storia. La foto è stata pubblicata su una community dove si raccolgono ricordi fotografici e documentali di Riglione, uno dei vari paesi che circondano la città di Pisa.
Lo scatto in questione (qui pubblicato) ritrae l'edicola del paese, di fronte alla piccola struttura si nota un signore in bicicletta e un giovanotto (come si diceva un tempo) che indossa abiti che ci inducono a pensare che la foto sia stata scattata negli anni cinquanta; in secondo piano due ragazzini in pantaloni corti. La storia che andrò a raccontare non è però ispirata dai soggetti della foto, ma da tre dettagli e conseguentemente dagli eventi che si sono svolti intorno a quella rivendita di giornali; per comprendere fino in fondo una fotografia bisogna infatti individuare anche il contesto storico, sociale e geografico in cui l'immagine è stata scattata. Il primo dettaglio presente nella foto, alla destra dell'osservatore, è una lapide bianca della quale non si distingue l'epigrafe; il secondo è una ghirlanda affissa in basso alla lapide; il terzo invece non appartiene allo scatto, ma è una data scritta a penna sulla fotografia: 1953.
Tre dettagli che raccontano una storia lontana, di quelle che non si narrano nelle community di Facebook. Riglione, ancora oggi, è una borgata popolare alle porte di Pisa dove nelle ultime elezioni amministrative la Lega è diventata prepotentemente il primo partito, ma questa è un'altra storia. Le lontane radici di questo paese ci raccontano invece di altri sogni, di altre idee. Tra gli anni sessanta e settanta dell'ottocento, nella borgata pisana, si sviluppano due importanti aziende tessili, Nissim e Bolaffi de Veroli, e nel borgo vivono, lavorano e lottano le fabbrichine, nome con cui venivano chiamate le operaie delle industrie tessili pisane.
La borgata conosce le prime lotte operaie e nel 1873 proprio due fabbrichine di nome Santina e Assunta organizzano il primo sciopero; sotto una bandiera rossa, le giovani operaie guidano le compagne in una manifestazione che termina con l'assalto a un'altra fabbrica del paese, dove il proprietario teneva chiuse le lavoratrici per impedire loro di scioperare. Pochi anni dopo le mura del borgo ospitano la prima lapide pisana in ricordo di Garibaldi, siamo nel novembre del 1882 e l'eroe dei due mondi è spirato da appena cinque mesi.

Riglione (Pi), 1953 - L'edicola

In questi anni le carte di polizia segnalano la presenza di pericolosi anarchici e nel 1891, il 21 dicembre, un giovane Pietro Gori tiene un'affollata conferenza in un locale privato posto in una strada che sbuca proprio di fronte all'edicola ritratta nella foto. Il paese è poi attraversato da vari moti rivoluzionari ed è il principale teatro pisano delle lotte per il pane del 1898: agitazioni che fanno dichiarare lo stato di assedio in città; le proteste di quei giorni portano in carcere 145 proletari pisani, una buona metà sono riglionesi. I primi del novecento vedono la borgata sotto una forte spinta anticlericale che trova il proprio culmine nel 1910 con l'inaugurazione, a pochi metri da quell'edicola, di un medaglione bronzeo in ricordo di Giordano Bruno; il marmo viene poi spazzato via dalla violenza fascista e dell'epigrafe non si ha traccia. L'egemonia politica del paese, nel primo ventennio del novecento, è contesa tra socialisti e anarchici, una diatriba che si risolve a colpi di pistola.
Gli anarchici, nei primi anni del secolo, sono indubbiamente la corrente politica che primeggia, organizzano comizi, conferenze, manifestazioni. Nel 1912 si tiene un partecipato comizio anticlericale, proprio sulla scalinata a lato della nostra edicola, che la prima pagina de L'Avvenire anarchico definisce “grandioso”; intervengono Virgilio Salvatore Mazzoni e Alberto Bargagna, il futuro comandante della XXIII Brigata Garibaldi che libererà gran parte della zona pisana dall'occupazione nazifascista. Sempre nel 1912 si costituisce il gruppo anarchico Demolizione che anima la politica della borgata e la cui bandiera nera viene esposta al Vittoriano nel decennale della marcia su Roma, una delle bandiere più belle delle quali la viltà fascista fa vanto di aver conquistato. Con l'arrivo del 1921 il paese conosce le lotte antifasciste, l'assalto popolare alla caserma dei carabinieri per liberare l'onorevole Giuseppe Mingrino (in quel periodo segretario della Camera confederale del lavoro pisana), che pochi mesi dopo sarà tra i fondatori, a Roma, degli Arditi del popolo.
Poi l'animata borgata piegherà il capo durante il fascismo e risorgerà nella primavera e nell'estate del 1944 quando, con il fronte di guerra fermo per 40 giorni sulle rive dell'Arno, le truppe partigiane operano e contribuiscono a liberare la zona. Finisce la guerra e, nel paese dove il PCI alle elezioni comunali del 1946 supera il 62% dei voti, si ricostituisce, per volontà dei vecchi demolitori, un gruppo anarchico che prende il nome di Pietro Gori. Quale miglior posto, tra le varie borgate pisane, se non quella di Riglione, per individuare una strada da dedicare al ricordo di uno dei più importanti militanti rivoluzionari dell'anarchismo internazionale: Errico Malatesta.
Forse in città, in quegli anni, è ancora vivo il ricordo del suo comizio in Piazza dei Cavalieri, era il 31 gennaio del 1920 e Pisa aveva una Camera del lavoro sindacale, aderente all'Usi. Così a far data dal 27 luglio 1953, anno del centesimo anniversario della nascita, una delle strade centrali di Riglione viene intestata a Errico Malatesta con le seguenti motivazioni: «Anarchico idealista, difensore della libertà di pensiero e della giustizia sociale». Quella vecchia fotografia voleva solo ricordare un'edicola, ma spesso sono i dettagli (nel nostro caso una lapide, una ghirlanda e una data) che ci aiutano a ricordare la storia.
Oggi in questa borgata, campeggia ancora quella lapide della quale vi svelo l'epigrafe: Via Errico Malatesta / 1873 – 1932 / Anarchico Idealista. Sotto la lapide non si appendono più ghirlande, in paese non si organizzano conferenze e comizi anticlericali e per quelle strade non passeggiano più i fiocchi alla lavallière. A Riglione rimane il marmo, la storia e un po' di speranza.
A Pisa invece è riapparsa un'altra fotografia, proprio quella di Malatesta che parla dalla scalinata della Scuola Normale, foto appena appesa nei locali della rinata Biblioteca Franco Serantini, ma anche questa è un'altra storia e un'altra speranza.

Massimiliano Bacchiet



Crocenera Anarchica/
Un progetto di ricerca

Da qualche tempo, tangenzialmente al progetto di public history dedicato a Giuseppe Pinelli, abbiamo ripreso a occuparci della Crocenera Anarchica, fondata a Milano nel 1969 da Amedeo Bertolo, Umberto del Grande e Pinelli stesso sull'esempio dell'Anarchist Black Cross di Stuart Christie.
Negli intenti, l'organizzazione avrebbe dovuto occuparsi principalmente di solidarietà internazionale, in particolare verso gli anarchici spagnoli. I fatti dell'aprile 1969 suggeriranno tuttavia delle priorità differenti: gli attentati alla stazione Centrale e alla Fiera di Milano e lo scatenarsi della campagna denigratoria e persecutoria contro gli anarchici verranno immediatamente inquadrati come parte di una strategia aperta su «qualcosa di più grave», per far fronte alla quale i membri della Crocenera concentreranno tutti i propri sforzi.
Questa consapevolezza emerge fin dai primi bollettini interni, diffusi con lo scopo di far circolare entro il movimento anarchico notizie taciute o distorte dalla stampa e riflessioni sugli avvenimenti in corso. Nel giro di pochi mesi questi sospetti e queste intuizioni avranno una terribile conferma con la strage del 12 dicembre 1969 a Milano, l'assassinio di Pinelli e l'incarcerazione di Pietro Valpreda.

Il bollettino n. 1 di Crocenera Anarchica

Con questo progetto di ricerca ci proponiamo di dare adeguata rappresentazione dell'attività della Crocenera Anarchica e dell'importante ruolo giocato dai suoi membri in anni cruciali, tra il 1969 e il 1973, anno in cui quella esperienza – legata al gruppo Bandiera Nera di Milano e più in generale ai Gruppi Anarchici Federati – chiude. Altri gruppi di militanti rifonderanno anni dopo una diversa Crocenera, per occuparsi tendenzialmente di abolizionismo carcerario e solidarietà agli anarchici detenuti.
Mediante lo spoglio della documentazione conservata presso i nostri archivi, l'esame delle fonti scritte e di quelle orali, vogliamo arrivare a comporre una storia della Crocenera dove i fatti siano debitamente contestualizzati e i materiali siano accompagnati da un apparato critico che possa facilitarne la lettura.
Inoltre, gran parte dell'archivio e dei materiali a nostra disposizione sta venendo digitalizzato in modo da poter rendere in seguito disponibili a tutti i documenti o i contributi più significativi.
Come primo passo, abbiamo pubblicato sul nostro sito una breve storia dell'organizzazione a cura di Nico Berti e la scansione completa dell'opuscolo Le bombe dei padroni, diffuso a partire dall'agosto 1970 come parte della campagna di controinformazione sulla “strage di Stato”. A breve caricheremo tutti i Bollettini pubblicati in quegli anni dalla Crocenera.
Vi invitiamo dunque a seguire tutti gli aggiornamenti sul sito del Centro Studi Libertari (www.centrostudilibertari.it/news-crocenera) o sulla nostra pagina Facebook (https://www.facebook.com/csl.pinelli, oppure cercando “CSL - Centro Studi Libertari / Archivio Giuseppe Pinelli”).

Roberto Viganò



Cile, 8 marzo/
Rivoluzione femminista in piazza

Sulla Piazza Baquedano a Santiago (ribattezzata Dignidad dai manifestanti della Rivolta cominciata in Cile il 18 ottobre) esplode la creatività, a cui si mischia la cultura mapuche. Eppure non c'è nessun folklore, è un'espressione autentica, senza stereotipi. “Diventare una donna”, come dice un grande striscione, per molti è una creazione che non si realizzerà con le parole e con gli schemi attuali. Un'altra caratteristica originale sono i banchetti con i gadget. In particolare quelli che espongono il “negro Matapacos”, simbolo della Rivolta sociale, un cane nero con un fazzoletto rosso legato al collo. Ve lo immaginate vendere, un 8 marzo, a Parigi delle sciarpe con su scritto “Cane nero ammazza-sbirri, santo patrono della rivolta?”, delle fionde e delle biglie di acciaio prima dell'inizio di una manifestazione, senza che intervenga la polizia? In pratica ci siamo ridotti a essere meno liberi dei cileni, che però continuano a chiedere che sia cambiata la costituzione di Pinochet, che è tuttora in vigore, e denunciano la neo-dittatura di Piñera.

I/le manifestanti

Quello che caratterizza le donne che manifestano è l'audacia della liberazione delle menti e dei corpi: hanno i seni dipinti con i colori della guerra, il ventre nudo ricoperto da scritte provocatorie, come “Non incito allo stupro”. All'inizio della manifestazione una di loro cavalca la statua del generale Baquedano come un'amazzone, è a torso nudo e ha una bandiera nera in mano. È l'immagine più bella dell'8 marzo. Brave cilene.
A ciascuno il proprio ruolo: la Primera Linea femminista sono donne vestite di nero venute per provocare la polizia e resistere all'ordine di scioglimento. Dietro di loro ci sono le molto combattive e acclamate Mamis de la capucha (le mamme incappucciate) con i loro scudi. La sorellanza ci unisce tutti/e, un uomo mostra con fierezza il suo cartellone “Voi avete i proiettili, noi donne abbiamo le emozioni”. Tutti/e salvo le donne dell'apparato repressivo, che sono uno dei bersagli prediletti degli/delle manifestanti: “La sbirra non è nostra sorella”. E neppure le donne del governo, come la ministra della condizione femminile Isabel Plá, che il 10 marzo è stata costretta a dare le dimissioni. L'età media degli adulti manifestanti è piuttosto bassa, molti/e insegnanti di scuole primarie, licei e università. A Valparaiso, l'11 marzo, vedo anche professori e studenti in uniforme uscire insieme da un liceo per unirsi alla manifestazione quotidiana. Le compagne dell'Ateneo anarchico sventolano la A cerchiata, l'anarchismo è molto presente sui muri della città. Tra gli slogan si può leggere: “Pretendiamo un'educazione non sessista”. Si va a manifestare con i bambini piccoli. Ma ci sono anche donne molto anziane che non temono i gas lacrimogeni.
Si tratta solo di un movimento di liceali e studenti? No. Non solo. C'è la partecipazione delle classi popolari, in un paese in cui la prima discriminazione è quella dell'appartenenza sociale, una vera adesione di quelle classi alla rivolta: “Finché ci sarà la miseria, ci sarà la ribellione”, “Noi faremo la rivoluzione. Donne delle classi popolari, scendiamo in strada per costruire insieme la caduta del patriarcato e del capitale.”
Il giorno prima della manifestazione piovono fischi e insulti al passaggio dei furgoni dei pacos (sbirri). L'odio nei confronti della polizia è immenso. Alcune scritte dicono che lo sfruttamento è diventato insopportabile e che l'ora della lotta è arrivata: “Se le nostre vite non valgono niente, allora rendiamole indispensabili”.

La giornata internazionale della donna

Questo 8 marzo ha diversi punti in comune con altri 8 marzo che ho vissuto, in particolare con quello storico di Roma, nel 2018. Anche a Santiago siamo una marea, c'è quella gioia di essere insieme tra noi donne, di poter condividere la nostra esperienza di discriminazione o di sofferenza, (è raro che una donna non abbia una storia da raccontare) e trovare l'empatia. Ma ci sono anche delle differenze: la determinazione e la rabbia sono molto più forti qui in Cile, dove le donne reclamano il diritto all'aborto libero e gratuito (per non morire se vi ricorrono), chiedono di non subire umiliazioni durante il parto, di non essere vittime dei comportamenti maschilisti per strada, denunciano la banalità degli stupri, esigono la libertà di andarsene in giro senza paura. E di decidere della loro vita. Tutto è ancora da fare in materia di diritti delle donne che, su un muro ricoperto di post-it, denunciano pubblicamente gli stupratori in casa, per strada, nelle scuole, nei commissariati (dove si reprime così la rivolta); anche in Cile devono chiedere tutto quello che noi chiediamo, come per esempio l'uguaglianza degli stipendi, ma anche tutto quello che noi abbiamo già ottenuto. I cartelloni ci dicono che la nuova generazione non si sottometterà più in silenzio ai maschilisti: “Io sarò la donna che vorrò essere” proclama una bambina. “Vengo per la mia mamma” dice il suo fratellino.
La manifestazione inizia in un caldo torrido verso le 11, in ordine non tanto sparso quanto libero. Il percorso arriva fino alla Piazza Echaurren, un po' dopo il Palacio de la Moneda, passando davanti alle università sull'Alameda. Pochi gli striscioni dei sindacati, nessun ordine convenuto o imposto per prendere la testa del corteo, nessun megafono, nessun partito venuto per la propria parrocchia con una bandiera ciascuno e, soprattutto, nessuno slogan trito e ritrito, ripetuto come in chiesa. Alcune donne si fermano per scrivere “Históricas” sull'asfalto, e molti sono i cartelloni che riproducono il gioco di parole che riprende e rifiuta gli stereotipi maschilisti “No somos histéricas, somos históricas” (“Non siamo isteriche, ma storiche”). Una bandiera rossa è portata come un sudario, sopra sono ricamati i nomi delle 582 vittime di femminicidio dal 2010 fino al febbraio 2020. Si gridano slogan contro il maschilismo, il femminicidio, lo stupro, in difesa dell'aborto, con una forza che non si preoccupa più del politicamente corretto: “Piñera, peccato che tua madre non abbia abortito”, “Abortisco per evitare che sia sbirro”, “Lo sbirro morto non stupra”. “Non me l'ero messo per te quel vestito, piccolo maschio stupratore” grida una ragazza con un vestito corto rosa. “Non sono poco vestita, sei tu che hai poca educazione” dice un'altra in costume da bagno.
Lo slogan più frequente, oltre a “paco violador” (“sbirro stupratore”) è “Piñera dictador igual que Pinochet” (“Piñera dittatore come Pinochet”). Si legge anche “In Cile si tortura come sotto la dittatura”. Questa generazione è nata dopo la dittatura, finita nel 1990, ma i ministri di Pinochet sono al governo, la sua costituzione è sempre in vigore e i diritti umani sono ancora violati nei commissariati, e questo spiega tutto.
Quando ci avviciniamo alla Moneda, il palazzo presidenziale, i blindati sono in giro per impedire agli/alle manifestanti di avvicinarsi. Lungo tutta l'Alameda corrono transenne di metallo che vengono rovesciate dai/dalle manifestanti. Bottiglie di plastica e sassi cominciano a piovere sui poliziotti, che rispondono con il cannone ad acqua. I manifestanti avanzano; quando la polizia anti-sommossa arretra, si sentono grida di gioia e applausi. Cominciano anche le cariche. Resistere, far durare la manifestazione, far durare la lotta, fino a ottenere la dignità per le donne e per tutti. E i/le manifestanti resistono senza disperdersi per ore e ore. I genitori rimasti con il figlio di sette anni sono i primi a indietreggiare quando iniziano i gas lacrimogeni. Vedo una studentessa con l'uniforme che grida a uno sbirro a cinque metri “paco culiao” (“stronzo di uno sbirro”). Alle 17 si contano 19 poliziotti feriti e 16 arresti secondo Berta Robles, generale dei carabinieri. Gli uomini e le donne della Primera Linea resistono ancora, come al solito, quando cala la notte. La manifestazione si conclude dodici ore dopo l'inizio dell'assembramento. Nessun saccheggio, nessuna vetrina spaccata e domani torneranno per lo Sciopero generale femminista e poi ancora ogni giorno perché la Rivolta sociale continua.
Eravamo più di un milione. “La rivoluzione sarà femminista” si legge un po' ovunque. Molti sono gli slogan che associano il femminismo e l'anarchismo. Alcuni rari slogan femministi chiedono il potere per le donne, ma noi non denunciamo il potere patriarcale per poi sostituirlo con un altro. E se non c'è femminismo senza anarchismo, sono convinta che il femminismo sia il futuro dell'anarchismo.

Monica Jornet

Gruppo Gaston Couté della FA
traduzione di Gaia Cangioli




Ido, Gianni, Paola/
Un tratto di cammino, insieme

Ido Petris, anarchico di Pradumbli, all'inizio della Val Pesarina (Friuli), si è spento all'età di 82 anni, dopo una vita spesa per gli ideali anarchici, principalmente nell'ambito della locale Casa del Popolo, inaugurata nel 1911 e per decenni punto di riferimento della comunità locale “contro”. Contro la guerra, il fascismo, le ingiustizie sociali.
Un caro saluto alla cara Elda, sua compagna di una vita. Una ventina di anni fa, e oltre, che bella chiacchierata a casa loro durante una mitica festa dell'autogestione tra quelle montagne. Un orso buono.

Gianni Mura, grande giornalista non solo sportivo, uomo di cultura, esperto di musica cantautorale, esperto di vini e cibi, godurioso e allegro compagno (anche) di numerose anarchiche e anarchici – da Imola a Reggio Emilia – “veronelliano doc”, se n'è andato anche lui. Lo abbiamo ricordato sui nostri social, in particolare per quel pranzo nella trattoria qui accanto alla redazione, quando dirigeva il mensile “E”, di Emergency. Fu nostro ospite, lui di “E” e noi di “A”. Noi prima di lui, indiscutibilmente, in ordine alfabetico.
Ci lasciò una bella sottoscrizione. E ci ringraziò dell'invito a pranzo. Noi (quasi) gli chiedemmo scusa per averlo invitato non in uno dei ristoranti pluristellati che bazzicava e segnalava in Italia (e non solo), lui ci rispose dopo aver controllato il parmigiano-reggiano che era fresco, cosa che a volte non gli capitava in luoghi paludati. Mitico.

Paola Rizzu, femminista sassarese, fotografa, artista, che ha collaborato qualche volta con “A” negli ultimi anni, in particolare contro il militarismo così devastante nella sua amata isola, se n'è volontariamente andata in un giorno dello scorso febbraio. Ci restano sue meravigliose foto di uccelli che si librano in cielo. E tante altre immagini di libertà. Grandi discussioni su tanti temi. Vivace e polemica.







Venezuela/
Né con Maduro né con Guaido

Di seguito alcune domande poste a metà aprile agli attivisti anarchici del Collettivo El Libertario, un tentativo di riassumere l'attuale situazione venezuelana e prospettare alcune riflessioni sull'immediato futuro.

Come descrivereste il sistema politico al potere in Venezuela?
Una dittatura latinoamericana del XXI secolo. La differenza con le dittature latinoamericane del passato è quella di mantenere certe formalità proprie dei regimi democratici, ad esempio la chiamata alle elezioni e l'apparente rispetto della normativa costituzionale, per poi stravolgerle a favore del regime che, in questo caso, oltre a proclamarsi di “sinistra” e “antimperialista” pretende di giustificare le proprie azioni, estremamente autoritarie, con la presunta difesa di fronte agli attacchi della destra conservatrice e imperialista.

In Europa molti tifosi del chavismo etichettano Guaido come una marionetta di Washington. Potreste descriverci il personaggio in questione e la sua traiettoria politica?
Della sua traiettoria prima di essere proclamato presidente in opposizione a Maduro si conosce poco o nulla e possiamo aggiungere poco a quanto leggibile su Wikipedia. Nel 2007 (durante le proteste contro il mancato rinnovamento della licenza televisiva alla rete RCTV, nda), come attivista studentesco all'Università Cattolica Andres Bello di Caracas, istituzione dei gesuiti, non viene certamente ricordato come una delle figure più distaccate. Certo è che il Partito Voluntad Popular, nelle cui fila figura Guaido a partire dalla sua nascita, deriva dalla scissione col partito Primero Justicia, nato negli anni novanta sulla spinta di alcuni militanti del partito democristiano COPEI.
Nel 2012 Guaido si presenta e viene sconfitto come candidato al governo del suo stato federato d'origine (che ai tempi di chiamava Vargas e oggi La Guaira) e questo passaggio gli servirà come trampolino per essere, in seguito, eletto deputato all'Asamblea Nacional.
Il fatto che sia arrivato a diventare Presidente dell'Asamblea Nacional non è altro che il risultato di un accordo burocratico precedente fra partiti dell'opposizione di destra e socialdemocratici che sono la maggioranza, accordo secondo il quale la presidenza dell'Assemblea Nazionale sarebbe stata attribuita a turno a ogni gruppo politico. Quando venne il turno di Voluntad Popular, il gruppo designò Guaido perché altri candidati erano impossibilitati o non volevano presentarsi. Guaido proviene dalla classe media, ha frequentato un'università privata e ha vissuto nella zona della Caraballeda, dove risiedono persone dalle risorse medio alte.

Alla luce di questo percorso credete anche voi che sia una marionetta di Trump?
Sul fatto che sia un burattino dell'imperialismo capisco che l'uso e abuso di questa accusa (che è stata brandita anche contro gli anarchici e contro il resto della piccola opposizione radicale di sinistra) la renda uno strumento propagandistico; sicuramente Guaido e quelli che lo seguono sono legati al governo degli Stati Uniti, ma non rappresentano necessariamente l'unica carta che Washington potrebbe giocarsi in relazione al tema venezuelano. Di fatto sembra che stiano cercando qualche forma di negoziazione con i capi militari che fino a oggi hanno accompagnato Maduro, promettendo loro potere e impunità.

Considerando la dicotomia di poteri esistenti in Venezuela (da un lato l'Asemblea Nacional eletta democraticamente nel 2015 secondo la Costituzione Bolivariana del 1999 e dall'altro Maduro e la sua cricca, che usurpano il ruolo di dirigenti e che hanno abbandonato le formalità costituzionali a partire dal 2016, quando non permisero lo svolgimento del Referendum Revocatorio), come giudicate l'opposizione ufficiale che serra i ranghi dietro la figura pubblica di Guaido? Ha una legittimità politica o solamente costituzionale?
Non diamo nessuna legittimità a questa opposizione costituita da partiti socialdemocratici e partiti di destra che ci hanno fornito più che numerose dimostrazioni d'incapacità, opportunismo e ambizione senza limiti per mettere le mani sulle risorse dello Stato che, per il momento, sono saccheggiate esclusivamente dalla burocrazia chavista e dai suoi soci militari. Sarebbe lungo entrare nel dettaglio rispetto ai risultati negativi raggiunti da quest'opposizione, però per chi volesse approfondire consiglio di cercare cosa appare nel blog di El Libertario quando si inserisce appunto il termine “opposizione”.

La DEA ha accusato le principali figure del chavismo al potere di narcotraffico. Che riscontro hanno queste accuse nella realtà? È una manovra imperialista o c'è davvero carne sulla brace?
Ovviamente sarebbe peccare di stupida innocenza credere che la DEA formuli le sue accuse senza una connessione con la frenetica linea politica di Trump per convertire il governo di Maduro in un conveniente capro espiatorio straniero; allo stesso tempo, senza dubbio, ci sono certamente abbondanti indizi per sostenere che esistano connessioni tra importanti figure chiave del governo venezuelano e il narcotraffico. Che la DEA lo denunci o smetta di farlo non annulla questi indizi, come la connessione del presidente dell'Afghanistan e del suo circolo più prossimo con il traffico di eroina in grande scala non scompare quando l'agenzia antidroga americana fa silenzio sull'argomento.

Credete sia plausibile un intervento militare da parte degli Stati Uniti per esautorare la cupola al potere?
Anche se non sottovalutiamo la vena frenetica di Trump e dove questa potrebbe condurlo, crediamo che manchi molto per provocare questo passo degli americani. Continueranno le loro spavalderie, però sembra che ancora scommettano fortemente sul fatto che siano gli stessi militari venezuelani a farsi carico di Maduro. Ovviamente Maduro, il suo stretto circolo e la dittatura cubana (che lo supporta per svariate ragioni) ne sono a conoscenza e infatti stanno usando tutti i mezzi di corruzione, ricatto e pressione in loro possesso – proprio come fanno gli americani – per affrontare tale possibilità.

Cosa pensate di questa seppure lontana opzione?
La storia dei nefasti interventi imperialisti diretti o indiretti nei paesi dell'America Latina o dei Caraibi è chiara, quindi certamente non vediamo niente di positivo in questo scenario. Non condividiamo per nulla l'idea del “bisogna uscire dalla dittatura in ogni modo, anche se questo implica associarsi alle manovre americane”; d'altra parte nemmeno condividiamo chi afferma “se gli americani vogliono spodestare Maduro, dobbiamo difenderlo per ragioni antimperialiste e di sovranità nazionale”. Questa disgiunzione è falsa, crediamo sia possibile un percorso alternativo a queste opzioni che ci vengono presentate come le uniche possibili da chi lotta per instaurare un potere statale ugualmente oppressivo e ingiusto.

In che condizioni versa la cittadinanza? Come ci si approvvigiona di medicine e come si compra il cibo al mercato nero?
A Caracas le condizioni sono pessime. Per quanto sappiamo, nell'interno del paese la situazione in molte zone sembra veramente disperata; quindi qualificarla come emergenza umanitaria complessa, come fanno PROVEA (Programma venezuelano di educazione e azione ai diritti umani, nda) e altre organizzazioni per i diritti umani, non rappresenta in alcun modo un'esagerazione o una descrizione interessata o di parte. Per i farmaci la situazione è grave come per il cibo. Chi può prova a risolverla cercando di ricevere il necessario da parte di familiari o amici all'estero. Sembra che questa sia l'alternativa più che lo sviluppo di un mercato nero per i farmaci, anche se sembra che comunque anch'esso esista.

Che impatto avrà il coronavirus sul già critico sistema sanitario venezuelano?
Nel momento in cui si scrive non si è ancora sentito con forza l'impatto della pandemia nel paese (il governo comunica solo pochi centinaia di casi e nessuna morte), però temiamo che prima o dopo arriverà il forte contraccolpo e che il sistema sanitario non sia in grado di affrontarlo. Non ci sono ragioni per attribuire credibilità alcuna a un governo che da anni s'impegna grottescamente nell'occultamento di cifre e dati che dimostrino il collasso del settore della salute pubblica. Sono anni che non si conoscono le statistiche del settore, quindi gioco forza siamo pessimisti rispetto alla sua capacità di occuparsi con qualche efficacia di quello che sta per succedere.

Fabrizio Dentini