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Rivista Anarchica Online


Valsusa

Repressione in valle

di Ezio Bertok e Nicoletta Dosio

L'intervento delle forze dell'ordine, della magistratura, e in generale delle istituzioni, contro il movimento che da quasi trent'anni si oppone al Tav ha fatto un salto di qualità. Repressiva. Se n'è parlato a un recente convegno promosso a Bussoleno (To) dal Controsservatorio Valsusa. Presente, con una sua bella lettera, Nicoletta Dosio, allora in carcere, ora agli arresti domiciliari.



Un laboratorio di nuove politiche repressive

di Ezio Bertok

Dal 2011 al 2019 oltre duemila imputati nei processi a carico di esponenti del movimento NoTav, condanne per reati di lieve entità a cui segue il rifiuto di misure alternative al carcere, centinaia di pesanti misure cautelari: bastano questi primi dati a descrivere le dimensioni di una repressione in Valsusa che coinvolge un'intera comunità; guardando al territorio e alla popolazione interessata l'incidenza percentuale non ha eguali neppure nei territori di mafia.
Il convegno promosso a Bussoleno il 15 febbraio scorso dal Controsservatorio Valsusa ha messo in evidenza le dimensioni di una situazione già nota in termini qualitativi che, se vista nei dettagli, mostra tutta la sua drammaticità: è il risultato delle scelte di una politica incapace di governare il conflitto sociale e di una procura - quella di Torino - che ha attivato canali preferenziali per colpire in fretta la resistenza NoTav distogliendo forze da altri processi.
Non sono parole al vento: le riflessioni, i dati, gli esempi presentati al convegno da tre avvocati che difendono numerosi imputati (Valentina Colletta, Elisabetta Montanari, Claudio Novaro), da Livio Pepino e da Alberto Perino non hanno lasciato dubbi. (http://www.controsservatoriovalsusa.org/174-convegno-su-repressione-15-02-2020)
I casi di Luca e di Nicoletta sono esemplari.
A Luca, condannato a un anno di reclusione per resistenza in un contesto completamente estraneo alla lotta NoTav - uno sgombero di abitazioni a Torino - il Tribunale di sorveglianza ha negato l'affidamento in prova (misura alternativa al carcere) con motivazioni che la dicono lunga sulle intenzioni degli apparati repressivi: “La collocazione geografica del domicilio del soggetto coincide con il fulcro di uno dei movimenti che propugnano le loro convinzioni con mezzi e modalità non sempre leciti e pacifici (No TAV)”. Cosa c'entra con il reato contestato? Nulla. Come dire: sei NoTav e frequenti cattive compagnie, il carcere deve essere la tua casa.
Questo approccio d'altra parte è largamente diffuso in relazione alle misure cautelari applicate anche nei confronti di incensurati sulla base di una presunta pericolosità sociale in considerazione della “tipologia” del soggetto destinatario delle misure. La digos raccoglie informazioni nel corso degli anni e le passa ai giudici che traggono le conclusioni. Esemplare a questo proposito quanto messo in risalto dal gip in un processo del 2012: “nel 1970 è contiguo ai movimenti della sinistra extraparlamentare Lotta continua e Potere operaio e partecipa a una manifestazione non preavvisata all'autorità di pubblica sicurezza, promossa dai predetti movimenti”. Traduzione: se era “sovversivo” 42 anni fa oggi è colpevole a prescindere.
Non mancano curiosi paradossi, come ad esempio nel caso di incensurati colpiti da misure cautelari in cui si legge la stupefacente motivazione (ordinanza Tribunale di Torino 8 febbraio 2012): “la custodia cautelare in carcere è il minimo presidio idoneo a fronteggiare in modo adeguato le suddette consistenti ed impellenti esigenze cautelari”. Viene spontanea la domanda: se la custodia in carcere è il minimo cos'ha in mente il giudice?
Da questi esempi emerge un dato che ha trovato riscontro anche in altre riflessioni presentate al convegno: già in fase di indagini preliminari c'è uno slittamento verso quello che viene chiamato “il diritto penale d'autore”. Questa la prassi consolidata: “di fronte a reati collettivi, di folla, commessi o astrattamente addebitabili a una pluralità di persone non si svolgono indagini per individuare tutti i possibili autori del fatto ma ci si accontenta dell'identificazione dei soli soggetti conosciuti appartenenti per lo più alle aree antagoniste, con l'evidente prospettiva di disattivare, di eliminare, attraverso la neutralizzazione dei militanti più attivi, qualsiasi forma di conflitto” e nei loro confronti vengono avviati il maggior numero possibile di procedimenti con un allargamento a dismisura dell'area del penalmente rilevante.
La resistenza NoTav ha tutte le caratteristiche di un conflitto sociale: si usa dire “non è solo un treno”, intendendo con questo che le ragioni economiche, ambientali, gli squilibri nell'utilizzo delle risorse, le forti limitazioni degli spazi di partecipazione democratica dei cittadini, le militarizzazione di un territorio sono le ragioni profonde dell'opposizione al Tav, al di là della evidente inutilità dell'opera. In un certo senso l'ampiezza e le caratteristiche dell'azione repressiva, le stesse modalità con cui viene esercitata, ne sono la conferma: riducendo il conflitto sociale a una questione di ordine pubblico il potere politico delega il potere giudiziario a risolvere un problema squisitamente politico. Dalla Val di Susa ma oltre la Val di Susa.
La connessione con i decreti sicurezza è evidente, e ce lo ricorda Nicoletta con il suo gesto coraggioso. Lasciamo un attimo da parte l'assurdità di una condanna a un anno di reclusione per aver tenuto uno striscione in un presidio assolutamente pacifico al casello di un'autostrada; soffermiamoci invece sulla scelta di Nicoletta che non è semplicemente finita in carcere: Nicoletta ha scelto il carcere rifiutando misure alternative che le sarebbero state concesse, non ha chiesto sconti né atti di clemenza nei suoi confronti.
Nicoletta ha ben chiara la differenza tra giustizia e legalità, e si batte da sempre perché la giustizia prevalga sul sopruso anche quando questo è tutelato da leggi ingiuste.
La sua è stata una scelta pienamente consapevole: su un piatto della bilancia ha messo una certezza e sull'altro una speranza. La certezza era la sofferenza a cui sarebbe stata costretta nella sua detenzione in carcere, la speranza era che il suo gesto potesse aprire spiragli in una situazione insostenibile per tutti coloro che non intendono chinare la testa rassegnati.
Nicoletta non guarda soltanto alla Val di Susa e alla lotta contro il Tav: guarda alle tante lotte presenti nel paese riconducibili al quel conflitto sociale di cui la Valsusa è solo una parte.
Oggi due urgenze si incontrano: una battaglia politica per un'amnistia sociale come primo passo verso una politica che sappia governare il conflitto sociale e non semplicemente reprimerlo. E questa battaglia non può che saldarsi con la richiesta di cancellazione dei decreti sicurezza che vanno esattamente nella direzione opposta.

Ezio Bertok
Controsservatorio Valsusa
www.controsservatoriovalsusa.org


3 dicembre 2012, Lione, gendarme a un posto
di blocco al confine italo-francese
Foto di Fabiana Antonioli


Il braccio armato del sistema. Firmato: Nicoletta

di Nicoletta Dosio

Esponente di punta del movimento NoTav fin dai suoi inizi, l'insegnante (in pensione) Nicoletta Dosio è stata a suo tempo intervistata su “A” (Un fiume che scende a valle, “A” 367, dicembre 2011 - gennaio 2012) dalla nostra collaboratrice Orsetta Bellani.

Anche se da lontano, desidero farvi giungere il mio saluto e il mio abbraccio.
Questo non-luogo che mi detiene non può ingabbiare il mio pensiero, l'affetto che provo per voi, la libertà e la fedeltà ad una lotta collettiva, rafforzata dalle esperienze del passato, anche dalle sconfitte, che resistono all'oblio perché ancora, sempre, richiedono giustizia.
Chiusa tra queste mura, ripercorro con commozione e meraviglia la storia NoTav che ha riempito di senso e di efficacia l'ultimo trentennio della nostra esistenza: una lotta concreta, calibrata quotidianamente sulla realtà, efficace perché capace di aggregare le persone e le diverse realtà attraverso la chiarezza irriducibile, non negoziabile, degli obiettivi, proprio come quando sono messi in gioco i luoghi della propria vita, anzi la vita stessa.
Negli anni il movimento NoTav è diventato per tanti simbolo e speranza di riscatto e la Valle di Susa luogo di esperienza e di elaborazione culturale e sociale, per moltissimi luogo del cuore. Il vento della lotta NoTav si è allargato a ridare fiato e gambe a terre in cui esisteva solo ingiustizia e rassegnazione.
Per questo, contro di noi e contro quanti sono venuti a condividere la nostra mobilitazione, si è alzata la repressione. La lobby del Tav ha trovato nelle forze di polizia il braccio armato e nelle Procure (in primo luogo la Procura di Torino) il braccio giudiziario. Contro di noi è stata messa in campo tutta la gamma delle “pene”: dal carcere, agli arresti domiciliari, ai fogli di via, alle pesantissime sanzioni pecuniarie, fino alla “sorveglianza speciale”. Anche in questo campo il movimento NoTav è diventato, nel laboratorio dello “Stato penale del nemico”, la cavia su cui mettere a punto e sperimentare i “Decreti sicurezza” Minniti-Orlando e Salvini. Decreti che una maggioranza parlamentare prona al capitale, contro lo spirito e la lettera della Costituzione nata dall'antifascismo e dalla Resistenza, ha trasformato in leggi avverse ad ogni principio di giustizia sociale ed ambientale.
In base a tali leggi il braccio armato del sistema ha rincrudito e allargato il proprio campo d'azione, facendo di quanti combattono per una società più giusta e responsabile dei nemici da combattere senza esclusione di colpi. In base a questi principi si riempiono carceri e CPR, si dà via libera a razzismi e fascismi alimentando la “guerra tra poveri”, si soffocano le lotte. I decreti e le leggi-sicurezza devono essere prontamente aboliti e la mobilitazione per la loro cancellazione deve andare di pari passo con la richiesta della cosiddetta “amnistia sociale”: senza l'abolizione degli uni, l'altra non sarebbe che un palliativo temporaneo.
Della possibilità dell'amnistia sociale si discute nelle carceri e si accendono attese e speranze. Credo che il movimento NoTav abbia la generosità e l'esperienza per impegnarsi in prima persona a favore di tale improcrastinabile battaglia di libertà e di giustizia e per coinvolgere su questo fronte le persone e le realtà sorelle, in ogni parte del Paese. L'amnistia come riconoscimento delle resistenze collettive contro le “grandi male opere”, le guerre e gli armamenti, lo sfruttamento dei lavoratori e le “fabbriche della morte”, per il diritto alla casa, alla salute, a un lavoro dignitoso, contro fascismi e schiavismi, per una cultura di pace e di liberazione.
L'amnistia come estinzione anche dei “reati di povertà”. Tra le mura delle carceri sono questi i reati più rappresentati, connessi all'indigenza, alle tossicodipendenze, alla prostituzione, alla clandestinità. Un sistema da abbattere per costruire un mondo più giusto e vivibile per tutti. Perché il conflitto che si impone abbia efficacia e progettualità, servono la partecipazione, l'intelligenza e il cuore di tutte e tutti (e lo sa bene il Movimento NoTav che sulla capacità di aggregare e corresponsabilizzare ha costruito la propria capacità di resistenza). L'amnistia, lungi dal segnare un punto d'arrivo con un patto di pacificazione, deve essere un punto di partenza, la chiave che apre i ceppi concreti e metaforici che bloccano le tante esperienze, intelligenze, generosità prigioniere: forze senza le quali la strada verso la liberazione sarà più ardua ed incerta.
Certo, il cammino non è facile, ma è indispensabile partire. Questa mia esperienza di reclusa mi offre un osservatorio privilegiato su che cosa sia il “diritto penale del nemico”. Proprio perché provo quanto siano pesanti e ingiuste le catene, ritengo inaccettabile la sorte delle compagne e dei compagni che consumano le loro vite (alcuni fin dagli anni ‘80) nelle carceri speciali, sottoposti all'ergastolo ed al 41 bis. Nessuna di queste sofferenze è compatibile con ciò che per tutti noi è “giustizia”. Che ricominci dunque a soffiare il vento di liberazione e diventi realtà la nuova alleanza tra esseri umani e con la natura. Alle mie sorelle e ai miei fratelli NoTav va l'abbraccio più affettuoso: oggi il mio posto di militanza è qui, tra queste mura, ma il mio cuore è con voi, sui sentieri della Clarea, su quella terra dove, da 30 anni, continuiamo testardamente a resistere.
Non un passo indietro. Avanti NoTav!

Nicoletta Dosio