Rivista Anarchica Online


teatro

Colpo (mortale)

di Domenico Sabino

Riflessioni ad alta voce sulla crisi del teatro in Italia, ostaggio di opportunismi e pressioni politiche. Da almeno una trentina d'anni.

Non si deve compiacere il pubblico, ma stimolarlo sempre.
Rainer Werner Fassbinder

La débâcle culturale ha investito il mondo teatrale da circa trent'anni (volendo essere ottimisti), ovvero da quando la gestione, più che direzione artistica, del Teatro è stata affidata molto spesso a “personaggi in cerca di autorità”, i quali più che a registi, drammaturghi e artisti somigliano a manager nominati non per chiara fama ma per evidenti e palesi interessi economici, lottizzazioni partitiche e logiche affaristiche di profitto quasi sempre oscure. Si aggiunga che i teatri sono copiosamente sovvenzionati dallo stato, dalle regioni, da compositi enti e da privati che decretano ineluttabilmente la politica culturale da mettere in «Atto (senza parole)» in tal teatro.
Ne conseguono produzioni teatrali e relative programmazioni decise nel corso di un consiglio d'amministrazione da un amministratore delegato, più che da un direttore artistico, che detta leggi non in chiave culturale bensì economica e propria del mercato del profitto.
Basti leggere i cartelloni teatrali (sempre più somiglianti ai peggiori palinsesti televisivi) dei maggiori teatri d'Italia per rendersi conto che impera la stasi più totale: stessi spettacoli, stessi drammaturghi, stessi registi, stessi attori o presunti tali perché “protetti”; spettacoli prodotti e distribuiti su tutto il territorio da sedicenti centri di produzione teatrale.
Neanche il teatro sfugge, dunque, all'oppressiva “longa manus” sempre in ombra dei forti potentati. Che definirei “regime democratico pseudoculturalteatrale” che opta per una distribuzione seriale, capillare, come se stesse vendendo un qualsiasi prodotto di consumo. Da ciò si percepisce che il Teatro ha smarrito il senso della sacralità (in senso etimologico), della ritualità e della finalità politica.
«Il teatro è penitenza! Che ve credite, che è crociera? Si ve credite che è crociera vutate 'e tacchi e dicite: buonasera», battuta al vetriolo tratta da «Matamoro» (1994), dramma che ben sintetizza il senso eminente e intellettuale che Franco Autiero (1945/2008, scenografo, drammaturgo, regista) ha del teatro. La sua drammaturgia riecheggia adesso più che mai attuale e profetica per denunciare la decadenza, il declino culturale e gestionale dei teatri. Management affidato al capitale, alle banche, ai poteri trasversali che hanno mutato il modo di intendere il teatro. Che hanno piegato il “fare teatro” ai dettami omologanti e commerciali dello stile televisivo che nulla ha in comune col Teatro, perdendo di fatto identità, autonomia artistica-creativa e dignità a vantaggio di interessi privatistici impregnati di ideologia di mercato.
Necessita discernere tra arte e comunicazione, tra teatro e spettacolo e affermare in modo chiaro che la mansione delle risorse economiche è sostenere il primo e non guadagnare consenso tramite il secondo. Ciò che manca nel mondo del teatro e della cultura in generale è la dignità, la coerenza e l'onestà intellettuale. La mia sensazione è che da più di trent'anni si produca e si distribuisca avendo quale riferimento non il pubblico che parteciperà allo spettacolo, ma piuttosto l'appagamento degli sponsor, il consenso della critica prezzolata e degli addetti ai lavori. Ma tutto ciò non ha senso! Siamo al paradosso!

Tadeusz Kantor, Crepino gli artisti (1985)
foto di Maurizio Buscarino

Un teatro estremo e radicale

Urge un teatro estremo radicale irriverente provocante, che faccia riflettere per contrastare il cosiddetto teatro accomodante e rassicurante che persegue la prassi e la rappresentazione borghese della/sulla scena contemporanea. Una scossa di creatività fuori dagli schemi e dal mercato.
«I teatri vanno chiusi (pubblici e privati). Il teatro in Italia è un autogrill dove trovi di tutto dalla cravatta al caffè, ma è tutto scadente. E allora chiudiamo i teatri alle merci [...] e via i mercanti dal tempio. C'è bisogno di un teatro che formi un pubblico nuovo [...], con artisti che si rivolgano alla collettività [...] che si riunisce in sala, per capire insieme qualche cosa [...] e non per fare carriera o avere un facile consenso». Sono le parole allarmate e sintomatiche di Leo de Berardinis (1940/2008, drammaturgo, attore, regista) scritte e urlate oltre vent'anni fa per denunciare lo scadimento, lo scandalo, la decadenza culturale e gestionale dei teatri.
S'è perso il senso della comunità teatrale, del laboratorio, del rito, dell'aggregazione, della condivisione di idee, spazi e risorse a favore di un bieco individualismo che produce modeste per non dire inutili opere sperimentali e/o di ricerca esaltate da critici paludati.
La responsabilità maggiore di quest'involuzione culturale va addossata, come accennato poc'anzi, alla lottizzazione politica che, sostenendo mercati e lobby per decenni, ha portato alla perdita della propria identità intellettuale. I Consigli d'Amministrazione di un teatro dovrebbero provvedere alle nomine dei direttori; per il resto la loro mansione dovrebbe essere quella di garantire, oltre alla correttezza del piano economico e finanziario, l'autonomia artistica e creativa: insomma, difendere gli artisti. Ma ahimè/ahinoi purtroppo non è andata così e in siffatta circostanza qualsiasi direzione artistica (salvo sporadici casi) diventa ostaggio di opportunismi e pressioni politiche che niente hanno a che vedere con un progetto artistico di ampio respiro.
Stilato ciò, è obbligatoria una profonda e sostanziale valutazione politico-culturale, ovvero è d'uopo la domanda: come porre rimedio a tale declino culturale e cacciare i “mercanti” fuori dal “tempio-teatro”?
In primo luogo bisogna ricreare una “Nuova comunità teatrale” in cui lo spettatore sia compartecipe attivo, critico e appassionato del rito performativo e non un pubblico mediatico televisivo massificato, omologato e asfittico.
A tal proposito, Pier Paolo Pasolini (1922/1975) nel “Manifesto per un nuovo teatro” (1968) afferma: «Il teatro è comunque, in ogni caso, in ogni tempo e in ogni luogo, un RITO. [...] il suo unico interesse è l'interesse culturale, comune all'autore, agli attori e agli spettatori; che, dunque, quando si radunano, compiono un “rito culturale”».
Il teatro deve costituire una comunità forgiata su un insieme di esperienze condivise, di erudizioni interscambiabili. Commutabili. Il teatro inteso come comunità teatrale è il tema fondante della riflessione concettuale Per un Teatro Nazionale di Ricerca (1999) di Leo de Berardinis, il cui cardine fondante è un laboratorio permanente, inteso come comunità di attori e spettatori motivati, che ricerchino e sperimentino insieme.
«L'evento teatrale – chiosa Leo in “Teatro e sperimentazione” (1995) – è un processo che si svolge in uno spazio-tempo reale in cui tutti sono partecipi, sia attori che spettatori. Lo spettacolo è una rappresentazione in cui il pubblico è spettatore passivo [...]». Esso infatti, “celebra” gli stilemi televisivi omologanti e individualistici e non più la compartecipazione concretamente collettiva e comunitaria al rito e/o all'evento teatrale.
Leo de Berardinis è una voce dissidente e libertaria che desidera: «Un teatro che formi un pubblico nuovo con eventi teatrali nuovi e sinceri, con artisti che si rivolgano alla collettività, all'assemblea che si riunisce in sala, per capire insieme qualche cosa, anche se piccola, e non per fare carriera o avere un facile consenso». «Non i soliti teatri, quindi, con la solita programmazione convenzionale, gli attori ed il pubblico improbabili e non motivati, che dopo il cosiddetto spettacolo sono più improbabili e immotivati di prima». «Ma perché tutto ciò avvenga, occorre una disponibilità mentale, una vocazione, una tecnica, sia per l'attore che per lo spettatore, ed una politica culturale che faciliti, invece di ostacolare o ignorare, l'essere e il nascere di quella disponibilità mentale, di quella vocazione, di quella tecnica». «Il Teatro Nazionale di Ricerca dovrà restituire un senso al teatro come anima di un nuovo teatro pubblico, e rilanciare il teatro e la cultura non come di potere o di consenso, o sottoprodotti, ma come necessità primaria in un contesto di rinnovato stato sociale».
Una riflessione ribelle ed essenziale per contrastare la nomenklaturapseudoculturalteatrale! Un'utopia, una traccia, una provocazione affinché si concretizzi una rivoluzione delle competenze.
Per fare ciò è essenziale infrangere le 'sezioni-settori' dove si sono sistemati i molteplici frammenti di un teatro convenzionale e borghese (stabili pubblici, Centri di produzione, stabili privati, Compagnie di ricerca). Azzerare, rimuovere tali ripartizioni e riedificare un nuovo modello di teatro.

Leo de Berardinis Ha da passà 'a nuttata (1989)
foto di Tommaso Le Pera

Un'urgenza culturale

A tutto ciò fa eco la provocazione di Jean Genet (1910/1986): «Nelle città d'oggi, il solo luogo – ahimè ancora periferico – in cui si potrebbe costruire un teatro, è il cimitero. La scelta sarà utile tanto al cimitero che al Teatro. [...] Abbattere le cappelle. Conservare forse qualche rovina: un pezzo di colonna, un frontone, un'ala d'angelo, un'urna spezzata, per indicare la vendetta indignata che ha voluto questo primo dramma [...] Se un'area è riservata al teatro, il pubblico (per venire e andarsene) dovrà seguire dei sentieri che costeggiano le tombe. Si pensi cosa sarebbe l'uscita degli spettatori dopo il Don Giovanni di Mozart, al loro passaggio tra i morti coricati nella terra, prima di rientrare nella vita profana. Né le conversazioni né il silenzio sarebbero gli stessi che all'uscita di un teatro parigino. [...] Quanto al pubblico, verrebbe a teatro solo chi avesse il coraggio di una passeggiata notturna in un cimitero per confrontarsi con un mistero».
È un lancinante grido emblematico per continuare a denunciare, a «esporsi» «per testimoniare lo scandalo» di siffatto «stato delle cose», per ricercare uno spazio ideale, un limine in cui il teatro possa concretamente tradursi in una valorizzante esperienza di vita affrancata dalle ragioni del mercato e dell'omologazione scenica. Tutto ciò va analizzato, reinterpretato, divulgato. È un atto politico-culturale indispensabile affinché si realizzi – è un'urgenza culturale – un teatro che comunichi con l'arte senza compromessi e affinché principi la liberazione dalla bieca politica manageriale, sempre più avulsa dalle motivazioni sociali e culturali del teatro.
Un impulso che perviene anche dall'idea-teatro e dalla poetica visionaria e utopistica di Antonio Neiwiller (1948/1993, poeta, drammaturgo, attore, regista) che asserisce: «[...] A lungo abbiamo studiato la recitazione/ esplorando i segni/ le maschere facciali/ la coscienza dell'espressione/ e tutte queste cose/ Ma quello che importa a noi ora/ non è solo recitare/ ma anche la sua rinuncia/ Un teatro-non-teatro/ Così/ oltre lo smog dei “media”/ abbiamo ritrovato misteri/ e attraverso noi stessi la storia/ della fine del Titanic/ o ciò a cui quella/ alludeva».

Domenico Sabino