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Rivista Anarchica Online


politica

Anarchici si diventa

di Francesco Codello

In che modo? Rompendo con l'immaginario dominante e sperimentando relazioni basate sulla libertà e sull'uguaglianza. Con i fatti, e con le nostre scelte quotidiane, possiamo dimostrare che è possibile trovare soluzioni più efficaci e più etiche ai problemi sociali.


«L'anarchismo affonda le sue radici in una ipotesi socio-psicologica abbastanza precisa: un comportamento energico, elegante e intelligente è possibile soltanto quando si reagisce in modo spontaneo e diretto all'ambiente fisico e sociale; e quasi sempre, nelle cose umane, fanno più male che bene la costrizione, la direzione dall'alto, la pianificazione burocratica, i programmi prestabiliti, le carceri, la coscrizione militare, l'autorità statale. Talvolta è necessario limitare la libertà, come si impedisce a un bambino di attraversare la strada di corsa, ma ciò avviene di solito a danno del dinamismo, della libertà, della cultura; e a lungo andare è generalmente più saggio rimuovere il pericolo e semplificare le regole che intralciare l'azione». Queste considerazioni di Paul Goodman (La società vuota, Rizzoli, Milano, 1970), scritte nel lontano 1966, ci offrono lo spunto per alcune riflessioni.


foto di Roberto Mastore


Figli illegittimi della nostra storia

Perché si diventa anarchici? Tante possono essere le ragioni, razionali e sentimentali, costruite e spontanee, lente e rapide, complesse e semplici, ma poi serve sempre un atto di volontà. Serve pensare altro da ciò che ci circonda. Ma questo non è facile né scontato. Ciascuno di noi è figlio dapprima legittimo della sua storia, della storia del suo ambiente, delle relazioni che ha vissuto, consapevolmente e inconsapevolmente. Poi, però, per diventare anarchico, deve diventare “illegittimo”, separarsi progressivamente da questo pesante fardello che ha accompagnato la nostra esistenza e questo vale per tutti, in maniera più o meno radicale a seconda dell'educazione ricevuta dalla famiglia, dai pari, dal contesto storico-culturale-sociale.
La rottura con l'immaginario dominante è necessaria, indispensabile, essenziale. Ma non basta. Serve un'altra cosa: avere cioè la convinzione che altre relazioni tra gli esseri viventi sono possibili. Magari è più immediato capire che queste sono necessarie, è sufficiente osservare obliquamente il potere e le sue malefatte per capirlo. Essere consapevoli, invece, che la parte positiva del nostro sguardo libertario è possibile diventa un ulteriore passaggio, non sempre così facile come, talvolta ingenuamente, si dà per scontato.
Il richiamo di Goodman, così ben espresso nelle parole citate, mira, a mio parere, a farci riflettere proprio sul fatto che la positività dell'anarchia è una possibilità e non una certezza. L'anarchia non può consistere in un atto di fede, né trovare giustificazione in una presunta e sterile oggettività. La sua possibilità consiste soprattutto nell'assunzione di una postura diversa, che ciascuno di noi deve cucirsi addosso, rispetto a relazioni fondate sulla gerarchia del dominio, a trecentosessanta gradi.
Nello stesso tempo in cui questo processo avviene, risulta evidente che ogni cambiamento individuale non può trovare espressione compiuta se non in una dimensione sociale e relazionale. Senza la relazione con l'altro da sé, neanche il sé può emanciparsi. Il cambiamento è sempre e comunque, per essere libertario, una mutazione collettiva. Ci siano di monito le illuminanti parole di Bakunin riguardo il concetto di libertà anarchica come libertà sociale.
Fatte queste premesse, naturalmente qui molto schematizzate, entriamo nel merito di quelle che ciascun libertario può considerare come condizioni necessarie per l'affermarsi della società desiderata. Non possiamo fare conto, nel definire i contorni di una possibile società libertaria, su atti di fede circa la bontà della natura umana, così come siamo consapevoli che neanche l'opzione opposta (la malvagità) sia fondata realmente. Siamo sempre una complessità di cose, mai un'unicità. Questo ci porta pertanto a riaffermare la centralità della responsabilità collettiva nella fondazione di istituzioni e organizzazioni che possono favorire un elemento a dispetto di un altro.

Il fallimento di marxismo e liberismo

La novità che l'anarchismo di Kropotkin, Goodman, Ward e altri, a questo riguardo, ci ha lasciato è però estremamente importante. Il capovolgimento del tradizionale sguardo molto legato alla negazione (importante, ma non certamente sufficiente) a favore di un anarchismo che sappia rendersi appetibile come teoria e pratica di un'organizzazione rappresenta, a mio modo di vedere, una possibile risposta a molti problemi che gli uomini e le donne di tutte le età si trovano quotidianamente a dover affrontare.
Il fallimento delle opzioni marxiste e liberiste possono aprire una prospettiva di attualità per l'anarchismo. Ma abbiamo bisogno, per essere credibili, di evidenziare sempre quanto di libertario e di solidale vi è nei tentativi continui che vengono proposti spontaneamente ogni giorno, di risolvere i bisogni e le esigenze che abbiamo nella nostra vita sociale. Sappiamo però anche che non tutti potranno abbracciare queste modalità dello stare assieme e che questa rivoluzione continua disturba non poco i potenti del mondo.
Ci suggerisce ancora Paul Goodman, molto lucidamente: «Semplicemente continuando a esistere e operare in modo naturale e libero, il libertario vince, fondando la società. Per lui non è necessario sconfiggere. Quando crea, vince; quando corregge i suoi pregiudizi e le sue abitudini, vince; quando sa resistere e sopportare, vince [...]. Il libertario non cerca di influenzare i vari gruppi, ma di operare all'interno di quei gruppi naturali essenziali per lui: gran parte delle azioni umane sono infatti collettive» (“Tracciare il limite”, in Individuo e comunità, Elèuthera, Milano, 1995).
Non si leggano queste considerazioni come una sorta di intimismo o di esistenzialismo fine a se stesso, un ripiegamento che rifugge dalla dimensione sociale della lotta, ma come la sottolineatura di un accento particolare che, ovviamente, ha senso e efficacia solo se diventa collettivo. Non sono sufficienti le modificazioni dei comportamenti individuali per cambiare la realtà, nessuno può essere tanto ingenuo da pensarlo. Ma pensare di aumentare il “tasso di anarchismo” qui e ora senza attendere la risoluzione catartica di tutti i mali, mi pare, obiettivamente la strada più efficace e più necessaria per le vite di ciascuno di noi.
I nostri sforzi, le nostre azioni, le nostre riflessioni, dovrebbero indirizzarsi maggiormente a rendere consapevoli, oltreché sempre più numerose, le pratiche antiautoritarie ed egualitarie che già esistono, nei vari ambiti della produzione, del consumo, dell'educazione, della solidarietà, dell'assistenza, ecc. e a partecipare attivamente alla nascita di altre, nei medesimi campi e in nuovi, che si potranno prefigurare nel cammino dell'emancipazione.
Possiamo, sperimentando, dimostrare con i fatti, come relazioni improntate a un modo radicalmente diverso di vivere, possono offrire soluzioni più efficaci e più eticamente coerenti al nostro vivere in comunità. In questo modo potrà apparire ancora più chiaro come le logiche del dominio siano fallimentari per i molti e utili solo ai pochi che le governano.

Francesco Codello