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Rivista Anarchica Online





Fascismo, populismo, democrazia/
Non facciamo confusione

«È noto che l'identità personale risiede nella memoria, e che l'annullamento di questa facoltà comporta l'idiozia» con questa citazione del grande scrittore e filosofo argentino Jorge Louis Borges (da Storia dell'eternità, 1936) si apre il bel libro di Federico Finchelstein, Dai fascismi ai populismi. Storia, politica e demagogia nel mondo attuale (Donzelli, Roma 2019, pp. 279, € 28,00).
Il saggio dello storico argentino, da anni trapiantato a New York dove insegna storia, analizza il percorso carsico che porta dal fascismo al populismo, con un approccio che fa dialogare passato e presente, Nord e Sud del mondo, Europa e Stati Uniti. L'analisi di Finchelstein ha il pregio di guardare al fenomeno populista intrecciando i piani nazionali, transnazionali e internazionali, in una prospettiva storica, ma avendo come orizzonte di riferimento l'attualità. Molti elementi del fascismo, ripudiati dalla politica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale per via della violenza, della guerra e della persecuzione degli ebrei, sono apparentemente scomparsi dalla società contemporanea ma qualcosa dell'iniziale radice è riemerso, anche se in modo non schematico, proprio nel momento in cui le nuove democrazie facevano i conti con se stesse, con la propria contraddittorietà e le proprie crisi.
La fragilità della democrazia di fronte all'emergere dei populismi si manifesta apertamente in due distinti momenti: il primo quando il sistema democratico perde la propria legittimazione di fronte alla maggior parte dei cittadini, rischiando così di degenerare in un sistema autoritario di tipo fascista, in cui la prassi elettorale perde il suo significato, l'espulsione dell'avversario dai giochi politici viene accompagnata dalla violenza nei suoi confronti, magari in base a criteri di esclusione su base razziale, politica, religiosa o perfino di genere. Il secondo momento si ha quando la democrazia, agli occhi dei cittadini, perde non la propria legittimazione – perché la maggioranza degli elettori continua a credere nella bontà di fondo della prassi democratica – ma la fiducia nella capacità della classe politica di rappresentare le vere esigenze collettive. È proprio in questo caso che possono prendere forza, e arrivare al governo, movimenti populisti.
«La storia che porta dal fascismo al populismo è essenziale per comprendere i processi politici a noi più vicini», avverte Finchelstein nell'introduzione scritta per l'edizione italiana. Fascismo e populismo, infatti, pur avendo una storia comune, hanno seguito due strade diverse. Il fascismo è stato una forma di dittatura politica, spesso emersa dall'interno della crisi della democrazia con l'intento di annientarla. Il populismo invece è «una concezione autoritaria della democrazia, che dopo il 1945 ha riformulato l'eredità del fascismo per associarlo a diverse procedure democratiche». Il populismo contemporaneo – in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina – è, dunque, una forma autoritaria di democrazia che prospera in contesti di crisi politica, sociale ed economica, reale o percepita, ponendo al contempo un problema di scarsa rappresentanza politica, che induce la gente a ritenere che le proprie preoccupazioni siano ignorate dai governi, e di crescente disuguaglianza economica e sociale, che fomenta posizioni politiche radicali, xenofobe e nazionaliste.
L'idea di democrazia dei populisti, secondo Finchelstein, «combina l'idea che il potere deriva dal popolo con una prospettiva nella quale il leader è non solo la voce del popolo, ma anche un individuo dai tratti messianici e illuminato, predestinato a incarnare il potere». Questa natura particolare del populismo fa sì che esso occupi «una posizione ambivalente fra la democrazia e la dittatura» perché accanto all'esaltazione del leader, in termini mitici e sacrali, utilizza «processi di legittimazione elettorale». Ma l'accettazione del gioco parlamentare e democratico non significa affatto adesione ai principi ispiratori della democrazia, tutt'altro: i populisti, dal momento in cui salgono al potere, caratterizzano la gestione dei loro governi «autoritari» con azioni che tendono spesso a svilire la democrazia. Inoltre, un tratto comune di questi movimenti e della loro cultura politica è la «visione unanimistica» dell'azione politica. Infatti, è radicata in loro la convinzione che il «popolo – escluso dal potere da parte delle élites – sia uno e uno solo, e che quindi abbia una voce sola e un solo rappresentante, il capo carismatico. Un capo che si identifica con il popolo e in cui il popolo proietta le proprie attese. Il populismo trasforma cioè il plurale in singolare, i tanti Io in un unico Noi». Di conseguenza, per il populismo «la volontà unica della maggioranza non può accettare altri punti di vista». Sotto questo aspetto è, come il fascismo, una reazione e una «risposta alle concezioni politiche liberale e socialista».
In conclusione, si può condividere la riflessione di Finchelstein secondo la quale «spesso il fascismo» diventa populismo e non viceversa quando si trasforma in regime appoggiandosi «costantemente sui residui del primo per lanciare una sfida» alla democrazia e approdando a «un autoritarismo rimodernato» che trasforma la «tradizione dittatoriale del fascismo classico in una forma di democrazia antiliberale e intollerante». La novità maggiore in questo primo ventennio del nuovo secolo è rappresentata dall'ascesa del potere del populismo negli USA con la presidenza Trump, nel paese considerato da tutti il baluardo della democrazia nel mondo.
Tutta la riflessione di Finchelstein è sviluppata, comunque, all'interno di un quadro democratico, la critica alla concezione dello Stato autoritario, sia fascista che populista, non approda quasi mai ad un'interpretazione libertaria. Per lo storico argentino non vi è altra prospettiva che la democrazia così come noi la conosciamo, un sistema politico che rimane fortemente ancorato al sistema capitalista. Un modello questo nel quale la funzione dell'organizzazione statale è soprattutto quella di garantire e difendere solo gli interessi comuni della classe dominante, cioè, nel mondo moderno, della classe capitalistica. Non vi è lo spazio nella riflessione di Finchelstein per uno sviluppo della società oltre la forma della democrazia rappresentativa o se vogliamo essere più precisi non si concepisce nessuna libertà al di fuori del sistema democratico. La democrazia, secondo lo storico argentino, non può conseguentemente svilupparsi in un progetto più elevato dove la libertà, in tutte le sue forme, sia maggiormente acquisita come processo di riscatto sociale e condizione fondamentale per lo sviluppo dell'umanità.
Per lo storico argentino l'unico argine al dilagare dei nuovi populismi è proprio la riaffermazione dei principi democratici, la difesa intransigente della «diversità dei valori e delle opinioni» e del pluralismo come unico antidoto capace di «impedire che la convivenza democratica possa drammaticamente degenerare», dimenticandosi però quanto la libertà, sia individuale che collettiva, si conquista e si difende eliminando alla radice le strutture autoritarie sia economiche che politiche.

Franco Bertolucci



Macchine e algoritmi/
L'assoggettamento è già avvenuto

Torna a spalancare una finestra sul presente, e in questo caso anche sul futuro, Renato Curcio che da trent'anni, grazie alle pubblicazioni e ai cantieri socioanalitici di Sensibili Alle Foglie, fornisce preziosi contributi per l'analisi del contemporaneo. Nello specifico, siamo alla quinta tappa editoriale di un percorso aperto nel 2015 con L'Impero Virtuale. Colonizzazione dell'immaginario e controllo sociale, un lavoro per molti aspetti profetico seguito da L'Egemonia Digitale. L'impatto delle nuove tecnologie nel mondo del lavoro, che ha portato avanti l'esplorazione delle implicazioni sociali dei nuovi strumenti digitali, svelando i meccanismi di allontanamento dall'auspicato progresso che queste tecnologie avrebbero dovuto portare, se non fossero state, ahimè, strumento nelle mani di grandi corporation intente ad affermare una nuova forma di totalitarismo.
La rapida evoluzione degli scenari descritti si palesa sin dai titoli dei libri. Se nel successivo La Società Artificiale. Miti e derive dell'impero virtuale (2017) la domanda rivolta al lettore era “sapremo scegliere o ci accontenteremo di essere scelti?”, nel 2018 si è passati ai toni allarmanti del fondamentale L'Algoritmo Sovrano. Metamorfosi identitarie e rischi totalitari nella società artificiale. Oggi, infine, si discute de Il Futuro Colonizzato. Dalla virtualizzazione del futuro al presente addomesticato (Sensibili Alle Foglie, Roma, pp. 128, € 16,00) pubblicato alla fine del 2019; ma l'invito, stavolta, è ad agire nell'ottica di una vera e propria “decolonizzazione”, perché, come viene evidenziato, l'assoggettamento è già avvenuto da tempo.
A quanto pare, non è stato sufficiente aver compreso che “ogni volta che ci attiviamo sul web diamo vita a uno scambio ineguale tra il servizio che riceviamo e l'insieme di dati e metadati che con la nostra attività produciamo su noi stessi e, cedendo i quali, lo remuneriamo”, e che, così facendo, ci consegniamo “agli automatismi di quei processi comunicativi manipolatori che ci catapultano in una condizione di libertà colonizzata, addomesticata e radicalmente alienata [...] perché la ripetizione di quelle pratiche abitudinarie finisce per consolidare effetti di dipendenza sociale sempre più strumentalizzabili da chi, di quelle macchine, è padrone.” Purtroppo, infatti, la nostra capacità di svincolarci da questi ingranaggi sembra non tenere il passo con il fulmineo mutamento che ci investe.
Ne L'Algoritmo Sovrano si leggeva del progetto Neuralink che produce interfacce neurali impiantabili, una sorta di smartphone nel cervello. Ne Il Futuro Colonizzato si parla dei laboratori Carboncopies dove si producono “protesi neurali artificiali in grado di ripristinare le funzioni cerebrali infragilite e di emulare il cervello e la mente al fine di trasferirli entrambi su supporti non biologici di durata illimitata.”
In Cina, il sistema di punteggio del “credito sociale” che valuta l'affidabilità dei singoli cittadini, istituito su base volontaria nel 2014 e obbligatorio dal 2020, ha raggiunto livelli di invasività degni dei migliori racconti di fantascienza distopica. Lo Stato di sorveglianza è stato denunciato negli ultimi mesi da media e politici occidentali che ipocritamente criminalizzano il “dittatore”, salvo poi imboccare la medesima direzione in nome dell'agognata “sicurezza”, anche qui in Italia.
Questo testo illuminante, difatti, parla di “un futuro virtuale che preme sul presente e si manifesta in forme differenziate, ma in tutti i continenti del pianeta”, ed è interessante vedere come il nostro paese stia lavorando per allinearsi ai giganti, nonostante il cittadino sia il più delle volte ignaro dei processi di cui diventa parte integrante. Di certo siamo stati pionieri, grazie ai 5 Stelle e all'ufficio stampa di Salvini, nello sperimentare l'enorme incidenza dei dispositivi digitali sulle dinamiche politiche reali. Ma tornando invece all'identificazione biometrica, che da Cina e India ha già conquistato quasi tutta l'Europa, apprendiamo che in Italia è stata ufficializzata nel 2014 e a breve le nostre nuove carte d'identità elettroniche includeranno pattern facciale e impronte digitali. E se già nel 2009 era stata istituita la Banca Dati Nazionale del DNA, nel marzo 2019 è stato approvato l'articolo “che prevede l'istituzione di sistemi di verifica biometrica dell'identità per tutti i dipendenti pubblici”. E scopriamo anche che a Roma abbiamo aperto la Singularity University di Google, mentre a Napoli, dal gennaio 2019, quaranta robot umanoidi sono diventati “badanti” di altrettante persone affette da Alzheimer.
Il fatto che il progresso tecnologico, specialmente nel mondo del lavoro, non abbia portato a una liberazione dalla fatica, ma piuttosto a richieste sempre più pressanti nei confronti dei lavoratori, è tra gli assunti da cui muovono le riflessioni contenute nel libro. Abbiamo accettato l'automatizzazione senza che ciò aprisse “la strada ad alcuna riduzione della pena, del tempo di lavoro, né a un proporzionale aumento della retribuzione”. Ad esempio, nel marzo 2019, “la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge che autorizza la realizzazione di percorsi formativi di sei mesi in ambito militare con modalità e-learning”. Ancora una volta si gioca al risparmio e una semplice App garantisce di “sostituire i formatori in carne e ossa con docenti virtuali, registrare la traiettoria di ciascun allievo, valutarne per via algoritmica prestazioni e risultati”.
Di certo non siamo a Tokyo, dove gli ascensori nei condomini si attivano grazie al riconoscimento dell'iride; o dove una catena della grande distribuzione ha sperimentato un sistema di sicurezza dotato di Intelligenza Artificiale che porta a bloccare i potenziali taccheggiatori prima ancora che abbiano commesso il reato, come nel racconto di Philip K. Dick del 1956, The Minority Report.
“Se non siamo entrati in uno stato di allerta forse è soltanto perché i nostri sguardi sul futuro sono stati già colonizzati a dovere e la domanda su un futuro diverso è ormai uscita dal nostro stesso orizzonte”, avverte Curcio. Ma in ultima analisi “siamo noi a trasformare la finzione predittiva in pratiche fattive, siamo noi a decretare il successo o l'insuccesso di quel futuro che ci viene prospettato attraverso il trucco della previsione, anche se l'induzione per farcelo interpretare solitamente lavora al di sotto del livello della nostra consapevolezza”.
Prepariamoci, dunque, per la nuova Resistenza all'addomesticamento digitale. In fondo, si legge, ha ancora senso lottare: le proteste di quattromila ricercatori e tecnici di Google, ad esempio, hanno costretto l'azienda a rinunciare a un lucroso contratto col Pentagono per realizzare dispositivi di riconoscimento facciale montati su droni di guerra. Ma soprattutto, volendo terminare con una nota di ottimismo, potremmo sforzarci di immaginare un futuro radicalmente diverso, così che “dalla critica radicale dell'intenzionalità capitalistica potrebbe finalmente fiorire [...] una tecno-scienza orientata alla costruzione di un futuro umano e decolonizzato.”

Tobia D'Onofrio



GAAP/
235 biografie, un ritorno alle fonti

”Nell'aprile del 1994 Pier Carlo Masini fece dono alla Biblioteca Franco Serantini di Pisa dell'archivio politico dei GAAP (Gruppi anarchici d'azione proletaria) e delle sue carte personali. L'impegno era che alla scomparsa di Masini, avvenuta nel 1998, dopo un periodo di dieci anni, come da volontà testamentaria, quei materiali fossero riordinati e resi disponibili alle attività di studio e di ricostruzione storica. Questo volume, il terzo e ultimo, testimonia il rispetto di quell'impegno” (p. 4, Nota editoriale).
L'uscita di questo terzo tomo (a cura di Franco Bertolucci, Gruppi anarchici d'azione proletaria. Le idee, i militanti, l'organizzazione, vol. 3. I militanti: le biografie, BFS/Pantarei, Pisa/Milano 2019, pp. 456 + ill., € 40,00) chiude, davvero in bellezza si deve dire, l'opera imponente dedicata alla traiettoria sociopolitica e culturale, breve ma significativa, dei mitici GAAP. Se nei primi due sono stati presi in esame e analizzati, oltre che ripubblicati, atti e documenti relativi all'organizzazione (ossia le fonti soggettive, in massima parte provenienti dall'archivio Masini sopracitato), nel presente volume si tracciano i profili biografici dei militanti che – nella definizione del curatore – “formarono il nucleo di questo 'ardito' esperimento politico”.
Franco Bertolucci, editore e storico di vaglia, nel caso mette in campo anche le sue competenze di archivista e bibliotecario, ricostruendo le mappe dell'anarchismo italiano nel secondo dopoguerra attraverso un focus puntuale e approfondito su quell'esperienza che – come abbiamo già rilevato nella nostra recensione al primo tomo (cfr. Umanità Nova, 4 febbraio 2018) – rappresenta, politologicamente parlando, una risposta classista e “di sinistra” alla grave crisi strutturale all'epoca in atto nel movimento, crisi dovuta a molteplici fattori.
Se, per quanto riguarda mappe e geopolitica, la storiografia aveva già inaugurato, proprio in questi anni, percorsi virtuosi e fecondi – si pensi ad esempio alla serie di importanti convegni promossi dall'Archivio Berneri di Reggio e, nello specifico, si veda il nostro saggio Mappe del movimento anarchico italiano 1921-1991, pubblicato nell'opera collettanea L'anarchismo italiano. Storia e storiografia (Biblion 2016) – in questo caso, invece, Bertolucci mette in campo un'ulteriore rilevante novità sul piano dell'approccio divulgativo e, per così dire, tecnico: il passaggio dalla mera narrazione di una mappa alla sua rappresentazione cartografica. È questo l'espediente di grande efficacia che caratterizza, fra le altre cose, il volume. Del resto si tratta di un trend molto innovativo, oggi sempre più utilizzato nelle opere storico-scientifiche, specie in quelle destinate a fungere da strumento di lavoro e di ricerca. Ne citiamo due recentissime a mo' di esempio, conosciute fra gli addetti ai lavori: la Infografica della seconda guerra mondiale (Ippocampo 2019) curata dallo storico francese Jean Lopez e il dossier sulla Repubblica Sociale Italiana, di Marco Borghi, pubblicato nella “E-Review” degli Istituti storici dell'Emilia Romagna.
Anche per questa capacità di trasformare in piacevoli certe tematiche che, siamo sinceri, possono risultare a volte alquanto indigeste, se non “pallose”, bisogna rendere onore al merito dell'indefesso curatore. Questo terzo tomo, strutturato principalmente come dizionario biografico, si presta inoltre ad una stimolante lettura attraverso il prisma delle generazioni.
“L'origine e la storia di questo nucleo di militanti, si possono leggere anche dal punto di vista generazionale, in considerazione del fatto che la parte più consistente di essi vive nel quadro di un medesimo contesto storico-sociale, quello della Seconda guerra mondiale, dell'antifascismo e della Resistenza, una comune esperienza fatta di modi di sentire, di pensare e di agire che è alla base poi di una forma di azione collettiva che si consolida nell'immaginario e nel dna politico di questa generazione e che crea quel nesso che fa sì che questo gruppo di individui si senta parte di una precisa comunità ideale” (p. 21).
Il volume, oltre al saggio introduttivo, comprende 235 biografie e 109 tra lettere, relazioni e documenti redatti da una cinquantina di militanti dei GAAP.
Nel suo complesso l'opera curata da Bertolucci ci permette di tornare alle fonti. Perché è da lì che bisogna sempre partire e poi ripartire, anche per decostruire tutte quelle narrazioni che si sono via via sedimentate già dalle interessate testimonianze “a caldo” dei protagonisti.
Al di là degli esiti e dei successivi percorsi i GAAP riescono comunque ancora a interrogare l'anarchismo “ufficiale” su questioni dirimenti che riguardano gli inediti scenari che si sono prospettati nel secondo dopoguerra. Passati dal protagonismo primonovecentesco alla mera testimonianza, gli anarchici portano il fardello di una doppia sconfitta subita affrontando a viso aperto i totalitarismi fascista e comunista staliniano. Fordismo dispiegato, democrazia liberale, e forma repubblicana (conseguita peraltro dopo una secolare, epica, lotta antidinastica) costituiscono inoltre il quid novi per il quale servirebbe aggiornare un bagaglio teorico libertario il cui nucleo centrale si è formato nell'era geologica precedente.
I partiti politici, nello specifico DC, PCI e PSI, ricopriranno, differentemente che dal periodo prefascista, un ruolo centrale per tutta la prima repubblica. Nella sinistra e nei sindacati sarà a lungo incontrastato il dominio dello stalinismo e del mito dell'URSS. Tutto questo non è cosa da poco e qualsiasi terzaforzismo, anche “borghese” se vogliamo (si veda ad esempio il destino dell'area azionista), si scontra con muri insormontabili. Certo i GAAP non sono in grado di dare risposte forti e credibili, politicamente efficaci a siffatte problematiche, tuttavia si deve riconoscere che almeno ne riescono a percepire il peso e l'importanza.

Giorgio Sacchetti



Piazza Fontana/
I depistaggi e le colpe della magistratura

Era tempo che Guido Salvini, giudice istruttore di un troncone importante delle indagini sull'eversione di destra e sulla strage di Piazza Fontana, mettesse nero su bianco la sua esperienza professionale e umana legata al 12 dicembre 1969 – giorno cruciale della nostra storia collettiva, lì capiamo l'Italia degli anni a venire e, in definitiva, quella di oggi.
Lo scoccare suggestivo del cinquantesimo anniversario ha portato nelle librerie La maledizione di Piazza Fontana. L'indagine interrotta. I testimoni dimenticati. La guerra tra i magistrati (Milano 2019, pp. 640, € 22,00) scritto con Andrea Sceresini per l'editore Chiarelettere. Un libro poderoso, corposo e intenso e non solo perché è il frutto di ben 30 anni di inchieste sull'argomento da parte dell'autore – come giudice istruttore dell'ultima istruttoria (1989-1998) e poi nelle vesti di osservatore e analista – ma anche perché Salvini ci porta dentro i meandri vivi e putridi della strage e ai retroscena bassissimi delle indagini, quelli che hanno determinato gravi e irrimediabili ritardi investigativi. Salvini non scrive un saggio ma propone al lettore una narrazione e, scrivendo, resta un giudice, usa il suo armamentario per riversare il suo sapere sulle indagini insieme alla sua amarezza per il corto circuito del sistema politico-giudiziario che ha bloccato e fatalmente ucciso la possibilità di avere una chiara sentenza di responsabilità.
Non che non sappiamo, anzi. L'anniversario è stato occasione di molte pubblicazioni e di tantissimi dibattiti che, ci illudiamo, hanno consolidato una certezza: le responsabilità della bomba di Piazza Fontana sono acquisite. Il gruppo neofascista di Ordine Nuovo, soprattutto grazie proprio alle indagini di Salvini, è stato mente e braccio dell'ondata di violenza stragista, sappiamo bene che non è mai stato un gruppo politico di estrema destra ma una cellula paramilitare ben inserita nel contesto delle strutture clandestine atlantiche. Gli apparati dello Stato non sono intervenuti per difendere la democrazia: la polizia politica di Umberto Federico D'Amato, con la sua struttura degli Affari riservati, ha provveduto a deviare le indagini sui gruppi anarchici, costruendo la figura del mostro Valpreda e sbattendo brutalmente in carcere tutti i sospettati, rimasti lì per tempi lunghissimi di arresti cautelari, vite spezzate, sofferenza e abbandono per gli innocenti maldestramente accusati; il nostro servizio segreto, il Sid, ha protetto tutto il giro dei neofascisti, a cominciare da quelli che potevano incautamente contribuire a dire la verità – organismi delle istituzioni lavorarono non a favore ma contro le indagini. Il primo testimone di giustizia che indicò la strada della pista nera si fece avanti il 31 dicembre del 1969: Guido Lorenzon, professore di francese, aveva appreso tantissimo dalle confidenze ricevute dall'editore neofascista Giovanni Ventura; e poi nel '71 arrivarono le confessioni di Giancarlo Marchesin e Franco Comacchio.
Eppure la storia giudiziaria di Piazza Fontana è fatta di centinaia di faldoni, cinque istruttorie, tre processi, dieci gradi di giudizio complessivi e solo il pentito Carlo Digilio è uscito condannato come responsabile della strage. Il libro di Salvini ci mette di fronte a un aspetto brutale della faccenda: non solo i depistaggi e le protezioni, non solo la forza dei gruppi neofascisti e delle loro protezioni, non solo la rete di protezione degli agenti statunitensi disseminati nelle basi Usa. Anche l'imperizia e la superficialità degli inquirenti hanno contribuito a rendere incompiuta la verità giudiziaria – nel frattempo e per fortuna si è consolidata quella storica.
Perché non è stato rintracciato e interrogato Ivano Toniolo, uno degli “operativi” della cellula padovana di Ordine Nuovo, a casa del quale, il 18 aprile 1969, era stata decisa la campagna di attentati culminata con la strage del 12 dicembre? È morto nel 2015 in Angola, dove risiedeva dagli anni '70. La procura di Milano si è sempre rifiutata di contattarlo e di ascoltarlo, nonostante le ripetute sollecitazioni sia del giudice Salvini che dell'avvocato Sinicato, l'avvocato dei familiari delle vittime. Carlo  Digilio  e  Martino  Siciliano, preziosi collaboratori, sono stati entrambi abbandonati a sé stessi. E perché non fu fatto il possibile per cercare il casolare di Paese, prova decisiva non cercata dalla Procura – ritrovata solo nel 2011 dalle indagini ben fatte dell'ispettore  Michele  Cacioppo nell'ambito delle indagini sulla strage di Piazza della Loggia condotte dalla Procura di Brescia?
La lista delle persone trascurate è lunga. C'è anche Giampietro Mariga, l'autista della strage. Non fu cercato. Fuggì in Francia e si arruolò nella Legione straniera; la Procura di Milano, incalzata da Salvini, temporeggia e arriva troppo tardi: nel marzo del 1998 viene trovato morto, pare suicida. Tutto avviene mentre scoppia la guerra tra magistrati, ricostruita dettagliatamente nella terza parte del libro: Salvini si è beccato un'indagine per abuso d'ufficio da parte della procura di Venezia e ben due procedimenti presso il Csm. Un attacco durissimo – durato dal 1995 al 2001, Salvini completamente assolto dalle accuse – ma  rovinoso  per la sua indagine presa di mira proprio mentre stava dando buoni frutti.
Tra testimoni abbandonati, processi frammentati e faldoni in giro per l'Italia, in un su è giù che ha corroso la vitalità della miriade di prove e indizi raccolti nel tempo, anche le rivalità e le gelosie hanno segnato drammaticamente l'esito delle inchieste sull'atto criminale che ha aperto lo stragismo in Italia. Le aspre pagine di Guido Salvini sui comportamenti di diversi e noti suoi colleghi aprono, ahinoi, un nuovo faldone, quello delle responsabilità di certa magistratura nelle mancate verità sulle pagine più violente della storia recente del nostro Paese.

Stefania Limiti



Nuove tecnologie e rapporti di dominio/
Imparare dalle storie degli altri

Il libro Internet, Mon Amour – Cronache prima del crollo di ieri (Ledizioni 2019, pp. 270, € 19,00) è un esperimento di autoproduzione e informatica conviviale firmato da Agnese Trocchi, a cura di C.I.R.C.E.
Recita la quarta di copertina: «Le nuove tecnologie ci danno la possibilità di non dover scegliere. Non è fantastico?» Quanta fatica in meno! Davvero, è magnifico delegare la responsabilità di ogni scelta a sistemi cosiddetti intelligenti. Quale libro acquistare, quale film o serie TV vedere; ma anche dove andare a cena, o in vacanza; quale strada percorrere per arrivare a destinazione: ci pensano piattaforme online, app su misura, navigatori, assistenti vocali, tutti assai smart. Funziona anche per scegliere l'anima gemella, o almeno con chi andare a letto, e così via. Funziona, davvero.
Però ogni delega ha un prezzo. In questi casi, insieme alla fatica, ci si libera piano piano anche dalla capacità di scegliere autonomamente, e quindi ci si libera anche dalla libertà.
Ecco il perché di questo libro, in cui Agnese raccoglie una quarantina di storie accadute prima di una (remota? possibile? probabile?) Grande Peste di Internet. Storie di ordinario ab-uso tecnologico, raccontate da un gruppo di hacker, artiste, smanettoni, poi commentate, analizzate e ordinate in cinque giornate: fuoricasa, relazioni, sex, truffe e una conclusiva ricreazione.
Sono storie vere, realmente accadute; oppure, più raramente, solo verosimili. L'obiettivo è raccontare il presente e il recente passato per ricordarci che il futuro non è scritto, ma dipende (anche e soprattutto) dalle scelte di ogni umano, giorno per giorno.
La versione cartacea di questo libro è in distribuzione anche presso alcuni luoghi affini per feticci cartacei, indicati sul sito di C.I.R.C.E. La versione integrale del libro si può leggere liberamente, naturalmente su internet, a questo indirizzo: ima.circex.org
No, in caso questa fosse la prossima domanda, non prevediamo di diffonderlo in PDF. Il libro è tutto online, volendo si può salvare per la lettura offline (copia del sito con wget, o per windows www.httrack.com) e rimane navigabile e molto comodo da leggere anche su dispositivi con lo schermo piccolo. Il PDF, invece, ha tante controindicazioni per la lettura, essendo un formato per la stampa. Ecco qui più in dettaglio come la pensiamo in merito: circex.org/it/ima/aiutaci-a-diffondere-internet-mon-amour
Stiamo creando una versione EPUB, che però è un po' laboriosa, se si vuole ottenere qualcosa di dignitoso.
Internet, Mon Amour è un libro conviviale non solo per il quadro narrativo ma anche perché utile per i nostri laboratori e formazioni – del Centro Internazionale di Ricerca per la Convivialità Elettrica, o C.I.R.C.E., il pomposo nome che abbiamo voluto affibbiare alle nostre collaborazioni – sparsi in giro per l'Europa.
Il presupposto di C.I.R.C.E. è il riconoscimento del punto di vista privilegiato rappresentato dal digitale di massa. Almeno dall'inizio del XXI secolo le tecnologie digitali di massa sono i luoghi in cui risultano più leggibili i meccanismi di dominio, ovvero le asimmetrie di potere. I media infatti «mediano» le relazioni di potere, fra individui, istituzioni e così via. Gli «Altri» radicali, le macchine, sono la cartina tornasole capace di rivelare i nostri punti nevralgici, di maggiore sensibilità, a livello individuale e sociale. Così il dibattito si concentra sulla sorveglianza, invece che sul capitalismo; sull'insegnamento dell'informatica, persino ai bambini, invece che sulla logica; sul cyberbullismo, invece che sulla prepotenza come metodo standard per farsi strada nella vita; sulle criptomonete, invece che sull'esproprio continuo della capacità di autodeterminazione e autogestione delle persone; sulla corretta informazione, invece che sull'oppressione come modalità di default per la gestione dei conflitti; sulla regolamentazione dei social e delle piattaforme, invece che sulla manipolazione strutturale delle tecnologie di massa.
Ma i conti non tornano. Il dito delle «nuove tecnologie» tende a oscurare la luna dei rapporti di dominio. Perciò ci rivolgiamo in primo luogo agli esseri umani curiosi del loro rapporto con gli esseri tecnici, in particolare digitali ed elettromeccanici. Insomma quelle che vengono rubricate solitamente come «macchine».
Perché raccontare storie, allora? Internet, Mon Amour cerca di concretizzare l'idea che «il metodo è il contenuto». In parole povere, non si può insegnare dall'alto di una cattedra a collaborare in maniera orizzontale. Dal punto di vista metodologico, sarebbe quasi come urlare a qualcuno di fare silenzio con l'obiettivo di insegnare il «valore dell'ascolto». O come chiedere di insegnare a usare bene una pistola affinché non spari mai, ma intanto ci difenda. Non si può usare bene.
Però si possono fare molte altre cose interessanti. Per esempio imparare dalle storie degli altri. La versione digitale di Internet, Mon Amour continua ad arricchirsi di nuovi racconti di ricreazione, lontani dalle facili distopie. Perciò, se avete dei suggerimenti, o una storia da raccontare, fateci sapere: ima@circex.org.

Carlo Milani
C.I.R.C.E. circex.org



Susan Sontag/
L'autoanalisi di un'intera società

Sorprendono i diari di Susan Sontag, di cui sono già usciti tradotti in italiano i primi due volumi per le edizioni Nottetempo (Rinata. Diari e appunti 1947-1963, Milano 2018, pp. 320, € 22,00 e La coscienza imbrigliata al corpo. Diari e taccuini 1964-1980, Milano 2019, pp. 600, € 25,00). In questi taccuini, l'intellettuale americana, scomparsa nel 2004, scrive della propria vita privata, degli affetti più intimi, del proprio pensiero e degli incontri con figure importanti del mondo culturale internazionale.
I diari, curati dal figlio David Rieff, mostrano la forza e i lati deboli dell'autrice, il suo pensare lucidamente, dispiegato poi nella disciplina dei suoi saggi e una grande fragilità nel vissuto sentimentale e familiare, di cui è sempre cosciente e a cui guarda come da un suo malevolo doppio, senza alcun pietismo, né assoluzione.
Difficili e complessi i rapporti con la madre, negativa la figura del marito, a più riprese descritto con note di disgusto, che devono avere creato non poca sofferenza al figlio nella selezione dei brani e quindi pagine e pagine sui fallimenti amorosi, sull'omosessualità (a tratti bisessualità) mai celata e sulla dipendenza dalle donne amate che la condizionò a lungo. Sono questi i brani più amari di diari e taccuini; vero che scriveva queste pagine sopratutto sopraffatta dalla tristezza, ma è evidente che viveva ogni relazione lesbica in modo totalizzante, tanto da far indietreggiare le amanti coinvolte, anche se va detto che quasi sempre erano più o meno in difficoltà con la propria vita.
L'attrazione di Sontag per personaggi famosi, cosa che un po' la irritava, ma ammetteva, dà al lettore ulteriore conferma dello stile di questa donna tesa e implacabile nel non arrendersi ai luoghi comuni o a un conforto che non cercava. Questo aiuta a comprendere lo spirito in cui scrisse queste annotazioni, frammentarie, discontinue, ma vere. Leggiamo così un lungo diario che attraversa buona parte del '900 e mostra i dilemmi che hanno lacerato, non solo la scrittrice Sontag, ma intere generazioni che tentarono di sottrarsi all'anestesia morale e civile, ma non senza cadere in un'altra forma di conformismo, più politico e altrettanto mortale.
L'autoanalisi di Sontag è durissima e c'è, nell'essenza delle sue riflessioni, un lavoro inarrestabile, una ricerca e interrogazione che si muovono tra la materialità del corpo e quella del linguaggio. Se ne serve per scandagliare i propri lati oscuri, senza censure e questo le garantisce un'integrità morale che ha il suo peso nella vicenda complessiva della sua vita, ma la porta anche ad anticipare certe riflessioni della più recente filosofia.
A un certo punto si definisce femminista militante, ma non militante femminista, prendendo un po' le distanze da alcune tendenze del movimento di allora; sì all'impegno, ma nella libertà di non farne un mestiere. Da pensatrice radicale e libera, non amava nemmeno una certa sinistra, troppo ferma al solo anti-americanismo e di un estremismo spesso fine a se stesso. I suoi giudizi sul comunismo reale e sul Vietnam del nord che visitò durante il conflitto, tolgono ogni dubbio sulla lontananza che sentiva verso ogni ideologia autoritaria e verso i totalitarismi. Non per questo era morbida con l'ambiente intellettuale, sia newyorchese che degli espatriati. Basterebbero le pagine sul Marocco a confermare il suo sottrarsi ad ogni estetismo naïf.
L'altro rapporto complesso fu con la malattia. Il cancro la colpi a più riprese, fino all'atto finale, la morte. Non si arrese e si curò con ogni mezzo. Le ultime fotografie, scattate dalla sua compagna Annie Leibovitz, ne rivelano la sofferenza e l'invecchiamento, oltre alla solitudine di chi è di fronte alla morte. Non si estraniò mai comunque fino al punto di tacere. La sua condanna delle tante atrocità fu puntuale e mai subordinata al politicamente corretto. Vedeva troppo bene sia le falle della democrazia, sia cosa significasse e implicasse la presenza di movimenti fondamentalisti, il loro essere più che antidemocratici, impregnati di un patriarcato in cui l'odio verso i diritti delle donne e dei diversi ha passato ogni limite e dove l'uso della religione è finalizzato ad imporre una visione unica del vivere, creando di fatto un imperialismo se possibile ancora più feroce di quello che vorrebbero eliminare.
I taccuini fino ad ora pervenuti si fermano al 1980, si aspetta quindi il terzo volume, ma tanto altro si può comunque leggere nei suoi ultimi libri. Resta da dire il suo amore per la letteratura, il cinema, la cultura in tutte le sue ramificazioni.
Impressionano le liste di film che riusciva a vedere, lo stesso per le letture. Tra le altre cose fu anche regista di film e di spettacoli teatrali. I suoi film e il teatro, così come i suoi romanzi, non raggiunsero mai il livello dei saggi dove la sua intelligenza trovò lo sbocco ideale. Soffrì anche per questo. Si voleva artista a tutto tondo, ma il suo talento era diverso. Non cosa da poco in ogni caso; da lì vengono la sua capacità di critica severa, il coraggio in ogni frangente (in alcuni casi assai scomodo) e la curiosità per un mondo da esplorare e vivere con gli altri. Tutto questo la sua scrittura privata lo conferma.

Nadia Agustoni



Pino Pinelli/
”Hanno detto che mi sono suicidato”

Non tacete, io sono innocente...
Non tacete, che il silenzio sarebbe vergogna.

(Bartolomeo Vanzetti)

«Mi chiamo Giuseppe Pinelli, ma tutti mi chiamano Pino. Sono morto nella notte del 15 dicembre 1969. Hanno detto che mi sono suicidato, che mi sono buttato dal quarto piano della questura di Milano». Comincia così il film Pino - Vita accidentale di un anarchico di Claudia Cipriani. Un titolo che rimanda esplicitamente alla pièce di Dario Fo (Morte accidentale di un anarchico) e che, fin dal titolo, parla soprattutto della “vita” di Pino, della sua quotidianità al Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, dei suoi ultimi giorni con la famiglia e i compagni nella casa di Via Preneste - le porte sempre spalancate sul mondo - i ricordi delle figlie ancora bambine. La voce fuori campo di un attore interpreta Pinelli, in apertura, poi saranno soprattutto due attrici “nei panni” delle figlie a condurci, a parole, in questa storia di lutto e dolore non di una sola famiglia, né dei soli circoli libertari, ma dell'Italia intera.
Al principio, sullo schermo vediamo “in soggettiva” una strada d'asfalto srotolarsi nella notte buia. Idealmente, in quel momento, “siamo tutti” Pinelli, a bordo del suo leggendario motorino rosso scassato, a percorrere la notte di Milano, ancora una volta. Già morto, ucciso, innocente, la “sua” voce aggiunge: «Hanno detto che mi sono buttato, gridando “è la fine dell'anarchia!”, ma chi mi conosceva bene sa che non mi sarei mai arreso. Ci sono troppe cose da cambiare in questo mondo... Per questo non mi sarei mai suicidato. Forse pensavano che la morte di un anarchico sarebbe stata dimenticata in poco tempo. Hanno fatto male i loro conti».
Il film Vita accidentale di un anarchico è un lavoro anomalo e sentito, documentato, personale, storico, famigliare, a tratti poetico (Pino guarda la città scorrere al contrario sull'acqua dei navigli, Pino legge Topolino alle sue bambine con tanto di “Bang, Gasp, Gulp!”).
Realizzato in tecnica mista, è documentario, animazione, collage di ritagli di giornali, fotografie, filmati d'epoca. Forse eccede nel voler condensare anche cinquant'anni di Storia successiva (lo scorrere degli anni e delle immagini di repertorio da Reagan a Berlusconi). Riesce però completamente a evitare la “docufiction”, genere brutto fin dal nome, ed è soprattutto traccia “diaristica” delle figlie. Il film parte proprio dal racconto di Claudia e Silvia, coautrici insieme alla regista e a Niccolò Volpati. Narrazione ad altezza e sguardo delle bambine di allora. Innocenti, come il padre, in un'Italia in cui la strategia della tensione raggiunge il suo culmine tragico.
Un mosaico che si compone progressivamente, attraverso il racconto delle figlie di Pino, che a loro volta, oltre ai personali ricordi, hanno in parte conosciuto il padre attraverso la narrazione della madre e degli amici. L'antiautoritarismo, il pacifismo, la non violenza di Pinelli, sempre dalla parte degli ultimi, tutto emerge attraverso racconti privati e le letture consigliate da Pino agli amici (L'antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, Memorie di un rivoluzionario di Kropotkin, La disobbedienza civile di Thoreau e La fattoria degli animali di George Orwell).
Anarchico, ferroviere, esperantista, idealista... Il ritratto di Pino emerge potente e nitido attraverso parole, immagini e “immaginazioni” (veritiere): l'attore che lo interpreta e il cartoon.
I giornali di allora titolano: “Gli dissero: abbiamo preso Valpreda e Pinelli saltò giù dalla finestra”. “Valpreda continua a negare”. “I vicini affermano: sembravano brave persone”.
Stabiliscono già la loro “Verità” lapidaria, innegabile e inoppugnabile.
Il questore Guida, ex direttore del confino di Ventotene durante il fascismo, dichiarò: «Il suo gesto suicida è come una confessione».
Ogni falsità, mezza verità, inganno ritorna a fuoco nell'opera di Cipriani, la cui visione andrebbe accompagnata al recente libro di Paolo Pasi, Pinelli – Una storia (ed. eleuthèra).
È assordante nel film il silenzio che accompagna le immagini dei funerali delle vittime della strage di Piazza Fontana (15 dicembre) e poi quelli di Pino (20 dicembre), del quale vediamo rare tracce filmate in bianco e nero. Licia, i parenti e gli amici in lutto camminano nella nebbia in un filare di alberi del cimitero.
Struggente anche il racconto delle figlie alla vigilia dell'inaugurazione dell'opera di Enrico Baj I funerali di Pinelli (che non “inaugurò” mai, dopo l'omicidio Calabresi). Claudia e Silvia si vedono/riconoscono nelle due bambine dipinte in lacrime e con le mani sugli occhi dell'opera e ne escono sconvolte. Riconoscersi nell'arte diventa riconoscersi nella verità.
La moglie di Pino osserva: «Alla morte non c'è rimedio, alla diffamazione sì».
Come nel libro Una storia quasi soltanto mia di Licia Pinelli e Piero Scaramucci (ed. Mondadori) colpisce ancora oggi proprio la forza senza pari della moglie di Pino, la sua determinazione a esigere verità e giustizia per l'amato, a nascondere ogni pianto davanti alle bambine. A occultare ogni giornale, a spegnere ogni televisore.
Un giorno Pino disse, riferendosi alle tensioni crescenti: «Non vedo l'ora che passi questo 1969».
Purtroppo quel '69, proprio quando stava terminando cronologicamente, è rimasto come sospeso per sempre nel suo loop di menzogne.
Nel 2005 la Cassazione stabilisce che la strage di Piazza Fontana fu compiuta da Freda e Ventura, non più processabili, perché assolti in via definitiva nel 1987.
Nessuna giustizia per la strage, così come nessuna giustizia per Pinelli. L'unico riconoscimento di “giustizia ufficiale” – visibile nel finale del film – fu quando, nel 2009, il presidente della repubblica Giorgio Napolitano invitò Licia al Quirinale. Chiese «rispetto per la figura di un innocente che fu vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti e poi di un'improvvisa, assurda fine».

Luca Barnabé



Charlie Hebdo/
La libertà (pagata cara) di ridere di tutto

Il memoir di Philippe Lançon, uno dei sopravvissuti alla strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio 2015, non dedica poi molte pagine all'attentato. L'autore vi si sofferma in un capitolo dove descrive con grande cura la confusione e il terrore di quei due minuti in cui vide cadere alcuni fra i suoi più cari amici, uccisi dai proiettili dei fratelli Kouachi, e rimase gravemente ferito. Ma per quanto possa apparire strano, non è la parte cruciale del libro. In realtà La traversata – pubblicato da e/o nella traduzione di Alberto Bracci Testasecca (Roma 2020, pp. 464, € 19,00) – è per la maggior parte la cronaca del dopo, ovvero di una lunghissima degenza, con tutto ciò che questo comporta: la solitudine e l'immobilità; gli incontri casuali con gli altri pazienti e le fragili relazioni che ne sorgono; la nuova scansione del tempo; alcune letture e alcuni ascolti (Kafka, Thomas Mann e Bach su tutti); gli agenti di polizia che piantonano la camera d'ospedale, per fronteggiare eventuali nuovi assalti; la ciclicità delle operazioni, dei fallimenti e dei tentativi per riavere un corpo funzionante e una bocca integra; la difficoltà di “posare di nuovo i piedi sulla sponda dei vivi”; le sedute di fisioterapia e cinesiterapia dopo gli interventi chirurgici; e infine, una rigorosa dieta di opinioni.
Vittima “dei censori più zelanti, quelli che liquidano tutto senza aver letto niente”, Lançon limita il più possibile le considerazioni di ordine generale e anzi comincia a provare una certa nausea delle parole: “Ogni parola pubblica aveva il marchio dell'indifferenza e della vanità. Tutte, a cominciare dalle mie. Le parole vivevano ormai soltanto nel campo più intimo e concreto, era l'unico posto in cui potevano vivere e, pur attenuata, è una sensazione che provo ancora due anni e mezzo dopo mentre sto scrivendo queste righe, per quel che valgono. Ho sempre l'impressione di scrivere a lato di me stesso quando scrivo per quelli che non hanno conosciuto la camera e il silenzio che la avviluppava. La camera è il luogo in cui le parole crepano, si spengono. Non ne sono uscito. Continuo a pensare che quel che scrivo sia di troppo.”
Una nausea che si manifesta anche nei confronti della pompa delle manifestazioni, dell'onda di retorica – spesso in ottima fede, a volte meno – dei giornali e della politica. Quando legge dello slogan Je suis Charlie, Lançon si limita sobriamente ad affermare che lui, a letto con una mascella distrutta e numerose ferite, non è Charlie: “Manifestazione e slogan riguardavano un evento di cui ero stato vittima, di cui ero uno dei sopravvissuti, ma per me era un evento intimo. Me l'ero portato dietro come un tesoro malefico o un segreto in quella stanza in cui niente e nessuno poteva seguirmi completamente, a parte colei che mi aveva preceduto nel cammino che mi accingevo a intraprendere: Chloé, la mia chirurga. Scrivevo su Charlie, ero stato ferito e avevo visto i miei amici morti a Charlie, ma non ero Charlie.” Semmai è i suoi affetti, è i suoi medici – e non ci si inganni, perché è esattamente per questa possibilità di chinarsi sul proprio cerchio ristretto di amori e idiosincrasie che Charlie Hebdo si è battuta.
Un altro aspetto molto interessante de La traversata è il rifiuto, da parte di Lançon, di qualsiasi senso di colpa del sopravvissuto. Chi ha letto Primo Levi conosce bene questa sindrome: tuttavia Lançon non si colpevolizza per essere rimasto vivo: prova molto dolore per chi è morto, prova rabbia, ma non altro. La sua amministrazione del lutto è fieramente libertina, nel vero spirito di Charlie Hebdo, viene da dire. Da ciò scaturisce un inno alla vita pressoché assoluto; e per questo è bene non aspettarsi dalla Traversata conforti morali o profonde rivelazioni: la vita, la vita vera, è tutto: gli amori e le letture e la musica, ma anche gli egoismi, i difetti, le piccole meschinità, l'indifferenza, la rabbia. Questo è quanto accetta per intero Lançon, quanto accettavano i suoi amici assassinati. È meglio della morte. Specularmente, l'autore rifiuta il potere che acquisirebbe in quanto vittima: potere di essere ascoltato più del previsto; potere sacrale di perdono e assoluzione. Rifiuta i doni oscuri di quel giorno orrendo, fra cui l'eventuale arroganza di “saperne di più”.
Libertario come il nucleo storico di Charlie, ma direi individualista fino al midollo, Lançon ci guida in una “traversata” che è innanzitutto personale: le complicazioni di una storia d'amore su cui l'attentato grava come un macigno; i rapporti con il fratello e i genitori; le conversazioni con medici e infermieri. Tutto questo significa snobbare l'enorme tratto politico e sociale di quanto accaduto? No, certo. Ma è nelle fessure del testo che questo tratto viene indagato, con una sorta di comprensibile stanchezza e disgusto: eppure lanciando qualche spunto illuminante.
Innanzitutto: la mattina dell'attentato, come le altre, i redattori di Charlie Hebdo erano lì per “dire cazzate”. Letteralmente. “Insisto, lettore: in quel mattino come gli altri l'umorismo, l'apostrofe e l'indignazione teatrale erano i giudici e gli esploratori, i genietti buoni e quelli cattivi, secondo una tradizione molto francese che valeva quello che valeva, ma il cui seguito avrebbe dimostrato che l'essenziale del mondo le era estraneo.” Anche per questo, come osserva con amara ironia Lançon, quella mattina in Francia erano ben pochi a voler essere Charlie. Il giornale aveva alcuni lettori fedeli ma certo molti più detrattori, che lo accusavano di razzismo e che lo odiavano al punto di trasformare “la lotta sociale in bigottismo” – proprio ciò contro cui Charlie Hebdo si scagliava.
“Eravamo una banda di amici più o meno intimi di un piccolo giornale ormai in bolletta, quasi defunto”, spiega il giornalista. “Lo sapevamo, ma eravamo liberi. Eravamo lì per divertirci, per insultarci, per non prendere sul serio un mondo disperante.” Si può essere d'accordo o meno con il loro modo di divertirsi, ma non si può negare che l'esperimento di Charlie era ed è di tendere la libertà d'espressione al suo limite estremo; ridere di tutto, ridendo in primo luogo di se stessi. E in effetti gran parte del dibattito prima e forse ancor più dopo l'attentato, pur sempre riconoscendo l'oscenità e l'orrore di quella violenza, si è concentrato sulla liceità della satira da parte di Charlie Hebdo, spesso gratuita o rivolta verso la religione di fasce sociali discriminate e povere – appunto l'Islam. Come se in redazione fossero del tutto ciechi di fronte alla diseguaglianza sociale o praticassero una forma di irresponsabilità totale, che prima o poi avrebbe provocato quanto è accaduto: ragionamenti del genere erano moneta corrente.
Ebbene, una delle ultime cose che Lançon ha sentito durante la riunione del 7 gennaio 2015 è stata una tirata di Tignous, al secolo Bernard Verlhac, uno dei vignettisti del settimanale, prima che venisse falciato dai colpi morendo con la penna in mano. È bene citare il brano per intero: “Ha parlato della periferia da cui veniva lui, Montreuil, e dei suoi amici d'infanzia. Molti di loro erano morti, finiti in prigione o devastati da qualcosa. «Io ne sono uscito» ha tuonato, «ma loro? Che hanno fatto per loro, perché avessero un'opportunità? Niente! Non hanno fatto niente. E continuano a non fare niente per quelli che vengono dopo, per tutti quelli che non hanno un lavoro né un'occupazione, che ciondolano per strada e sono condannati a diventare ciò che ne abbiamo fatto noi, degli islamisti, dei pazzi furiosi, e non venirmi a dire che lo Stato ha fatto tutto per loro. Non ha fatto proprio niente, lo Stato. Li lascia crepare. È un pezzo che se ne frega!». Sto ricostituendo, riassumendolo, un discorso molto più perentorio, arrabbiato, limpido, un discorso che sgorgava dal cuore, brandendo la matita, che l'accento popolare del disegnatore aveva trasformato in un grido di rabbia in favore dei poveri delle periferie, dei disoccupati, dei violenti, degli arabi, dei musulmani, dei terroristi. Bernard non ha replicato e io ho pensato che era arrivato il momento di andarmene.”
Poi sono arrivati gli assassini.

Giorgio Fontana