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Rivista Anarchica Online


Piero Ciampi

Canto, dunque sono

di Paolo Pasi

Il nostro collaboratore, da anni membro della giuria del Premio Ciampi, ripercorre sinteticamente alcuni momenti di vita e caratteristiche dell'opera di questo “cantautore maledetto” livornese. Che a 40 dalla sua morte ancora ha tanto da dire.


L'anno era carico di suggestioni, come tutti quelli che fanno da spartiacque tra due decenni. Tra le tante cose che accaddero, solo per fare un esempio, ci fu il leggendario concerto di Bob Marley nello stadio di San Siro. Eppure il 1980 si aprì con una scomparsa che passò sotto silenzio, ma che a quasi 40 anni di distanza ci arriva con l'eco di canzoni mai spente.
Era il 19 gennaio quando Piero Ciampi moriva a Roma nella solitudine di un locale sprovvisto di tutto, precario, come precaria era stata l'esistenza di questo artista che aveva tutte le carte in regola per esserlo, e lo fu. Aveva 46 anni, una disperata voglia di vivere, il vino come motore delle sue immagini poetiche e spericolate, il mare come specchio delle sue fughe alla ricerca di un approdo, di un porto dove fare ritorno dopo tanto viaggiare. Che Piero fosse livornese è tutt'altro che secondario. Un po' perché la città d'origine ricorre in molti suoi brani, ma soprattutto per quello che Livorno rappresenta per chi c'è nato: spaccona, ribelle, irriverente, sempre rivolta all'orizzonte, più vicina a Napoli che al resto della Toscana. Unica e aperta.

Milano, 1963 - Piero Ciampi in Via San Marco
foto di Uliano Lucas

Melodia e swing, ballate struggenti e venature jazz

Nell'era delle definizioni, dove tutto deve essere etichettato per avere un posto riconosciuto nell'industria discografica e non solo, risulta difficile inquadrare un artista come lui. Anarchico, certo, ma non coinvolto direttamente nella canzone impegnata più in voga ai suoi tempi. Appartato nella sua ribellione esistenziale, a cercare di dare senso e forma alle giornate scandite dalla noia ripetitiva dei doveri, o dal naufragio di tanti amori.
Fu cantore e poeta dell'assenza, che nel ricordo di una donna lontana diventava un assedio, litigioso quanto basta per mandare a monte le opportunità commerciali. Un outsider, nell'accezione di uno splendido saggio scritto da Colin Wilson, che non si accontentava della patina del riconoscimento pubblico, ma che sfidava convenzioni e convinzioni attraverso brani dall'impatto tragico e ironico, arrangiati e composti insieme a persone del calibro di Gianfranco Reverberi e Gianni Marchetti. Melodia e swing, ballate struggenti e venature jazz ne fanno un artista dai tanti colori musicali.
“La morte mi fa ridere, la vita no”, scrisse. Così l'ironia che si annida nei suoi testi è sempre un po' velata, graffiante, amara, capace di fargli dire a una donna “portami una sedia” dopo averla coperta d'insulti nella canzone Adius, o di prometterle una vita da regina chiedendole nel frattempo l'ennesimo prestito. Bersaglio di questa ironia, in fondo, è lui stesso, con le sue contraddizioni, le sue crisi di orientamento, il suo dichiarare apertamente, con spirito puro, di non sapere dove andare. Come se troppo spesso ci si dovesse arrendere alla manifesta inferiorità della vita rispetto ai nostri desideri e sogni.

“Le note e le parole mi arrivarono all'anima”

In questo mi sembra di ravvisare forti affinità elettive tra Piero Ciampi e uno scrittore ugualmente outsider e anarchico come Luciano Bianciardi, cantore della Vita agra negli illusori anni del boom economico. Ma il cantautore livornese che viaggiò per l'Europa e trovò i primi riscontri a Parigi, ha tante altre affinità artistiche, prima tra tutte quella con i poeti e gli scrittori della beat generation. Un uomo mai fermo, irrequieto, che spiazza sempre e fa vacillare le certezze dei suoi tempi, pur non appartenendo al filone della canzone “politica”. Denuncia l'oppressione delle istituzioni totali in Dario di Livorno, personaggio indimenticabile che finisce in manicomio per aver sparato un colpo in aria a Carnevale e impazzisce. Canta con la sua voce profonda, ispirata, alcolica, le suggestioni del vino o la storia di quaranta soldati che disertano dopo avere incontrato quaranta suore. Che cosa c'era di più dirompente in una società intrisa di retorica clericale e militarista?
Di certo Piero Ciampi non si tirava indietro. Durante la sua esibizione al premio Tenco, nel 1976, disse a uno spettatore che lo aveva fischiato: “Qui sul palco io rischio, tu no”.
L'incontro con un artista così non ammette mezze misure: o se ne rimane folgorati oppure le sue canzoni restano tracce di passaggio destinate a essere archiviate come “tristi”.
Per conto mio non dimenticherò mai il primo incontro con lui, quasi 20 anni fa. Mi trovavo sotto la sede della Rai di Milano, all'inizio di una giornata di lavoro come tante, quando ascoltai una cassetta che mi era stata inviata da Maurizio Ruggeri, un amico fotografo di Fernanda Pivano. Le note e le parole mi arrivarono all'anima, furono un soprassalto di emozioni, una scossa violenta che sembrò sospendere il tempo. La canzone era Tu no, la voce di Ciampi raccontava di una separazione: era drammatica e potente, implorante e al tempo stesso coraggiosa. Di quel giorno non ricordo altro, se non che arrivai al lavoro in ritardo.

Poeta di felicità e di dolore

“Per sapere cos'è la solitudine, bisogna essere stati in due”, ha scritto Ciampi. La sue parole hanno conquistato anche Fernanda Pivano, che qualche tempo dopo gli dedicò un capitolo del suo libro I miei amici cantautori: “Ah, Piero Ciampi, poeta di felicità e di dolore, poeta della realtà, poeta che cenava sulle stelle...”
Poeta che ha trovato nelle canzoni la sua forma di resistenza, l'antidoto alla paura. Canto, dunque sono.

Paolo Pasi

(originariamente pubblicato sulla rivista del Club Tenco Il Cantautore, edizione 2019)