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Rivista Anarchica Online





Piazza Fontana 1969/
Capire la genesi e la storia di quella bomba

Enrico Deaglio, giornalista e scrittore, in questo libro ripercorre, con gli occhi dell'acuto osservatore, gli anni della sua giovinezza quando, studente universitario, partecipò con convinzione ai movimenti di protesta nati nelle scuole e nelle università, e che attraversarono l'intero paese per approdare alle fabbriche. Ma va detto subito che questo non è un libro “autobiografico”, tutt'altro: la presenza dell'autore si dissolve dalla scena dopo poche battute sparse nel testo.
Il libro di Deaglio, La bomba. Cinquant'anni di piazza Fontana, edito da Feltrinelli (Milano 2019, pp. 295, € 18,00), non è un semplice racconto storico, che si aggiunge all'ormai vastissima biblioteca sull'argomento, ma un vero e proprio j'accuse contro le istituzioni, i servizi segreti “non deviati” (quella dei “servizi deviati” è una leggenda che questo libro dissolve), i neofascisti, i politici, cioè lo Stato, perché quella storia è ancora viva e continua a fermentare i suoi nefasti influssi nel nostro Paese. Un libro composto non solo da parole ma anche da molte fotografie dell'epoca che illustrano, in modo preciso, l'intera narrazione della storia di quella maledetta bomba di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e le perduranti menzogne del potere che l'hanno accompagnata.
È importante capire la genesi e la storia di quella bomba esplosa alla Banca dell'Agricoltura a Milano, che causò la morte di diciassette persone e novanta feriti più la morte nella Questura di Milano, tra la notte del 15 e 16 dicembre, dell'anarchico Giuseppe (Pino) Pinelli. Questo tragico evento – con tutte le stragi che seguiranno e con quelle che l'avevano preceduto – può aiutarci a comprendere i mali di mezzo secolo del nostro Paese e di questa democrazia che, ancora oggi, è messa in discussione da “strani” personaggi che auspicano i “pieni poteri” e che trovano ispirazione per la propria azione politica nel nazionalismo, nel sovranismo e nel razzismo, alimentando un acceso odio xenofobo. Una storia, dunque, che non passa e che ritorna con un vulnus “oscuro” nella coscienza di tutti, e che ha segnato profondamente la generazione di quegli anni.
Va detto per inciso che il libro di Deaglio si legge come un thriller storico, avvincente, emozionante, con tutti i protagonisti, vittime e carnefici, che emergono dalla narrazione a tutto tondo, intorno al “mistero/giallo” da risolvere: chi ha messo la bomba nel salone della Banca dell'Agricoltura quel pomeriggio del 12 dicembre 1969? Chi ha pensato e voluto quella stagione di stragi che è poi passata alla storia come “strategia della tensione”?1 Chi era veramente presente nella stanza della Questura durante l'interrogatorio di Pinelli? La tragicità del racconto è che è tutto vero, nomi e cognomi come le responsabilità materiali e politiche, e la lettura del libro non lascia nell'indifferenza il lettore. È un'analisi amara, che lacera la coscienza di ognuno, capace di travolgere il lettore assillandolo con domande come: ma in quale paese viviamo? La democrazia italiana è mai esistita veramente? Cosa sono stati la società o lo Stato italiano nati dalla Resistenza?
Come scrive Deaglio: «Raccontare la Storia di Piazza Fontana è anche raccontare la bomba, i suoi complici – quelli che con felice intuizione gli anarchici del Ponte della Ghisolfa definirono “lo stato” – e la tenace lotta che, con pochi mezzi, molto coraggio e molto romanticismo, gruppi di persone intrapresero per ristabilire la Verità, molto spesso contro lo spirito dei tempi». Una verità che nonostante i depistaggi (il depistaggio è stato introdotto nel Codice penale solo nel 2016, art. 375 bis) e le “amnesie” degli uomini dello Stato è emersa negli anni, ma che è necessario ribadire non tanto per cercare una “verità giuridica”, che dopo anni di inchieste e processi è ben lungi dal manifestarsi, ma per riconfermare una “verità storica”: quel massacro fu una «strage di Stato».
Gli italiani in fondo sanno e possono sapere la “Verità” su Piazza Fontana: parafrasando Pasolini – che il 14 novembre 1974 dalle pagine del «Corriere della sera» lanciò il suo j'accuse contro i mandanti e gli esecutori delle stragi – si può affermare che “noi sappiano” bene chi sono i responsabili di quella strage. Ma all'epoca dei fatti, come scrive con amarezza l'autore, la «menzogna era più forte – molto più forte – della verità».

Il ruolo dei fascisti
La descrizione, ad esempio, di Mariano Rumor nel libro, uno dei politici e presidente del consiglio dell'epoca, è esemplare. Uomo della DC, appartenente alla corrente dorotea, durante l'interrogatorio del noto processo presso il Tribunale di Catanzaro a proposito della strage di Milano ebbe a rispondere a «diciotto domande» «con “diciotto non ricordo”, che rimasero un celebre momento dell'Italia intesa come repubblica dell'amnesia». Nessuna autorità politica all'epoca fece bella figura a principiare da Giuseppe Saragat, presidente della Repubblica, assente ai funerali.
In mezzo a questa palude di “non ricordo”, nella memoria di milioni di italiani rimase impressa la fotografia, pubblicata dai quotidiani dell'epoca, della voragine provocata dalla potentissima esplosione – l'attentato era stato progettato per causare il maggior numero possibile di vittime – formatasi nel salone della Banca dell'Agricoltura. Eppoi, come non ricordare le vittime, e tra queste il bambino che perse una gamba per fare un favore al papà che non se la sentiva di andare in banca?
E i fascisti cosa c'entrano in tutto questo? Deaglio ricorda che proprio uno di loro, Giovanni Ventura – piccolo imprenditore veneto che come seconda attività faceva il terrorista –, confidò il giorno seguente al suo amico Guido Lorenzon – testimone “scomodo” lasciato solo dalla magistratura e dalla polizia – «che la bomba l'avevano messa loro». L'attentato venne preparato «dal gruppo veneto di Ordine Nuovo, un'organizzazione nazista con forti agganci e protezioni ai vertici dello Stato italiano, che non fece nulla per impedirlo». E aggiunge lo scrittore: «Quando leggerete quanta protervia, quanta “organizzazione industriale”, quanta volgarità venne usata per costruire il falso su piazza Fontana, probabilmente penserete che gli attuali demagoghi non hanno inventato niente». «I dirigenti della sezione veneta di Ordine Nuovo erano Franco Freda, procuratore legale a Padova; Giovanni Ventura, libraio e editore di Castelfranco (Treviso), che con Freda aveva commesso tutti gli attentati del 1969 attribuiti agli anarchici; e Carlo Maria Maggi, “medico dei poveri” in un ambulatorio all'isola della Giudecca di Venezia». Inoltre, un altro veneziano, Delfo Zorzi, è stato identificato tra coloro che attuarono questo piano mortale.
Come ricorda l'autore del libro, questa ricostruzione dei fatti avvenuta durante l'inchiesta del giudice Guido Salvini, «sancita in due gradi di giudizio e infine vidimata dalla Cassazione», non ha mai trovato esecuzione perché nel frattempo Freda e Ventura vennero assolti per lo stesso reato nel 2005 mentre Zorzi fu precedentemente assolto dall'accusa di essere l'esecutore materiale dell'attentato. «Dopo quarantatré anni di processi, la mortificazione della giustizia era totale. Una beffa postuma».
Il libro affronta, inoltre, la complessa ricostruzione dell'attentato, e non c'è commento che non sia proceduto dalla descrizione particolareggiata dei fatti e soprattutto la montagna di bugie che furono sparse al tempo per nascondere le responsabilità degli esecutori e dei mandanti. Per esempio l'impiegato della Banca nazionale dell'agricoltura e vittima dell'esplosione, Fortunato Zinni, scrive così in un memoriale: «La vergognosa e irridente tela di Penelope ordita per fare e disfare sentenze, in una allucinante e incredibile parodia della giustizia, ha di volta in volta messo a nudo: la certezza di impunità dei burattinai del massacro, il cinismo di una classe politica imbelle e complice, la disponibilità di una parte della Magistratura ad assecondare il potere, il servilismo di una stampa pronta a credere alle verità ufficiali».
Proprio la stampa e la televisione, allora con unico canale televisivo, in prima battuta avvallarono senza spirito critico le tesi della Questura di Milano sulla responsabilità “anarchica” dell'attentato. Per tutti il “Mostro” fu Pietro Valpreda- “ballerino-anarchico”, con la complicità del suicida-confesso Giuseppe Pinelli – «elemento di speciale pericolosità e come tale da sottoporre a sorveglianza» per le autorità di polizia – così come dichiararono più volte Marcello Guida questore di Milano, Antonino Allegra capo dell'ufficio politico della Questura di Milano e infine il commissario Luigi Calabresi. Coloro che in quel coacervo di notizie false e tendenziose credettero invece all'innocenza degli anarchici furono pochissimi. Tra i primi a schierarsi dalla parte di Pinelli e degli anarchici milanesi, il giornalista Piero Scaramucci, recentemente scomparso, che all'inizio degli anni Ottanta darà alle stampe un bel libro-intervista con Licia Pinelli: Una storia quasi soltanto mia. Un'altra giornalista, Camilla Cederna, si distinse per il suo impegno controcorrente e la sua passione civile. All'epoca chi dissentiva veniva perseguitato e in molti sono stati perseguitati e condannati dalla magistratura, e questo per aver detto soltanto in parte la verità, non potendo conoscere altri inquietanti dettagli. Ma a loro, giustamente, Deaglio offre un tributo di ringraziamento per non aver ceduto e aver continuamente sostenuto la battaglia civile per la ricerca della verità.

Un tributo a Licia Rognini
Altro tributo il giornalista lo dedica a Licia Rognini, vedova di Giuseppe (Pino) Pinelli; grazie a lei alla sua determinazione e al suo coraggio si deve la costruzione di quell'argine che non ha permesso al fiume Lete, quello della mitologia greca, di affogare questa tragica storia nell'oblio. A lei e alle sue adorate figlie si è aggiunto poi un manipolo di intellettuali che il giorno 19 dicembre 1969 riuscirono a far pubblicare un appello dal quotidiano «Il Giorno», dopo che l'organo del PCI «L'Unità» l'aveva rifiutato, nel quale affiancandosi a Licia rivendicavano il diritto di difendere Pinelli sostenendo la sua innocenza.
La «verità è figlia del tempo» e non dell'autorità, scrive Deaglio e ha ragione, tanto che a distanza di anni piano piano sono emersi dettagli che gettano una nuova luce sulla dinamica degli eventi e sullo stesso “suicidio” di Pinelli. In particolare sul ruolo svolto dalla «Squadra 54 dell'Ufficio Affari Riservati» i cui uomini arrivano a Milano a poche ore di distanza dall'esplosione “espropriando” le autorità locali di polizia e della magistratura di ogni “autorità”, che gestirono direttamente il tassista Rolandi, quello che “identificò” Valpreda, e furono presenti nelle fasi finali della vita di Giuseppe Pinelli. È lo stesso Silvano Russomanno, ex “filo-nazista” dell'epoca della RSI e numero due dei servizi segreti, a confessarlo candidamente nel 2009 alla giovane magistrata Grazia Pradella: «Io c'ero la notte che è morto Pinelli».
Questa giovane magistrata, che recuperò in extremis dall'anziano agente segreto questa dichiarazione, dopo qualche anno in un'intervista ebbe a dichiarare al settimanale «Famiglia Cristiana»: «Piazza Fontana fu sicuramente una strage di Stato, perché si volevano eliminare i cardini fondamentali della democrazia e perché erano coinvolti elementi che a questo Stato appartenevano e che lo hanno tradito». A queste considerazioni manca soltanto l'epilogo logico: del resto è difficile che un'intera macchina statale recepisca oggi la consapevolezza di essere stata allora uno dei principali problemi del Paese.
Sfogliando le pagine di questo libro ci si forma un'immagine chiara di questa “misteriosa” struttura legata a una continuità “istituzionale” di uomini e strutture con il suo passato fascista, insieme burocratica, parassitaria e golpista, sorniona ma immodificabile, impermeabile a chiunque, compresi i neofascisti che con i loro “deliri” teorici e terroristici immaginavano una “seconda rinascenza”.
Il libro di Deaglio è da leggere con attenzione e anche con “passione civile”, ed è rivolto soprattutto a quelle generazioni che – nate dopo Piazza Fontana – hanno un bisogno impellente di conoscere tutta la dinamica storica che ha attraversato il nostro Paese nei decenni immediatamente successivi alla fine del Secondo conflitto mondiale, per comprenderne lo stato attuale.

Franco Bertolucci

1. Il termine “strategia della tensione” (“strategy of tension”) venne coniato dal quotidiano inglese «The Guardian» nell'editoriale del 17 dicembre 1969.




Una bomba che riecheggia nelle coscienze

In occasione della presentazione del libro di Enrico Deaglio a Pisa, lo scorso 20 novembre 2019, al Polo Carmignani - Università di Pisa, promossa congiuntamente da Biblioteca Franco Serantini e ANPI provinciale Pisa, Claudia Pinelli ha fatto pervenire agli organizzatori il seguente messaggio:

C'è una dedica importante nel libro di Enrico Deaglio, una dedica che fa bene al cuore di chi in tutti questi anni ha cercato che la storia di una persona, Giuseppe Pinelli, e la storia di quella bomba deflagrata in una nebbiosa e invernale Milano, continuasse a riecheggiare nella coscienza distratta di un paese.
Non è un libro di inchiesta come altri che stanno uscendo in questo periodo, ma una potente opera letteraria che ricompone l'insieme, che restituisce senso e memoria, che non si abbandona alla rassegnazione e all'omologazione, nel coraggio della coerenza e dell'onestà intellettuale di chi non si è permesso l'indifferenza.
Il libro di Enrico Deaglio è l'impegno di persone tra cui giornalisti, e vorrei ricordare Camilla Cederna, Corrado Stajano, Marco Nozza, Piero Scaramucci, che in questi anni hanno fatto propria una storia permettendo che non venisse dimenticata ed entrasse nella Storia e lo hanno fatto con altruismo, senza egocentrismi e autocentrature, restituendo dignità dove altri avrebbero voluto calasse l'oblio.
L'arte, come i libri, le poesie, le installazioni artistiche, è uno strumento che va oltre le omertà e quel filo che tiene insieme quello che è stato con una visione più ampia e necessaria.
Questa è la giustizia che ha avuto Pino Pinelli e mi piace ricordare con una frase dell'ultima lettera che scrisse a un giovane ingiustamente carcerato: “Anarchia non è violenza la rigettiamo ma non vogliamo neanche subirla. Essa è ragionamento e responsabilità”.
Grazie,

Claudia Pinelli




Droga, mafia, Stato/
Il Sistema è uno solo

«Chetati, grillaccio del mal'augurio!» – gridò Pinocchio – ma il grillo, che era paziente e filosofo, invece di aversi a male di questa impertinenza, continuò con lo stesso tono di voce...

Dopo gli anni della speranza e quelli della disillusione e della normalizzazione giunsero infine tempi confusi. Appassionanti e spesso terribili per chi li ha vissuti in paesi in cui regimi – che parevano eterni – si disfecero come neve al sole; caotici e quasi incomprensibili nei luoghi in cui la democrazia (post)industriale ha continuato implacabile la sua marcia. Ed è in fondo di tale impetuoso incedere di cui qui si parla, ma da un particolarissimo punto di vista: quello degli anarcopunx di strada.
L'arte della scrittura può far miracoli e la vita più piatta e banale, se narrata in modo da suscitare immedesimazione, risulterà avvincente ed emozionante. Non è questo il caso.
In primo luogo perché lo Shamano (Gennaro Shamano, L'asfalto sulla pelle – Storie dal sottosuolo, Edizioni Monte Bove, Spoleto – Pg 2019, pp. 352, € 10,00) scrive con un piglio rocchenroll grezzo e veemente, che ai cultori della scrittura in punta di fioretto suonerà qual unghia sulla lavagna ('o Shama', ma quanta sfaccimm' 'e punt' esclamativ' c'ej mis' dint' a 'stu libbr'?); e in secondo luogo perché l'esistenza di Gennaro è tutto fuorché rifrittura impiegatizia. Spoileriamo: Gennaro è ancora vivo e pure in buona salute (poi non è che ho visto le sue analisi). Risultato sorprendente viste le sollecitazioni alle quali ha sottoposto il suo corpo. Questa è la buona notizia.
La cattiva notizia è che abbiamo un'altra storia di sconfitta, più della mia generazione che della sua; o meglio: dell'incapacità di trasmettere l'esperienza di chi aveva visto con quanta perizia ed efficacia erano state usate le sostanze sintetizzate da Bayer e Sandoz per neutralizzare il movimento negli anni in cui un movimento c'era davvero. Andiamo con ordine, però. Ragazzini nati e cresciuti alle falde del Vesuvio, insofferenti alla famiglia, all'istituzione scolastica e in genere all'ordine costituito, o all'ordine e basta. Ribelli senza veri obiettivi, in un tessuto sociale polverizzato dalla modernità e mummificato dalla televisione; lì rock, punk e metal potevano essere la scintilla per innescare una fuga dalla condanna di vite monotone e grigie oppure incasinarsi in avventure senza capo né coda verso lo scontro frontale. Come quando – in seguito all'arresto per uno scippo – «fui legato [da mio padre] al tavolo con alcune corde e poi prese a frustarmi con la cinghia per ore. Mi lasciò in quello stato fino a tarda sera, senza acqua né cibo, poi ad intermittenza picchiava mia madre e mia sorella incolpandole per la mia cattiva educazione.»
Di studiare non se ne parla, si cerca invece di andare ai concerti, nelle occupazioni, usando alcool e erba, prima, poi chimica assortita; un vortice di viaggi per l'Italia e in Europa, fino ai rave, il lavoro in fabbrica e infine a Napoli: call center di pomeriggio e la sera eroina a Scampia.
Su tutto, nella seconda parte del libro, dominano due nodi del nostro vivere e della nostra storia troppo spesso ignorati, occultati. Il primo è la visione chiara del fatto che non esiste alcuna separazione possibile tra le istituzioni e le organizzazioni mafiose. È sorprendente quanti pensatori illuminati e quanti sinceri antistatalisti credano ancora alle scemenze delle forze dell'ordine corrotte e dell'invincibile camorra con la quale scrittorucoli omertosi hanno venduto milioni di copie impestando le librerie e le menti.
Poche pagine dello Shamano descrivono chiaramente come il Sistema sia uno solo, tossici a branchi che fanno file per ore in attesa della roba con la polizia che finge posti di blocco. E poi la parte più pesante, quella del capire di aver abboccato all'amo che il Sistema gli aveva messo davanti.
A mio avviso, non solo l'eroina, ma tutto quel processo di estraniazione che arriva agli oppiacei dopo essere passati per anfetamine, cocaina, ketamina, lsd e le altre sfavillanti porcherie psicoattive di cui questo libro è pieno. E quindi? Siamo forse riusciti, noi che negli anni '80 ci facevamo largo nel fiume di eroina che l'Operazione Bluemoon ci aveva regalato – senza mai toccarla, e non per moralismo, ma perché vedevamo quali erano le strategie messe in campo – a mettere in guardia, a tutelare questi giovani compagni, palesemente indifesi? Ed ora, cosa ci può dare sollievo, forse berciare: Visto, ve lo avevamo detto... Così non si fa la rivoluzione! Perché, forse che noi – grillacci del mal'augurio – siamo stati capaci di farla?

Giuseppe Aiello



Han Ryner/
Anarchia fa rima con armonia

Quando si evocano i teorici dell'anarchismo, solitamente il pensiero non corre immediatamente a Han Ryner (1861-1938) nonostante la cospicua produzione di scritti filosofici e letterari, in particolare sotto la forma di racconti filosofici. Noto soprattutto in Francia come irriducibile pacifista e anticlericale, ebbe una certa influenza sulla giovane generazione in Spagna negli anni Venti e in particolare sui renitenti alla leva durante la dittatura di Primo de Rivera, grazie alle traduzioni degli scritti suoi e di E. Armand a cura degli anarchici individualisti M. Costa Iscar e J. Elizalde.
Il mio primo incontro con lui risale alla lettura di un ormai ingiallito opuscolo pubblicato a Genova nel lontano 1965 dalla Libreria della FAI e intitolato “Storicità di Gesù”; quindi l'ho conosciuto soprattutto per la sua verve antidogmatica. In realtà, anche in Italia il suo breviario individualista, ora riproposto dalle edizioni Les Milieux Libres (Dell'anarchismo armonico, Les Milieux Libres Edizioni, Soazza - Svizzera 2019, pp. 64, € 8,50) conobbe diverse edizioni. Di transenna: anarchismo armonico sembra una tautologia; l'anarchismo o è armonico o non è. Diverso è il discorso dell'individualista, dove invece la contrapposizione tra l'egoista e l'individualista armonico regge.
Bisogna però sapere che l'individualismo di Ryner non trae linfa dalla lotta di classe, ma dalla ricerca della liberazione individuale da tutte le dipendenze esteriori per una vita in armonia con se stessi. In effetti, l'autore chiamato Socrate contemporaneo o Tolstoj provenzale ci fornisce lui stesso una plausibile spiegazione per l'uso dell'aggettivo nel testo sull'anarchismo armonico tratto dall'Encyclopédie Anarchiste di Sébastien Faure e molto opportunamente inserito dal curatore Edy Zarro in apertura del volumetto. “Bisogna arrivare a trovare tutto in sé e a tutto rispettare”, questo significa “Vivi armoniosamente”.
Frasi come queste non sono piaciute ad esempio a Albert Libertad, che sospetta passività e fatalismo nella muta adorazione di un io silenzioso e, anzi, ritiene che libretti del genere vadano distrutti come l'assenzio e la morfina1. In realtà, la logica dell'armonia in Ryner significa avocare a sé la propria esistenza sottraendola a dogmi, idoli e autorità (come la patria, il potere, la volontà del popolo, l'ordine, la religione, la razza, il colore fino al più triviale “cosa ne diranno”). Orbene, siccome gli idoli (direi che qui Stirner fa più che capolino) “esigono il sacrificio di me stesso”, l'individuo è chiamato a difendersi, rifiutando l'obbedienza (tenete presente il titolo emblematico di uno dei suoi libri, Il crimine di obbedire), astenendosi o obiettando: “L'individualista non può essere del numero dei tiranni sociali”.
Nonostante il sospetto di passività, Ryner è, nei fatti, un campione attivo di solidarietà militante con anarchici e antimilitaristi perseguitati dalla legge, da Hem Day (autore di Individualisme d'armonie chez Han Ryner) a Francesco Ghezzi. L'antidogmatico francese costruisce il manuale sotto forma di dialogo con se stesso. Pone domande come: che cos'è la felicità? Ci sono casi in cui si ha il diritto di uccidere? Cos'è la menzogna maliziosa? Fare sesso senza amore è un errore? Il saggio crede nel progresso? Cosa pensa il saggio dell'anarchia?
Se pensate che ora dica anche le risposte vi sbagliate, sarebbe come svelare chi è l'assassino in un giallo. Evidenti e dichiarate però le sue fonti: i “veri individualisti” Socrate, Epicuro, Gesù ed Epitteto, il cui Manuale è considerato “il più bello e il più liberatorio dei libri”.
Nella sua breve ma densa prefazione, Edy Zarro evoca un aspetto particolare e negletto del pensiero libertario di Ryner, il cosiddetto “amour plural”, inteso come relazioni molteplici poste sullo stesso piano. La diffusione di queste idee ad opera dell'anarchica individualista Maria Lacerda de Moura hanno fatto conoscere Han Ryner anche in Brasile. Alla fine, un libretto delizioso come una pralina in bocca, a soli 8 euro e 50.

Peter Schrembs

1. Albert Libertad, Dans les Livres, Le Petit Manuel individualiste, par Han Ryner, “L'Anarchie”, n° 5, 11 maggio 1905.



Architettura/
L'a-crescita di Serge Latouche

Hyperpolis, l'interessante opuscolo edito recentemente da Meltemi con sottotitolo Architettura e Capitale (Milano 2019, pp. 80, € 8,00), contiene un breve intervento di Serge Latouche dal titolo Architettura, urbanistica e decrescita inserito tra una dettagliata introduzione e un più corposo intervento di Marcello Faletra sul tema Urbanistica e architettura come psicopatologie.
Un indizio sui diversi registri dei due autori lo trovo nella citazione nelle prime righe dell'introduzione ad Eric Hobsbawm e a Rem Koolhaas e nell'inizio del saggio finale di Faletra a Lewis Mumford così come nel saggio di Latouche trovo un omaggio in esergo a Les Géants di J.M.G. Le Clézio: una citazione storica e disciplinare da una parte, una letteraria e poetica dall'altra in cui è contenuto il termine Hyperpolis che dà il titolo all'opera.
Latouche sin dalle prime righe mette subito il coltello nella piaga ed evidenzia la contraddizione della contemporanea presenza di un gran numero di architetti che predicano la necessità di un habitat ecologico e che contemporaneamente, da complici, contribuiscono alla speculazione e alla distruzione del territorio e dell'ambiente. L'architettura di questi nuovi ecologisti a parole, al di fuori del singolo intervento puntuale spesso a impatto zero, si rivela nel complesso fortemente deludente, “perché non riesce a fare città e soprattutto perché non è riuscita a impedire globalmente la decomposizione del tessuto urbano, la cementificazione del territorio, la proliferazione urbana del paesaggio, il propagarsi della bruttezza delle condizioni di vita e la distruzione dell'ambiente.”
È possibile ragionare di un'architettura e di un'urbanistica che collaborino per la “costruzione di una società di abbondanza frugale”, si chiede Latouche?
Con una rapida carrellata da Platone a Tommaso Campanella sino ai nostri Tiziana Villani e Alberto Magnaghi e alle analisi di Marc Augé e Alvaro Siza, Latouche si chiede se dovremo soccombere all'affermazione del cyberman e alla “deterritorializzazione senza ritorno” o se esista un'altra via praticabile. La prima modernità a partire dal XIX secolo, nonostante i danni irrimediabili al territorio, aveva mantenuto un certo equilibrio tra la struttura urbana e il paesaggio. La rottura definitiva di ogni equilibrio per Latouche avviene “in modo simbolico, dalla caduta del muro di Berlino, nel 1989”, per dare spazio alla globalizzazione e alla mondializzazione e dalla definitiva “mercificazione e dalla finanziarizzazione del mondo”. Amaramente conclude che “i rimedi finora proposti non sono all'altezza della sfida. Il recupero dei centri storici, ad esempio, dà luogo a gradevoli rese estetiche, ma provoca una gentrificazione che accresce la segregazione sociale e una museificazione che rende il turismo di massa un incubo urbano.”
È inutile lavarsi l'anima con qualche “forma di modernizzazione ecologica del capitalismo (greenwashing) o sperare nei progetti totalitari – già fallimentari – delle “ecocittà” cinesi.
La ricetta alternativa di Latouche è politica, in senso letterale: urge “una rifondazione della politica, e quindi della polis, della città e del suo rapporto con la natura. Il progetto urbano/paesaggistico è necessariamente secondario rispetto al progetto sociale e il progetto architettonico è esso stesso accessorio al progetto urbano”. E ancora Latouche aggiunge: “Il territorio dovrebbe essere considerato come un'immensa opera d'arte vivente, prodotta e mantenuta nel tempo dai popoli esistenti.”
Concetti simili questi ultimi a quelli espressi dal filone “libertario” presente nel panorama architettonico internazionale sin dalla seconda metà del XIX secolo, di cui i principali esponenti italiani sono stati De Carlo, che per lungo tempo ha lottato per ribadire l'indissolubile unità di urbanistica e architettura, e Carlo Doglio, che in una lezione allo IUAV di Venezia nell'anno di corso 1971-72 ci disse: “volete sapere per me cos'è l'urbanistica? È come un affresco rinascimentale di un grande artista, è qualcosa di complesso, ci sono tante cose, non è spiegabile, però funziona.” (Franco Bunčuga in Architettura, l'altra; in “Libertaria” 2018, Ed. Mimesis)
Idee che sia Doglio e De Carlo sia ora il nostro Latouche hanno desunto da Patrick Geddes e dagli urbanisti della scuola anglosassone che affonda le sue radici nel pensiero del rivoluzionario e geografo anarchico Pëtr Kropotkin, come ci ricorda nel suo esauriente excursus storico Marcello Faletra nel saggio finale Architettura e urbanistica come psicopatologie. Nel testo l'autore analizza i caratteri della forma totalitaria del capitalismo contemporaneo di cui la città diviene il veicolo spaziale propulsore, aspetto analizzato in una prospettiva genealogica del postmodernismo prendendo come paradigma la città di Las Vegas.
Oltre ai modelli anglosassoni Latouche nel suo saggio ripropone molte delle intuizioni del grande Yona Friedman: autarchia, autonomia, dispersione, autosufficienza energetica e “una città ecologica fatta di quartieri compatti”. Per lui “la città della decrescita sarà anzitutto un altro modo di abitare la città”, non un modo diverso di costruire città.
Una ricetta dunque per iniziare da subito, senza grandi progetti utopici, partendo dalla città esistente ed eliminando gradualmente “la pubblicità, le automobili e la grande distribuzione e dove saranno stati introdotti giardini condivisi, piste ciclabili, la gestione in economia dei beni comuni (acqua, servizi di base) e lo sviluppo della coabitazione e dei laboratori di quartiere.”
Non una decrescita dunque in senso stretto, ma come preferisce dire Latouche una a-crescita, una sana crescita organica, come sviluppo orizzontale della comunità e delle reti urbane e un dissolversi graduale delle strutture di dominio, anche nelle forme oppressive dell'attuale onnipervasivo manhattanismo delle strutture urbane descritto da Rem Koolhaas, che sembra voler avverare la distopica profezia di Lewis Mumford citata da Latouche che prevedeva che la megalopolis si sarebbe trasformata in tirannopolis, per poi finire in nekropolis.

Franco Bunčuga



Hugo Pratt/
La guerra nelle tavole

Nell'elegante e raffinato volume a fumetti di Hugo Pratt e Hector Oesterheld, Ernie Pike (Rizzoli – Lizard, Roma 2019, pp. 462, € 39,00), si racconta di Hugo Pratt che, già disegnatore affermato in Italia, nel '49 decide di accettare l'invito del magnate del fumetto argentino Cesare Civita a lavorare per le sue riviste di comics e si trasferisce da Venezia, sua città natale, a Buenos Aires.
Qui conosce lo sceneggiatore Héctor Oesterheld e con lui realizza una serie a fumetti, che esce per quattro anni, dal '57 al '61, su Hora Cero – uno dei tanti album a fumetti prodotti da Civita – che ha per titolo Ernie Pike.
Erano strisce sulla guerra, ispirate alle cronache del famoso giornalista americano Ernie Pyle, corrispondente di guerra da vari fronti durante la seconda guerra mondiale e morto, nel '45, per una bomba esplosa in Indocina mentre fotografava la battaglia di Okinawa.
Le tavole di Pratt e Oesterheld documentavano, illustrandola, la guerra da una prospettiva diversa e più umana da come l'avevano raccontata i grandi media, proprio seguendo e riportando, a volte fedelmente, i reportage di Ernie Pyle – premio Pulitzer e tra i giornalisti più letti in America durante la seconda guerra mondiale – raccolti nel suo famoso libro Brave men, uscito in America nel '45 dove raccontava con grande obiettività e verità e senza acritici patriottismi, gli eventi bellici e la vita quotidiana dei militari, non solo degli Usa, valorosi ma anche impauriti e inorriditi, con la voglia di vincere ma anche di tornare di casa sani e salvi.
È uno 'spettacolo', quello della guerra, che sfianca il grande corrispondente di guerra americano, che confessa in uno dei suoi articoli: “Sono sporco sia mentalmente che fisicamente. Ho prosciugato le mie emozioni. Guardo il coraggio, la morte, i campi di battaglia, i tanti e tanti paesi, quasi come un cieco, vedendo debolmente e non volendo vedere affatto la realtà. È il pensiero dell'insensatezza che si insinua in me e comincia a divorarmi. È la polvere perpetua che mi soffoca, il terreno duro che mi irrigidisce i muscoli, sono le mosche e i piedi sporchi e il rombo continuo dei motori e il movimento continuo, il vai e vai, notte e giorno e poi di nuovo, la notte, senza mai smettere o solo Dio sa quando, ma io sono stanco”.
E proprio quella stanchezza di Pyle di fronte ad un'umanità avvilita dalla guerra, Pratt e Oesterheld la sceneggiano e disegnano nelle avventure del loro personaggio, Ernie Pike, destinato a diventare icona di culto del fumetto del '900 e che si muove – in più di trenta storie, tra eserciti in guerra, in scenari che vanno dall'Europa all'Africa, al Pacifico – “retto e giusto” – come scrivono nel loro intervento introduttivo al volume (dal titolo deandreiano Siete lo stesso coinvolti) Boris Battaglia e Paolo Interdonato – “sulla linea del fronte, in mezzo alle pallottole, allo sporco, al fetore, alla codardia, ai piccoli eroismi, alla bassezza di ufficiali che danno ordini disgustosi, alle menzogne, alle lacrime e al sangue” e che “vive racconti di guerra nei quali è impossibile prendere una parte tra i fronti. Le divise non servono a determinare quali siano i soldati buoni e quali i cattivi”.
Una proposta valida, quindi, quella della Rizzoli-Lizard, non solo perché serve da stimolo ad una riflessione sulla violenza e la guerra, ma anche perché offre, di un'opera poco conosciuta di Pratt, la sempre gradevole visione del suo inconfondibile e originale tratto artistico.

Silvestro Livolsi