Rivista Anarchica Online





Cantare le ferite sociali

intervista a Roberto Deiana

La terra è di chi la canta. E come sostiene il mio compagno di viaggio di deliri fertili tra letteratura, musica e arte delle relazioni, Gianni Stocchino: il mondo è di chi lo legge... in perfetta sintonia tra passioni, territorio, attualità e impegno civile.
Nei giorni di luglio, mentre stavamo condividendo una parte significativa di questi sentieri, è arrivata la notizia della scomparsa del maestro cantore Andrea Camilleri. Inevitabile dunque non solo il doveroso omaggio, ma la riflessione sull'impegno civile e la lezione di “disobbedienza” che Camilleri ci ha donato. Consapevole che proprio dal “cunto”, dal racconto, e dal canto che si fa narrazione si possono tessere trame fittissime tra passato e presente, fra tradizione popolare (scritta o orale) e linguaggi contemporanei, mi limito a introdurre l'argomento e l'ospite attraverso un breve passaggio, pregnante, sul concetto di “terra” ripreso da Maruzza Musumeci dell'omerico Camilleri. Lascio poi la parola al viandante e disobbediente cantastorie Roberto Deiana, con i piedi nella vigna del padre, e il cuore e la testa nell'anarcoide agire.
“Contrata Ninfa era na speci di punta di terra che s'infilava nel mari come la prua di un papore e le deci sarme in vendita erano propio quella punta, sicché il mari stava torno torno per tri latate, solo una latata confinava con altra terra. Anzi, con una trazzera. Ma in questa latata di parte di terra ci stava un aulivo saraceno che la genti diciva che aviva cchiù di milli anni. L'àrbolo giusto per moriri taliannolo. E fu l'aulivo a persuadiri alla fine Gnazio ad accattarisi il tirreno. Ma c'era una cosa stramma. Le deci sarme erano abbannunate da tempo assà, erano tutte chine di troffe d'erba sarbaggia e l'àrboli di mennuli che ancora c'erano stintavano a mantinirisi in vita, sicchi, arsi e malannati. Però la terra era bona, Gnazio l'aviva assaggiata parmo a parmo portannosi appresso un sciasco di vino. A ogni passo si calava, pigliava na pizzicata di terra tra il pollice e l'indice e se la mittiva supra la lingua sintennone il sapore.”

Roberto Deiana

Quello che mi affascina del canto sociale

GerryCaro fratello Bob, narraci in che forma ti ha pervaso il canto e quale forma cantata dai al tuo pensiero, ieri e oggi.
Roberto – Cantar l'oggi con i suoni del passato. È con grande rispetto e amore che “corteggio” il canto popolare e il canto sociale. Volutamente faccio un distinguo perché non tutto ciò che è musica popolare ha contenuti sociali e non tutto il canto sociale ha una matrice popolare.
Certo – e qua apparentemente mi contraddico – anche un canto non di contenuto politico, a seconda del contesto in cui viene proposto, diventa canto sociale. Esempio cruciale è la canzone Vola colomba vola cantata dalle mondine in risaia.
Per anni il mio pane quotidiano sono stati il melodramma e il canto lirico. E lì il discorso, mi si passi la forzatura, è semplice. C'è un compositore, c'è uno spartito scritto, ci sono i musicisti che lo eseguono, c'è un teatro deputato a far vivere quelle note, c'è un pubblico che è spettatore di un rito già scritto e confezionato, c'è una struttura rigida e collaudata. Bellissimo a mio parere ma, a parte la parentesi del Risorgimento e delle opere di Verdi, slegato dal tempo. Forse è questo uno dei motivi per cui un'opera di Mozart funziona perfettamente anche oggi.
Nel canto sociale questo discorso è più complicato. La sua funzione è legata spesso al momento storico in cui è scritto. Un canto nasce sovente dall'urgenza di dover “cantare per testimoniare” un determinato momento e il pubblico, in molte occasioni, è anche l'esecutore collettivo. Non a caso è il testo l'elemento principale del canto sociale. Spessissimo si utilizzano melodie già esistenti e conosciute (questo lo facevano anche i partigiani per far “camminare” più velocemente un canto) il cui testo viene adattato e attualizzato. L'esempio più conosciuto, manco a dirlo, è Bella ciao: prima canto partigiano o canto delle mondine? In realtà, dal punto di vista del valore civile, questo ha poca importanza. Ciò che è conta è la necessità sociale di quel canto in quel momento.
È questo che mi affascina del canto sociale: quando intoni una strofa o un ritornello non stai solo cantando ma stai anche ricordando, testimoniando nel presente un evento passato importante (tanto da avere una canzone che lo ricordi).

La terra è di chi la canta?
Io vengo da una famiglia di agricoltori. Pur non occupandomene personalmente sento però nelle vene la matrice contadina. Quello è il mondo da cui provengo. E nel tempo ho capito la grandezza di mio padre che, attraverso il lavoro in campagna e in cantina e con la presenza costante di mia madre, ha sempre garantito a me e ai miei fratelli il pane, l'istruzione, una vita serena.
Per alcuni anni ho potuto studiare canto fuori dalla Sardegna e immagino i sacrifici della famiglia per permettermi questo. Non so, ora che ho quarant'anni e sono felicemente sposato con Alice, donna meravigliosa e preziosa compagna, trovo eroico il modo di vivere dei miei genitori (e delle persone come loro). Il ciclo della terra è subordinato a eventi meteorologici sempre più imprevedibili. Ricordo la grandine a fine agosto distruggere le vigne e portarsi via un anno di lavoro.
Forse è per questa ragione che quando canto i canti popolari legati alla terra, penso ad esempio ad Addio addio amore o ai lamenti dei pastori di Matteo Salvatore, mi emoziono fortemente. Magari non li eseguirò nel perfetto stile del canto contadino, però io sento quella musica come parte di me.
Questa riflessione mi spinge a fare una considerazione. Negli ultimi decenni è aumentata l'attenzione verso la musica popolare, forse come necessità di testimonianza di una cultura quasi del tutto scomparsa. Moltissimi sono i musicisti che affrontano questo repertorio e, purtroppo, io credo non tutti con la stessa compenetrazione. Uso compenetrazione perché se dicessi rispetto potrei essere frainteso. Cerco di spiegarmi. Alcuni progetti musicali di questi anni, secondo me, pur essendo molto belli, ricercati ed eseguiti con cura e perizia, sono freddi. Io non riesco a sentire il mondo da cui un determinato canto proviene. Per me sono bellissimi esercizi estetici ma non sono canto popolare. Non c'è la vibrazione interna, manca la radice culturale di quel mondo di appartenenza della musica.
Di contro, per fortuna, ci sono invece artisti che pur nella modernità e nel rispetto della loro vocalità riescono a trasmetterti un canto e con esso anche la civiltà da cui deriva. Un esempio che mi viene da fare è Gabriella Aiello, grande vocalista e, allo stesso tempo, anche grande esecutrice e interprete.

Espressione della civiltà contadina

Parlaci della tua formazione.
Come ti dicevo, sin da bambino il mio grande amore è stato ed è ancora l'opera lirica. Mia nonna materna era una melomane, suo padre cantava nel coro del teatro di Cagliari e la zia di mia nonna fu una celebre cantante di operetta: Cettina Bianchi.
Allo studio del canto lirico ho affiancato esperienze di teatro, di brevi collaborazioni giornalistiche, mi sono anche divertito a fare un po' di radio a Cagliari. Proprio nella frequentazione del teatro ho conosciuto una persona per me fondamentale: Mario Faticoni. Faticoni è un personaggio molto conosciuto in Sardegna, è uno dei fondatori del teatro moderno nell'isola. Nel tempo Mario è diventato un maestro e amico. Il suo acuto sguardo sulla realtà e sulla natura umana sono per me una grande lezione.
Per quanto riguarda il canto popolare devo riconoscere di aver avuto bisogno di tempo per ri-conoscerlo come parte di me. Ricordo che già da adolescente vibravo nel leggere le poesie friulane di Pasolini, e devo riconoscere che già allora mi emozionavano i canti di Giovanna Marini (che qualche amico mi fece ascoltare ancor prima del famoso disco con Francesco De Gregori). Qualcosa vibrava, ma non trovava la sua via. Sentivo che, in qualche modo, quei canti mi parlavano, ma non riuscivo a codificarne il linguaggio. Questo sino a quando, come ti raccontavo prima, non ho capito che quella musica era l'espressione della civiltà contadina da cui proviene la mia famiglia. Può sembrare una sciocchezza, ma per me è davvero importante.

Un grande contributo alla memoria

E il canto sociale?
Ho la fortuna di vivere in una terra ricca di artisti. Devo ringraziare per i consigli la cantante e attrice Clara Murtas (negli anni '70 voce del Canzoniere del Lazio), con cui ho condiviso la direzione, nella fase iniziale di formazione, del Coro dell'ANPI di Cagliari. Proprio quest'anno ho avuto modo di conoscere la realtà di Mare e miniere, una settimana di seminari di musica popolare organizzata da Elena Ledda Vox. È quasi superfluo citare la specificità della musica popolare sarda, dal canto a tenore alle launeddas. Io non sono un etnomusicologo quindi non mi addentro in una disciplina che non mi compete ma di cui subisco tutto il fascino.
L'attività che mi diverte molto è sicuramente quella della direzione dei cori dell'ANPI. Uso correttamente il plurale perché nella provincia di Cagliari ci sono ben due formazioni corali legate a due distinte sezioni dell'Associazione Nazionale Partigiani. Una a Cagliari città e l'altra nel territorio della Trexenta. Molto del repertorio è costituito ovviamente da canti della Resistenza ma devo dire che i corsiti hanno risposto con grande curiosità e interesse anche a proposte più legate al canto sociale italiano dagli anni '60 in poi.

Di antimilitarismo e di carcere

Un grande contributo alla memoria di questo repertorio viene sicuramente dal lavoro di due siti per me fondamentali: www.antiwarsong.org e www.ildeposito.org (con il quale mi vanto di collaborare). Da alcuni anni collaboro artisticamente con Sergio Durzu, fondatore del sito ilDeposito e valente cantante e chitarrista. Insieme abbiamo più volte riproposto con serate a tema (lavoro, disobbedienza, memoria) il repertorio del canto sociale. In più occasioni siamo stati ospiti di un importante festival chiamato “Buon Compleanno Faber” dedicato al pensiero e alle tematiche care a Fabrizio De André. Un'importante realtà di riflessione e condivisione in cui artisti, intellettuali, operatori sociali e pubblico interagiscono attivamente tra loro nel solco delle vie tracciate dal grande cantautore genovese.
Per quanto mi riguarda credo fortemente che molti canti, scritti quaranta o cinquant'anni fa, abbiano ancora un valore oggettivo se cantati nella contemporaneità. Quando nel 2018 ho curato un laboratorio teatrale nel carcere di Uta (Cagliari) per conto dell'associazione Ardesia e de Il miglio verde, ho avuto modo di immergermi in una realtà sconosciuta ai più. Realtà fatta di disagio, sofferenza e grande umanità. È con nuova consapevolezza che affronto ora alcuni canti di carcere del repertorio. E, soprattutto, questa esperienza mi ha dimostrato quanto la reclusione e la detenzione siano fallimentari rispetto a un eventuale percorso riabilitativo e di reinserimento nella società dell'individuo. Un chiaro segnale viene dalla ghettizzazione delle strutture carcerarie fuori dal centro urbano. Un mondo nascosto alla vista e volutamente ignorato.

Parlaci del nostro tempo.
Non possiamo far finta di nulla. Davvero viviamo in tempi bui, direbbe Brecht. Personalmente guardo con grande rabbia al nostro presente. Non mi riconosco nell'indifferenza al male, nella dilagante capacità dell'uomo di assistere alle tragedie del nostro tempo senza indignarsi.
Penso che sia importante prendere posizione. Mi affascina il pensiero libertario perché costringe la persona ad assumere su di sé la responsabilità di una scelta. Io non demando più! Il sistema sociale di questo paese è ormai logorato dall'odio, e io non accetto più di essere rappresentato. Poi da chi?
La potenza del canto anarchico – voglio citare la bella realtà cagliaritana dell'Indecoro, gruppo di ragazzi che convintamente affronta lo storico repertorio anarchico e, allo stesso tempo, scrive nuovi canti legati alle ferite sociali ancora oggi aperte nell'isola – credo sia ancora intatta.

Nessuna paura del potere

Quando cantiamo “Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà” io sono convinto che il pensiero vada al presente! E lo stesso vale per “Andrem di terra in terra a predicar la pace ed a bandir la guerra. E sol la nostra idea è sola idea d'amor”. Sono canti che parlano prepotentemente a tutti noi. Per questo dobbiamo cantarli, abbiamo l'obbligo etico di farli risuonare nel nostro tempo! Il canto è uno strumento, forse più diretto rispetto ad altri, per lanciare messaggi, testimonianze. Che civiltà è quella che ti costringe a scegliere tra la produzione di bombe come principale realtà occupazionale di un territorio da una parte e il rifiuto di un lavoro sporco di sangue e la disoccupazione dall'altra.
Noi dobbiamo cantare queste cose! Non dobbiamo avere paura del potere. Aspetto con ansia il momento in cui i nostri colleghi di tempo ricorderanno, facendola loro, la grande frase del buon Faber: “Certo bisogna farne di strada (...) per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”. In quel momento i ruoli saranno rovesciati e sarà il potere ad avere paura. E gli artisti le vedono queste cose, per citare il compianto Camilleri: “L'artista è colui che ha una costante percezione alterata della realtà”. E questo sguardo, fuori dagli schemi, deve responsabilizzare proprio gli artisti verso il proprio tempo!
Voglio salutare i lettori di “A” ricordando i versi finali di un canto scritto da Dario Fo per lo spettacolo “Ci ragiono e canto”: “E sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re”.
Il re ci vuole allegri, ma noi continuiamo a cantare!

E sempre allegri bisogna stare... portannosi appresso un sciasco di vino.

Per contatti: roberto_deiana@yahoo.it

Gerry Ferrara