Rivista Anarchica Online






Elegia per Paolo Ciarchi
(1942-2019)

L'ombra del Mea

Paolo Ciarchi è stato l'ombra di Ivan Della Mea, la musica delle sue parole, il ritmo delle sue furie, il cristallo delle sue risate incontenibili. Paolo è l'amico per sempre che ci è stato messo dal destino per non essere soli nel buio, Paolo è il folle che ci dice la verità e con questo non vogliamo certo dirvi che Paolo si esaurisce nel Mea o che il Mea stia tutto nel Ciarchi, sono due artisti con poetiche ben distinte, che hanno fatto anche egregie cose l'uno senza l'altro. Ma come faccio proprio io a parlarvi del Ciarchi? Ivan in fin dei conti lo ammiro, l'ho frequentato e siamo stati legati, ma non ne sono certo stato intimo. Paolo Ciarchi e Isabella (da oltre 50 anni sua inseparabile compagna) sono miei amici fraterni, vi scrivo che non ho ancora digerito la cena fatta assieme ieri sera, che mi viene da ridere per una battuta rimasta in mezzo ai denti. Ci siamo presi a frequentare con una continuità che a tratti sfiora la quotidianità nel 2009, proprio all'indomani della morte del Mea. Io all'epoca ero sposato e, con mia moglie Patrizia, abbiamo eletto i Ciarchi a fratelli maggiori, zii fricchettoni. Eravamo quasi ogni sera nella loro casa in via San Marco, un minuscolo scampolo di resistenza bohème nella Brera degli aperitivi ormai plastificati e i Ciarchi che di tutto il loro andare su e giù per i palchi hanno ottenuto solo una dignitosissima (per loro) e indegna (per la cultura italiana) povertà, sono il lusso di questo quartiere perduto dentro una città immemore. E lasciamo stare perché se no m'incazzo. I Ciarchi hanno sempre raccolto a casa loro tutti i naufraghi cittadini e vissuto ogni notte fino in fondo, quando esplose il rapporto fra me e Patrizia, quando la nostra navicella dell'amore s'infranse sullo scoglio della realtà, me ne resi conto che erano le quattro del mattino: chi chiami se ti esplode il cuore in petto in piena notte? Ma Paolo Ciarchi, e lui era empatico e felice di poter essere d'aiuto a me disperato. Questo è l'uomo, io ora vi racconto la sua storia, tenete però conto che mentre tento di fissarlo a dei punti, le cose fatte in campo teatrale, musicale, politico, lui sarà già altrove a inseguire la volpe del delirio.

Paolo Ciarchi bambino alla sua prima mostra di quadri

La traiettoria di un “tuttofonista”

Paolo Ciarchi nato nel 1942 è il rampollo di una famiglia artistica, suo nonno materno è Luigi Conconi, pittore della scapigliatura e architetto amico di Tranquillo Cremona, di Dossi (suo il progetto della famosa villa Pisani-Dossi nel comasco). La mamma Conconi, che il padre pittore l'ha conosciuto ben poco visto che è morto che lei era bambina, ha una sorta di venerazione per i cenacoli culturali, e stimola la vena dei suoi 4 figli maschi: Paolo fa la prima mostra di quadri a dieci anni con tanto di articolo sul giornale. Il papà Ciarchi è invece il coté razionale, ingegnere con una piccola ditta di un solo operaio, costruisce attrezzi per grandi complessi industriali, di che far campare bene la famiglia senza troppo tempo da dedicarle. Durante le vacanze d'infanzia al Poveromo (sulla riviera Apuana), luogo di villeggiatura della borghesia illuminata, snobbate le lezioni di piano Paolo si dedica alla chitarra, accompagnando un clarinettista e dunque facendosi le ossa sui ritmi sincopati e sulle tonalità più impervie. Come chitarrista (e fantasista) si fa conoscere assai presto a Milano, neanche ventenne esordisce nel nascente cabaret, suona nel primo recital di Jannacci e negli spettacoli di Milly. Dal '64 collabora col Nuovo canzoniere italiano, firma a suo nome un solo disco ma suona in quasi tutti e di qualcuno fa persino le copertine perché è anche grafico e pittore, studia a Brera e al Politecnico (dove conosce Demetrio Stratos e con lui s'appassiona alle tecniche vocali dei pastori mediorientali), disegna copertine per Mondadori, ma prende in uggia i grandi nomi dell'architettura milanese e i galleristi che decidono vita, morte e miracoli dell'arte. Arrivato il '68 Paolo viene coinvolto da Dario Fo nel collettivo teatrale Nuova scena (poi diventato la Comune) scrivendo le musiche sui testi del futuro premio Nobel e girando come una trottola per un lustro intensissimo, in quel periodo gli spettacoli della Comune sono al centro del mondo: lo studente Saltarelli colpito da un candelotto fumogeno si accascia in via Larga, la sera stessa Fo e Ciarchi raccontano la sua storia in musica, un'occupazione di senzatetto in via Tibaldi si conclude in tragedia, Fo e Ciarchi fanno controinformazione con la chitarra. Canzoni di rivolta mai cupe, tenute sul filo di una feroce ironia, canzoni in cui ci si incazza ridendo. Poi La Comune si sfalda, gli anni diventano fangosi, si spara e ci si spranga più che parlarsi. Mentre avanzano gli anni settanta col collettivo di musica improvvisata partecipa alle tournée teatrali e festival di Re Nudo assieme agli Area e a nuovi complici musicali che gli consentono di affrancarsi dalla chitarra e cominciare un'inesausta ricerca sui suoni degli oggetti, continuando l'ininterrotta collaborazione a ogni disco e spettacolo del Mea. Per Paolo sono anche gli anni dei migliori spettacoli con Franco Parenti al teatro Pierlombardo (che dopo la morte del grande attore si chiamerà teatro Franco Parenti) e con Sbragia, Schirinzi, Cederna. Queste esperienze danno origine allo spettacolo summa di Paolo Microconferenza di musicologia applicata, un'affabulazione sui temi del suono e della musica con esempi pratici che trasformano ogni sorta di tubo, tubetto, campanaccio, utensile, elettrodomestico, tanica, fischietto in uno strumento, uno spettacolo sciamanico adatto (anche) ai bambini: ne ho visti decine ridere come pazzi percuotendo i più svariati oggetti in un finale sempre diverso. Suonando il mondo intero (”tuttofonista” è la sua definizione) Ciarchi rende dignità ai rottami inservibili: una padella sfondata nelle sue mani è meglio di uno Stradivari, il gioco non è il giocattolo e la musica non è lo strumento. Quest'esperienza rumorista si ritrova anche nei suoi arrangiamenti dissonanti, demistificanti, i suoi suoni si sovrappongono alla granitica fragilità della voce e chitarra del cantautore asciugando ogni sbavatura retorica, per ristabilire con la musica perentoria degli oggetti d'ogni giorno il trionfo della vita sull'arte, della verità sulla falsificazione. Ne sappiamo qualcosa io e Andrea Labanca, che siamo forse stati fra i più giovani cantori che Ciarchi ha accompagnato negli anni duemila: “Paolo, ti dò la scaletta”, “no, se no mi rovini la sorpresa” io e Andrea disperati: “ma Paolo, che sorpresa, cazzo, tu sei il musicista mica il pubblico!”, “se non si diverte il musicista poi si disunisce anche il pubblico”, Isabella bellissima principessa freak annuisce gravemente, come a dire “questi ragazzi non capiscono nulla”, lei spesso s'incazza col marito per la sua sovrana indifferenza al denaro, ma mai una volta che l'abbia sentita dissentire su una questione artistica: si adorano ininterrottamente dal ’64. A volte è una bella fatica suonarci assieme, ma è sempre una meraviglia. Apparentemente esplosive e sconcertanti le esuberanze sonore del Ciarchi eseguono una partitura non scritta, improvvisata, ma tutt'altro che incoerente.
Ivan che aveva tolto il saluto a Dario Fo perché a suo avviso si era approfittato della creatività di Ciarchi e aveva fatto in modo che Jannacci gli desse (almeno) sottobanco qualcuno dei proventi di Ho visto un re (sapevate che la musica di questa celebre canzone è di Paolo? ecco, nemmeno la Siae lo sa) ha lasciato ai più fraterni festival la consegna di invitare i Ciarchi e possibilmente pagarli il giusto, perché Ivan al Ciarchi ci teneva anche se ogni tanto non si sopportavano, come accade con i fratelli.
Oggi, nonostante l'età che avanza coi suoi più comuni acciacchi, una serata col “circo Ciarchi” è ancora un'esperienza che consiglierei a chiunque, con o senza un palco di mezzo. Meno male che non ce l'ha rapito la televisione o non ce lo hanno preso gli americani, perché se no lo avrebbero già messo in un museo, per la sua storia, per la sua unicità, e invece Ciarchi in un museo non ci può stare, lui sta sempre altrove, un po' più avanti, attaccati al muro per la paura di cadere ci stiamo noi che lo guardiamo, trattenendo il riso e il pianto, come tanti quadri della Gioconda, mentre lui corre, di sala in sala, a farci i baffi.

Estratto dal capitolo sette del libro La nave dei folli, vita e canti di Ivan Della Mea, Agenzia X Edizioni

Paolo Ciarchi (al centro) in concerto con Ivan Della Mea (a destra)

Al funerale di un Clown

Il primo maggio del 2019 sarei dovuto essere in piazza Castello a Torino a cantare in un presidio della Cub, ma il concerto è saltato. Ho pensato allora che la festa dei lavoratori andava celebrata insieme ai miei amici del cuore, nonché colleghi lavoratori dello spettacolo, insomma, ho chiamato Isabella e Paolo Ciarchi e li ho invitati nel loro ristorante cinese preferito in via Paolo Sarpi. Sono giunti in bicicletta, Paolo era magro come uno spettro (è sempre stato minuto, ma cominciava ad esagerare), ha ordinato - al suo solito - parecchio, ma non ha mangiato quasi nulla. È un pezzetto che mi faceva preoccupare per la sua salute: tre dita per mano avevano perso forza e prensilità, impedendogli di suonare la chitarra e rendendogli complicata l'esistenza e amara la vista delle sue chitarre: “forse dovrei venderle”, mi diceva essendo sempre in bolletta, e a me si stringeva il cuore. Seguivo per quanto potevo visite mediche e terapie.
Il giorno dopo, il due maggio, sono arrivate ancora calde di tipografia le copie del libro su Ivan, il tre di maggio avevo un concerto a Verona, il quattro nel dopopranzo sono tornato a Milano in treno: il regionale ha fatto un ritardo apocalittico (quattro ore, più due di viaggio). Sono giunto stravolto e ho pensato di andare a casa... però mi sono anche detto: ho questo libro che è il frutto di dieci anni di familiarità con Ciarchi, non posso mica tenermelo per me. Ho telefonato e i due “signorini” - che non avevano un euro, ma sono sempre stati nobili e generosi - mi hanno invitato a fare l'aperitivo in Brera (d'altronde stanno di casa in via San Marco), li ho raggiunti, gli ho consegnato il tomo, ho persino letto qualche passaggio che li riguardava, mentre gli sconosciuti vicini di tavolo m'incitavano “continui, continui... è piacevolissimo sentirla” (non ho mica capito se dicevano davvero o mi pigliavano per culo). Ridendo e scherzando si sono fatte le dieci, e mi hanno invitato come di consueto a cena, i Ciarchi in bici, io a piedi, per strada ci coglie un nubifragio spaventoso, un muro d'acqua, io riesco a trovare chissà dove un sacco della spazzatura intonso, me ne faccio una mantellina, ci metto quasi un'ora a percorrere 500 metri e arrivo zuppo sotto il portone. Un minuto dopo arrivano anche i Ciarchi, saliamo in casa, mi spoglio e accendiamo una stufetta per asciugare i vestiti. Ceniamo lungamente, dopo le due di notte il temporale sembra ormai essersi sfogato, mi avvio alla mia casa a piedi. Lungo la strada riprende una pioggerellina fitta e stizzosa, giunto in piazza Duomo mi dico “prendo un taxi”... ma taxi non se ne vedono e c'è una fila impressionante per essere notte fonda. Raccatto da terra un ombrello schiantato, e stringendomici sotto, vado a passo furibondo verso casa, maledicendo me, le mie idee del cazzo, la biografia del Mea, tutti i cantori impegnati e i loro accompagnatori.
Ma ora benedico quella strada, quella pioggia, quel treno in ritardo. Perché la notte fra mercoledì 15 e giovedì 16 maggio, Paolo Ciarchi s'è sentito male e qualche ora dopo è morto al Policlinico di Milano. È morto povero, e si deve a un'amica generosa aver anticipato i soldi per le esequie e alla generosità di tanti altri una colletta che sta cercando di dare una mano alla sua famiglia. Il mio cuore si trova ora in fondo a una miniera di carbone, buia e disperata. Quando ho visto il suo corpo minuscolo, traslucido sotto il lenzuolo, fasciato nella camicia di seta rossa con cui è stato seppellito, mi è sembrato davvero impensabile il Ciarchi morto. Con tanta fatica l'ho baciato sulla fronte gelata e me ne sono andato dicendo che abbiamo avuto davvero fortuna a frequentarti e suonare con te: è stato un grande onore, Paolino, e davvero mi dispiace soprattutto per chi non ti ha visto.

Alessio Lega