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Rivista Anarchica Online





Errata corrige/ Ma quali arditi del popolo, era il 1913 (8 anni prima)

Car* di A,
nell'ultimo numero “resistenziale” della rivista (“A” 433, aprile 2019), ho trovato un errore - ormai ricorrente - nella didascalia ad una foto che dovrebbe ritrarre Errico Malatesta con degli arditi del popolo.
La foto è conservata presso il Centro Studi “G. Pinelli”, nel Fondo Farinelli, e la sua storia è stata da tempo circostanziata.

Venne scattata nel borgo di Ardenza tra il 4 e il 6 ottobre 1913 (quindi 8 anni prima della comparsa dell'arditismo popolare!) in occasione della visita di Malatesta a Livorno e, appunto, all'Ardenza. Ritrae infatti il “nostro” Errico con alcuni noti anarchici ardenzini; da sinistra in piedi, Giuseppe Bendinelli, Amedeo Baldasseroni (ardito del popolo ucciso nel ’21 da un fascista), Errico Malatesta, Raffaello Sonetti. Seduti, da sinistra: Adelio Falleni, Adolfo “Amedeo” Boschi e Giovanni Baldacci.
Purtroppo, tale anacronistico riferimento agli arditi del popolo, anche a causa della sua acritica veicolazione nel web e su alcuni libri, continua ad essere riprodotto, nonostante i vari quanto vani tentativi di rettifica e precisazione. Proviamoci, comunque, anche stavolta.
Cordialmente

Marco Rossi
Livorno

Fabrizio De André/ Avete presente il suonatore Jones?

Cara redazione di “A”,
mi chiamo Michele, sono un ragazzo di 28 anni con una grande passione per Fabrizio De André, che alimento giorno dopo giorno da quando ero bambino.
Ho avuto il primo contatto in assoluto con “A Rivista Anarchica” nell'ottobre dello scorso anno quando, visitando il sito internet viadelcampo.com, sono venuto a conoscenza dell'interessante progetto di realizzazione del libro “che non ci sono poteri buoni - il pensiero (anche) anarchico di Fabrizio De André”.
Ho subito deciso di aderire al progetto, nei limiti delle mie possibilità, in quanto l'idea di trovare concentrati in un unico volume articoli e approfondimenti relativi al binomio De André-anarchia mi ha incuriosito non poco, visto il grande interesse che nutro nei confronti del pensiero del cantautore genovese.
Approfitto di questa occasione per complimentarmi con voi e con il curatore Paolo Finzi, che ho avuto la fortuna di ascoltare durante una delle gradevoli presentazioni del libro, diventato a mio avviso un vero e proprio must-have per tutti gli appassionati di Fabrizio (e del libero pensare).
La (curiosa) circostanza che mi ha spinto a scrivere questa lettera, però, è un'altra: la scorsa settimana stavo leggendo il libro di Federico Vacalebre “De André e Napoli – Storia d'amore e d'anarchia” quando mi sono imbattuto nello scritto di un (ex) giovane lettore (Felice S. di Nola al cap. 20), destinato alla rubrica “Casella postale 17120” della vostra rivista.
Felice esprime brevemente la propria opinione sulla situazione politica e sociale dell'epoca (la lettera è del giugno 2000) e spiega come le opere di Fabrizio De André abbiano trasformato il proprio modo di vedere il mondo e la propria sensibilità.
La lettura mi ha suscitato due riflessioni principali: in primis, non ho potuto che sposare in toto le osservazioni del lettore e constatare come la base di sostenitori di Fabrizio sia solidalmente propensa alla diffusione del “vangelo secondo Faber”, soprattutto tra i coetanei; in secondo luogo è incredibile pensare come, nonostante il trascorrere del tempo e le trasformazioni che inevitabilmente si attuano nella cultura della gente, il De André-pensiero resti sempre attuale e estremamente applicabile alla società dei nostri giorni.
Mi riferisco in particolare al prepotente ritorno di moda di concetti come l'odio razziale, la paura del prossimo, il bisogno di sicurezza e di confini ben delineati, il costante sopruso alle libertà individuali attuato da governi estremisti e populisti, pronti a smantellare anche quelle poche e banali conquiste che il tempo (non certo lo Stato) ha potuto molto lentamente concederci.
In un tragico scenario come questo ci viene in aiuto ancora una volta Fabrizio De André, dando voce a quegli individui inascoltati, quasi sempre posti in posizione di minoranza, che vedono quotidianamente soffocate le proprie libertà (Princesa e i transessuali, i rom e i migranti, i poveri, gli omosessuali...). Per De André sono loro gli eroi, gli esempi da seguire, non certo i politici in divisa da milioni di like sui social network: in un'intervista di presentazione dell'album “Anime Salve”, Fabrizio afferma che queste persone “difendendo il loro diritto di assomigliare a sé stessi, senza fare del male a nessuno, difendono la loro libertà”.
Considero queste parole, che si commentano da sole, la risposta più efficace e brillante a coloro che si trovano dalla parte dei tanti, ossia “sui belvedere delle torri” in cui le egocentriche maggioranze si contano e difendono principi medievali, insostenibili e retrogradi, che spesso si traducono nella negazione dell'altrui libertà più importante: la libertà di vivere la propria vita a modo proprio.
A questi soggetti suggerisco l'ascolto di un celebre brano di Faber, “Il suonatore Jones”, contenuto nell'album “Non al denaro non all'amore né al cielo”.
Jones ama la spensieratezza e vive nella spasmodica ricerca di libertà che, a differenza dei tanti, riesce a trovare anche facendo ciò che più gli piace (”libertà l'ho vista svegliarsi / ogni volta che ho suonato”). Viviamo infatti in una società letteralmente oppressa dai miti del lavoro, del guadagno, del denaro e della famiglia, che di fatto ci impediscono di vivere liberamente e di soppesare in modo adeguato doveri e piaceri. Fabrizio esprime questo concetto magistralmente: “libertà l'ho vista dormire / nei campi coltivati / a cielo e denaro / a cielo ed amore / protetta da un filo spinato”. Jones come risponde? Jones fa ciò che ama: suona, continua a voler giocare con la propria vita nonostante i novant'anni e riesce persino a vedere la gonna di Jenny che svolazza anche laddove gli altri vedono solo siccità. Vive bene, Jones; pur finendo “con i campi alle ortiche e con un flauto spezzato” muore felice, pieno di bei ricordi e soprattutto senza alcun rimpianto.
Ricollegandomi per l'ultima volta alla lettera di Felice, concludo dicendo che se non fosse esistito Jones, il suonatore, sono sicuro che tante persone -io in primis- sarebbero state diverse, senz'altro peggiori.

Michele Beccarini
Lodi





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