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Rivista Anarchica Online





Data Center

Un'unità organizzativa che mantiene e coordina apparecchiature e servizi di gestione dei dati, per conto di aziende o istituzioni pubbliche. In italiano è detto Ced (Centro Elaborazione Dati). Cerchiamo di capire come funziona.

Come è fatto un Data Center?

Immaginate un'enorme distesa di capannoni industriali, situata in un'area remota, più spesso in zone fredde. Il perimetro dell'area è monitorato da telecamere a circuito chiuso e illuminazione completa comandata da sensori di movimento. Le telecamere, compatibili con il protocollo TCP/IP (sul quale si basa comunemente il Web) sono connesse direttamente alla rete: la videosorveglianza può essere effettuata anche da remoto. L'accesso alla struttura è regolamentato attraverso l'uso di badge e diversi sistemi anti-intrusione.
Guardie armate sorvegliano costantemente. L'operatività dev'essere garantita 24/7/365, insomma sempre: per questo la struttura è elettricamente indipendente, apparecchiature d'emergenza entrano in funzione in caso di black-out. Ogni ingresso è registrato, ogni persona identificata e sorvegliata.
Una volta entrati è necessario passare diversi controlli ulteriori per poter infine accedere alla zona di stoccaggio ed elaborazione dati. Vi sono lunghi corridoi che si snodano fra pareti di armadi trasparenti, ricolmi di server ronzanti, collegati fra loro da chilometri di cavi in fibra.
Fa freddo, dal punto di vista di un organismo umano, perché la temperatura ottimale per i computer è fra i 5°C e 15°C. Il calore generato dai circuiti dei computer stessi viene utilizzato per “riscaldare” l'ambiente.
I Data Center sono sempre esistiti, da quando esistono le reti elettroniche. Ma la crescita esponenziale dei flussi informativi ha favorito una sempre maggiore concentrazione e quindi la costruzione di strutture sempre più gigantesche. Ormai anche per aziende di medie e grandi dimensioni è più conveniente affidarsi a Data Center esterni piuttosto che costruirsi il proprio centro di elaborazione dati. Si delocalizza l'infrastruttura e anche i servizi.

Cosa si trova in un Data Center?

Anche se non siamo aziende o istituzioni, i Data Center hanno un'importanza cruciale nella nostra vita. Infatti nei Data Center si trovano i nostri dati. Tutti i profili che alimentiamo sui social, ogni azione di social media marketing occupa un certo spazio sui server dell'azienda che ci fornisce il servizio. I famigerati big data si trovano alloggiati in questi capannoni industriali così come la nostra identità digitale. Ogni giorno entriamo e rimaniamo in questi luoghi di cui ignoriamo la collocazione esatta e persino l'esistenza. Sono l'altra faccia del cloud computing, l'informatica sulle nuvole.
Le nuvole di dati sono in effetti gigantesche strutture industriali; non si librano nei cieli azzurri, ma rimangono ben piantate a terra, e consumano quantità favolose di energia. Certo, da un punto di vista economico è intelligente ammassare dati, perché è più facile gestirli e meno dispendioso.
Grazie alle economie di scala è possibile offrire servizi a costi minimi, o formalmente gratuiti. Persino da un punto di vista ecologico non sarebbe una cattiva idea, perché i costi energetici sono inferiori. Ma le controindicazioni sono straordinarie, e non è tutto oro quel che luccica.

“Parola d'ordine” incalza lo sbirro

Ridondanza dei dati, ovvero copiare le copie. Con il mio smartphone faccio una foto. Dove sta questa foto? Sul mio dispositivo. Ma quando la invio come allegato via mail, o attraverso un servizio social, quella foto viene copiata molte volte, in diversi server dislocati lungo il percorso tra me e il mio interlocutore. Quando la foto viene postata online e condivisa da altre persone, ognuna di quelle condivisioni tende a fare una copia di quell'immagine. Ogni volta che accedo a quell'immagine dal mio dispositivo, percorro una lunga strada fino al Data Center più vicino. Che potrebbe non essere quello in cui è stata registrata la copia “originale” della mia foto.
Siamo in vacanza da amici, all'estero. Abbiamo appena acquistato un nuovo luccicante smartphone. Nuovo sistema operativo, nuovo operatore. Ricolleghiamo tutti i nostri account social. Seguiamo il percorso indicato dal nostro dispositivo, programmato per soddisfare una precisa ergonomia cognitiva. Lungo questa strada il nostro segnale arriva sul limitare del Data Center: all'ingresso viene fermato da guardie minacciose.
“Alt! Chi va là?”, sbraita un ceffo.
“Il mio nome utente è Pippo”, risponde tranquillo il dispositivo, che ha appena copiato dal vecchio telefono le impostazioni e conserva memoria delle nostre credenziali per accedere a quel servizio.
“Parola d'ordine”, incalza lo sbirro.
“123456”, replica il dispositivo.
“Aiutaci a confermare la tua identità”, interviene un altro figuro, con voce melliflua. “C'è qualcosa di sospetto. Di solito accedi con un altro sistema, e da un'altra località. Dicci da dove, e già che ci sei, dicci anche i nomi di almeno tre tuoi contatti su questo servizio. Intanto noi inviamo una segnalazione di sospetto tentativo di accesso non autorizzato alla tua email di recupero”.
Può essere difficile o addirittura impossibile dimostrare di essere noi stessi per accedere ai nostri dati. Se ci riusciamo, quei dati verranno copiati altrove, più vicini alla nostra attuale posizione, ovvero in un Data Center diverso, per rendere la nostra esperienza utente più fluida. La ridondanza dei dati è uno dei principali metodi per evitare la perdita di informazioni. Questo significa che la connessione in mobilità comporta una moltiplicazione esponenziale di copie dei nostri dati.
Inoltre la possibilità di accesso a quantità straordinarie di dati, a costi apparentemente esigui o nulli, favorisce la produzione semiautomatica di dati. Invece di scattare una bella foto, è più facile usare una funzione automatica e scattare dozzine di foto a raffica. Ce ne sarà almeno una decente, forse. Nel frattempo si costruiscono nuovi Data Center per stoccare foto delle vacanze di dubbia qualità e che difficilmente verranno visionate.
Dal momento che le procedure d'accesso tendono a essere sempre più automatizzate, per non farci perdere tempo, la tendenza logica è aumentare il livello di trasparenza nei confronti delle macchine, cioè andare verso una trasparenza radicale. La ragione per cui è necessario accumulare sempre più dati personali è che in un mondo automatizzato la sicurezza viene garantita dall'aumento di controlli.
Naturalmente non si tratta affatto di sicurezza, perché la crescita di complessità, unita alla tendenza all'accentramento invece che alla gestione diffusa e orizzontale delle reti p2p, rende necessariamente più fragile il sistema e più attaccabile. Si tratta invece di poter sempre ripercorrere la strada al contrario, a posteriori, e poter scovare eventuali irregolarità.
In un sistema con profilazione perfetta non è necessario fidarsi di qualcuno, perché gli algoritmi sarebbero in grado di prendere decisioni in maniera autonoma, per il bene dell'utente, ovvero per aumentare il suo contributo alla società della prestazione.

Nuvole sulla Terra

I Data Center industriali sono quindi il luogo in cui la retorica del cloud computing si materializza e le nuvole di dati scendono sulla Terra, in spazi di accumulo e gestione dei profili. Sono un elemento di spicco di un sistema tecnocratico, in potente antitesi con la costruzione di sistemi autogestiti dalle persone per rispondere ai loro bisogni.
Sono l'equivalente degli ipermercati di periferia, anche dal punto di vista della concentrazione di capitali. Offrono maggiore scelta all'utente-consumatore, perché espongono una quantità e varietà di merci straordinaria, a prezzi inferiori rispetto a piccole strutture autogestite, perché si avvalgono di economie di scala. Richiedono l'accettazione di regole precostituite, tramite la firma di un contratto di Termini del Servizio, invece che la negoziazione collettiva di regole condivise.
Insomma sono la soluzione ideale per chi non vuole farsi carico dell'organizzazione cioè della faticosa gestione di risorse limitate in un mondo finito.

Ippolita
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