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Rivista Anarchica Online





Rojava/
Lorenzo Orsetti assassinato dall'Isis

Il 18 marzo scorso è stato assassinato in Siria, insieme ad altri combattenti del YPG (“Unità di protezione popolare”), Lorenzo Orsetti, un anarchico toscano che da un anno e mezzo si era trasferito in Siria per combattere nell'unità “Lotta anarchica” al fianco del popolo curdo.
Orsetti è stato colpito a morte nel tentativo di liberare la città di Baghouz, una delle ultime sacche di resistenza dello Stato Islamico (Isis) in Siria. Secondo l'allucinante “stile” dell'organizzazione islamista, la notizia dell'assassinio di Lorenzo è stata data in rete, rivendicando l'eliminazione di un “crociato” italiano, mostrandone il corpo martoriato e i suoi effetti personali.
A Firenze, domenica 31 marzo, si è svolta una manifestazione europea promossa dai curdi, a sostegno della loro causa e in ricordo anche di Lorenzo Orsetti, alla quale hanno partecipato un paio di migliaia di persone, compreso uno spezzone anarchico di alcune centinaia di persone.
Ecco il testo che Lorenzo aveva preparato pensando alla possibilità della propria morte: “Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo. Beh, non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, eguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo, e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio. Vi auguro tutto il bene possibile, e spero che anche voi un giorno (se non l'avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l'individualismo e l'egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l'uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni. È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate sempre che “ogni tempesta comincia con una singola goccia”. Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole”.

la redazione di “A”



Kurdistan/
Qualche appunto redazionale

Tra le popolazioni di etnia curda, sparse in molti paesi mediorientali e in numerosi altri (Italia compresa) in cui si è sparpagliata la loro diaspora, è in atto da molti decenni una lotta per la sopravvivenza, la difesa della propria identità e dei diritti, che si scontra principalmente contro i governi che si sono succeduti in Turchia (ma non solo). Si tratta di una vera e propria guerra, che si inserisce in quell'area mediorientale al centro di giganteschi interessi economici e geopolitici, dall'acqua al petrolio, dai luoghi santi a tutte le religione monoteiste ad antiche contrapposizioni e veri e propri odi.
La forza politica predominante all'interno del mondo curdo è il Pkk (“Partito curdo dei lavoratori”), guidato da Abdullah Öcalan, arrestato dalla Turchia nel 1999, condannato perché a capo di un'organizzazione considerata da molti stati terroristica. Dal suo arresto Öcalan, dopo la commutazione della condanna a morte alla pena dell'ergastolo, è detenuto sull'isola-carcere di Imrali, in Turchia appunto. In seguito a letture e a qualche contatto indiretto grazie ai propri avvocati, all'inizio di questo secolo il pensiero di Öcalan ha avuto una svolta, che l'ha portato ad abbandonare un'impostazione marxista-leninista per approdare a una concezione democratico-ecologista. Significativa la relazione epistolare indiretta da lui avuta con Murray Bookchin, per decenni anarchico e padre dell'ecologia sociale, poi uscito polemicamente dall'anarchismo e anche lui (prima di Öcalan) approdato a una concezione di partecipazione critica alle istituzioni (“municipalismo libertario”). La svolta di Öcalan, in un partito dalla perdurante tradizione centralista, si è pedissequamente trasferita a tutti i livelli del partito.
Dei rapporti tra Öcalan e Bookchin e in particolare sulle analogie tra le loro concezioni di pensiero ha riferito su “A” (La strana coppia in “A” 381, giugno 2013) Janet Biehl, sua seconda moglie e compagna negli ultimi anni di vita. E sempre di Janet Biehl abbiamo pubblicato il resoconto di un viaggio in Rojava (I paradossi della libertà in “A” 411, novembre 2016) in cui, pur simpatizzando per la causa curda, ne evidenziava aspetti per noi inaccettabili, a partire dalla censura preventiva di qualsiasi libro o periodico in odore di una benché minima critica al pensiero unico del Pkk.
A noi, internazionalisti e cosmopoliti, non interessa la questione dell'indipendenza nazionale, non crediamo nelle cause dei popoli in quanto tali, siamo invece attenti alle questioni della libertà, delle modalità organizzative, dei diritti delle minoranze, delle divisioni in classe che esistono sempre nei popoli. Il nazionalismo comunque espresso tende a “coprire” queste differenze, facendo riferimento a una causa unificante nazionale, che non è mai la nostra.
Il compito di una rivista anarchica quale è “A” è, a nostro avviso, innanzitutto di approfondire, cercare di comprendere, non accontentarsi mai delle versioni mainstream. Lo abbiamo fatto un paio d'anni fa, curando un dossier (“A” 418, estate 2016) che comprendeva anche un'intervista a un volontario anarchico italiano nella Brigata Internazionale al fianco del YPG.

la redazione di “A”



Antisemitismo/
A volte ritorna (anzi, sempre)

Da cosa nasce
C'è una lunga tradizione antisemita che attraversa l'Europa e il medio oriente, sviluppatasi per i motivi più diversi, ma storicamente riconducibili essenzialmente a motivi religiosi. Partendo dalla ostilità delle chiese cristiane e dell'islam nei confronti della primigenia religione del Libro, si è sviluppata una narrazione che vede nell'ebreo il diverso, l'irriducibile, colui che dopo duemila anni di persecuzioni più o meno manifeste, persevera nella propria fede e nella difesa della propria identità culturale e sociale. Per questo, fondamentalmente, l'ebreo fa paura, perché non è omologabile e quindi non controllabile dalle strutture di potere e religiose. Questa sua capacità di sopravvivere a tutto manifesterebbe, secondo gli antisemiti di tutte le convinzioni, una mentalità diabolica che lo rende estremamente pericoloso per il corpo sociale all'interno del quale viene a trovarsi come un corpo estraneo: ora da eliminare, ora da vessare.

Come si manifesta
Senza andare alla mostruosità della Shoah, con la quale la “civilissima” Germania patria della filosofia e della cultura occidentale ha inteso da un lato esorcizzare il “pericolo” ebraico e dall'altro creare un nemico universale sul quale far convergere le proprie pulsioni distruttrici, basti pensare alla creazione dei ghetti in tutta Europa, manifestazioni della volontà non solo di isolare, ma anche di controllare nella loro quotidianità, gli ebrei. In altri paesi, in particolare Russia, Polonia e Ucraina si scatenavano con regolare e criminale frequenza, i pogrom, violentissime manifestazioni contro le comunità ebraiche con le quali si annientavano interi villaggi, con incendi, persecuzioni di ogni genere e omicidi.
Anche l'Italia, vergognosamente, non è rimasta immune da fenomeni di antisemitismo, macchiandosi con le fascistissime leggi razziali, dell'infamia di aver contribuito alla persecuzione ed eliminazione nei campi di concentramento tedeschi, di migliaia di ebrei italiani.
Un'altra forma di antisemitismo è quella che si registra in vasti segmenti dell'islamismo. Usando oggi come pretesto la politica sionista in Palestina, non fanno altro che ridefinire in chiave moderna le secolari discriminazioni che hanno sempre attuato nei confronti delle comunità ebraiche.

Chi coinvolge
Innanzitutto le destre estreme mondiali, rifacentesi alle tesi razziste ed eugenetiche propagandate e diffuse non solo dal nazismo, anche se questo fu il regime che più le utilizzò, ma anche da comunità pseudoscientifiche. Queste destre vedono nel popolo ebraico un nemico subdolo e ipocrita che dietro a una attività legale (banche e istituzioni finanziarie) o filantropica (vedi Soros e alcune istituzioni israeliane) intendono impadronirsi di tutte le leve del potere, politico, economico e finanziario, ai danni della razza ariana. Dietro un presunto attaccamento a un popolo apparentemente vilipeso ed espropriato dai grandi finanzieri ebrei, ci sta un misto di ignoranza, demagogia, livore immotivato, presunzione di superiorità ecc. ecc. Un fritto misto nel quale ogni componente può felicemente supportare le tesi più assurde e indimostrabili.
Dietro a questi antisemiti al 100%, orgogliosi e ben consapevoli di esserlo, ci stanno altri segmenti della società che non potremmo definire antisemiti tout court ma che, in tante delle loro posizioni pubbliche e private, lasciano intendere che molte di queste tesi antisemite in fin dei conti un fondamento, e che fondamento!, ce l'hanno. È lo stesso atteggiamento di chi afferma di non essere razzista, ma poi... prima gli italiani e tutti i negri a casa loro, così non gli paghiamo più l'assistenza. Questi sono forse i più pericolosi, perchè i più facilmente manipolabili un domani che l'antisemitismo in Italia venisse ad avere una copertura istituzionale.
Accanto a loro, anche se appartenenti a settori sociali più evoluti e, vogliamo credere, più progressisti, gli anti israeliani, motivati nella loro animosità rispetto agli ebrei in generale, dalla politica semicolonialista dello Stato di Israele. Sarebbe come se dovessimo fare di tutta l'erba un fascio della civiltà occidentale perché responsabile, fra mille altre cose, di qualche infamia genocida o espropriatrice. Colpire nel mucchio, evidentemente, per evitare di analizzare la situazione e capire chi veramente potrebbe essere il nemico.

Che cosa produce
Fortunatamente, nel mondo occidentale, questi rigurgiti antisemiti non producono ancora effetti drammatici.
La coscienza democratica e la consapevolezza della mostruosità dello sterminio degli ebrei, prodotto nella Germania nazista di una crescente e ben orchestrata ostilità, funzionano ancora da anticorpi di sicura efficacia per far temere, al di là di singole e circoscritte violenze antisemite, un diffondersi non solo di una cultura antisemita, ma anche di una percezione collettiva della legittimità di una futura emarginazione del popolo ebraico anche all'interno delle democrazie occidentali.
Occorre però non abbassare la guardia, perché è innegabile che le manifestazioni di antisemitismo, più o meno consapevoli e più o meno pericolose, tendono sempre più a diffondersi in un corpo sociale fortemente “provato” dalla questione immigrazione. Una società allarmata, se non spaventata, dalla cosiddetta invasione, può trovare un motivo in più per incattivirsi e reagire scompostamente, individuando nel diverso (e l'ebreo, ancora, purtroppo, da molti è percepito come diverso) un nemico da isolare, da discriminare, e, se del caso, da eliminare.

Massimo Ortalli
tratto dal numero zero de “L'anarchista”, periodico di informazione libertaria a cura dell'Assemblea degli Anarchici Imolesi