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Rivista Anarchica Online


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Davanti a un bivio

di Lorenzo Crescentini

Guerre, carestie, cambiamenti climatici. Nei prossimi anni i flussi migratori aumenteranno. E i governi dovranno fare una scelta: accettare le migrazioni e riconoscere l'uguaglianza tra gli esseri umani o applicare, ancora di più, la discriminazione di stato.


La stagione di migrazioni che, negli ultimi anni, interessa in modo crescente l'intero pianeta, sta mettendo a nudo le criticità dello stato nazionale. Di fronte allo spostamento di ingenti masse di uomini, gli stati sembrano, nel migliore dei casi, inadeguati a prestare soccorso a chi ne ha bisogno; nel peggiore dei casi, invece, si chiudono a riccio nel tentativo di scongiurare quella che percepiscono come un'invasione.
In ogni caso, la particolare condizione di chi fugge dal proprio paese è, sempre di più, l'abbandono e l'esclusione.
Gli spostamenti, di per sé, sono durissimi: che questi avvengano a bordo di barconi pericolanti e strabordanti o a piedi in aree perlopiù desertiche, il cammino del migrante è sempre accidentato e lascia dietro di sé morte e disperazione. L'approdo nei nuovi paesi, tuttavia, si rivela ben differente rispetto al paradiso della salvezza che gli uomini in viaggio si aspettano: nel momento in cui riescono a varcare la frontiera, essi entrano nell'inferno della reclusione. Da quel momento, corpo e anima degli immigrati divengono proprietà dello stato, che si “premura” di rinchiuderli in strutture apposite, tenerli in vita e selezionare gli aventi diritto. Di fatto, nella grande maggioranza dei casi, i profughi vengono privati di qualsivoglia libertà e finiscono sotto la piena tutela statale. Lo stato, poi, in base a convenzioni e contrappesi umanitari, dovrebbe garantire agli immigrati l'esercizio delle libertà fondamentali.

Un sistema che non funziona

Il sistema, tuttavia, si sta dimostrando fallace in più punti: innanzitutto, il più delle volte i profughi finiscono confinati in campi con condizioni sanitarie deprecabili e nell'incapacità di spostarsi, lavorare e accedere all'istruzione. In secondo luogo, la burocrazia dei permessi spinge nel limbo dell'attesa i richiedenti asilo, che sprofondano definitivamente nell'abisso dell'irregolarità se non ottengono il permesso: essi diventano, in tutto e per tutto, uomini illegali, condannati a vivere ai margini della società civile. Infine, sempre più stati, arroccati sulla loro idea di sicurezza nazionale, si stanno chiudendo a riccio, stringendo gli accessi con la forza e spogliando di diritti i migranti.
Il cortocircuito tra immigrazione e sicurezza nazionale lo abbiamo vissuto, noi italiani, soprattutto negli ultimi due anni. A fronte dei flussi mediterranei, prima Minniti ha stretto accordi con i libici affinché il problema, in sostanza, se lo tengano a casa loro con qualsiasi mezzo; ora Salvini sta ostacolando in ogni modo lo sbarco nei porti italiani dei migranti e di chi li soccorre, mentre rende la vita sempre più difficile a immigrati regolari e non.
Il fatto che Salvini stia apertamente sfidando la legge in nome della ragion di stato, come nel caso Diciotti o con un provvedimento, il Decreto Sicurezza, al limite del costituzionale non stupisce affatto: il viceministro sta cercando di costruire, attorno agli immigrati, uno spazio senza diritto nel quale la sovranità assoluta del governo combaci con l'assoggettamento totale del migrante.
Allargando l'orizzonte, possiamo osservare che di questi esterni al diritto ne esistono tantissimi nel mondo; essi nascono ovunque la vita si trovi assoggettata al calcolo politico, ovunque l'uomo viene bandito dalla società per il peccato di essere. Parlare di migranti oggi è parlare di ognuno di noi; lottare per la libertà di chi fugge significa lottare per la libertà dell'umanità intera. È anche attraverso la questione dell'immigrazione che deve passare la costruzione di una società egalitaria.
La vita dell'uomo moderno è indissolubilmente legata allo stato. La definizione foucaultiana di biopolitica, ovvero il potere di “far vivere o respingere nella morte”, coglie appieno l'essenza totalizzante dello stato moderno in quanto strumento di gestione dei corpi e delle popolazioni. Se lo stato ti “fa vivere”, è perché solo all'interno di esso è possibile esistere. È grazie al fatto che lo stato ci enumera, cataloga, gestisce e protegge che possiamo godere di diritti, curarci, istruirci, votare, lavorare, ecc... in poche parole, essere cittadini. Tuttavia, oltre ad includere gli individui nella sua struttura, ogni stato si dota di strumenti di esclusione con lo scopo di preservare l'integrità del corpo nazionale. Nel corso della storia, questi meccanismi hanno investito, in varia misura, svariate categorie di persone: mendicanti, folli, criminali, omosessuali, zingari, ebrei.
La condizione del migrante rappresenta un punto critico. A differenza del cittadino, che ha diritto per nascita a risiedere nel territorio nazionale, chi è straniero deve rivolgersi alla burocrazia statale per ottenere il permesso. Ogni stato si è dotato, nel corso del tempo, di regolamenti per disciplinare l'iter e la quantità di permessi e discernere tra chi ha diritto o meno a vivere nel paese. A seguito delle due guerre mondiali, e il sorgere di una nuova realtà di massa come quella dei profughi di guerra, si rese necessaria una regolamentazione unitaria tra le nazioni. La Convenzione di Ginevra, che si basa sulla Dichiarazione dei diritti umani dell'uomo, nasce con la missione di garantire, a chi fugge da persecuzioni e violenza, l'esercizio delle libertà fondamentali e sottoporre la sovranità politica al controllo delle Nazioni Unite.

“Ve la faremo pagare!”

Questo progetto, se da una parte funge da contrappeso cruciale per i diritti dei profughi, d'altra parte non abbatte il nesso tra calcolo politico e gestione dell'immigrazione, né impedisce la produzione di irregolarità attraverso il meccanismo dei permessi. La storia recente dimostra infatti, che a fronte di massicci flussi di immigrazione irregolare, molti governi hanno reagito come se questa fosse una minaccia alla sicurezza nazionale. In quest'ottica, si sono rese più urgenti misure per limitare la libertà dei migranti e aver mano più libera sulla gestione degli stessi.
Il 1997 inaugurò in Italia, con il blocco navale contro l'immigrazione albanese, la stagione di lotta all'immigrazione clandestina che ha raggiunto la sua massima intensità nei nostri giorni. L'anno seguente, la legge Turco-Napolitano introdusse il reato di clandestinità e la detenzione coatta nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione); a questa si aggiunge nel 2002 la Bossi-Fini, che modifica la disciplina dei permessi di soggiorno. I due provvedimenti non sortirono l'effetto desiderato, l'immigrazione non crollò mai, e anzi contribuirono a costruire l'odierno mostro burocratico che da un lato condanna gli indesiderati all'esclusione dalla vita civile, e dall'altro sovraccarica in maniera del tutto illogica le procure e i tribunali. La direzione politica tuttavia è chiara: adoperarsi in ogni modo, escogitare qualsiasi cavillo burocratico, pur di impedire l'arrivo dei migranti, ostacolare la loro vita e segregare gli irregolari nell'invisibilità; come a dire: “Siete entrati, ma ve la faremo pagare”.

Nazionalismo e rivalsa

Il clandestino, l'uomo illegale per il fatto di esistere, rappresenta il più fulgido esempio di quell'homo sacer che il filosofo Giorgio Agamben delinea nell'omonima opera: l'essere insacrificabile e uccidibile, escluso tanto dal diritto divino quanto da quello umano; colui che, esiliato dalla sfera civile, rimane tuttavia soggetto alla sovranità di chiunque voglia disporre del suo corpo; e niente di ciò che gli viene inflitto può costituire reato. Così come l'homo sacer, il clandestino viene condotto in quella sfera in cui la sovranità è tenuta a rispondere dello stato d'eccezione; e quanto più viene estraniato dal diritto, tanto più egli viene esposto all'abuso e alla morte.
In questo senso, si può parlare dell'irregolare come un vero e proprio prodotto biopolitico, il frutto della discriminazione di stato, così come il Muselmann dei lager nazisti. Il Muselmann è l'immagine più emotivamente sconvolgente del nazismo. Chiunque (quasi, purtroppo), leggendo le pagine di Primo Levi, ascoltando le testimonianze dei campi, sarà rimasto scosso dai racconti di questi esseri spogliati di qualunque attributo umano e subordinati a qualsiasi abominio del sistema dei lager. Ciò che si fatica a vedere è proprio il percorso che ha reso possibile tutto ciò. L'olocausto infatti è inscindibile dalle leggi razziali, e anzi ne fu la coerente conseguenza. I nove anni che intercorrono tra la Legge per il rinnovo della pubblica amministrazione (1933) e la soluzione finale (1942), furono il tempo necessario ai nazionalsocialisti per preparare il terreno giuridico su cui, una volta espulsi gli ebrei dalla vita sociale ed economica della Germania, si sarebbe innestato l'olocausto. Tra l'altro, una delle prime sottrazioni agli ebrei fu la cittadinanza: essi divennero, da un momento all'altro, stranieri in casa loro.
Oggi che i sentimenti di rivalsa nazionale stanno nuovamente infiammando l'Europa e non solo, l'estrema destra ovunque propone una narrazione in cui gli immigrati costituirebbero un pericolo per l'economia dei paesi, ma soprattutto per l'identità etnica dei popoli occidentali, bianchi e cristiani; ed è una narrazione che paga in termini di peso politico, visto che ovunque i partiti della far right sono in rialzo nelle cabine elettorali, mentre i partiti di centro sbirciano l'agenda politica dei neofascisti per cercare di star loro dietro. Paesi come Italia, USA, Ungheria, guidati dai sovranisti, stanno facendo della caccia al migrante il loro baluardo, ma la verità è che ovunque, in occidente, la paura del migrante sta spingendo i paesi a farsi meno garantisti. La Francia ormai da anni ha blindato le frontiere, e respinge in Italia senza troppi complimenti chi prova a varcare le frontiere; la Svezia, il gioiello dell'accoglienza europea, nel 2016 ha negato il ricongiungimento familiare ai titolari di protezione sussidiaria; persino la CDU in Germania, dopo la politica di accoglienza della Merkel, sta ripensando la questione e si sta allineando alla pratica della detenzione sistematica.
L'occidente è entrato in una nuova spirale di autoritarismo, e non si sa ancora fin dove possa spingersi per fronteggiare la questione dell'immigrazione. Anche se una certa idea a riguardo possiamo farcela.
A dispetto delle favole dei sovranisti, la migrazione non è un fenomeno che si possa fermare per decreto. Quello di migrare, d'altronde, è un istinto che accompagna gli uomini fin da quando si associarono in tribù nomadi. E anche oggi che quelle tribù si sono dissolte in società sedentarie, gli uomini continuano a spostarsi dentro e fuori i confini nazionali per i motivi più disparati: lavoro, affetti, ambizione, necessità o sopravvivenza.

Guerra, fame e cambiamento climatico

Diamo qualche numero: secondo l'International Migration Report redatto dall'ONU, a fine 2017 i migranti sparsi nel mondo ammontavano approssimativamente a 258 milioni, il 49% in più rispetto al 2000. Di questi 258 milioni, stando al Global Trends 2017 dell'UNHCR, sempre nel 2017 erano 68.5 milioni gli sfollati, ovvero le persone costrette a fuggire dalle loro case per guerre, conflitti e violenza generalizzata, di cui circa il 42% ha richiesto asilo in altri paesi. Anche per quanto riguarda questa fattispecie, i flussi sono da anni in crescendo: il numero dei profughi, compresi i richiedenti asilo, è aumentato di oltre un terzo a partire dal 2014.
A guerre, violenza e fame, si sta aggiungendo un ulteriore fattore d'emigrazione dal terzo mondo: i cambiamenti climatici. La comunità scientifica, infatti, osserva con sempre maggior preoccupazione l'evolversi della situazione ambientale mondiale, e come essa si leghi ai movimenti migratori. Essa può influire sulla migrazione in maniera diretta, come nel caso del Bangladesh, in cui l'innalzamento del mare sta inquinando le falde acquifere; o catalizzare, con siccità e carestie, conflitti interni che costringono masse di civili a fuggire. Secondo il report Groundswell – Preparing for Internal Climate Migration del 2018 della Banca Mondiale, i mutamenti del clima costringeranno oltre 140 milioni di persone a fuggire, se non si adotterà in fretta una riconversione equo-sostenibile dell'economia mondiale.
Visti i numeri e le previsioni, c'è da credere che l'immigrazione, oltre a rappresentare già una realtà nel presente, assumerà proporzioni ancora più importanti nel futuro. I governi, in particolar modo quelli del “primo mondo”, fanno finta di niente e continuano a mettere pezze su un buco troppo largo da poter coprire per intero.
Le detenzioni, le strette sui permessi, i rimpatri, i paesi “tappo” (come Turchia e Libia) finanziati come enormi campi di concentramento: questo sistema prima o poi, per forza di cose, salterà sotto il peso di flussi migratori che diverranno sempre più urgenti e pressanti. Le direzioni che le nazioni potranno prendere saranno due: o accettare una volta per tutte la necessità della migrazione, riconoscere l'uguaglianza tra uomini senza distinzioni tra cittadini, regolari e irregolari o intraprendere la via della discriminazione di stato, della barbarie e del massacro. Considerando l'accoglienza riservata al documento Global Compact for Safe, Orderly and Regular Migration dai paesi dove l'estrema destra governa (Italia compresa), la prima soluzione appare come una sbiadita utopia.
Se davvero si vuole costruire un mondo basato sull'uguaglianza e sulla dignità, la questione dei migranti è oggi di vitale importanza per dare una direzione alla storia. Non è possibile, infatti, pensare ad una società veramente egalitaria finché su chi si sposta su questa terra continuerà a pendere la condanna dell'abbandono e dell'abuso di stato.
È necessario più che mai ridiscutere, in quest'era di migrazioni, il concetto di stato nazionale come entità chiusa, e abbattere tutti quei meccanismi che limitano la libertà di circolazione e privano di tutela chi fugge. Ad ogni migrante, così come ad ogni uomo, va garantito l'accesso ai servizi d'integrazione, alla sanità, al mondo del lavoro, all'istruzione, alla tutela legale ovunque egli si trovi. Di contro, allo stato va sottratto il potere di decidere della e sulla vita altrui: ciò vuol dire che non dev'essere più nella facoltà dei governi l'esclusione a norma di legge dei migranti dalla vita pubblica.
Affinché tutti gli uomini siano eguali cittadini del mondo, lo stato non può più fungere da territorio esclusivo, ma come spazio condiviso in cui ognuno possa esistere in qualità di uomo libero in pace con i suoi pari. Battersi contro la discriminazione di stato vuol dire opporsi all'oppressione di qualsiasi uomo; per questo, va ribadito sempre e comunque: che nessun uomo sia illegale – o vedremo ancora il coltello levarsi sui nostri fratelli.

Lorenzo Crescentini