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Rivista Anarchica Online





Quarantuno. In morte di un presidente

Durante il mandato di George H. W. Bush (1989-1993), la guerra è tornata ad essere strumento di soluzione delle controversie internazionali, anche per l'Italia. È questa la principale eredità del 41° presidente.


Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

(Salvatore Quasimodo)

Le bandiere sono state tenute a lungo a mezz'asta in onore di George H. W. Bush, come d'uso. L'ex presidente se n'è andato nel mese dei morti senza clamore, con discrezione, ma si è messa subito in moto la macchina delle commemorazioni ufficiali. Abbiamo così rivisto anche il figlio George, eclissatosi dalla scena pubblica dopo la conclusione del suo triste mandato. Per una volta, almeno per questa morte, non aveva sulle labbra quel suo insopportabile sorrisetto e piangeva lacrime di sincero dolore.
La parata del ricordo ha visto l'inevitabile sfilata degli altri ex presidenti che, un giorno, avranno anch'essi la loro memorabile elegia pubblica, perché la ruota gira per tutti, miseri e potenti. I loro commenti celebrativi non mi hanno certo sorpreso, si sa che, in morte, i politici diventano tutti grandi statisti, uomini eccellenti, mariti e padri devoti. Dei loro funerali il potere si nutre.
I presidenti americani sono infatti numerati cronologicamente; Bush Senior è il quarantunesimo della serie, per questo viene ricordato affettuosamente come “41”. Il nomignolo non è irrispettoso, dimostra anzi l'affetto popolare. Colpisce infatti la grande quantità di messaggi da parte di privati cittadini che sono apparsi nei social nei giorni successivi alla morte: gente qualsiasi che lo ricordava con una certa commozione. Sul web circolava l'orgoglio di averlo avuto come Commander in Chief in tempi avversi. Per la nazione “Fortyone” fu l'uomo capace di trascinare in una guerra giusta il mondo intero per liberare il Kuwait invaso dall'Iraq di Saddam Hussein.
Circolavano anche poche voci amare, però, a causa di un'altra guerra, mai combattuta: quella sul fronte interno contro l'AIDS. Qualcuno lo accusa infatti di non aver fatto nulla per fronteggiare l'epidemia, di aver lasciato fare al fato, indifferente a morti e sofferenze, per inseguire un pregiudizio moralista. Forse non c'è da sorprendersi, l'ex presidente era un fervido credente, aveva lottato contro l'aborto e chiesto la preghiera obbligatoria nelle scuole. La ferita resta aperta fra chi soffrì l'angoscia della decimazione e fu testimone impotente di tanta morte.
Questa storia potrebbe essere anche l'esemplificazione di una realtà a due facce: l'impero concentra i suoi sforzi sul nemico esterno, è sempre pronto a usare la sua formidabile potenza lontano dai confini. Quando la tragedia colpisce in patria, però, si scopre fragile, impreparato. Chi non ricorda New Orleans colpita dall'uragano Katrina nel 2005? Fra i cadaveri che galleggiavano per le strade allagate e milioni di sfollati, la grande potenza con l'esercito più forte e tecnologico del mondo si scoprì priva di mezzi e capacità operative per far fronte al disastro.
La vecchia signora ha bussato tardi alla porta di Bush Senior, era ormai molto anziano e malato quando è stato il momento di fare i conti con la vita. Ma il vecchio presidente era ancora lucido e, fino alla fine, ha mantenuto un atteggiamento dignitoso che mi ha colpito. Me lo figuravo come lo stereotipo del ranchero: sguaiato, rumoroso, un po' ottuso, con la camminata alla John Wayne. Invece era un uomo sobrio, dai modi cortesi, versatile, mai banale nei giudizi.
Benché avesse costruito il suo piccolo impero sul petrolio texano, sembra amasse soprattutto la solitudine dell'oceano e, concluso il clamore della vita pubblica, passava molto tempo nella casa di famiglia, arroccata sugli scogli, in un angolo sperduto del Maine.
Lì conduceva un'esistenza tutto sommato modesta. Una persona che credevo facilmente decifrabile mi è apparsa improvvisamente complessa, enigmatica. Mi è sembrato necessario riflettere sulla vicenda di un uomo che è stato per decenni sotto i riflettori della vita pubblica, che ha avuto un potere immenso e lo ha esercitato senza timori. Uno che ha assunto decisioni drammatiche in nome dell'umanità intera, ma la cui massima aspirazione, alla fin fine, sembra fosse di potersene stare in santa pace, in un angolo sperduto di mondo, lontano dai riflettori, a pescare in alto mare per respirare a pieni polmoni il profumo della salsedine.
Mi è difficile capire come possano convivere tutte queste cose nello stesso individuo e mi chiedo se fosse davvero così, se questa non fosse piuttosto l'immagine con cui voleva essere ricordato. O forse il collante di una simile personalità è costituito da un miscuglio di ingredienti: onore, amor di patria, senso del dovere, ambizione, carriera, famiglia.
Era conosciuto solo come George Bush ma, a causa dell'elezione del figlio, otto anni dopo la conclusione del suo mandato, sono state aggiunte le iniziali dei suoi altri nomi, Herbert e Walker, per non fare confusione fra i due.
Di lui avevo un ricordo un po' sbiadito, forse perché non era stato arrogante come Nixon, né una star come Ronald Regan. Non si era dimostrato inetto come il figlio, né aveva suscitato la curiosità mondiale come Clinton, l'uomo che lo aveva abilmente spodestato dalla Casa Bianca dopo un solo mandato, per poi stuzzicare la pruderie mondiale con lo scandalo Lewinski.

Washington (USA) – Il memoriale della guerra in Corea

Il mondo intero a ferro e fuoco

Non potevo però dimenticare come avesse scatenato la prima guerra del Golfo, col sordido affare che aveva indotto il fedele alleato Saddam Hussein a invadere il Kuwait trasformandosi, da un giorno all'altro, in nemico pubblico numero uno, dipinto addirittura come il nuovo Hitler che, se non fermato, avrebbe messo il mondo intero a ferro e fuoco. Ho un ricordo nitido di quei giorni confusi, terribili, in attesa della guerra. Non scordo le manifestazioni, i negozi presi d'assalto per fare scorta di farina, gli appelli inutili, gli emissari del presidente che ammonivano il mondo riunito nel palazzo di vetro delle Nazioni Unite.
L'Italia cominciò presto a scaldare i motori dei suoi cacciabombardieri, ansiosa di rimettersi in gioco. Non posso dimenticare la notte all'infrarosso di Baghdad, illuminata dai lampi dei bengala e delle esplosioni; la propaganda, le bugie, le promesse, le contraddizioni e i nuovi ossimori, dai bombardamenti chirurgici alle armi umanitarie. Come posso scordare i Tornado italiani in volo di morte su cieli stranieri e i soldati iracheni seppelliti vivi nelle trincee? La guerra è tornata allora ad essere strumento di soluzione delle controversie internazionali anche per l'Italia ed è questo il principale ricordo che mi riporta ossessivamente a quel presidente.
In quell'occasione Bush fece davvero sentire agli americani che il loro grande paese era la guida morale del mondo libero, disposto a sacrificare le vite dei suoi giovani per ristabilire giustizia e libertà. Quasi nessuno si fermò a chiedersi perché lo stesso metro non venisse adottato per altre terre invase da potenze straniere.
Il Presidente spazzò via con forza anche le perplessità sollevate da molti politici nel suo stesso partito, timorosi di gettarsi in quell'avventura. La sindrome del Vietnam aleggiava ancora nell'aria e mordeva la paura che i deserti iracheni potessero diventare il pantano senza uscita che erano state le foreste indocinesi. Ma gli andò bene a Bush, zittì i critici con una vittoria rapida, quasi indolore e da quei pozzi di petrolio l'esercito americano non è più venuto via.

Washington (USA) - Manifestazione davanti alla Casa Bianca

I morti altrui non contano

L'ho rivisto, in vecchie interviste, mostrare orgoglio per quell'avventura e dolore per i giovani americani tornati nelle bare avvolte nelle bandiere a stelle e strisce. “Nessuno sa la solitudine, la sofferenza di chi manda i giovani a morire”, diceva. Non esprimeva però lo stesso dolore per aver mandato quei giovani ad uccidere. In quella guerra, durata poco più di un mese, la coalizione subì appena 272 perdite fra cui 146 soldati americani: 111 uccisi in combattimento, 35 da fuoco amico. Nessuno sa invece con esattezza quanti iracheni siano morti, forse 30.000, forse 50.000. Le distruzioni furono tali che le Nazioni Unite dichiararono il paese regredito all'epoca pre-industriale. Le durissime sanzioni che seguirono provocarono grandi sofferenze alla popolazione civile e un numero imprecisato di vittime, mentre Saddam Hussein restava al potere nei suoi palazzi sontuosi. Non ho sentito l'ex presidente spendere una parola per quei morti, per quelle sofferenze. Credo non pesassero sulle sue spalle, né sulla sua coscienza. Si va a messa per servire Dio e in guerra per uccidere il nemico.
Non riesco a comporre il mosaico. Non è facile mettere assieme l'uomo mite e riservato, il felice pescatore d'altura, col politico che si getta dietro alle spalle carne bruciata e ossa spezzate per suo ordine. Forse la chiave per capire è nella maledetta ragion di stato, nel bene supremo della nazione che schiaccia gli individui e chiede sacrifici indispensabili. Ma non dimentico certo che Bush Senior aveva interessi nel petrolio e che tutti i suoi collaboratori, i falchi che lo circondavano e consigliavano, avevano le mani in pasta. Gli interessi della nazione sono troppo intrecciati con quelli personali per non tenerne conto.
Forse è solo che i morti altrui non contano, non hanno volti né storie.
L'ex presidente difendeva anche gli orrori di Hiroshima e Nagasaki, assolveva senza riserve l'orrore atomico sul Giappone. “Usare la bomba fu una decisione giusta”, disse in un'intervista, “molte vite furono risparmiate e molte sofferenze evitate”. Intendeva vite americane. Quelle giapponesi, liquefatte dal calore atomico, non importavano. Il nemico in guerra si distrugge. Poi viene la pace.
Una sera, all'incirca un anno prima della morte di Bush Senior, mi era capitato di parlarne con un noto ex magistrato. Il mio interlocutore era arguto, di indiscutibile levatura morale e profondo conoscitore della legge e delle istituzioni. Si parlava in realtà di Donald Trump e lui esprimeva vergogna e disgusto, sostenendo di non aver mai assistito, nel corso della sua carriera, a qualcosa di simile, che mai presidente era caduto così in basso. Ho obiettato che, a mio parere, la lista dei presidenti americani che si sono resi colpevoli di crimini terribili è assai lunga e che Trump, almeno, non aveva ancora avuto il tempo per mettere a punto le terribili guerre dei Bush, promuovere riforme economiche devastanti come aveva fatto Reagan o approvare leggi draconiane come quelle di Clinton nella lotta senza quartiere ai drogati. L'ex giudice mi rispose che lui non aveva condiviso la maggior parte delle scelte di quei presidenti, ma che almeno quelli si erano mossi sempre nel quadro della legalità, mostrando rispetto per le istituzioni ed il loro ruolo. Ciò che lo disgustava di Trump era l'ignoranza, il disprezzo per le istituzioni, l'incapacità di comprendere il delicato equilibrio fra i poteri.
Ho ripensato tante volte a quella conversazione.
Nel 1991 Bush Senior aveva spaventato gli americani convincendoli che Saddam Hussein, fino al giorno prima alleato fedele, era un demone, pericoloso per l'umanità intera. Bush Junior, dopo la tragedia dell'11 settembre 2001, aveva guidato il paese alla vendetta, attaccando l'Afghanistan, per un attentato commesso da terroristi sauditi. Nel 2003, aveva convinto l'America e il mondo a muovere nuovamente guerra all'Iraq, con la bugia delle armi di distruzione di massa, raccontata con sapienza da Dick Cheney alle nazioni riunite nel Palazzo di vetro dell'ONU. Centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati. Ma, secondo il ragionamento dell'ex giudice, afghani e iracheni possono dormire con tranquillità il sonno eterno: tutto fu fatto secondo le regole, le istituzioni furono rispettate, le decisioni assunte nelle sedi appropriate.

Washington (USA) - Storico stand di protesta davanti alla Casa Bianca

L'abitudine della guerra

Forse gli americani sono troppo usi alla guerra per poter guardare al mondo con occhi diversi. Non c'è un istante della loro storia che non sia stato segnato da un qualche conflitto. Forse l'abitudine alla guerra, sempre lontana, sempre più tecnologica, fa smarrire il senso dell'orrore. O forse siamo ancora tutti troppo tribali per poterci davvero immedesimare nelle sofferenze altrui.
Anche adesso, mentre scrivo, qui, negli Stati Uniti, qualcuno sta lavorando ai futuri scenari di guerra, perché la macchina bellica non si ferma mai e dirige nell'ombra le marionette della politica. Gli USA escono dall'accordo di non proliferazione delle armi nucleari e sono pronti a produrre nuove testate e schierare altri missili. Alcuni analisti dicono che l'America sia ansiosa di colpire l'Iran, che certe mosse dell'amministrazione vadano interpretate così, che ci sarà, prima o poi, un colpo di scena propagandistico, come tanti altri prima, un appello alla necessità assoluta di fermare Teheran. Nuovi orrori si preparano nelle stanze del potere e le fabbriche di morte sono in piena produzione.
Forse ogni presidente, anche il più scialbo, avverte il fascino di essere ricordato dalla posterità per le sue imprese belliche, per i giovani mandati a uccidere e a morire standosene comodamente seduti nel salotto buono della Casa Bianca. O forse i presidenti sono solo marionette nelle mani di un potere più grande, che si muove sempre dietro le quinte di questo assurdo palcoscenico.
Da vecchio Bush Senior era diventato testimonial di varie iniziative di beneficenza e lui stesso aveva creato una fondazione dal nome suggestivo. Ma, pur con tutta la sua bella levatura morale, l'ex presidente era avvezzo da sempre ai sotterfugi del potere, alla distorsione della verità. Dopo la laurea a Yale aveva costruito una fortuna in Texas, scavando pozzi di petrolio, ma la sua azienda gli servì anche come copertura: negli anni sessanta fu agente della CIA ed ebbe un ruolo di rilievo nelle attività orchestrate dall'agenzia per rovesciare Fidel Castro. È di quegli anni il tentativo di invasione, lo sbarco disastroso della Baia dei Porci.
È cominciata così la carriera politica del petroliere: facendo la spia, l'agente sobillatore, il professionista della sommossa. Non fu dunque un caso se, nel 1976, il presidente Ford lo chiamò a dirigere la CIA. Fedele al segreto d'ufficio, Bush non ha mai rivelato nulla del suo lavoro al comando dell'agenzia, ma è durante il suo mandato che ha imperversato Operation Condor, l'operazione con cui la CIA ha promosso in America Latina l'assassinio sistematico dei leader di sinistra, dei sindacalisti, degli oppositori ai regimi fascisti. Non esistono dati ufficiali ma le stime parlano di 60.000 vittime. Quando è giunto alla Casa Bianca, Bush Senior era dunque già avvezzo alla menzogna e all'omicidio di stato. La carriera lo aveva già richiesto.
Chi era dunque quest'uomo? Dottor Jeckill e Mister Hide? Forse solo uno come tanti, ambizioso e crudele, sotto la maschera affabile. Probabilmente dietro il solito tranquillizzante quadretto familiare con moglie fedele e figli devoti si nascondevano avidità e voglia di potere, esercitato con il pretesto del bene della nazione. Se è vero che non ci sono poteri buoni, allora non esistono nemmeno presidenti che non siano responsabili. Tutti, allo stesso tempo, burattini e burattinai.
Come scrisse Quasimodo, siamo ancora quelli della pietra e della fionda, con la scienza esatta persuasa allo sterminio.
Poi la vicenda umana finisce e anche per Bush Senior si è fatta sera. Il suo passaggio sulla terra non è stato lieve. Non bastano i sorrisi da vecchio pescatore e tutte le acque navigate per lavare la scia di sangue che ha lasciato lungo il cammino.

Santo Barezini