Rivista Anarchica Online


Patagonia cilena

Due articoli sulla storia del Cile, tra lotte sociali e repressione, tra stermini e resistenza



testo di Gaia Raimondi

e


Dal genocidio degli indigeni nel 19° secolo alle desaparecidas e ai desaparecidos sotto Pinochet

trascrizione di Alba Monti




Cile

Patagonia (cilena) ribelle

di Gaia Raimondi

10 morti e 20 feriti e poi anni e anni di galera: la rivolta dei lavoratori dei frigoriferi Bories del 1919. Cronache di un passato quasi sconosciuto da Puerto Natales, nella Patagonia cilena. E ribelle, naturalmente.


Puerto Natales è una città abitata attualmente da meno di 20.000 abitanti, situata nella XII Regione di Magallanes, nell'Antartide cilena della provincia di Última Esperanza, nome emblematico per una terra tanto meravigliosa quanto estrema, sia dal punto di vista climatico che per la sua localizzazione geografica; sorge ai confini con il Polo Sud, in un remoto angolo del pianeta, ricco di bellezze e al contempo di insidie naturali. Un luogo abitato per secoli solo da indigeni, conosciuti come Selk'nam1, detti anche Ona, una popolazione di Nativi Americani abitante gli estremi lembi australi dell'America meridionale, ormai estinta dopo il brutale impatto della colonizzazione europea lì giunta negli anni venti del 1500. Iniziata col noto marinaio portoghese Ferdinando Magellano, al servizio del re di Spagna – da cui prende il nome il famoso stretto e la regione adiacente – l'ondata degli avventurieri, cercatori di fortune dall'Europa si sviluppò e crebbe con i soliti effetti predatori e devastanti su quei popoli. Nonostante il clima impervio e i ghiacci perenni, le popolazioni indigene erano riuscite ad instaurare un rapporto sinergico col proprio territorio – evidentemente solo in apparenza inospitale – e a sopravvivere indisturbate per secoli, prima dell'avvento delle tante esplorazioni colonizzatrici e sfruttatrici che ben conosciamo. Quegli esploratori e colonizzatori furono in parte gli avi di alcuni dei protagonisti di questa storia, i padroni dei frigoriferi Bories.
Queste culture ancestrali meriterebbero un articolo a parte e se vengono qui nominati è perché, grazie alla curiosità di conoscere le loro origini e le bizzarre abitudini, incappai un giorno freddo e ventoso della scorsa estate australe al Museo Histórico Municipal di Puerto Natales dove, esaurite le numerose informazioni etnografiche sui popoli estinti del passato, apparsero un paio di pannelli estemporanei dedicati ad una rivolta operaia di inizio Novecento, partita dai lavoratori dei frigoriferi Bories, che mise in atto un vero e proprio esperimento di comune anarchica. Incuriosita e rientrata in Italia ho approfondito le ricerche, trovando moltissimo materiale in lingua spagnola e numerose versioni dei fatti, da quelle più istituzionali, a quelle riportate dai periodici dell'epoca, fino ai racconti degli anarchici cileni e non, di quei lontani avvenimenti del 1919. Non solo al museo, in rete e nelle analisi che dagli anni ’90 hanno iniziato a interessare gli storici fueghini2 contemporanei, ma persino al cimitero di Puerto Natales e Punta Arenas esistono tracce di questi fatti, incisi su una grande tomba commemorativa ad essi dedicata e incarnate in una statua per tutti gli indigeni locali sterminati nel corso dei secoli.

Una famiglia di indigeni Ona catturata ed esposta all'Universale di Parigi di fine ottocento

Movimento operaio molto forte

La famosa Patagonia, già cara e conosciuta agli anarchici grazie al preziosissimo contributo di Osvaldo Bayer, che aveva però concentrato la sua testimonianza nella parte argentina di questo lembo estremo, finale e ribelle di mondo, diventa teatro di altrettante importanti esperienze di libertà anche sul fronte cileno, meno conosciuto e raccontato fino a qualche anno addietro.
Non mi dilungherò qui sulla storia dell'anarchismo cileno, segnalando piuttosto agli interessati il testo di L. Heredia e G. Victor, Breve storia dell'anarchismo cileno (Salerno, 1989) che ne ripercorre parzialmente la storia, focalizzandosi principalmente sulle città portuali di Valparaiso, Iquique, Antofagasta e in generale sulla parte del centro e nord del Cile. E del resto, trattasi di un territorio così vasto e diversificato, oltre che isolato e remoto a suo modo anche oggi, che non risulta facile racchiudere in un solo saggio tutta la sua intricata e appassionante storia.
Altri personaggi ben noti, del calibro di Pietro Gori o Élisée Reclus – a cui è stato addirittura dedicato un vulcano3 proprio nel cuore della Patagonia cilena – hanno viaggiato, diffuso le proprie idee e scritto delle proprie esperienze in Cile e tanti furono gli emigranti che dal vecchio continente giunsero fino a quei posti così algidi e distanti da tutto, con il loro vissuto di aspirazioni, i loro ideali di libertà, magari confusi, con i motivi che li spinsero qui. In  parte di origine europea, ma anche croati, dalmati o scandinavi e scozzesi, molti di questi migranti erano anarchici e socialisti; tanti, dopo il ’17, subirono il fascino dalla rivoluzione russa (tanto quanto il capitale ne era spaventato); molti altri erano immigrati da Chiloé (l'isola più grande del Cile, dunque i più vicini ma ugualmente spaesati: sulla loro isola il latifondo non era neppure concepibile).
Questi lavoratori animarono fin da subito un movimento operaio molto forte. D'altronde le condizioni di lavoro e la vita nei frigoriferi di Puerto Natales erano terribili. “Ogni lavoratore riceveva tre pelli sporche su cui dormire. Chiunque venisse sorpreso a modificarle, tagliarle o farle a pezzi veniva licenziato immediatamente. Dovevano dormire in baracche o stalle. I dormitori non avevano la luce ed era severamente proibito entrare in cucina. Dovevano spaccare la legna per cuocersi il cibo, che era abbondante, ma pessimo. I capisquadra controllavano costantemente gli operai. La rabbia accumulata nei loro cuori, costantemente sottoposti a umiliazioni, cresceva.”4

Puerto Natales, frigoriferi Bories, 1919 - Gli addetti del reparto imballaggio

I frigoriferi Bories

Tra il 1910 e il 1917 furono costruiti e messi in funzione i frigoriferi Bories, a 6 km a nord-est da Puerto Natales, oggi trasformati in parte in un museo sull'innovazione tecnologica in campo industriale e in parte in un lussuoso hotel a 5 stelle. Al momento degli eventi che sto per narrare, i frigoriferi Bories erano di proprietà dei soci della Sociedad Explodadora de Tierra del Fuego, un nome un programma, con sede a Puerto Natales e più avanti della Sociedad Ganadera de Tierra del Fuego (che spostò poi la sede a Punta Arenas); una cricca di self-made men stranieri, pionieri di nuovi orizzonti di opulenze, che furono per decenni i veri padroni e arbitri di queste terre e di questi mari. Latifondisti, armatori, commercianti, banchieri, imprenditori pronti a tutto per arricchirsi e far fruttare le risorse della terra e della popolazione appena conquistata.
Bories divenne ben presto lo stabilimento di refrigerazione più importante della regione di Magallanes. I frigoriferi avevano iniziato a funzionare nel 1910 nella lavorazione della carne conservata, e gli impianti erano stati completati nel 1914. Nel 1915 vi lavoravano 300 lavoratori. Ogni 8 o 15 giorni attraccavano le navi che portavano i prodotti all'estero. Nel 1916 fu installata una stazione dei carabinieri nelle vicinanze.
Sebbene funzionassero stagionalmente, erano il motore vitale della città. Puerto Natales aveva infatti un'enorme attività marittima-portuale e la sua baia era costantemente solcata da piroscafi e cargo. Era il punto d'imbarco della produzione di lana e pelli della Patagonia argentina. I gauchos del lago Viedma conducevano per lunghi viaggi il bestiame destinato ai frigoriferi, dove veniva tosato, macellato o comunque lavorato nei vari reparti e poi stoccato nei magazzini, in attesa di essere spedito a Punta Arenas o nel nord del paese.
Nel 1919, la “mega macchina” Bories era in grado di fornire molteplici specialità di servizi, come la conservazione delle carni, la produzione di estratto di carne e conceria, avendo inoltre una fabbrica di mattoni, una segheria, una dogana interna, un mezzo a vapore e una sorta di piccola metropolitana leggera diretta a Puerto Natales, una propria linea ferroviaria che faceva spola tra la cittadina e il nulla australe in cui si trovava la fabbrica. In breve tempo si trasformò in un impianto con una capacità di macellazione di 300.000 animali, avendo prodotto solo nel 1918 la somma di 5.000 tonnellate di carni congelate, con una media di 700 lavoratori.

I Selk'nam o Ona in alcuni momenti rituali,
con le tipiche pitture corporee e maschere caratteristiche

Capitalismo selvaggio (senza diritti per i lavoratori)

Il contesto generale che caratterizza gli eventi del 1919 a Puerto Bories e Puerto Natales è dato da una crescente tensione sociale tra i sindacati dei lavoratori, in particolare quelli associati alle attività di congelamento e conservazione del bestiame, settori dominanti dell'attività economica nel territorio della regione di Magallanes e della Patagonia in generale. “Dove ci sono carburante e scintilla, sorge il fuoco. Non c'è conflitto se non ci sono gli ingredienti oggettivi e soggettivi che spingono allo scontro”5. E in questo caso ve ne erano fin troppi.
Tra gli operai, vi era un clima di tensione provocato dai maltrattamenti frequenti e dagli abusi da parte dei gestori delle aziende zootecniche e dai capisquadra (inglesi soprattutto), anche a causa dell'orientamento anarchico e dello stile conflittuale dei leader delle federazioni locali di lavoratori.
In aggiunta, vi erano altri elementi che pesavano sulla scena: i prezzi della lana erano precipitati nei mercati internazionali, come conseguenza della prima guerra mondiale; il potere d'acquisto dei salari era diminuito e i padroni si rifiutavano di accogliere le richieste di salari migliori avanzate dalla Federaciòn Obrera, aumentando così lo stato di povertà e mantenendo inalterati in questo modo i propri introiti. In Patagonia, la crisi economica portò, tra il 1915 e il 1916, a grandi scioperi che paralizzarono e resero difficile l'esportazione della lana; l'obiettivo delle mobilitazioni era di combattere i continui aumenti dei prezzi di beni di prima necessità.
Indirettamente, la rivolta degli operai a Natales fu un effetto ritardato della crisi dell'economia del bestiame generata dalla prima guerra mondiale e dalla conseguente interruzione dei traffici marittimi tra Cile, Argentina e i porti inglesi, causata dalla guerra sottomarina tra la Germania e l'Inghilterra nell'Oceano Atlantico.
L'intera economia del bestiame d'esportazione che era nata nella Patagonia cileno-argentina fu colpita dalla crisi; si interruppero i flussi di circolazione della navigazione marittima e commerciale tra i centri produttivi meridionali e i mercati europei, in particolar modo con quello inglese.
Per capire a fondo gli avvenimenti del 1919 a Puerto Natales, bisogna metterli in relazione con altri fatti analoghi, come l'assalto e l'incendio della Federación Obrera, avvenuto nel 1920 a Punta Arenas e con le rivolte operaie a Santa Cruz (Argentina) nel 1921. Tutti questi movimenti dei lavoratori sono nati dalle esigenze di salari più alti e migliori condizioni di vita. Inoltre intendevano contrastare il potere dei latifondisti che controllavano gran parte dell'attività economica, finanziaria e produttiva e godevano del pieno appoggio dei governi e dello stato.
I lavoratori in Patagonia australe, nel decennio tra il 1910 e il 1920, sottomessi al rispetto delle regole e delle routine di un capitalismo selvaggio, senza nessun tipo di legislazione in materia di diritto sul lavoro, si trovavano a dover contrastare da soli il potere politico, economico e culturale di imprenditori, governi, esercito e dalla Chiesa cattolica.

Puerto Natales (Patagonia cilena) - Operai dei frigoriferi Bories
sul mezzo a locomozione di proprietà della fabbrica

In 24 ore la vittoria operaia

Il 20 gennaio 1919, i lavoratori dei frigoriferi di Puerto Bories si dichiararono in sciopero. Esigevano la riduzione delle ore lavorative giornaliere a 8 e il reintegro di alcuni carpentieri licenziati ingiustamente nei giorni precedenti, dopo ripetute condotte illecite, minacce gratuite e soprusi da parte dei capi reparto e degli amministratori; questo fece allertare le autorità del territorio, che subito avvertirono il governatore del territorio e richiesero rinforzi militari per la regione di Magallanes. Allo stesso tempo, il comitato patronale presieduto da Don Elías Braun (della società Braun & Blanchard) si recò a Última Esperanza per cercare di trovare una soluzione, attraverso un colloquio diretto con la sub-delegazione natalina della Federazione dei Lavoratori, la Federación Obrera.
La vittoria operaia fu ottenuta dopo 24 ore. Il 21 gennaio, mentre i delegati sindacali trattavano con il maggiore dell'esercito, Luis Bravo, gli operai in sciopero, riuniti in assemblee, rinnovarono le richieste specificando l'esigenza della riduzione delle spese per le spedizioni marittime del 40% e la riduzione del 30% dei costi dei beni di prima necessità. Le comunicazioni tra la Federación Obrera di Punta Arenas e la sotto-delegazione di Puerto Natales inoltre erano costanti, quotidiane; l'appoggio era forte e il fermento cresceva.
Il 22 gennaio sembrava che l'accordo fosse stato raggiunto e firmato dai proprietari della società in cambio della ripresa delle attività lavorative dei lavoratori dei frigoriferi Bories. Ma il 23 mattina, quando un operaio delegato della Federación Obrera presentò le dimissioni chiedendo quanto gli fosse dovuto per l'ultimo lavoro svolto, la richiesta venne rifiutata con la scusa che il lavoro non era stato fatto a modo. La notizia girò e gli operai si prepararono a un nuovo scontro. In presenza dell'amministratore dei frigoriferi Kidd, una delegazione di operai formulava proposte per trovare un accordo, che venivano però respinte dall'amministratore, noto ai dipendenti per i suoi comportamenti vili e il suo carattere prevaricatore.
Il comitato dei lavoratori difendeva le ragioni dell'operaio, mentre l'amministratore si manteneva fermo sulle sue posizioni. All'improvviso estrasse un revolver e sparò ai delegati, uccidendoli all'istante. Iniziò una colluttazione armata tra i padroni, gli operai e i carabinieri, con versioni discordanti su chi sia stato a sparare per primo, nonostante nessuno potè negare che a morire per primo fu il delegato Carlos Viveros.
I carabinieri non poterono ammettere che Kidd non avesse sparato, ma cercarono di giustificarlo dicendo che il suo intento era quello di ferire il delegato e non di ucciderlo; dissero anche che a sparare fu un carabiniere nascosto dietro una cisterna. Altre versioni dicono invece che anche Viveros fosse armato e che nello scontro fu il primo a sparare, mancando l'amministratore. Ma la tesi non reggeva e anche i periodici del potere dell'epoca si videro costretti a rivedere le proprie accuse; risultò poi che gli operai ai frigoriferi, assistendo all'omicidio in diretta, accerchiarono e rincorsero l'amministratore Kidd, che scappò rifugiandosi in un ufficio dove intervennero i carabinieri. In quell'occasione morirono altri due operai e nello scontro venne colpito anche un carabiniere.

Puerto Natales (Patagonia cilena) - Tomba dei caduti
durante la comune situata al cimitero cittadino
foto di Gaia Raimondi

Inferociti per le perdite e i soprusi, gli operai...

La tensione cresceva anche sul treno gremito di operai che volevano tornare a Natales, mentre i carabinieri li aggredivano impedendo loro di fuggire. I lavoratori si trincerarono poi nel quartier generale, issando provocatoriamente una bandiera rossa sul tetto della centrale e gli scontri continuarono dalle 14 alle 20. Ci furono altri morti da entrambe le parti. Nel frattempo, in città, il negozio di viveri di proprietà Braun & Blanchard espose, come da accordo, i nuovi prezzi della merce che, come constatarono con grande indignazione tutti i natalini, anziché essersi abbassati erano stati raddoppiati. Beffa e inganno in un momento già così tragico fecero esplodere la rivolta armata, sostenuta da almeno 500 persone.
Tornati in città dai frigoriferi dopo ore di scontri, gli operai, inferociti per le perdite e i soprusi, si riunirono in assemblee di piazza, ottenendo la solidarietà di tutti i negozianti della città, che appoggiarono lo sciopero totale, fuorché il negozio Braun & Blanchard, che rimase aperto come ulteriore provocazione, dopo aver completamente stravolto le carte in tavola degli accordi di pochi giorni prima. In risposta a quella sfacciata arroganza, gli operai diedero fuoco al negozio. Il 23 pomeriggio il clima insurrezionale divenne dunque accesissimo; la città venne travolta dalle manifestazioni e dalla folla inferocita che marciava per le strade della città, procedendo a incendiare l'ufficio della banca di Punta Arenas, mentre altri negozi commerciali (tra cui il magazzino Braun & Blanchard) furono aggrediti alla ricerca di armi da fuoco e munizioni.
Per inciso, la banca di Punta Arenas (di proprietà dei proprietari dei ranch) non riuscì mai più a riaprire i suoi uffici a Puerto Natales. I volontari della Croce Rossa si offrirono di mediare, soccorrendo i feriti e cercando un contatto con le autorità per placare la repressione. Ma erano fuggiti tutti. Il sotto-delegato dell'esercito, il maggiore Bravo, aveva abbandonato la città, chiedendo rinforzi all'argentina e alle altre regioni cilene. L'esercito marciò sul palazzo di giustizia fino alla sede dei Carabineros, dove ripresero gli scontri, durati 6 ore, e che terminarono con l'uccisione di sei poliziotti e tre lavoratori; tredici persone rimasero ferite.
Il vuoto di potere lasciato dalle autorità spaventate e fuggite al confine tra Cile e Argentina in attesa che arrivassero i rinforzi e i permessi per aprire il fuoco sugli insorti, permise agli operai di assumere il controllo diretto di Puerto Natales e dei frigoferi; fu anche proclamato uno sciopero diffuso e un'immediata auto-organizzazione dei servizi e dei beni di prima necessità. L'improvvisato Comité Obrero, insieme alla Croce Rossa, iniziò a gestire una situazione totalmente nuova, cercando di far cessare gli scontri e facendosi carico di interagire con tutte le istituzioni della città, amministrando le risorse e ristabilendo una pace condivisa, che durò però pochi giorni. Intanto, il 26 gennaio, il maggiore Bravo tornò in città scortato da 40 ufficiali argentini, scontrandosi nuovamente con operai e famiglie al Cerro Castillo, ma temporeggiando perché nel frattempo erano arrivate due navi cariche di militari e flotte marittime, pronte ad aprire il fuoco.

Museo di Puerto Natales (Patagonia cilena) - La stampa dell'epoca

Le sentenze definitive

Gli operai, già provati dal numero di vittime, si trovarono assediati dalla presenza cospicua di militari in città che iniziarono una rappresaglia di arresti e controlli; accettarono così di trovare un accordo ed evitare altra repressione. Chiesero il non licenziamento dei lavoratori che avevano partecipato alle lotte, cercarono una via di fuga per i delegati sindacali più compromessi e rivendicarono nuovamente i propri diritti.
Il 28 gennaio gli operai ripresero le attività nei frigoriferi e l'attività commerciale tornò a funzionare.
Interessante è constatare che 3 anni dopo, nel processo portato avanti contro alcuni partecipanti del movimento e durato mesi, furono quasi tutti assolti dal tribunale del territorio. Il processo venne avviato contro 27 leader e lavoratori di Puerto Natales. Nella sentenza finale vennero condannati al carcere Froilan e Abraham Vasquez, Jose Labra, Juan Ruiz e Domenico Miranda, mentre vennero assolti i lavoratori Jorge Ursich, Pablo Diaz, Jose Espinoza, Juan Flores, Luis A. Ojeda, Ventura Muñoz, Seconda Vera, Gerónimo Svitanich, Francisco Lopez Hernandez, Isaia Latorre, Delfino Oyarzún, Martin Romero, Jose Rossi, Juan Silva, Eulogio Silva, Atanasio Palomino, tra gli altri, per mancanza di prove per condannarli. L'autorità politica territoriale di quel tempo fece richiesta di appello e il processo continuò presso un altro tribunale.
Le sentenze definitive vennero proclamate a Valparaiso, nel marzo del 1923, dove furono condannati Luis Ojeda, Froilán Vásquez, Abraham Vásquez e José Labra per i crimini di attacco ad agenti dell'autorità. Il delegato maggiore Bravo, invece, non venne condannato né per aver abbandonato l'ufficio e il posto di lavoro, né per essersi appellato agli ufficiali argentini per risolvere il conflitto, né per aver scomodato l'artiglieria marittima di due nazioni, ma la sua fuga disperata rimase nella memoria di Puerto Natales per molti anni.

Breve ma significativa esperienza di libertà

La rivolta dei lavoratori di Bories e Puerto Natales è diventata parte definitiva della memoria storica dei popoli nativi e della storia sociale di Magallanes e della Patagonia. È importante sottolineare il carattere unico di questo evento sociale. Una dimensione che è stata poco presa in considerazione nella frondosa storia locale. In effetti, la rivolta iniziata nel gennaio 1919 nel magazzino di Bories e la presa della città di Puerto Natales da parte dei lavoratori armati è un evento unico e senza precedenti nella storia sociale cilena.
Per tutto il XX secolo non c'è nessun altro evento socio-politico di questa natura in Cile: i lavoratori di questa parte del mondo non hanno mai guidato una “comune”, un assalto violento alle strutture di un'industria al fine di far valere le propri rivendicazioni e un'esplosione sociale che culmina con l'assunzione del controllo di un'intera località da parte di lavoratori organizzati.
Il drammatico conto finale delle vittime della vicenda ammontò a 30 persone, oltre ai detenuti e ai processati, che ovviamente furono solo operai, perché né l'amministratore dei frigoriferi né alcun carabiniere venne condannato e nemmeno chiamato a giudizio per i fatti di quel tragico inverno, anzi estate patagonica del 1919.
Gli operai non dimenticarono però i propri compagni, dedicando loro lapidi e una piazza, in omaggio a coloro che caddero per aver preso d'assalto il cielo, come disse Karl Marx riferendosi ai comuneros di Parigi nel 1871. Durante la dittatura di Pinochet ci fu un tentativo di seppellire nuovamente questa storia tragica e al contempo valorosa, cambiando il nome della piazza e proibendo ricerche e pubblicazioni sull'argomento.
Ma finita la dittatura, la piazza è tornata ad essere dedicata alla memoria dei caduti del 23 gennaio 1919 e la cittadinanza di Puerto Natales comincia a riconoscere come propria questa breve ma significativa espressione ed esperienza di libertà.

Gaia Raimondi

  1. Sono conosciuti anche come Ona, il nome che avevano dato loro gli Yamana o Yaghan, i quali vivevano nei canali delle isole della Terra del Fuoco fino a Capo Horn e insieme agli Alakauf o Halakwulup o Kaweskar abitanti dei canali delle isole cilene a Nord-Ovest della Terra del Fuoco, formavano il gruppo dei cosiddetti Fuegini marittimi, occupanti le coste meridionali e occidentali e le isole minori dell'estremo Sud del continente americano. I Selk'nam e gli Haush, loro affini e pure estinti, detti Fuegini pedestri, rappresentavano uno dei principali gruppi Ona e si dividevano a loro volta in due gruppi, quello settentrionale e quello meridionale, tra loro ostili. Sono stati tra gli ultimi ad essere scoperti dai colonizzatori europei, nel XIX secolo.
  2. Abitante della Terra del Fuoco.
  3. https://www.portaloaca.com/historia/historia-libertaria/12992-volcan-reclus-el-misterioso-volcan-de-la-patagonia-que-lleva-el-nombre-de-un-anarquista.html.
  4. http://federacionanarquistaderosario.blogspot.com/2013/06/insurreccion-obrera-en-bories-y-toma-de.html. Iván Ljubetic Vargas, Insurrección obrera en Bories y toma de Puerto Natales, Chile (1919)La Comuna de Puerto Natales, http://escritoresyartistas.tripod.com/comuna_natales.htm fuente http://escritoresyartistas.tripod.com/comuna_natales.htm.
  5. https://coyunturapolitica.wordpress.com/2009/01/16/la-revuelta-obrera-de-puerto-natales-en-1919-un-aporte-a-la-historia-de-los-trabajadores-de-la-patagonia/.