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Rivista Anarchica Online





Movimento anarchico di lingua italiana/
Dal 1945 al 1960

Immaginiamo che un compagno, da poco entrato nel Movimento, dopo aver letto Bakunin, Kropotkin e Malatesta, voglia poi verificare come i principi formulati dai pensatori, oltre che attivi militanti, testè citati, siano stati declinati nel movimento anarchico italiano dell'800 e del ’900.
Si premette che l'immaginario lettore può disporre di una letteratura abbondante, diversificata e qualificata, che gli propone semmai l'imbarazzo della scelta. Ma per fermarsi soltanto al ’900 e più specificamente all'epoca storica a noi cronologicamente meno lontana, quella cioè periodizzata fra l'immediato secondo dopoguerra e gli anni ’60 prima del ’68, non vi è stato aspetto del movimento che non sia stato studiato e analizzato.
Si dispone infatti delle biografie dei militanti e pensatori, che hanno svolto ruoli diversi, taluni di primo piano, altri di meno, nei 2 volumi del Dizionario Biografico degli Anarchici italiani, vera e propria opera aperta in continuo accrescimento digitale. Continue e approfondite ricerche aprono nuovi punti di domanda sugli snodi cruciali del periodo, rappresentati dalle scissioni della FAI rinata a Carrara e dalla nascita di nuove organizzazioni anarchiche, diverse dalla FAI, come i GIA, oppure come i Gruppi Anarchici d'Azione Proletaria.
Eppure ancor molto vi è da dire, da esaminare e da leggere, come dimostra il libro di Fabrizio Giulietti L'anarchismo in Italia (1945-1960) (Galzerano Editore, Casalvelino Scalo – Sa 2018, pp. 400, € 25,00).
Esaurita la prefazione di Giampietro Berti, densa quanto scettica e realistica sulle assai limitate possibilità concrete che il movimento anarchico aveva di poter innescare un processo rivoluzionario nell'immediato dopoguerra, dal momento che era condizionato, come del resto tutta la sinistra, dagli effetti nefasti della guerra fredda, si entra nel vivo della ricostruzione storiografica.
L'autore, che da molti anni si dedica alla storia dell'anarchismo, si muove agevolmente su tre piani: l'archivistico, il bibliografico e saggistico e quello più propriamente interpretativo delle fonti prese in esame. Ne consegue un quadro di riferimento fattuale quanto più verosimile sia possibile, la rilettura dei testi dedicati al periodo che sono valorizzati dal confronto dell'uno con l'altro e delle vere e proprie scoperte storiografiche e politiche, come si rileva dall'esame della rivista “Volontà”.
Sulla scorta di una ricostruzione esemplare delle prese di posizione di “Volontà” nei riguardi dei GAAP, l'autore fa emergere l'elevato spessore politico di Giovanna Caleffi Berneri, la sua lungimiranza relativa alla progressiva erosione dell'anarchismo tra le masse popolari, così come via via viene messo in ombra dai partiti di massa, e l'impegno sociale e politico della nostra compagna per sviluppare delle alternative anarchiche e socialiste libertarie al declino dell'anarchismo, tra i lavoratori e le masse popolari, intorno agli anni ’50 e ’60 in Italia.
Viene inoltre valorizzata dall'autore la dimensione rappresentata dalla sensibilità politica degli anarchici dell'epoca del quadro politico nazionale ed internazionale, così come viene espressa nelle varie forme di comunicazione a disposizione del movimento, fra cui soprattutto, all'inizio del periodo, quella orale, attraverso la citazione del libro caposcuola di Italino Rossi La ripresa del movimento anarchico e la propaganda orale dal 1943 al 1950 edito nel lontano 1981.
In conclusione il libro di Giulietti contribuisce a fornire un quadro di insieme di un movimento molto più vivo e dialettico di quanto non si pensi, descritto in un periodo molto difficile della sua storia più che secolare in Italia, dalla cui lettura l'immaginario lettore potrebbe trarre, come anch'io li ho tratti, spunti interessanti relativi alla valutazione di quanto l'anarchismo attuale sia uguale e diverso rispetto a quello pre 68.

Enrico Calandri


Scuola/
L'esperienza di un insegnante libertario

A mio avviso, se vi si riflette un attimo, l'agile libretto di Rino Ermini La mia scuola: com'era e come l'avrei voluta edito da La Fiaccola (Noto – Sr, pp. 141, € 8,00) è una sorta di manuale per l'uso della scuola da parte di un libertario desideroso di vedere dei risultati concreti e verificabili, qui e oggi, della propria azione in un contesto delicato come quello scolastico o, se si preferisce, una mappa utile ad affrontare un percorso critico.
So bene che, quando si tratta di un lavoro altrui, specie di quello di un altro compagno che si apprezza, non si dovrebbe parlare di sé. Ma quando parlo con Rino, o quando leggo qualcosa che ha scritto, non posso fare a meno di pensare che il mio attraversamento della scuola pubblica sino alla pensione sia stato straordinariamente più leggero per un verso, e più accidentato per un altro, con continui cambiamenti di insegnamento, di ordine di scuola, di istituto. La conseguenza è stata che non mi sono mai posto con la stessa intensità l'obiettivo di modificarla.
Mi sono essenzialmente dedicato a combattere, come sapevo e come potevo, la struttura gerarchica che la regge, più che a praticare con le necessarie competenze una pedagogia libertaria a tentarne, non so con quanto successo, una dialogica. Insomma più che un insegnante libertario ritengo di essere stato un libertario che faceva l'insegnante.
Pagato questo tributo alla mia, assai blanda, vanità, è il caso di tornare al testo di Rino. Vale la pena rilevare due cose. In primo luogo Rino non nasce come insegnante, ha una ricca esperienza precedente di lavoro, in particolare ma non solo nelle ferrovie – come narra in altri suoi scritti, come in In prima persona. Autobiografia di un anarchico edito sempre da La Fiaccola. Ciò gli fornisce, a mio avviso, chiavi di lettura della realtà scolastica diverse, e secondo me più ricche, di quelle di chi nasce e muore insegnante.
In secondo luogo, lavora nella scuola a lungo, dalla fine del 1984 alle fine del 2013 ma insegna solo in due scuole, una media inferiore e un istituto tecnico agrario. Ciò gli permette di sedimentare le sue esperienze, di guardare l'evoluzione della situazione e gli effetti della sua educazione come insegnante, se vogliamo di programmare sul medio periodo la sua attività. Su questo insiste quando afferma, ad esempio “se più volte in un anno, o ogni anno, si è costretti a cambiare posto è difficile che si possa lavorare bene, non essendo concesso un ragionevole lasso di tempo necessario alla costruzione di progetti di ampio respiro e a lunga scadenza con gli studenti con cui si ha a che fare.”
Nel caso di Rino Ermini, quando si afferma “con gli studenti con cui si ha a che fare” il con vuol dire qualcosa di preciso e significa fare riferimento allo sforzo continuo di praticare una pedagogia antigerarchica.
Se guardiamo alla struttura del testo, è interessante vedere come Rino parta da una valutazione dei collegi docenti, dalle relazioni fra docenti e dirigenti e poi fra i docenti stessi, individuandone vari tipi. Ovviamente lo fa criticamente e nel tentativo di ipotizzare come potrebbero essere in una situazione diversa. Prosegue con lo stesso approccio quando tratta dei consigli di classe, delle elezioni dei rappresentanti dei genitori, della programmazione comune. Uno sforzo di descrivere la realtà e di immaginarne un possibile superamento.
Vi è, a mio avviso, ovviamente uno scarto quando si parla di uscite didattiche e viaggi di istruzione non come situazioni perfette, ma al contrario come occasioni di fuoriuscita dal grigiore burocratico, dall'istituito, dal previsto, dalla morta routine. Insomma, oggi, sembrerebbe che gli unici possibili spazi di libertà siano fuori dall'istituzione scolastica, come dimostrano i capitoli su scrutini, debiti e crediti, provvedimenti disciplinari.
Insomma, un universo che ha vissuto processi di innovazione determinati dalle lotte degli anni '70, ma che ha gradualmente riassorbito la spinta all'innovazione pur non potendo del tutto liquidarne le tensioni interne.
In un certo senso, dunque, un diario individuale che parla di una generazione, delle sue vittorie e delle sue sconfitte e che cerca di trarne alcuni insegnamenti e alcune proposte.
A mio avviso, non è poca cosa.

Cosimo Scarinzi


Letteratura per l'infanzia/
“Da quando è crollato il ponte”

“Oggi tuttavia non si può soltanto piangere, è tempo di imparare qualcosa.”
(10 ottobre 1963, Tina Merlin)

“Da quando è crollato il ponte” è una delle espressioni più frequenti negli ultimi tempi a Genova e non solo. A partire dalle narrazione di quell'evento, spesso percepito come surreale e impossibile, sino alla rabbia di esuli e vittime di quel disastro, si indica quel giorno come un confine, un prima e un dopo, un muro fra ciò che era e ciò che è. Accanto al ricordo permane ancora vivo il terrore, il rumore, l'odore di quella “caduta” accompagnato dalla percezione che la linea netta del “da quando il ponte è crollato” abbia tragicamente trasformato la quotidiana esistenza di innumerevoli persone, ma altresì abbia influenzato l'immaginario comune. Accanto alla perdita di vite, case, spazi, passaggi che necessitano di un'urgente e immediata soluzione, si sgretola, più silenziosamente e senza quasi accorgercene ciò che intendiamo per “ponte”. Il suo significato e l'immaginario entro cui lo pensiamo si trasforma.
Cosa farne ora di questa parola?
Se penso a quei giorni percepisco chiaramente la mia personale sensazione: lì tutti abbiamo perso molto, forse tutto, e in quella moltitudine anche ricordi d'infanzia. Quel tempo in cui i ponti erano qualcosa da inventare, costruire, disegnare, per far sì che due cose si potessero collegare, unire e incontrare. Ed è proprio all'infanzia a cui penso, nominata più volte fra le nostre parole, è proprio l'infanzia che se n'è andata sotto quelle macerie.
È proprio l'infanzia, quella che resta che piange di singhiozzi, è proprio l'infanzia quella che guarda con occhi sgranati ad un qualcosa che prima c'era ed ora non c'è più, è a quell'infanzia che dobbiamo portare cura e attenzione.
Mi riferisco all'infanzia dei bambini e delle bambine e l'infanzia che ognuno di noi tiene a cuore in sé. Di fronte ad essa si è aperto un vuoto, uno spazio di desolazione, una rottura da ripensare, ricolorare e comprendere. Quel “mostro del ponte spezzato” ha cambiato l'orizzonte e il paesaggio della città in cui prima “il ponte” era immerso, un paesaggio che è fisico, emotivo, relazionale, concettuale.
Adesso si tratta di prendere per mano l'infanzia condividere con lei domande e pensieri su quella mostruosità, ma altrettanto, in questa dolorosa e spaesante resilienza collettiva, mantenere anche un altro immaginario, quello del ponte come passaggio, incontro, arco temporale fra un punto e l'altro.

Così, saltando di pietra in pietra,
i due bambini si incontrarono in mezzo al fiume.
Si guardarono a lungo e sorrisero,
felici di potersi finalmente parlare.”
Il ponte dei bambini

Per fare questo ci corre incontro la narrazione che ci concede, nel suo racconto, di sperimentare un altro reale immaginario. Due narrazioni, la prima un albo illustrato scritto da Max Bollinger e da Štĕpán Zavřel, Il ponte dei bambini (Bohem Press Italia, Trieste 2008, pp. 32, € 15,00) e la seconda un romanzo di Aidan Chambers, Quando eravamo in tre (Rizzoli, Milano 2008, pp. 462, € 17,00).
L'opera di Zavřel e Bollinger è straordinaria perché parte da un desiderio di libertà che si esprime non soltanto nella narrazione, ma anche attraverso segni pittorici, poetici e visionari. Zavřel e Bollinger con il loro “ponte dorato dei bambini” rappresentano di fronte ai nostri occhi “pieni di meraviglia di colore e parole semplici”, l'impegno all'amicizia e alla solidarietà. Un ponte e dei bambini ci restituiscono un immaginario politicamente necessario. La sua narrazione ci porta dentro a quel segreto, proprio dell'infanzia, di cedere il passo “ad altro da sé” proprio costruendo ponti. Il bambino e la bambina della storia sanno far scoprire a noi lettori, e ai loro genitori, che ancor prima di questa “costruzione di ponti” dovrebbero esistere il desiderio dell'incontro e che questo possa avvenire nella quotidianità.
È importante che nel nostro immaginario non si perda questa intenzione.

Sarebbe un delitto.
Lo capisco, che c'è bisogno di una risistemata, ma non così.
Voglio dire, questo posto è ricco di storia.
Non ci avevo mai pensato finora.
Centinaia di anni di gente
che ha attraversato il ponte,
milioni di persone probabilmente.”
Aidan Chambers

Quando eravamo in tre di Aidan Chambers, ci porta ad un'altra storia di ponte, in un luogo pronto ad accoglierci e ospitarci, un rifugio che darà vita a cambiamenti, trasformazioni e passaggi.
Il racconto è per un'infanzia da ragazzi e ragazze e adulta che trova forza nell'affrontare le vicende di Jan, Tess e Adam e del loro ponte. Tess e Jan ci accompagnano nel ripercorrere la loro storia. Tutto ha inizio quando, un giorno, Jan decide di diventare il custode di un ponte per riuscire così a vivere come un eremita “soltanto per esistere ed essere se stesso”. Questo lavoro, che appare inizialmente come insignificante in un luogo sperduto nel nulla, lo conduce e ci conduce, a prendere contatto con l'idea che un ponte possa significare molto di più di ciò che s'immagina.
Stare lì da soli a osservare la gente che passa sul ponte, solo per attraversarlo e non per fermarsi, ne fa emergere la sua natura più intima. Una paradossale condizione, fermi nel passare, che ci fa comprendere come un ponte possa essere non solo qualcosa che si supera, ma qualcosa sul quale possiamo fermarci, guardare di sotto, guardare al di là, guadare altrove. Jan ci mostra il guardare al di sotto, a se stessi, a ciò che abbiamo dentro noi, Tess il guardare al di là, l'altra riva quella che ci sembra diversa, ma familiare e Adam è l'altrove, ciò neppure ci sembra di questo mondo. Il ponte permette di giocare a tutto questo e avere contatto con la molteplicità. Jan, che ricorda Janus, dio dei ponti, delle porte, dei passaggi e degli archivolti, colui che ha facce e vede di qua e di là. Adam, l'inatteso, l'errante. Tess la custode antica.
Chambers con una scrittura limpida, decisa e schietta ci fa sapere cosa vuol dire “vivere su un ponte” con il suo profondo richiamo che unisce le cose separate. Jan, Adam Tess ci suggeriscono che ogni cosa va dotata di significato e niente succede e basta. Ci aiutano a risignificare “un ponte crollato” con un “ponte vissuto e abitato”; ci ricordano anche, attraverso un racconto di Kafka, che il “ponte dei legami” si sorregge solo se chi si affida ad esso è sorretto nella reciprocità.
Come dicono Adam e Tess i ponti uniscono cose che altrimenti non si incontrerebbero, consentono di attraversare, di andare da una parte all'altra. In tutte e due le direzioni. Che sono muri con un buco in mezzo. Che le cose e le persone ci passano sopra e sotto. Che sono luoghi dove la gente s'incontra, dove si rifugia, dove si affaccia a guardare cosa c'è sotto. Da dove si pesca, si gioca ai bastoncini di Pooh, e a volte si deve pagare per passare. E da dove a volte ci si butta. The toll bridge, titolo originale del romanzo, fa comprendere che a volte “il prezzo che si può pagare per passare un ponte” è intollerabile.
Adam, Jan e Tess sono la custode e i custodi dell'immaginario del ponte e lo difendono da quegli usurpatori e parassiti che lo intendono vendere, e per farlo essere ciò che non è. Grazie a quel tempo passato sul ponte, e non solo attraverso il ponte, comprendiamo che non possiamo essere utenti di ponti, occupatori di ponti, sfruttatori di ponti, assassini di ponti, perdiponti, ma solo custodi di ciò essi sono e ci fanno pensare di essere: le pietre che nel formare insieme l'arco colmano vuoti.
Come ci sorprende, nella nebbia, il ponte di De Conno nel suo Buon viaggio e come ci accompagna Beatrice Masini attraverso le sue parole “quando cammini per conto tuo e stai bene così. E quando incontri qualcuno e ti accorgi che stai bene anche così, con qualcuno”, ci sorprenderà e accompagnerà al tempo stesso la lettura di queste pagine forti, tenere e fitte di densità di esistenze.
Tutti lì vicino, possiamo attraversare e sostare ponti, anche quelli che fanno paura.
Andare incontro a mondi che non conosciamo e camminare sui passi di montagna, ponti naturali, con il naso all'insù lottando così, insieme, contro mostri e le mostruosità.

Silvia Bevilacqua


Donne/
C'è vita oltre il matrimonio, il convento, il bordello

Mi sembra che tutti quelli che osano ribellarsi, in qualsiasi epoca, siano proprio quelli che rendono la vita possibile: sono i ribelli che spostano in avanti i confini dei diritti, passo dopo passo.
Natalie Clifford Barney

Un luogo comune non ancora completamente estinto è quello che vede la figura della donna realizzarsi principalmente nel ruolo di moglie e madre. Luogo comune così radicato nell'intimità costitutiva, che ancora oggi per molte di noi pare non esista una piena libertà di scelta, esente da condizionamenti, interamente liberata dalla rappresentazione maschile del mondo.
Il libro di Valeria Palumbo Piuttosto m'affogherei. Storia vertiginosa delle zitelle (edizioni Enciclopedia delle donne, Milano 2018, pp. 284, € 16,00) ci accompagna attraverso la complessa vicenda di quelle donne che, in epoche diverse, quindi con modalità e stratagemmi differenti, hanno provato a non camminare lungo un percorso già stabilito, e si domanda: Davvero era stato impossibile, in passato, nelle società occidentali, non scegliere tra matrimonio, convento e bordello? (...) Non era probabile che ci fosse stata qualcuna che, in barba alle norme che impedivano, di fatto, a una donna di muoversi in libertà fuori di casa e di mantenersi con il suo lavoro, avesse comunque voluto scegliere la solitudine? E che nesso c'era tra questa scelta e la castità o l'inclinazione sessuale? Si erano battute per la “singletudine” soltanto lesbiche e sessuofobiche? (...) Infine, che relazione c'era tra certe forme di aggregazione religiosa delle donne, tra certi cenacoli di artiste, che magari sorgevano all'ombra del convento, e la scelta di non sposarsi?
Sappiamo bene che proprio sull'intreccio costituito tra verginità, maternità e matrimonio si è formato gran parte del controllo sociale su noi donne e che la chiesa cattolica ha ulteriormente calcato la mano facendo passare per buona l'idea di una vergine/madre fornendo così un “modello impossibile” da raggiungere e dalle conseguenze devastanti.
Cercando di dipanare proprio questo intricato rapporto, e mostrandone in maniera documentata le molteplici varianti, prende forma un libro che ha il grande pregio di riuscire ad affrontare temi corposi con leggerezza e spirito ironico, così da farne una piacevole lettura. Di certo è un testo dal quale partire per sviluppare ulteriori approfondimenti e la ricchissima bibliografia che chiude il volume ci suggerisce proprio questa opportunità. Ciò che sembra superato per sempre a volte può ripresentarsi con sembianze anche peggiori e i nostri tempi, in questo senso, sono pieni di inquietudine. Conoscere il passato è sempre importante per non farsi prendere alla sprovvista e senza strumenti di difesa.
Si parte dai miti e si arriva alla storia moderna, da quando Artemide ottenne dal padre Zeus di restare vergine e non doversi mai sposare, fino all'anarchica pensatrice statunitense Voltairine de Cleyre (contemporanea di Emma Goldman – nata nel 1866 la prima e nel 1869 la seconda – che sbadatamente non viene citata) che nel 1890 fece una spietata e lucida analisi del matrimonio (Sex Slavery, conferenza tenuta nel 1890 e pubblicata postuma nel 1914 nel volume Selected Work e ora disponibile sul web). Nella conferenza attaccava le leggi dell'epoca che rendevano, di fatto, il marito proprietario della moglie, dei suoi beni e dei figli, mostrando così l'ipocrisia di un sistema legale e morale che incatenava le donne, permettendo ogni cosa agli uomini, e invitava le donne a ribellarsi anche se non tutte, purtroppo, furono d'accordo con lei.
All'interno della lunga carrellata di personaggi che si conclude intorno alla metà del secolo scorso, gli spunti interessanti sono davvero molti; ricordo i movimenti penitenziali femminili sorti intorno al tredicesimo secolo, quelle comunità chiamate delle beghine che si organizzavano in piccoli monasteri autonomi, fuori dalle mura delle città, vivendo come monache, studiando e discutendo di religione, ma senza alcuna regola imposta poiché intuivano come questo avrebbe immediatamente innescato lotte di potere.
Il medioevo fu un periodo in cui una gran schiera di figure femminili si piazzarono lungo quei margini che mischiavano i confini tra devozione, misticismo e stregoneria e che meriterebbe ben più di un capitolo. Allo stesso modo come non desiderare di andare più a fondo nella conoscenza di tutte quelle scrittrici nubili, vissute tra Settecento e Ottocento quali Jane Austen, Charlotte Brontë, George Sand, Louisa May Alcott, Emily Dickinson, ciascuna di loro una porta che si apre rivelando, insieme a mondi interiori, la cultura dell'epoca che le vide protagoniste. E lo stesso vale per le scrittrici del Novecento – una fra tutte la grande Virginia Woolf – che nei loro romanzi raccontano un mondo che la scrittura maschile aveva frainteso o addirittura ignorato, quello delle donne non sposate viste come figure autentiche – non le caricature descritte nei romanzi maschili –, personaggi tormentati, che fanno fatica a confrontarsi col loro tempo, i loro desideri e anche i loro stessi pregiudizi.
Si arriva alle ultime pagine avendo acquisito la consapevolezza di quante furono quelle – anche se poche in senso assoluto – che nei secoli cercarono di trovare modi per sopravvivere all'emarginazione, alla violenza, per dare un po' di respiro alle loro vite altrimenti soffocate.
Oggi non possiamo più accontentarci e per questo è fondamentale non abbassare la guardia, soprattutto di fronte ai biechi tentativi in atto di cancellare i diritti che ci permettono di scegliere e decidere della nostra vita. Prendiamo esempio, non dimentichiamo: potrebbe essere la funzione di questo libro.

Silvia Papi


Dal ’68 al ’78/
Un filmato sulla partecipazione di massa

Il terrorismo, le stragi di Stato ne fecero un decennio terribile, ferito, ma è altrettanto vero che, come dice Silvano Agosti nel presentare il suo docu-film Ora e sempre: riprendiamoci la vita: “In futuro, se ci sarà uno storico onesto, sentirà come legittima la necessità di avvicinare i dieci anni trascorsi dal 1968 al 1978 ai grandi eventi che hanno saputo cambiare il mondo come la rivoluzione francese e la rivoluzione russa”.
Dedicato all'ex-leader di “Lotta Continua” ammazzato dalla mafia trent'anni fa, Mauro Rostagno, e a tutti quelli come lui che hanno lottato per un mondo migliore, Ora e sempre è un inappuntabile montaggio di immagini (in un bianco-nero ripulito) girate in quei dieci anni da Agosti con lo spirito di un documentarista di strada molto zavattiniano.
Un filmare, il suo, che vuole imprimere un metodo, tracciare un segno di partecipazione attiva alle lotte politiche di quel tempo. Ora e sempre non è ricordo, ma un rivisitare, un lavoro di prospettiva e niente affatto di circostanza, uno squarcio su scampoli di cronaca che hanno segnato in profondo il nostro Paese.
Le immagini di Agosti sono forti, riprendono una sorprendente agitazione di massa, scorrono sui cortei degli studenti contro “la scuola dei padroni”, sulle esequie dei braccianti ammazzati ad Avola dalla polizia, sulla folla smarrita dopo le stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza Della Loggia a Brescia, sui comizi sindacali dove dal palco un passionale Bruno Trentin sprona “alla lotta di massa lunga e inesorabile fino alla vittoria”, sulle famiglie che difendono il diritto alla casa, sulle assemblee degli operai delle officine Fiat, su Alberto Moravia che grida “abbiamo perso un poeta” ai funerali di Pasolini, sulle istantanee del rapimento di Aldo Moro.
Incastrate tra uno spezzone di immagini d'archivio e l'altro, ci sono poi le voci di Bernardo Bertolucci, Paolo Pietrangeli, Mario Capanna, Massimo Cacciari, Franca Rame (che evoca lo stupro subito), Nuto Revelli, Alberto Grifi, Pietro Valpreda. Le loro testimonianze completano il manifesto di una forza, di un'energia, di un miracolo che rese corpo unico e meraviglioso quel movimento collettivo di protesta che voleva la fine dei poteri precostituiti per (ri)prendersi seriamente la vita.
Presentato all'ultimo Festval di Locarno e ora nelle sale, il film di Agosti (regista rimasto sempre ostile alle logiche del cinema industriale) è uno “Stabat Mater” per tutti quelli che lottarono e perirono sul campo, una meditazione su un decennio di straordinaria partecipazione di massa, su un inaudito coinvolgimento alla politica, alla vita civile, che oggi ce lo possiamo solo sognare.

Mimmo Mastrangelo