Rivista Anarchica Online





Ricordando Fiorenza Tarozzi/
Una ricercatrice storica molto vicina all'anarchismo

Il 15 luglio 2017 è morta a Bologna, dov'era nata nel 1948, Fiorenza Tarozzi.
Docente di Storia contemporanea presso l'Università di Bologna e presidente del Comitato di Bologna dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Fiorenza aveva lasciato l'insegnamento nel 2016. Allieva di Aldo Berselli, ha dedicato inizialmente la sua attività di ricerca alle origini del fascismo, alla storia del giornalismo, del socialismo e dell'anarchismo, del movimento cooperativo e soprattutto del mutualismo operaio ottocentesco, con i suoi risvolti sociali ed economici, su cui aveva pubblicato Il risparmio e l'operaio (1978). Senza abbandonare questi ambiti di studio – che scaturivano da un interesse profondo, radicato nella sua biografia personale e famigliare, per la storia “vista dal basso” – Fiorenza è venuta allargando i suoi interessi, negli anni ’80 e ’90, alla storia sociale, alla storia delle donne, al rapporto fra donne e lavoro, agli approcci culturali e antropologici di quei soggetti della storia, a lungo trascurati dalla storiografia tradizionale.

Fiorenza Tarozzi

Persona colta, curiosa e gentile, sempre disponibile nei confronti dei suoi studenti, Fiorenza nel corso degli anni ha collaborato diverse volte con iniziative promosse da istituzioni culturali libertarie. Ci limitiamo qui a citare il saggio introduttivo scritto nel 1984 per il Catalogo della Mostra “Il movimento anarchico a Castelbolognese (1870-1945)”, la relazione su Virgilia d'Andrea, la poetessa dell'anarchia, presentata al Convegno di studi su “Armando Borghi nella storia del movimento anarchico italiano e internazionale” (Castel Bolognese, 17 e 18 dicembre 1988) e, soprattutto, il contributo rilevante fornito alla realizzazione del Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani (BFS, Pisa, 2003-04), con la compilazione diretta di numerose schede e con il coordinamento (insieme a me) del gruppo dei collaboratori per l'Emilia-Romagna.
Era una nostra cara amica, oltre che una preziosa collaboratrice, e la sua perdita ci rattrista.

Gianpiero Landi
Biblioteca libertaria “Armando Borghi”
(Castel Bolognese)




Femminismo e buen vivir/
Intervista a Francesca Gargallo

Francesca Gargallo ha iniziato a riconoscersi come femminista molto presto. La dinamica che porta all'oppressione delle donne è stata la chiave che le ha permesso di capire la società e lottare contro le ingiustizie.
Il suo amore per l'America Latina è nato a 23 anni. Quando nel 1980 è arrivata in Nicaragua ha conosciuto l'entusiasmo rivoluzionario, in un'epoca in cui “purtroppo le rivoluzioni erano ancora incentrate sull'idea di uno Stato-nazione”. Era partita dall'Italia mossa dal sentimento internazionalista che in quell'epoca spinse molti giovani a conoscere e appoggiare la rivoluzione sandinista nicaraguense. Ma dopo un anno decise di lasciare il paese. “Innanzitutto perché non sopportavo il caldo”, dice ridendo. “E poi perché c'era tantissimo maschilismo tra i rivoluzionari. Se ti ribellavi contro le espressioni maschiliste ti accusavano di essere una controrivoluzionaria”.
La scrittrice femminista siciliana decise quindi di trasferirsi in Messico, dove vive tuttora. È stata docente di filosofia nell'Universidad Autónoma de la Ciudad de México (UACM) e non ha mai smesso di scrivere: romanzi, poesie, saggi e racconti per bambini, per lo più in spagnolo.
Nei quasi 40 anni in cui ha vissuto e viaggiato per l'America Latina, ha avuto la possibilità di conoscere molte donne indigene organizzate. Da quell'incontro è nato il suo libro Feminismos desde Abya Yala, che ha pubblicato nel 2012.

O.B.

Dopo aver incontrato donne di 607 popoli indigeni affermi che esiste una relazione tra il femminismo e la ricerca del buen vivir. Secondo te tutte le donne che lottano per migliorare le loro condizioni si possono definire femministe?
Senz'altro. “Femminismo” è una parola che condensa e che traduce; come tutte le traduzioni è riduttiva, ma ci può dare un'idea di ciò che è incontrarsi e riflettere tra donne per il benessere delle donne all'interno della loro stessa società. Definirsi femminista è tradurre un concetto molto più ampio, molto più complesso e molto più specifico di ogni lingua e cultura, di ogni gruppo di donne che si riunisce. Esistono donne indigene che usano vere e proprie metafore per definirsi: alcune si riconoscono come “le donne del cuore”, altre dicono “siamo le donne che lottano”, altre ancora dicono “siamo le donne che cercano una buena vita”. Ogni volta che la ricerca di questa buona vita parte dalla riflessione tra donne e per il benessere delle donne, io credo che si possa parlare di femminismo.

Francesca Gargallo
foto Brenda Santos de la C.

Allo stesso tempo sei molto critica nei confronti del femminismo accademico occidentale. Perché?
Il femminismo accademico occidentale è uno dei tanti modi in cui la “società della conoscenza” convoglia a proprio beneficio tutti i saperi che provengono dalla società. Il femminismo era una lotta proveniente da tutti i settori sociali, dalle donne riunite nelle loro cucine per cambiare il mondo, e l'Università si è appropriata di questa conoscenza, l'ha portata nelle aule, l'ha inserita in un sistema di specializzazione. Certo, il femminismo accademico occidentale ha anche degli aspetti positivi: esiste una filosofia critica che viene dal femminismo. Ma è stato portato nelle aule per depotenziarlo, per togliergli la sua forza politica.

Non è successo la stessa cosa al femminismo latinoamericano?
Una parte del femminismo in America Latina sta nelle aule. In Messico si prendono in grande considerazione teorie che non sono latinoamericane, è evidente quando nei programmi di studio non trovi Margarita Pisano, non trovi Julieta Kirkwood ma trovi Judith Butler. D'altra parte ci sono anche molti gruppi di incontro tra donne che stanno creando una giustizia propria che si distanzia da quello che il patriarcato impone alle donne, ad esempio la vergogna dopo lo stupro. Oggi le donne si uniscono per creare una giustizia che risolva il loro diritto alla vita e al benessere.

Un femminismo in cui si riconoscono molte donne latinoamericane è il femminismo comunitario. Che cos'è?
È un modo di definire femminismi che sono nati all'interno delle comunità indigene di Bolivia e Guatemala e che oggi sono stati abbracciati da donne che fanno parte di comunità indigene, o da donne che sono arrivate dalle città a lavorare e vivere con loro.
Secondo i femminismi comunitari, la colonizzazione dell'America è stata una colonizzazione di genere, che ha cambiato le relazioni tra donne e uomini stabilendo ciò che è femminile e ciò che è maschile, lasciando così fuori le donne mascoline, gli uomini femminili, le persone con una sessualità non riproduttiva e le donne che non vogliono stare in una relazione di coppia.
La colonizzazione ha imposto un sistema di genere di tipo binario: o sei donna o sei uomo; se sei donna ti occupi di certe cose, se sei uomo di altre. Presso molti popoli che vivevano in America prima dell'arrivo degli spagnoli questa condizione era più egualitaria, o differenziata ma con maggiori livelli comunicanti, e non necessariamente esisteva una differenza così marcata tra il pubblico e il privato.
Inoltre, secondo i femminismi comunitari, la cultura della comunità stessa mette le basi per vivere bene all'interno di quella comunità, dopodiché una donna si può aprire al mondo: prima di aprirci al mondo dobbiamo trovare la nostra storia di resistenza come donne e la nostra storia di “buona vita”, ora e come donne di questa comunità specifica, che ha bisogno di curarsi dal colonialismo e dal patriarcato cresciuto con il colonialismo. La colonizzazione ha imposto la dote e i matrimoni combinati, che prima non esistevano.

Secondo il femminismo comunitario, l'incontro tra le culture americane e la cultura europea ha originato una forma originale di patriarcato. Come si definisce e che caratteristiche ha?
Si chiama “crocevia patriarcale” ed è una definizione sviluppata da due pensatrici che vivono in luoghi molto diversi. Una è un'indigena xinca guatemalteca che si chiama Lorena Cabnal, l'altra è un'indigena aymara della Bolivia che si chiama Julieta Paredes. Hanno lavorato sull'idea di maschilismo contemporaneo come frutto di un lungo processo storico che ha avuto un momento critico durante la colonizzazione americana, quando il patriarcato presente nelle comunità si rafforzò con il patriarcato cristiano colonialista.
Il patriarcato latinoamericano è particolarmente violento perché nasce dal colonialismo, dal genocidio, ed è profondamente contrario ai popoli indigeni in cui le donne rappresentano il 50% della popolazione e sono la struttura portante dell'economia comunitaria. Questo è il “crocevia patriarcale”, è la radicalizzazione dei patriarcati originari causata dal contatto con il patriarcato coloniale, cristiano e assassino.

Orsetta Bellani




Leo De Berardinis/
Uno spirito libero, un maestro di teatro

“Maestro per generazioni di attori. Uomo avverso ad una cultura che addomestica e addormenta. Ricercatore dell'insopprimibile senso del nuovo, grido d'allarme contro la perdita dei valori”. Sono parole riportate sulla lapide che l'amministrazione comunale di Gioi Cilento ha fatto collocare all'esterno della modesta abitazione dove Leo De Berardinis nacque nel 1939. A dieci anni dalla morte il piccolo centro del salernitano – insieme a Vallo della Lucania (dove a Leo è stato dedicato il teatro comunale) e Marigliano – ha voluto ricordare questo eccezionale protagonista del nostro teatro d'avanguardia con un'articolata manifestazione in cui era prevista anche una mostra e la titolazione di una via. De Berardinis morì a Roma dopo sette anni passati in coma a seguito di un malriuscito intervento di chirurgia plastica, quel decesso così assurdo fu e rimane una grande perdita per il nostro teatro.
Attore, regista, autore del pensiero forte, De Berardinis ha rappresento la via italiana ad una scena diversa e totale. Un cammino artistico il suo in cui – sin dalle prime prove sperimentali alla Ringhiera di Trastevere, passando per la straordinaria esperienza periferica di Marigliano con la sua compagna del tempo Perla Peragallo, fino alla fondazione a Bologna del “Teatro di Teo” e alla direzione del Festival di Santarcangelo di Romagna – si è condensato un pensiero multiforme, potremmo definirlo filosofico, ma non nel senso di una speculazione di pensiero, quanto piuttosto riferito a un modo di condurre l'esistenza. Spettacoli come, tra gli altri, “Sir and Lady Macbeth” (1968), “King lacreme napulitane” (1973), “Delirio di Leo” (1987), “Totò principe di Danimarca” (1990), “L'impero della ghisa” 1991, “I giganti della montagna” (1993) racchiudono una creatività e una visione totale del palcoscenico.

Leo De Berardinis

Per De Berardinis il teatro era lo specchio profondo del tempo, dove l'uomo riflette se stesso, non per fermarsi nella fissità della propria forma, ma per scrutarsi, allenarsi, come un danzatore. La scena secondo lui si giustifica solo se diviene paradigma dell'abbattimento delle differenze economiche e culturali, se ha la potenza di trasformare se stessa (e gli altri) senza abbassare, svendere la propria arte. Proprio per questo, puntualizzava De Berardinis, “bisogna ricominciare con semplicità e realismo, fare piccoli passi, ma determinanti, dare adito a grandi aperture e non lasciare attecchire il qualunquismo. Il teatro può rinascere tutti i giorni, ma a condizione che lo si diffonda tra le gente come una vocazione e non per consenso strumentale e acritico”. Salire su un palcoscenico, insomma, dovrà sempre significare stare tra la gente, perché solo stando tra la gente si può pensare ad una scena non in astratto.
“Cominciamo con semplicità – diceva De Berardinis – iniziamo da un teatro che non divida il palcoscenico e la platea, ma che sia mentalmente un unico spazio scenico, senza distinzione fra palchi, loggione e platea, artisti e spettatori. L'evento teatrale lo si fa insieme, per cui prepariamoci senza affanno e retorica ed essere partecipatori, e non soltanto osservatori da una parte e venditori di merce dall'altra”.

Mimmo Mastrangelo




Ricordando Bert Altena/
Storico dell'anarchismo che amava la vita

Il 3 ottobre 2018 ci ha lasciato, a 68 anni, Bert Altena, storico olandese dell'anarchismo. Il suo nome sarà probabilmente sconosciuto ai più, perché poco o nulla di suo è stato pubblicato in Italia. Tuttavia egli era una delle figure più apprezzate nella cerchia internazionale degli storici dell'anarchismo. Nato l'11 luglio 1950 e laureatosi nel 1978, ha lavorato per anni per la “International Review of Social History” per poi insegnare fino al 2014 alla Erasmus University di Rotterdam. Ha scritto articoli e libri su Ferdinand Domela Nieuwenhuis, Max Nettlau, Arthur Lehning, l'anarchismo e antimilitarismo olandese e il sindacalismo rivoluzionario. Numerose sono anche le sue curatele di volumi collettanei, fra cui, nel 2014, Reassessing the Transnational Turn: Scales of Analysis in Anarchist and Syndicalist Studies.

Bert Altena

Bert era una persona di buon cuore che amava la vita. Bonario e sempre sorridente, generoso coi colleghi, era alieno dalle piccolezze che spesso caratterizzano gli accademici, anche di fede o simpatia anarchica. Alle conferenze, sia che presentasse un suo lavoro, presiedesse una sessione o sedesse fra il pubblico, si distingueva sempre per intelligenza e buon umore, ed era poi una presenza immancabile alle susseguenti serate in birreria.
Il dolore per la sua scomparsa è temperato solo dalla speranza che qualche editore lungimirante possa pubblicare o tradurre una raccolta di suoi scritti.

Davide Turcato




Francia/
Il “caso” Laronze, ucciso dall'amministrazione

Jérôme Laronze è stato ucciso a colpi di pistola da un agente della Gendarmerie, il 20 maggio 2017 a Sailly, nella Francia centro-orientale. Allevatore trentaseienne, al momento dell'omicidio era latitante da nove giorni, braccato da ventisei agenti di polizia.
Cos'aveva fatto Jérôme Laronze per giustificare un simile dispiegamento di forze? Com'è possibile che un poliziotto abbia finito per ucciderlo con tre colpi di pistola, uno nel fianco e due nella schiena, lasciandolo per mezz'ora a dissanguarsi e soffocare sul ciglio di un viottolo di campagna, prima di portargli i dovuti, ma ormai inutili, soccorsi? Come può questo omicidio essere la conclusione di una procedura scaturita da alcune banali irregolarità burocratiche? Ricostruiamo.
È nel 2003 che Jérôme prende le redini dell'azienda che da cinque generazioni appartiene alla sua famiglia. Nel giro di pochi anni converte l'allevamento alle tecniche dell'agricultura biologica e lo predispone alla vendita su circuiti locali. Il lavoro è molto ma Jérôme sembra cavarsela, salvo qualche difficoltà con le paperasses (scartoffie).
Risalgono infatti al 2010 i primi attriti con l'amministrazione. Nel corso di un controllo a sorpresa, Jérôme viene trovato in possesso di alcuni vitelli non segnalati alle autorità. Niente di losco o allarmante: semplicemente, come molti allevatori, per ridurre il volume delle “scartoffie” Jérôme segnala le nascite dei nuovi vitelli una sola volta al mese, invece che in tempo reale come un controllore zelante può pretendere. Rilevata l'anomalia, i servizi veterinari chiedono di sottoporre i nuovi nati ad esame del DNA, per stabilirne la filiazione, ma Jérôme rifiuta di adeguarsi a “tecniche di identificazione criminale”. Il suo gregge viene messo sotto sequestro dai servizi veterinari della DDPP (Direction Départémentale pour la Protection des Populations).
Una volta sottoposta a divieto di vendita e abbattimento, l'azienda vede azzerati i propri introiti, mentre il gregge si moltiplica al di là delle capacità foraggere della tenuta. Gli animali dimagriscono, alcuni addirittura muoiono. Per questo, nell'aprile 2016, Jérôme viene condannato a tre mesi di prigione e 5000 euro di multa per “maltrattamento animale”. “L'amministrazione spoglia l'allevatore e poi lo processa per nudità”: è il commento di un vicino. (vedi Hugues Berges, Je ne connaissais pas Jérôme Laronze, www.sniadecki.wordpress.com).

Jérôme Laronze

Il 6 giugno 2016 i controllori della DDPP intervengono per procedere al sequestro del gregge, senza preavviso e sotto scorta della Gendarmerie. Nel corso delle operazioni, Jérôme è tenuto sotto sorveglianza da agenti armati. Le mucche a quanto pare non apprezzano la presenza dell'esercito sul pascolo: si agitano, abbattono una palizzata e tentano di attraversare un canale. Cinque di loro muoiono affogate e calpestate dal resto del gregge. In seguito al disastro e grazie all'intervento della sorella avvocato di Jérôme, la situazione viene frettolosamente regolarizzata dalla direzione della DDPP. Una parte dei documenti di identificazione degli animali, però, è andata smarrita nei meandri dell'amministrazione. Per i quattro mesi successivi, Jérôme subisce le pressioni di un altro ente, gli EDE (Établissements De l'Élévage, organismo preposto alla schedatura dei capi d'allevamento), i quali reclamano quei documenti che la DDPP non sembra in grado di ritrovare.
A partire da questo momento Jérôme interrompe ogni contatto con l'amministrazione. Le comunicazioni della DDPP e degli EDE vengono cestinate senza essere lette. Risale a questo periodo la lunga lettera inviata al giornale locale, nella quale è descritto l'incubo burocratico-amministrativo nel quale si trova invischiato. Jérôme rivendica con lucidità le ragioni che lo spingono ad opporsi ai controlli, ma racconta anche di essersi recato una notte presso l'abitazione della responsabile dei controlli della DDPP, “munito di corda e sgabello” per impiccarsi nel giardino della persona che l'ha apertamente insultato, offeso e minacciato.
I vicini, la famiglia, la Confédération Paysanne (sindacato cui l'allevatore aderisce dal 2014), la stampa e le autorità locali, tutti sono a conoscenza dello stato di prostrazione in cui si trova Jérôme. Ma l'amministrazione procede come un rullo compressore, senza che se ne capisca più la necessità. L'11 maggio 2017, sempre senza preavviso e sempre sotto scorta armata, i controllori della DDPP ritornano all'azienda. L'ordine è lo stesso dell'anno prima: sequestrare l'intero gregge per avviarlo al mattatoio.
All'arrivo degli agenti, Jérôme si trova al volante del suo trattore. Non scende dal veicolo quando gli viene intimato di farlo. Riesce a schivare gli agenti che tentano di accerchiarlo, ripara in casa. Da lì telefona a un'amica per raccontarle quello che sta accadendo e chiederle di avvertire la stampa. L'amica si spaventa, teme che Jérôme possa suicidarsi, avverte i pompieri. Nel frattempo gendarmi e controllori sporgono denuncia per minacce, “violenze aggravate” e resistenza a pubblico ufficiale.
Riassumendo, al momento della fuga Jérôme è: perseguito dall'amministrazione per irregolarità nella gestione del bestiame, ricercato dalle forze dell'ordine come criminale pericoloso, segnalato alle autorità sanitarie come persona bisognosa di cure psichiatriche. Ci sono tutti gli elementi per scatenare una caccia all'uomo in grande stile.
A nulla servono la lucidità e l'ironia che Jérôme dimostra nei successivi contatti col giornale locale. “Non ho nessuna intenzione di suicidarmi. È tempo di elezioni, faccio la mia campagna”. Jérôme non vuole scappare: vuole approfittare dell'attenzione creata dalla sua latitanza per esporre le proprie posizioni politiche: “L'iper-amministrazione non è di alcuna utilità per gli agricoltori, produce solo umiliazioni e vessazioni. È ai venditori e agli intermediari che fa comodo. Il mio caso è solo uno tra mille, ma illustra bene come l'eccesso di regolamentazione conduca alla distruzione dell'agricoltore”.
Queste frasi vengono pubblicate il 19 maggio. Il mattino dopo, una pattuglia avvista la vettura di Jérôme, accostata lungo una mulattiera. Jérôme dorme sul sedile del conducente. Si sveglia all'avvicinarsi degli agenti, avvia l'auto e tenta di scappare. Gli agenti sparano, sei colpi in sette secondi, tre dei quali vanno a segno. Le telecamere dei Taser riprendono la scena dell'auto di Jérôme che esce di strada e va a incagliarsi tra i cespugli. Gli agenti si allontanano dal luogo del delitto. I soccorsi arriveranno mezz'ora dopo, trovando Jérôme già morto.
Le perizie balistiche sono chiare: nessun colpo è stato sparato frontalmente. I gendarmi non si trovavano dunque sulla traiettoria dell'auto al momento degli spari: Jérôme non ha cercato di investirli, come è stato detto in un primo momento.
Una frase di Jérôme, pubblicata nella sua prima lettera ai giornali, assume il valore di una profezia, di una domanda alla quale qualcuno dovrà pur trovare una risposta: “Se la Grecia antica aveva i propri riti e le proprie credenze, oggi, a me, in nome di quale dio, sull'altare di quale valore è stata promessa l'ecatombe?”.
Il processo al gendarme che ha sparato è in corso, ma è l'intera amministrazione a dover fornire delle risposte.

Enrico Bonadei
enricobonadei.altervista.org




Ricordando Fabio Meregalli/
Un antifascista a tutto tondo (e la questione del fine vita)

Lo scorso 28 ottobre, all'Istituto dei Tumori di Milano, è morto Fabio Meregalli. Un amico carissimo di Aurora, mio, della redazione tutta. Da oltre un trentennio era “quello del fax”, poi della fotocopiatrice, dei computer: la “sua” ditta “A” Service (con tanto di “A” cerchiata) è stata per decenni la nostra ditta di riferimento. Oltre che con Fabio, abbiamo avuto a che fare con altri suoi soci, dal mitico Gegè morto in un incidente stradale nello scorso millennio, ad Andrea, Giampiero, ecc. Ma con Fabio c'è sempre stata una relazione speciale, le sue venute qui in redazione erano quasi sempre occasione per scherzare, cazzeggiare, caffè, io e lui appassionati motociclisti, ma lui era un biker serio, giubbotto e mentalità alternativa. E poi si parlava di Carla, la sua compagna di una vita, e di Milena, la loro figlia, “la creatura” come amava citarla lui.
Ha sempre bazzicato (anche) gli anarchici, un po' i centri sociali, ma il suo chiodo fisso era l'antifascismo. A livello cittadino si è impegnato moltissimo, manifestazioni, intergruppi, volantini. Era spesso incazzato per quelle o quelli che si defilavano dagli impegni presi. Un generoso, una persona su cui sapevi di poter contare.
Da qualche anno si era progressivamente allontanato dalla propria diversificata attività politico-sociale, pur continuando a frequentare il circolo anarchico “Ponte della Ghisolfa”. Esprimeva preferenze per i cani, gli sembravano (diceva scherzando, ma non troppo) più affidabili, calorosi e simpatici di troppi compagni. Ma è sempre rimasto il Fabio sorridente che ti raccontava le sue vicende familiari, politiche, motociclistiche con la solita umanità e allegria.

Fabio Meregalli

Un giorno della scorsa primavera entra in redazione fortemente zoppicante. “Ma smettila di far finta di essere un ragazzo, hai i tuoi anni. E smettila di cadere dalla moto” gli dissi. Il sorriso si spense subito quando ci raccontò di una visita per alcuni dolorini, gli esami, il ricovero immediato per tumori sparsi ovunque nel suo corpo. Rapida discesa, sempre peggio. A Ferragosto ci incontriamo in un campeggio a Marina di Massa: un bel pranzo e chiacchierata con Aurora e Carla. Ci sono ancora nell'aria progetti, vede le bozze del nostro libro su Fabrizio, si parla come sempre di anni ’70, di moto, dei cani, di musica, dell'anarchia. Ci si lascia con un abbraccio.
Poi il suo rientro a Milano, l'ospedale e la fine. Giunta come spesso succede: aspettata e inaspettata allo stesso tempo.
Della sua possibile prossima morte avevamo parlato qualche mese prima, ridicendoci che entrambi siamo laici e atei. Noi che lottiamo per la libertà nel vivere, spesso ci dimentichiamo di lottare per la medesima libertà e dignità nel morire. Quando tutto precipita, poi, d'accordo con lui, prendo contatto con Marco Cappato, tesoriere dell'Associazione “Luca Coscioni”. Disponibile, efficiente, umano. Ma ormai è troppo tardi.
Per informazioni pratiche, ma anche per un'importante battaglia civile per il diritto a morire dignitosamente, loro – i radicali dell'Associazione “Luca Coscioni” – costituiscono a mio avviso una via maestra, eticamente chiara. Certo loro sono radicali e noi siamo anarchici. E allora?
Per questa battaglia di libertà possiamo ritrovarci, come altre volte in passato. Di sicuro la affronteremo prossimamente sulle nostre pagine. È una tematica di libertà, individuale e sociale. Quindi è una tematica anche nostra. E di tutte le persone laiche, libere, libertarie.
Intanto grazie Marco, anche da parte di Fabio.

Paolo Finzi




Antropologia/
Ceronetti fa rima con insetti

Alla memoria di Guido Ceronetti. Non conosco altro libro infatti come Insetti senza frontiere che tratti in maniera esplicita della difesa degli insetti. Ceronetti sarà ricordato forse troppo tardi. Lo scopro per caso cercando “insetticida” su A-Rivista Anarchica, pochi giorni prima della sua scomparsa. Un caso? Questo breve scritto vuole esserne una sorta di riflessione.

P.G.

Il cloro è il simbolo nascosto dello Stato, del controllore, del tecnocrate. Sia chiaro, il cloro è solo uno dei tanti composti della tavola periodica, e non è malvagio in sé, ma per come viene ricombinato, riassettato. Sbagliamo a prendercela con gli insetti, il problema è sempre piuttosto chi ci fa odiare l'insetto. Ronzano aerei di morte ma siamo più infastiditi dal ronzio delle mosche sul cibo.
Siamo nell'era della clorurizzazione totale della specie, del controllo nebulizzato.
Che cosa hanno in comune i composti chimici come la Sertralina, il Sucralosio, il D.D.T. e il Cloro-Sarin? Sono tutte molecole che hanno almeno un atomo di cloro nella loro struttura.
Fra le bibite gassate, i chewing-gum e in un sacco di prodotti di uso comune che assumiamo senza pensare, troviamo una fra le tante armi banali della nostra industria dell'alimentazione, il sucralosio. La banalità del male è stata infiocchettata e ora sta in tutti i negozi di caramelle, nei farmaci, nelle diet-coke.
Nello stesso modo in cui assumiamo un dolce e un non-dissetante tè con ghiaccio, ci facciamo imbottire di psicofarmaci che ci rendono gelatina. Le molecole esterne, tutti gli xenobiotici non ci fanno più paura, dai sintetici ai naturali non siamo più controllati, perché tanto tutto è infiocchettato con cura da apparire “bello e consumabile”.
Il cloro-pensiero, moderno “manicomio chimico” per dirla con Piero Cipriano, è arrivato e da lì non si è più schiodato. Anzi, siamo infelici quando non trangugiamo qualche pasticca dal dubbio valore. Il tempo della cura non esiste più, soppresso da agenti xenobiotici, insetticidi per il corpo e per la mente. Che cos'è allora questo mercato globale se non un'immensa rovina luccicante di cloro? Che cosa sono i corpi? Che cosa può un corpo?
A tal proposito Francis Bacon brutalmente ci restituisce un'immagine mozzafiato dicendoci: «noi siamo carne, siamo potenziali carcasse. Ogni volta che mi reco dal macellaio mi stupisco di non essere lì io al posto dell'animale».
Tuttavia è forse nel celebre libro di Franz Fanon, I dannati della terra, che ritroviamo la vera natura dell'insetticida-cloro come arma totale; infatti Fanon scrive: «occorre mettere sullo stesso piano il D.D.T. che distrugge i parassiti, vettori di malattia, e la religione cristiana che combatte in germe le eresie, gli istinti, il male. Il regresso della febbre gialla e il progresso dell'evangelizzazione fanno parte dello stesso bilancio.»

Guido Ceronetti

Verso un vuoto emotivo
Che cos'è allora l'uomo-insetto? L'avvocato degli insetti, Guido Ceronetti, direbbe che gli insetti sono per se stessi e mai per l'uomo, anzi semmai è l'uomo a essere per l'insetto. L'insetto allora ripugnante, o almeno quello identificato come tale, è il tecnocrate, il burocrate, l'uomo-click. Siamo forse noi il cloro-tecnocrate? Che cosa aspettiamo a trasmutare verso altri elementi? Abbiamo dovuto portare l'uomo a somiglianza dell'insetto-dio per poterlo distruggere e per poterlo annientare, silenziosamente.
Ora però, ma già all'epoca dello psichiatria algerino, l'insetticida ha preso varie forme, si è potenziato, è diventato lettere, numeri, si è fatto rarefatto, tanto quanto più solido.
Oggi l'insetticida si è fatto neuro-insetticida, neuro-cloro, neuro-miseria che dilaga. Ma chi ha bisogno di immagini serene e liete quando il mondo collassa? Per salvare da questo mondo occorre un panico che non smette di cantare, danzare; occorre una perturbazione che blocchi il sonno ma non fermi la “macchina da guerra”. Siamo in trincee, persi troppo nelle nostre solitudini.
Ecco che allora le parole di William Burroughs risultato ancora oggi eterne presenti nel suo capitolo Congresso Internazionale di Psichiatria Tecnologica nel Pasto nudo, le porte della visione ci riportano l'immagine dell'americano deansiogenizzato, “il centopiedi nero”, essere diviso, scomposto.
Sebbene tuttavia Burroughs ammetterà che una fra le sue fobie più grandi fosse quella dei centopiedi, non è forse già con l'introduzione dei primi antidepressivi, e poi con la Setralina, che l'uomo diviene insetto, una sua involuzione. Il cloro comanda il mondo perché trafigge, perché igienizza l'uomo. Il verbo igienizzare è il verbo del Lager, dell'istituzione totale. Ceronetti, prendendo il caso dello zucchero, dirà nel suo aforisma 16 in Insetti senza frontiere che sarà la causa della morte dei popoli arabi e nordafricani. Ma cosa dovremmo dire noi poveri bianchi consumatori di sucralosio, super-saccarioso-insetticida?
Ecco che allora ritroviamo un vecchio articolo sul disastro avvenuto a Bhopal, in cui George Bradford scrive: «Se ne ricava un'immagine davvero impressionante: quella della civiltà industriale come un unico, grande, puzzolente campo di sterminio. Viviamo tutti a Bhopal, alcuni più vicini di altri alle camere a gas e alle fosse comuni, ma tutti abbastanza vicini alle vittime.»

Il neuro-totalitarismo
Siamo arrivati nella situazione, in questo ristagno globale in cui il cloro non è solo pericoloso, ma persino preferibile all'elemento non-clorato. Abbiamo smesso di porci domande, di volere “molecole” dalla forma semplice, in cambio di diluenti sintetici che smacchiano, cancellano vite non solo umane, ma tutta la vita. In cambio di cosa? Merce. Tutto questo genera tecno-spasmo, iper-spasmo, rintocchi verso un vuoto emotivo, convulsioni vuote.
Come allora si cura tutto questo, il panico, il dolore assente della non presenza nel mondo? Come si cura allora una carcassa non-presente come non-merce? Sertralina. Cloro.
Ecco la macchina capitalista alla sua macchina potenza, vapori di cloro in ogni città, in ogni attimo. Ossigenio, carbonio, idrogeno – molecole della semplicità, come possiamo riscoprirle? Come riscoprire i corpi?
Lo sterminio, o per usare un termine “bifiano”, il neuro-totalitarismo è qui, dove sono le vie di fuga? Questo è un imperativo presente non solo da pensare, fuori dalle logiche contaminate e putrescenti del Cloro, ma soprattutto creare azione-flussi. Mi consola il desiderio di vita del manifesto del dopofuturismo di Franco “Bifo” Berardi.
Ad ogni modo, cercando “chloro society” e “halogen society” sul noto motore di ricerca non mi salta fuori nulla di significativo, tanto per capire se sto copiando qualcuno. Il punto fondamentale, però già Günther Anders lo aveva individuato in L'uomo è antiquato. Vol 2: «Se noi siamo ciechi nella nostra capacità d'immaginazione gli apparecchi sono muti; con il che voglio dire che la loro apparenza non rivela affatto la loro reale potenzialità. [...]
Essi fingono un'apparenza che non ha nulla a che fare con la loro vera natura, sembrano meno di ciò che sono.
A causa della loro apparenza troppo modesta, non si riesce più a capire ciò che sono. Molti, come per esempio le bombole di gas Cyclon B usate ad Auschwitz, che si differenziavano di poco dai barattoli per la conserva della frutta, hanno un'apparenza da “nulla”.» Qui il filosofo coglie appieno quello che oggi è sotto i nostri occhi: il de-potenziamento non solo dell'immagine, ma dell'uomo stesso, dove “la merce è più importante della non-merce”, in cui non esiste più nemmeno, secondo Anders un corpo pieno, ma solo corpi dentro un «fare decapitato». L'esperienza della conoscenza quindi non solo è inibita già nel momento dell'atto del conoscere, ma proprio perché lo “stato delle cose” è auto-replicante, eterno virus replicante.
Pierre Bourdieu propone un contropotere simbolico che possa fungere da arma contro il potere, contro il “potere rarefatto”. È forse possibile? Ma come compiere questa delicata e impellente operazione se le idee, i ricordi e le azioni sono subito bloccate nel nascere? Nell'era dell'OGM, del trans-genetico, della super-genetica l'idea è ridotta a stringhe di codice e la soluzione ci verrà data da algoritmi installati su A.I. Senzienti. L'acronimo A.I. allora dovrebbe essere espresso più come: Allarme Immediato.
Franco Berardi, in Heroes Mass murder and suicide ci ricorda infatti: «Penso che la prossima partita si giocherà sulla neuro-plasticità (...) Al contempo, dobbiamo disegnare le linee di una nuova etica, in grado di trattenere la nostra umanità nel corso della transizione trans-umana.»

Come andare contro la follia del nostro tempo?
Nell'era in cui non è più l'oro a luccicare, ma è il cloro a prendere in mano la scena globale, allora che cosa bisognare fare?
Ricostituire “nuclei di felicità” ci dice Franco Berardi, allora sarà una impresa che non sarà semplice, che dovrà prevedere parecchio “fuoco” nei confronti del cloro, del neuro-totalitarismo.
Punto di contatto fra il Rizoma di Deleuze&Guattari e il Micelio di Paul Stamets in Mycelium Running, è il biorisanamento. Nel caso specifico trovo significativo questo esempio riportato nel libro di Stamets: Magic mushrooms versus Nerve Gas (“Funghi magici contro gas nervino”)?
In questo caso specifico del micologo statunitense infatti capiamo che il micelio e i miceti del genere Psyilocybe riescono attraverso un processo enzimatico a scomporre alcuni tipi di gas nervini (VX). Ma ciò che vale per la natura, la terra, vale anche per l'uomo? Quale rizoma può decolonizzarci dal cloro? La natura, per Stamets “risponde alle catastrofi con forme apolitiche. Noi spesso no”.
Concludendo, come poter uscire dalle nebbie del cloro? Non è forse attraverso una intensificazione delle “condotte perturbate”, per dirla con Basaglia? O è una completa follia? Non è forse l'ultimo secolo una completa follia? Ma fino a che punto possiamo accettare la nostra follia personale e collettiva col fine ultimo di andare contro le rovine del mondo? Come andare contro la follia del nostro tempo senza non attraverso una operazione militante di oltre-follia, di oltre-ironia irriducibile all'elemento umano?

Pietro Galeotti




Teatro/
“El panadero”. L'anarchia e la pasta madre

El panadero” (il fornaio) è la storia di Sante, un ragazzo che vuole diventare fornaio perché ha un sogno, fare il pane per tutti. E così lotta per tenere viva la pasta madre che ha ereditato dal nonno. Parte alla volta di Buenos Aires dove inizia a lavorare in un panificio e lotta insieme ai compagni per salvaguardare la naturalezza del pane e distribuirlo a tutti, segnando così la storia politica e gastronomica dell'Argentina.
Lo spettacolo, un classico one-man-show, è stato presentato la scorsa primavera, a Milano, al teatro Trebbo. Un'oretta davvero coinvolgente, soprattutto per chi – come noi della redazione – ha subito riconosciuto le bandiere rosso-nere, i nomi che rimandano a storie: Sante Caserio, fornaio, attentatore di un presidente della repubblica francese nell'800, Severino Di Giovanni, anarchico abruzzese, emigrato in Argentina, editore e rapinatore, al centro di controversie in campo anarchico, fucilato nel 1936.
Per capire meglio cosa c'è dietro questa operazione culturale, abbiamo intervistato Dario Menee, attore e ideatore dello spettacolo.

Paolo – Se io ti dico “carbonara anarchica”, caro Dario, tu che cosa mi dici?
Dario – Ti parlo delle origini del mio spettacolo teatrale, noi volevamo proprio che la gente mangiasse durante lo spettacolo. Abbiamo iniziato a pensarci io e un mio amico, Francesco Tetti, a Buenos Aires, dopo che avevamo lavorato per un po' in un call centre. A tutti e due era capitato di leggere, in quel periodo, la biografia di Severino Di Giovanni ed eravamo stati colpiti da quella dura vita di anarchico, poi fucilato al grido di “Viva l'anarchia”. Un nostro amico punk argentino,, un po' alternativo, ce ne aveva dato una copia.
Noi avevamo un alto concetto, tipicamente italiano, del mangiar bene e del conseguente star bene, e la carbonara – diffusa in Argentina ma spesso con variazioni locali per noi inconcepibili – era concretamente il nostro star bene. Abbiamo cercato in rete il significato di quell'aggettivo “carbonara” e siamo risaliti alla Carboneria e a momenti significativi del primo Risorgimento italiano. C'era poi chi parlava degli operai che trasportavano il carbone, con la loro lotta di classe nelle miniere.
All'inizio, col nostro spettacolo, ci siamo limitati a parlare dell'attualità politico-sociale dell'Argentina. L'apice della crisi c'era già stato un po' di anni prima, ma era rimasta una diffusa conflittualità sociale. Va tenuto presente che in Argentina la politica è un argomento molto sentito dalla gente, soprattutto dai giovani.

Una scena dello spettacolo

Questa è stata la prima fiamma, ma poi come è nato questo spettacolo?
È stato un work-in-progress, che ha coinvolto molte persone che hanno partecipato per un periodo alle mangiate/chiacchierate. Poi Francesco si è tolto e si è avvicinata una ragazza di origine calabrese, Cecilia Settembrino, che non aveva pratica di regia, ma era determinata a collaborare a quello spettacolo. Iniziammo a fare prove a casa sua, poi in un locale enorme che apparteneva a una cooperativa di ferrovieri.
Abbiamo lavorato a todo pulmón, incessantemente, sapendo che la strada sarebbe stata lunga. Ci sarebbero voluti vari anni. Ma non ci scoraggiammo, il mondo teatrale argentino era così.
La storia iniziale era quella di un panettiere che avrebbe voluto solo fare pane, ma era subissato di richieste per fare forme di pane difficili e assurde: quindi alla fine impazzisce.
Ma poi la storia virò verso quella versione attuale che avete visto qui in teatro, a Milano, pochi giorni fa. Non mi ricordo perché, ma a un certo punto incontrammo la pasta madre: farina, acqua, impastarla tutti i giorni, ogni giorno assemblea per vedere chi la seguiva, discussioni, anarchia. In quella fase di preparazione Sante, il panettiere, era un mancato bombarolo. Era stato scoperto e in qualche modo con le indagini poliziesche aveva inguaiato i suoi compagni. Nello spettacolo si vedeva Sante ritornare al forno dopo tanti anni e meditare su quel mancato attentato. Avevo trovato dei vecchi giornali dei sindacati dei panettieri.
Cominciai a lavorare con un'altra regista, Luciana Diaz, lo abbiamo presentato a Mar del Plata, avevo contattato associazioni di italiani. Era ancora un abbozzo.
Poi mi sono trasferito a Napoli, la città più sudamericana d'Italia. Lì l'ho fatto vedere al regista Ettore Nigro, un mio compagno di accademia. Gli è piaciuto, abbiamo inserito un personaggio in più, Severino, e abbiamo deciso di chiudere lì la ricerca e partire con lo spettacolo. Abbiamo debuttato a Napoli all'asilo Filangeri, un posto bellissimo.

Viene fatto in italiano e spagnolo, all'estero lo fai tu o Ettore?
Io sono contrario al copyright, ma mi rendo conto che bisogna viverci con l'arte. Comunque in questo caso non c'è scenografia, e Davide lo fa differentemente da me.
Io sono andato in Venezuela, lui ha continuato a farlo, anche all'Expo. Ora che sono in Italia, ci alterniamo, cerchiamo di suddividere le remunerazioni. E certo siamo interessati a essere contattati per fare spettacoli in fabbriche, scuole, centri sociali, ecc.

Dario Menee

Paolo Rossi e l'improvvisazione
La questione dell'alimentazione è presente anche nell'ultima versione del tuo spettacolo.
In Argentina c'è il grande problema di Monsanto, per la soia transgenica. Passano con gli aerei con il glisolfato, che brucia tutto tranne la soia. Ci sono molte lotte sociali contro l'aumento dei tumori. L'alimentazione è prima di tutto una scelta. Scegliere ogni giorno che cosa mangiare, essere consapevoli di mangiare merda.

Parlaci un po' del protagonista, Sante, e della sua idea di rivoluzione.
Il mio Sante è un non-violento. Severino, l'altro personaggio, è un riferimento generale, volevo fare un omaggio ai simboli. Per me la rivoluzione è un fatto interiore. Senza arrivare al buddismo, bisogna saper stare in contatto con gli altri. Senza dogmi, che a volte ho ritrovato anche in ambienti anarchici. La rivoluzione è una cosa ontologica, dell'essere. È una cosa personale, che io porto avanti – con contraddizioni – tramite anche il mio lavoro.

Nel corso di una bella serata di due/tre anni fa a Rosignano (Livorno) incentrata su Pietro Gori, Paolo Rossi parlò dell'improvvisazione. E disse che, secondo lui, l'anarchia è come l'improvvisazione in campo teatrale: sembra facile, ma richiede almeno 30 anni di attenzione, osservazione, lavoro.
Far pensare, questo è il compito del teatro.

Secondo te è davvero possibile sostituire una volta per tutte il lievito di potassio con il lievito madre?
Impossibile, ci vuole un cura quotidiana, attenta. Come per l'anarchismo.

Quando gli diciamo che provvederemo ad inviargli in omaggio la nostra rivista, per un periodo, come facciamo con tutte/i quanti/e si ritrovano a collaborare con la rivista, Dario ci precisa che la legge da tempo, anche se non regolarmente. Difficile trovarla quando si è in giro. Difficile dargli torto.
Ma, scherziamo, una soluzione c'è: basta farsi intervistare dalla redazione.

Paolo Finzi




Calabria/
La “rosarnizzazione” del lavoro turistico

Il mese di ottobre, per migliaia di lavoratori stagionali impiegati senza alcun contratto nel settore turistico, è stato quello delle verifiche. Dopo aver lavorato dalle 8 alle 12 ore al giorno senza contratto, senza ferie, senza riposo tra un turno e l'altro, con temperature che sfiorano i 40 gradi, ti giunge la notizia che non ci sono i soldi per retribuire il tuo lavoro.
Non sono solo i fratelli africani che raccolgono gli agrumi nella Piana di Gioia Tauro ad essere schiavizzati nella terra dei Bruzi. Baristi, camerieri, lavapiatti, molti dei quali con livelli alti di istruzione (laurea, master, certificazioni linguistiche, esperienze di lavoro all'estero) costretti a pietire, a stagione finita, degli “acconti” sul dovuto di 50 o 100 euro per poter sopravvivere. I media ci hanno informato dell'aumento in percentuale dei flussi turistici, delle prenotazioni e delle presenze turistiche nei luoghi più gettonati della Calabria, della Puglia, della Sicilia ma nessuno si è premurato di raccontare una delle più grandi vergogne italiane.
Qualche sindacalista, convinto che tra i lavoratori ci sia una scarsa consapevolezza dei propri diritti, invita gli stessi a denunciare pur sapendo che, a prescindere da come andrà a finire la vertenza contro il padrone, solo per aver cercato di difendere i propri diritti nessuno ti chiamerà più. Questa situazione non si verifica solo in Calabria. In tv abbiamo assistito alla protesta che si è consumata a Rimini e Riccione, cittadine ad alto flusso turistico dove i proprietari di alberghi e ristoranti si sono ritrovati, alle soglie della stagione estiva, senza personale. Una rivolta gentile che nessuno si aspettava. Dietro la loro rinomata ospitalità, alcuni gestori hanno consumato, per anni, lo sfruttamento più nero. Qualche albergatore della riviera romagnola ha persino dichiarato ai giornalisti che si son dovuti mettere loro, in prima persona, a servire ai tavoli, alla macchinetta del caffè e a pulire le stanze.
Nessuno di loro ha spiegato però che il motivo principale della rivolta degli stagionali è da ricercarsi nei mancati contratti che pure esistono e che stabiliscono regole precise. Ho avuto modo di verificare, “di persona personalmente”, che anche nel decantato Salento avviene la stessa cosa. In un campeggio dove ho soggiornato per il tempo necessario ad informarmi di quanto stava accadendo a Melendugno per la TAP – e anche constatare, nelle campagne circostanti, quante piante di olivo fossero state annientate dalla burocrazia e quante dalla Xylella fastidiosa –, ho discusso con molti giovani lavoratori stagionali, i quali mi hanno raccontato la loro, per nulla gratificante, situazione lavorativa.


foto ChiccoDodiFC/Depositphotos.com

Come si vede in tutto il Paese ci si approfitta dell'enorme esercito di giovani disoccupati che chiedono di poter lavorare nei settori turistici e soprattutto nella ristorazione. Schiavizzare gli africani per sfruttare meglio e precarizzare tutti i lavoratori è la tragica strategia che si persegue in tutta Italia. Altro che il modello Riace. Gli stagionali, per gli strateghi del lavoro nero, non devono continuare a pretendere la contrattualizzazione del lavoro, il rispetto delle regole, della persona, del lavoratore ma dovrebbero, secondo loro, sentirsi persino fortunati se paragonati al modello schiavista di Rosarno con i lavoratori stipati nei campi, sotto le tende, riscaldati da stufe assassine e sopraffatti dalla violenza razzista di alcuni residenti e dalla ’ndrangheta.
Cosa si nasconde dietro il sorriso di molti (fortunatamente non di tutti) albergatori? Inquadramenti irregolari, salari bassi, vessazioni, chef assunti con altri contratti, bagnini utilizzati come factotum, violazione dei diritti elementari. Adesso è giunto il momento di dire basta!

Angelo Pagliaro
angelopagliaro@hotmail.com