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Rivista Anarchica Online




Il saggio, le sue radici e i suoi confini più e meno sfumati


1.
In più di una circostanza mi sono trovato a riflettere sulla differenza tra un “saggio” e un'opera artistica o, detto in termini altrettanto ambigui, tra scienza e letteratura. In quello che io categorizzerei senza ombra di dubbio come un suo “saggio”, Giampaolo Barosso distingue tra “letteratura di suggestione” e “letteratura di comprensione” considerandoli, però, due modalità di un'unica forma di terapia della sofferenza umana. Scriveremmo – non importa di che – per lenire il nostro dolore di essere al mondo e in un mondo che non ci può proprio piacere. Dalla letteratura di comprensione, però, Barosso prova ad escludere i “lavori di psicologia, filosofia e simili”, perché – sostiene – questa “tende in prevalenza alla rappresentazione di eventi particolari, di casi individuali”, “tende a una comprensione e una comunicazione insieme intellettuali e affettive”, smarcandosi, come invece fanno i libri di psicologia o di filosofia, da esigenze esplicative e sistematizzanti. Kiekegaard, che non a caso si reputava più “poeta” che filosofo, lo considera un esempio di miscela dei due orientamenti. La letteratura psicofilosofica, infine, sarebbe del tutto “indifferente” alla “bellezza formale” – al “come” che, nella letteratura di comprensione deve associarsi al “cosa”, a quell'accoppiata che, secondo Leopardi, sarebbe raggiungibile soltanto ad una condizione: “che la bellezza del dire non sia scompagnata dall'importanza dei pensieri e delle cose”.
Io sono arrivato a conclusioni più drastiche: da una parte, produciamo letteratura vincolata al massimo grado di coerenza con le conoscenze ratificate e più e meno condivise; dall'altra, produciamo letteratura che in teoria è del tutto priva di vincoli – libera di fissare nuovi criteri di coerenza interna (come allorquando dico che le forze di Superman spariscono a contatto con la kriptonite) o fin di contraddirsi. Metodo e controllo da una parte, creatività dall'altra; intersoggettività e soggettività – almeno in linea di principio e fermo restando che l'intersoggettività la fanno comunque dei soggetti e che creatività si manifesta anche laddove si percorre una strada per raggiungere un risultato e non solo nel risultato raggiunto. Messe così le cose, va da sé che sulla letteratura – artistica, di fantasia, libera come un frillo, chiamatela come volete – gravi una responsabilità etica e politica di non poco conto. Tolstoj – faccio un solo esempio che valga per tutti coloro cui la letteratura stava stretta e pur, obtorto collo, hanno continuato a scriverne ugualmente – ne era ben consapevole.

2.
Al confronto del seme del fior di loto, la zecca di cui parla lo zoologo Jacob Von Uexküll è una dilettante. Questa è capace di stare a digiuno per diciotto anni prima di lasciarsi cadere su qualcosa di caldo e peloso dove godersi un lauto pranzo a base di sangue – lauto pranzo che sarà peraltro anche l'ultimo visto e considerato che, una volta ben pasciuta, si staccherà, deporrà le sue uova e tirerà serenamente le cuoia. Alcuni botanici hanno raccolto un seme di fior di loto in una torbiera, in Cina, l'hanno portato in laboratorio, ne hanno aperto l'involucro e l'hanno fatto crescere. Il guscio, però, l'hanno sottoposto alla prova di datazione con il radiocarbonio ed hanno scoperto che quel seme aveva qualcosa come duemila anni. Una pazienza infinita.
D'altronde, quando si ha una probabilità di vincere su un milione di probabilità di lasciarci le penne, con le scommesse occorre andarci cauti. Alla radice che ritiene finalmente arrivato il momento buono e quindi decide di uscire dal seme serve fortuna e sagacia: una volta uscita non potrà più spostarsi, deve trovare alla svelta l'acqua e un ancoraggio affidabile che porrà fine alla sua vita di nomade; se li trova, bene, si cresce, se no, si muore. Si capisce, allora, come queste forme di vita in fatto di capacità di calcolo non sia seconda a nessuno: devono valutare la temperatura del posto in cui si trovano, la quantità di luce che potrebbero ricevere, le possibilità di rifornimento idrico in superficie ed in profondità, la pericolosità degli altri esseri viventi con cui verrebbero a condividere l'ambiente. Una pianta “rischia tutto in quel preciso momento in cui le prime cellule”, dice Hope Jahren in Lab girl, “fuoriescono dal tegumento del seme”, perché “la radice spinge verso il basso prima che cresca il germoglio, e non c'è quindi possibilità che il tessuto verde produca nuovo nutrimento per diversi giorni o addirittura per settimane”. Lo stoccaggio di riserva si esaurisce e, allora, “bisogna scommettere il tutto per tutto, e perdere significa morire”.
A proposito di capacità di calcolo e, lasciatemelo dire, di imprenditorialità, dalla Jahren prendo un altro esempio. Il salice: “mano a mano che l'albero cresce, i rami più bassi diventano obsoleti, messi troppo in ombra da quelli nuovi sovrastanti per potersi rendere ancora utili”. Conseguentemente, la pianta, prima, “carica questi rami usati di riserve, li ingrassa e li rafforza” e, poi, “li disidrata alla base, in modo che si stacchino di netto e cadano nel fiume”. Bene – e qui torniamo alle probabilità –, “uno di questi rami, trasportati dall'acqua a milioni, arriva su una sponda e si ripianta”. “Ogni salice ha su di sé più di diecimila segni lasciati dai rami spezzati; ogni anno lascia cadere in questo modo il 10 per cento dei suoi rami” – uno o due riescono a ripiantarsi e a crescere come sosia “geneticamente identico”. Un meccanismo analogo di autopotatura a fini di sopravvivenza – ottimizzare i processi nutritivi – è quello che concerne le foglie. Anche lì avviene una sorta di mineralizzazione alla base – da cui disseccamento e caduta.

3.
Indubbiamente, le informazioni – queste come molte altre – che apprendo dal libro della Jahren pongono in crisi le tradizionali categorie scolastiche in cui il mondo lo si dava per irrimediabilmente tripartito: l'animale, il vegetale e il minerale. La Jahren ci spiega come, fossilizzandosi, un vegetale possa diventare minerale e come la distinzione fra animale e vegetale sia basata su criteri alquanto vaghi. Se Stefano Mancuso si occupa oggi di neurobiologia delle piante o se Daniel Chamovitz può scrivere un libro come Quel che la pianta sa, dove vengono descritti i sistemi percettivi dei vegetali, è perché certi steccati disciplinari sono stati saltati. La stessa Jahren, d'altronde, è geobiologa, o, detto alla svelta, mette assieme competenze che un tempo avrebbero riguardato il mondo del “non vivente” con altre che avrebbero riguardato il “vivente”. Ormai agli esempi di scombussolamento dell'ordine categoriale delle cose dovremmo esserci abituati (i virus, tanto per dirne un'altra, dove li mettiamo?).
Indubbiamente, altrettanto indubbiamente, allora – e qui posso riprendere l'argomentazione iniziale – il libro della Jahren appartiene alla categoria dei saggi scientifici. E, tuttavia, per dirla con Barosso, non manca e, anzi, è singolarmente ricco, ricchissimo, di affettività.
La specificità della scrittura della Jahren trasgredisce tutti i canoni che governano il resoconto scientifico, trasgredisce apertamente e volutamente – orgogliosamente – tutte quelle norme implicite che prescrivono il distacco tra chi scrive e l'oggetto delle sue attenzioni, l'ignoranza del contesto in cui si viene in rapporto con questo oggetto nonché delle reazioni umane agli sviluppi della ricerca – fallimenti o successi che siano –, l'asetticità della memoria e la presunta neutralità o univocità del linguaggio. La Jahren di tutta questa correttezza sedimentata nell'accademizzazione del sapere se ne frega alla grande. Insieme alle sue scoperte sorprendenti ci sono le sue titubanze, la sua pratica scientifica cede ogni tanto il posto alla sua disperazione, la sua inesauribile curiosità non è mai molto lontana dalle sue sofferenze, se ha una gravidanza difficile, se deve sopportare colleghi maschilisti, se deve sopravvivere sotto il tallone di ferro del capitalismo più stolto, se va fuori di testa per uno stato premestruale, se ha paura lo dice – né lo nasconde sotto il tappeto della teoria, né lo tiene ben separato da ciò che pensa o da ciò che fa. Non lo può fare – come non lo può fare nessuno dei suoi colleghi: la differenza è che lei lo dice e gli altri – tutti ben compresi di quanto il ruolo esiga il contegno – no. Il suo privato è scientificamente rilevante e, lealmente, lo mette a disposizione di un lettore politicamente disponible. Quella coerenza che cerco nel saggio scientifico, allora, imparo a cercarla anche nella persona che lo scrive e nel rapporto che, anche faticosamente, fra loro si è andato instaurando.

Felice Accame

Nota
Il saggio di Giampaolo Barosso, Letteratura di suggestione – Letteratura di comprensione. I due Modi della Terapia letteraria è inserito nel volume Una camomilla calda e altri messaggi (Biblion edizioni, Milano 2018). La mia posizione risulta più ampiamente illustrata nel decimo capitolo de Il dispositivo estetico e la funzione politica della gerarchia in cui è evoluto, Mimesis, Sesto San Giovanni 2016, pagg. 169-193. Per il comportamento della zecca, cfr. Jakob Von Uexküll, Ambiente e comportamento, Il Saggiatore, Milano 1967, pagg. 85-98. Lab girl di Hope Jahren è pubblicato da Codice, Torino 2018. Per gli studi sulla neurobiologia e sulla percezione dei vegetali, cfr. S. Mancuso, Plant revolution, Giunti, Firenze 2017 e D. Chamovitz, Quel che una pianta sa, Raffaello Cortina, Milano 2013. Molto opportunamente, mi torna alla mente una recensione che, su mia richiesta, Barosso fece per “Methodologia”, una rivista che dirigevo con l'amico Carlo Oliva. Si trattava di una recensione del libro di Bruno Latour e Steve Woolgar, Laboratori Life: The Construction of Scientifc Facts, un libro del 1979 riedito nel 1986 in cui, per l'appunto, si mostrava come gli esiti della ricerca scientifica possano anche dipendere dalle interazioni reciproche dei ricercatori – dove il “privato” ibridava il “scientifico” e viceversa (cfr. “Methodologia”, 2, 1987).