Rivista Anarchica Online


sfruttamento

Nel ventre di Amazon

intervista di Enrico Torriano a Roberta

Roberta, 61 anni, separata, vive alla periferia di Bologna. È geometra, per anni ha collaborato con studi che si occupavano di progettazione di strutture come ponti, strade, porti, canalizzazioni, edifici e parchi. A seguito della crisi, gli studi hanno drasticamente ridotto il personale e lei ha dovuto adattarsi ad altri lavori. Tra questi, ha lavorato per un breve periodo presso il centro distribuzione Amazon di Crespellano (Bo). Le abbiamo chiesto di raccontarci questa esperienza. Allucinante.

Roberta - In questo centro si smistano i pacchi che provengono da altri centri o dai magazzini Amazon per spedirli o consegnarli. I lavoratori movimentano i pacchi e li ordinano a seconda della loro destinazione finale in modo che la mattina possano partire i camion che effettuano le consegne.

Enrico - Quali erano i tuoi orari di lavoro?
Dalle 23 alle 7; l'orario viene assegnato al dipendente al momento della assunzione, non esiste una possibilità di scelta da parte sua. Io avevo portato un curriculum ad un'agenzia interinale e sono stata contattata da una persona che mi ha chiesto se ero disponibile a lavorare per Amazon. Ho dato la mia disponibilità e sono stata selezionata per un corso di formazione della durata di due giorni riguardante tra l'altro i diritti e i doveri dei lavoratori in somministrazione: perché non si diventa dipendenti di Amazon.

E allora com'è il contratto, dal punto di vista giuridico?
Si è staff leasing, cioè lavoratori in prestito, e questo già dice molto. Si è assunti o a tempo determinato per un minimo di quindici giorni prorogabili oppure MOG, ovvero Monte Orario Garantito: cioè al lavoratore viene garantito il 25% del tempo pieno, per esempio si lavora il lunedì, quando c'è il picco dovuto alla pausa festiva, e il venerdì, ma con un preavviso di 24 ore può essere richiesta la disponibilità per altri giorni. In realtà il preavviso poteva essere anche molto meno, alle 9 di sera ti potevano chiamare per prendere servizio alle 11. In questi casi non c'è obbligo di accettare, ma il rifiuto viene considerato come assenza non pagata. È tutto connesso ai picchi, cioè alla necessità di consegna: se arrivano più ordini del preventivato, l'esigenza di rispettare gli orari di consegna induce a richiamare i MOG; né è possibile saperlo prima, poiché il volume di lavoro diventa noto soltanto appena parte lo smistamento. La scelta del tipo di contratto è a discrezione di Amazon. Io sono sono stata assunta a tempo determinato, ma come lavoratore svantaggiato: chi ha più di cinquantacinque anni ed è disoccupato da più di sei mesi parte da un inquadramento di due livelli inferiori, che comporta un 20% in meno di retribuzione. Teoricamente è un incentivo per l'azienda ad assumere, in pratica incide sul salario senza che il lavoratore possa dire niente.

E i lavoratori applaudivano

Quindi ti hanno proposto un contratto con quell'orario e tu hai cominciato a lavorare.
Prima però c'è stato un altro incontro con un tutor interno ad Amazon, riguardante le caratteristiche del lavoro. Qui è nata la questione della terminologia.

In che senso?
Ho scoperto che tutte le operazioni compiute da Amazon sono definite in inglese. Per esempio, noi siamo una delivery station, io sono un supervision, voi siete associates. Utilizzava normalmente parole del genere, spesso proponendole nelle forme dello slogan: safety first, work hard, have fun, make history, erano presentate come le parole d'ordine che devono condurre il lavoratore in Amazon. I suoi principi guida sono customer obsession, general safety, general security. Era tutto un parlare così.

L'uso di questo linguaggio dava un senso di spersonalizzazione, cioè l'impressione di estraniarti dal tuo naturale modo di esprimerti e sostituirlo con un altro artificiale?
Spersonalizzazione non so, certo la sensazione era di un cercare di coinvolgere le persone per farle entrare a far parte di un clan o di una setta che ha regole tutte sue. C'erano altri segnali, come la prassi, regolare, che veniva fatta ogni volta, del briefing. Cioè non si cominciava subito a lavorare, ma ci si metteva a semicerchio intorno al dirigente operativo che illustrava la situazione del giorno e chiedeva un safety tip, cioè l'indicazione delle criticità eventualmente esistenti. Le modalità con cui parlava erano molto istrioniche, il linguaggio molto motivazionale e coinvolgente. Sono rimasta allibita al vedere che i lavoratori applaudivano quando lui esaltava i risultati del lavoro pregresso, che magari erano solo un anticipo di dieci minuti sul programmato. Lo scopo era farti assumere la mentalità di far parte di un gruppo che aveva sempre l'obiettivo di migliorare le sue prestazioni. Uno dei punti su cui batteva era il concetto di disciplina collettiva. Al termine del briefing, che durava tra i cinque e i dieci minuti, lui incitava ad andare al lavoro e tutti applaudivano per caricarsi.

Come una squadra di pallavolo dopo il time out, insomma. E il lavoro come si svolgeva?
I pacchi vengono scaricati dagli uomini e posti sul nastro trasportatore all'interno di questo enorme capannone. Perpendicolari ad esso ci sono altri nastri, divisi per destinazione. Al punto di confluenza dei vari nastri, il lavoratore traccia il pacco tramite un lettore ottico, poi lo sposta sul nastro della sua destinazione. I ritmi sono altissimi e la fatica grande. Seguono poi una seconda suddivisione e una seconda tracciatura, perché i pacchi vengono spostati su altri nastri per definire le ulteriori destinazioni. Ce n'è poi una terza, ancora più specifica, che so, Bologna sud e Bologna nord, e una quarta, basata sui numeri apposti sul pacco.
È un'organizzazione capillare, ma con ritmi stressanti perché dettati dalle macchine. Il lavoratore non vi può influire, a meno di non risultare inefficiente e di essere quindi licenziato. Tieni conto che il ritmo viene alzato a seconda del flusso di pacchi: più ce ne sono e più devi andare veloce, per cui diventava frenetico e insostenibile dal momento che devi spostare il pacco da un nastro all'altro e contemporaneamente controllare sul palmare che il pacco sia tracciato senza errori.

Aspetta: di che palmare parli?
Ti ho detto che il pacco viene tracciato: deve avere la sua storia e il suo itinerario. Questo avviene tramite un piccolo lettore ottico con puntatore laser e pulsante che è collegato wi-fi con un palmare applicato sul braccio mediante uno stratch, mentre il puntatore viene applicato su due dita in modo da lasciare libero il pollice. Sul palmare si controlla se il pacco tracciato è regolarmente fornito di codice a barre congruente con l'effettivo contenuto e con la destinazione.

Intollerabile la musica techno o rap sparata...

Tra questo sistema di controllo computerizzato e il ritmo delle rulliere, praticamente il lavoratore diventa un'appendice delle macchine.
Non solo: tramite questi computer, i controllori sanno in tempo reale quanto una persona lavora, quanti pacchi traccia e in quanto tempo, se fa delle pause. Tu devi adeguarti e i controllori verificano che tu lo faccia.

Ma allora la proposta di dotare i lavoratori Amazon di un braccialetto elettronico, che apparentemente ha suscitato tanto scalpore, non è poi questa novità.
In effetti no. L'introduzione di questo braccialetto elettronico riguarderebbe solo i magazzini e da quanto ho capito servirebbe solo ad indicare al lavoratore, tramite un segnale sonoro, quando si sta avvicinando alla corsia da cui deve prelevare il pacco. Detta così, è solo un indicatore di direzione, a meno che non segnali anche la lentezza o la rapidità con cui ci si avvicina alla corsia, sempre nell'ottica di controllarne l'efficienza.

La velocità sembra essere il principale elemento caratterizzante il lavoro in Amazon.
Sì, perché tutto ruota intorno ai contratti prime che fa il cliente: con essi Amazon garantisce la consegna del bene acquistato in un tempo ristrettissimo. Per questo si lavora di notte: i camion devono partire la mattina presto. Con questo tipo di promessa Amazon schiaccia violentemente i diritti dei lavoratori, giacché non esiste nessuna vera urgenza per i destinatari di poter disporre del bene comprato in tempi così brevi. Capirei se si parlasse di medicinali urgenti o di generi alimentari per zone disastrate, ma magari sono sedie o articoli di cancelleria. Le proposte di acquisto di questo tipo portano a situazioni lavorative sostanzialmente schiavistiche.

Dal punto di vista logistico, come sono gli ambienti?
Il capannone è molto vasto, lo spazio in cui si muove il lavoratore non troppo piccolo. Ho lavorato in un centro di distribuzione di Poste Italiane ed era peggio. L'illuminazione è forte, ma non fastidiosa. Quello davvero intollerabile era la musica techno o rap sparata continuamente a volume altissimo allo scopo di dare ritmo; impediva di parlare con gli altri o anche solo di pensare. Durante la pausa, che avveniva verso le quattro, ci si riuniva in una saletta dove ci si poteva ristorare a macchinette distributrici di bevande o merendine e anche qui veniva trasmessa la stessa musica. Ciò evitava la socializzazione tra i lavoratori.

Quali atteggiamenti hai notato nei tuoi compagni di lavoro?
Da parte dei più c'era la visione di essere riusciti a far parte di una storia di successo, di essere riusciti a raggiungere gli obiettivi prefissati. L'azienda incoraggia la collaborazione tra i colleghi, ma nello stesso tempo controlla i risultati di ogni persona tramite il palmare. È un tipo di collaborazione basato più su un modello militare che solidaristico, nel senso che il successo del lavoro del singolo deve favorire il successo della collettività: il singolo è visto come un ingranaggio che deve funzionare. Ho notato soprattutto nei giovani (l'età media era dai venti ai trent'anni, c'erano più maschi) un'adesione a questo modello che veicola un ideale di successo per cui attraverso questi ritmi forsennati riesci a raggiungere i tuoi obiettivi. Durante la pausa molti andavano a controllare sul computer dello shift manager quanti pacchi avevano lavorato, come fosse una prestazione di cui andare orgogliosi.

Da disoccupata non ti senti nessuno

Quali spazi per la tua vita privata ti concede un lavoro del genere?
Se lavori per un periodo breve non ne hai. E neanche con il MOG. Le possibilità di dormire bene dopo una notte passata in questo modo sono poche, può darsi che in un periodo più lungo si riesca a prendere il ritmo. Se si vive da soli come me ci si organizza un po', ma con una famiglia tutto diventa complicato. E poi i riflessi sulla salute possono essere gravi. Ho avuto l'impressione che molti si aiutino con psicofarmaci o altri medicinali. Probabilmente anche la musica svolge una funzione eccitante, ma ascoltandola a volume così alto per tutta la notte l'organismo è messo a dura prova.

Al giorno d'oggi parlare di sfruttamento dei lavoratori sembra essere passato di moda. Eppure queste realtà evidenziano l'urgenza di riproporre questo argomento.
È un dato di fatto lo sfruttamento. Ciò che mi ha colpito è la mancanza di consapevolezza. I giovani si trovano in un'epoca in cui di questo argomento non si parla più e nella quale il mondo deve funzionare secondo criteri di efficienza, di successo personale, di individualità. Manca la visione complessiva della società, sembra che tutto sia giusto così. In Amazon la mentalità che si trasmetteva era quella: se dai il massimo, magari avrai un contratto a tempo indeterminato. È un obiettivo improbabile, ma funziona come stimolo. Se non lo raggiungi è colpa tua, sei tu che non sei abbastanza efficiente. Tra i lavoratori, l'estrazione sociale era bassa, il livello di scolarizzazione scarso, molti erano stranieri (soprattutto dell'est Europa, qualche africano): palesemente persone che avevano assoluto bisogno di lavorare e su questo bisogno viene fatta leva per determinare le condizioni di lavoro.

Ora che è di nuovo disoccupata, Roberta si dedica al volontariato, accompagnando anziani e disabili alle visite mediche o a fare la spesa. Prima di lasciarci mi dice:
Dal punto di vista personale, per una donna della mia età e con la mia professionalità svolgere questo tipo di lavoro si vive come una sconfitta. Ma mi ha fatto bene perché mi ha permesso di conoscere un mondo che non era il mio. Capisci fuor di ogni retorica che tutti i lavori, e quindi tutti i lavoratori, hanno una dignità che deve essere tutelata. Da disoccupata invece ti senti nessuno.

Enrico Torriano