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Rivista Anarchica Online


ecologia

Località Macinarsi, alta val di Taro

intervista di Davide Chierici e Michele Salsi ad Antonio Cammarota della Fattoria Macinarsi
foto di Michele Salsi


Da oltre vent'anni, non lontano dal villaggio ecologico di Granara, verso la fine della val di Taro, una piccola struttura volontaria si occupa anche di agricoltura biologica, di sostegno a persone con sofferenze mentali, ecc... A colloquio con chi ha dato vita alla Fattoria Macinarsi.
Riflettendo su piccole cose e grandi ideali.


Un giorno dello scorso autunno siamo stati a trovare Antonio della Fattoria Macinarsi, nella Alta Val Parma, vicino al paese di Borgotaro, perché ci raccontasse la sua storia, e la storia di un progetto di vita che nel suo piccolo cerca di rappresentare un passo verso l'utopia, per quanto piccolo possa essere.
A fianco di una bella e robusta casa contadina in sasso, simile a tante altre case che si vedono piangenti e cadenti ai bordi delle strade, circondati da animali e dai muggiti delle stalle, seduti a un bel tavolo di legno di fattura artigianale, abbiamo ascoltato le parole di Antonio. Le riportiamo nella speranza che possano essere fonte di ispirazione anche per altre persone.

Michele Salsi e Davide Chierici

Michele e Davide - Come è iniziato questo progetto? Perché hai deciso di trasferirti qui?
Antonio - Io abitavo ad Arese, vicino a Milano. Mi sono diplomato e ho fatto poi dei corsi all'università per progettazione del verde, un biennio a Piacenza. Ho avuto la fortuna di fare il servizio civile, l'obiezione di coscienza, in una azienda dello Stato, per un anno; esperienza che mi consegnò alcune capacità, alcuni insegnamenti, per poter vivere in campagna, anche se erano più insegnamenti teorici di letteratura, di studio zootecnico e di agraria. Sta di fatto che questo posto già c'era, perché era dei miei. Dopo un periodo a Milano che ho fatto come progettista del verde decisi di provare a venire a trasferirmi qua. E così ho fatto i primi due anni in cui lavoravo durante la settimana a Milano e stavo qua nel weekend. Dopo breve tempo ho fatto il contrario, stavo qua durante la settimana e lavoravo a Milano nel weekend. Poi mi sono svezzato completamente da Milano, con una certa cautela, anche perché sapevo ben poco della cultura contadina, di come allevare e tutto il resto, se non appunto teoria semplice, e mi sono trasferito definitivamente qui, circa 22 anni fa.
I primi quattro anni sono stati i più belli e gioiosi perché ero privo dei servizi principali, nel senso che c'era la casa e la terra (che sono già tantissimo), però ero senza automobile, l'acqua praticamente non c'era perché veniva uno o due mesi all'anno d'inverno quando pioveva molto o c'era abbondante neve, l'acquedotto era un colabrodo e perdeva acqua. La corrente elettrica l'ho allacciata soltanto in un secondo momento.
Quindi in quegli anni mi si è rafforzata, per risponderti, la motivazione di dove stare. Cioè stare in un ambiente (quello che ho trovato qui), all'aperto e il più lontano possibile da un sistema sociale per me mal concepito. Con varie idee (idee un po' da ragazzino, avevo 24 o 25 anni) mi sono quindi avvicinato alla realtà della Fattoria Macinarsi, che a quel tempo si chiamava soltanto Località Macinarsi, col desiderio di allontanarmi da un sistema eccessivamente urbano perché mi era evidente già 22 anni fa che sarebbe successo tutto quello che poi è successo. Cioè una deframmentazione sociale, un allontanamento delle fasce più fragili, quanto meno quelle che vengono da fuori, perché la ricchezza è limitata. La poca ricchezza che c'è viene sperperata.
Questo concetto mi era evidente già a Milano. Venticinque, trent'anni fa camminavi per Milano ed era tutto molto chiaro, cioè soltanto uno con due fette di salame agli occhi poteva non capire che sarebbe successo questo. Quindi la motivazione era quella di essere il meno possibile complice di un sistema economico che già a Milano si vedeva che sarebbe andato al collasso. In più, con la mia giovane età, pensavo all'epoca che venendo a Borgotaro potessi trovare una realtà ferma nel tempo. In realtà a distanza di anni tutto quello che succede a Milano o nelle grandi città poi arriva, come un sasso lanciato in uno stagno, anche in campagna; è solo questione di tempo. E così è stato, così la crisi è arrivata anche qua, ci siamo dentro, ma ce ne freghiamo: continuiamo ad andare per la nostra strada.

Io fin da quando conoscevo questo posto solo di nome, lo conoscevo come posto legato ai progetti sulla psichiatria. Com'é che quell'idea si è sposata con la fattoria di Macinarsi?
In maniera simpatica perché i primi quattro anni, come dicevo prima, ho avuto la fortuna di avere pochissime distrazioni dalla contemplazione e quindi dalla consapevolezza del Sé, cioè dall'essere presente veramente.
C'era in quel periodo il primo esodo massiccio di immigrati, erano i primi anni Novanta. Soprattutto immigrati sudamericani.
I sudamericani sono persone, almeno quelle che ho incontrato io, piuttosto amabili, sincere, tranquille, e dopo tre, quattro, cinque volte che tornavo qui, una di quelle volte sono tornato qui con una persona. Era sdraiata sul marciapiede, aveva una bella faccia, gli ho detto: “Senti, se vuoi io ho una casa, un pezzo di terra, un piatto di pasta te lo posso dare, ti insegno l'italiano, tu mi dai una mano, condividiamo quello che abbiamo e andiamo avanti.”

“Ci incontrammo perchè mi incuriosiva...”

Lo hai incontrato a Milano?
Sì, a Milano in stazione Centrale. E così poi c'è stato un secondo caso, poi un terzo caso, forse anche un quarto, poi incontrai un'amica psicologa che lavorava all'ASL di Parma la quale mi disse che il dirigente, un “luminare”, era appena tornato da una visita in Belgio, dove la residenza psichiatrica già la facevano da anni, con eccellenti risultati. C'era in lui, oggi in pensione, un grande desiderio di completare, di spingere, di allargare la legge Basaglia che è quella che ha “smanicomizzato”.
E questo successe in quel periodo di tempo in cui accoglievo questi ragazzi, tutti più grandi di me, io ero un ragazzotto, questi qua me li ricordo come uomini adulti, più grandi di me. Avevo quasi imbarazzo a rivolgermi a loro, ma lo spirito di voler condividere era molto forte in me. La casa sono 250 mq. Noi oggi viviamo in sei. A volte viviamo anche in otto, in nove. È grande. Io, dato che non avevo la motosega, non avevo il gasolio, non avevo la benzina, per quattro anni ho vissuto spaccando e tagliando la legna tutto a mano. Poi mi sono comprato la prima motosega e così ho iniziato poi una serie di cose, a chiudere un po' il cerchio, ad arrivare a come siamo oggi. Ma all'epoca per sprecare poca legna dormivo soltanto di sotto, dove ci sono soltanto due stanze: una stanza e la cucina. Dormivo in sala, in pratica. Ho iniziato ad accogliere d'estate, quando invece la parte della casa di sopra poteva essere abitata e questa cosa ha preso piede. Incontrando appunto questa psicologa, e poi il dirigente, che andò in Belgio e tornò con entusiasmo dicendo che là già si faceva come ti ho detto prima con grandi risultati.
Ci incontrammo perché mi incuriosiva e abbiamo avuto dei colloqui. Ho un ricordo straordinario, un uomo di grande talento, cultura e intuito psicologico. Praticava questa professione da quarant'anni, ogni parola era calibrata per capire come fossi. Abbiamo avuto tre colloqui molto lunghi per capire se io non ero abbastanza matto o per quale motivo volessi fare questa cosa… Sta di fatto che si convinse, se ne fece una ragione, e abbiamo iniziato così un progetto.
Con la prima persona che è venuta è andata malissimo, non abbiamo neanche iniziato l'accoglienza, perché dopo i primi quattro o cinque incontri che abbiamo fatto qui, questo era un uomo di cinquantacinque/sessant'anni, veniva da Colorno, dalla psichiatria di Colorno, quindi un'istituzione di spessore su tutti i fronti, bene e male. Disse apertamente che non poteva stare qua perché era fuori luogo. Lui voleva tornare dove era cresciuto. Questa persona all'età di 5 o 6 anni venne messo nell'istituto di Colorno che all'epoca si chiamava manicomio, e ci ha trascorso tutta la vita. Gli psicologi hanno provato a incoraggiarlo nel trovare soluzioni alternative come questa. Qui c'era un'attenzione famigliare quantomeno, amichevole e fraterna, ma non riuscì. Dopo questo tentativo abbiamo capito. È arrivato un altro ragazzo e da allora non abbiamo più smesso.
L'accoglienza residenziale psichiatrica e diurna in inserimento lavorativo la facciamo praticamente da 16 anni, abbiamo smesso nell'ultimo anno perché un carissimo amico ospite qui da tanti anni è venuto a mancare. In casa abbiamo deciso di prenderci un periodo di respiro e di riflessione, pausa di profonda riflessione. Oggi siamo pronti a ricominciare quindi andremo di nuovo a bussare alle porte dei servizi sociali.
Perché facciamo questo? O perché abbiamo l'intenzione di fare questo? Perché credo che le istituzioni siano state inventate dai pigri. La pigrizia è la prima malattia del secolo. Attraverso la pigrizia nasce l'indifferenza, e le due cose si intrecciano. Pigrizia e indifferenza creano la delega. Cioè io delego l'amministrazione del mio comune per avviare dei servizi. Sbagliatissimo. Della strada che porta in Fattoria Macinarsi me ne devo prendere cura io e basta. Con gli strumenti giusti, l'attrezzatura giusta, perché non posso avere una ruspa molto grande per aggiustare una frana, ma la manutenzione di qualsiasi tipo, urbana, extraurbana, verde, sociale, dovrebbe essere dettata prima di ogni cosa dai singoli individui, attraverso l'azione. Uno la trasforma in verbo, poi diventa azione, poi diventa “fare”. È soltanto così che elimineremo una politica che spesso non riusciamo a giustificare, perché non la vorremmo così.
Ma è stata la nostra apatia intellettuale, culturale, che l'ha creata. Ovviamente è un'utopia che ognuno possa fare la propria parte per entrare in una società chiamiamola “migliore” o “diversa”, meno istituzionalizzata. Un'utopia. Però io credo che comunque è possibile, se ognuno fa la sua piccola parte; ma dev'essere fatta da persona responsabile, e quando parlo di responsabilità intendo una responsabilità comunaria, comunarda, in comune, ognuno fa qualcosa. Devo farla in funzione di Antonio ma anche di Michele. Ci vuole un'espressione sociale che dev'essere superiore, ad ampio respiro, panoramica.
Quando raccolgo della frutta da una pianta, e vedo che quella pianta l'ho trovata qui e quel melo sta morendo perché oramai è una pianta vecchia, io devo piantarne cinque al suo posto. Non posso sfruttare la ricchezza di quel melo perché qualcuno prima di me, nel secolo scorso l'ha messo giù e io ne ho raccolto i frutti, io devo fare lo stesso. Quindi chi riceve un dono deve darne due. Dovrebbe esserci una società del dono e non una società della competizione come un po' è la parola d'ordine di oggi, nessuno lo dice ma in realtà è la competizione che poi crea anche tanti malesseri sociali ed economici.
E allora quando iniziai il discorso della psichiatria, per capirci qualcosa, andai negli istituti. Ecco, lì mi convinsi che potevo fare qualcosa, e potevamo fare qualcosa. Iniziai io da solo ma oggi siamo un gruppetto di persone, tre fissi da tempo. Ci sono tanti piccoli progetti e soprattutto tante persone che passano, compresi i ragazzi dei servizi sociali. Perché poi è ovvio che ogni persona che è qui dà un proprio contributo in ogni cosa. A volte lavoriamo troppo, lo ammetto, io per primo lo dico, però tra lavorare troppo o lavorare troppo poco preferisco la prima. Perché è attraverso il lavoro che generi una ricchezza, ma non capitalista, una ricchezza umana che va ad essere distribuita.
Guarda, quando ho fatto di mia iniziativa questa carta ho davvero sofferto. Soffrii tantissimo perché mi resi conto che molta gente, troppa, la maggior parte della gente che parla e si riempie la bocca di grandi parole sullo stare in gruppo con le persone, sul fare forza, poi di fronte alla banalità di lavare un piatto non è capace. E quindi questa è una disfatta del genere umano. Il genere umano si fa distrarre sempre da altre cose.
Viviamo in una casa che è stata vissuta per secoli forse, da mezzadri, gente semplice, gente che veniva sottoposta alle grinfie dei proprietari, sappiamo di cosa si tratta, della mezzadria e della colonia. Cazzo, fallo! Arrivi ed è sporco l'ambiente. Puliscilo! E vedi che chi arriva dopo di te, prima o poi, si educherà da solo. E ci sarà così una casa anche se molto semplice, contadina, nella sua semplicità pura e pulita. Quest'aspetto non andava a realizzarsi e mi spinse a scrivere questo regolamento che raccoglie alcuni principi, come l'ecologia pragmatica quotidiana, un'ecologia sociale, un'ecologia emotiva, un concetto di ecologia allargato a tutto, quindi non soltanto rispetto all'ambiente, all'uso dell'acqua e della corrente elettrica, ma un'ecologia legata a come lavori. Cioè io cerco di lavorare e cerco di lavorare bene, se una volta che hai finito di utilizzare un badile, o il trattore è sporco di fango, lo pulisci e lo riponi.
Perché per fare quel badile è stata abbattuta una pianta per farci il manico. Il ferro qua in Italia non ce l'abbiamo, arriva probabilmente da qualche estrazione da chissà quale parte del mondo, e allora è lì l'ecologia della materia. Comprendere il sacrificio e il valore di quell'oggetto. E allora raccogli un po' tutti questi concetti che dovrebbero essere a portata di chiunque, perché chiunque dovrebbe riuscire a capire quanto è fortunato ad avere quell'oggetto. Quanto sono fortunato ad avere questo cucchiaino e questo piatto per mangiare, se no come facevo a mangiare la torta? Con le mani, d'accordo, però dopo mi ritrovo pieno di mosche. Non è simpatico.

“San Francesco, un mio maestro”

Guardandomi intorno, vedo che qui avete molti animali...
Asini, mucche, galline, tacchini, conigli, cani e gatti, più o meno sono questi.

Ecco, volevo chiederti, mi immagino che tutti questi animali siano stati una fonte di insegnamento per te e le altre persone che hanno vissuto qua. È così?
Certo, noi non siamo vegani, ma questo non toglie che l'azienda e noi che lavoriamo nell'azienda stiamo molto attenti a loro e al loro benessere generale, e loro insegnano molto. Insegnano nel bene e nel male, perché a volte capisci che la natura è estremamente violenta, e non c'è spazio per troppa sensibilità, e questo è un aspetto pericoloso. Io spesso ci penso e non ne trovo una ragione. San Francesco, che è un mio maestro, se lo possiamo definire così, lui quando andava su per i boschi nei ritiri faceva lunghi digiuni spirituali e vedeva magari un lupo che mangiava un agnello oppure un ragno che imbozzolava una mosca. Col suo bastone cominciava ad urlare “È fatto tutto bene! È fatto tutto bene!”
Questo perché probabilmente ci sono delle cose della natura che noi dobbiamo accettare e basta, e il loro insegnamento forse, uno dei loro insegnamenti è proprio questo: che a volte le cose sono da accettare e basta. Cioè il fatto che soltanto noi abbiamo sviluppato una condotta morale, oltre all'istinto, e una coscienza, ci fa pensare che siamo gli unici ad essere estranei per certi aspetti a un ecosistema, di cui noi però facciamo anche parte perché decidiamo tante cose. Gli animali in questo ci dicono che non c'è spazio per troppa sensibilità purtroppo. Ma non lo so. È una cosa a cui io spesso penso e non arrivo mai a un dunque. Invece io credo che sensibilità e amore facciano la differenza, perché ho coscienza nella condotta morale. Che insomma, se faccio una porcheria oggi io stasera non vado a dormire tranquillo. E questa cosa ci distingue da loro che invece si cibano a volte di loro stessi.

Il problema dell'autorità

Volevo farti ora una domanda sul tema dell'autorità. Immagino che tu sei qui una sorta di responsabile. Intanto, giuridicamente questo posto come risulta?
Questa è un'azienda privata, agro-zootecnica, certificata biologica, con un alto contenuto di autosufficienza alimentare ed energetica e a portare avanti il progetto siamo in tre residenziali, oggi ci sono altri tre volontari. Volontari che spesso si devono fermare qua un mese poi si fermano degli anni, come spesso è accaduto.

Ecco, tu qui sei una sorta di responsabile, e quindi che tu lo voglia o meno rappresenti un'autorità nei confronti dei volontari e degli ospiti/pazienti psichiatrici. Ad esempio nel caso qualcuno facesse qualcosa che non dovrebbe fare. Come vivi questo problema?
Il problema di essere un'autorità, che è un problema, o il problema che la persona, l'ospite, l'amico fa una cosa che non deve fare?
Per quanto riguarda il primo me ne devo fare una ragione, e me ne sono fatto una ragione. C'era una volta un amico con una matrice anarchica, abbiamo fatto una discussione credo un'intera notte, perché lui ce l'aveva a morte con i suoi padroni, li chiamava padroni. Ero un ragazzino, lui era più grande di me, e dicevo “ma scusa, loro sono padroni perché tu sei lì”. Allora l'atteggiamento fa la differenza probabilmente, no? La modalità fa la differenza, l'atteggiamento anche. Forse, purtroppo servono delle persone che organizzano e coordinano. Cioè non è detto che tutte le persone siano capaci di questo aspetto, per quanto dicevamo prima, ci sono delle persone che hanno alcune capacità e alcune persone ne hanno altre. Se grazie a quelle capacità uno ha dei privilegi, come mette in gioco quei privilegi. Allora, io sono a favore dell'autorità se uno è autorevole...
Se aspettiamo che ogni singolo individuo sia sufficientemente coscienzioso, che è la mia ricerca, per poter fare ogni cosa sia attento a tutto e a tutti, migliaia di persone rimaste fragili moriranno nell'attesa. Perché è un principio evolutivo che appartiene sì alla storia dell'uomo, ma durerà ancora migliaia di anni; nel frattempo ci saranno altri schiavi che moriranno perché non sono capaci a organizzarsi o a diventare individui coscienziosi, a tal punto da poter vivere in maniera indipendente e totalmente staccata dal sistema. Allora se mi si riconosce come autorità autorevole mi può star bene. Cioè l'autorità mi sta sempre male, ma quanto meno che sia autorevole. È come se tu mi parli di architettura, devo stare zitto, io sono un contadino, ti ascolto perché tu hai un'autorevolezza per farlo, te la devo riconoscere. Quindi l'autorevolezza forse fa la differenza.
L'altro aspetto, quello della persona che può sbagliare, fa parte del gioco. Nel momento in cui metti in casa tua e vivi con persone di qualsiasi tipo e di qualsiasi genere, perché non vuoi istituzionalizzare, non vuoi delegare, devi mettere in conto che possono avvenire delle cose che non sempre sono simpatiche, e spesso accade. E questo è un problema dell'autorità, perché quando rivesti un ruolo di organizzatore, di coordinatore, o quantomeno ne sai più degli altri in quell'argomento, spesso riempi la tua testa di negazioni, e non di arricchimento.
Pensa se lavoriamo in tre, voi due state facendo un tavolo, il tavolo è fatto bene, fatto con un buon legno, stagionato bene, la pianta è tagliata nel giusto periodo dell'inverno, è stata scortecciata bene, le assi sono perfette, levigate bene, è stabile, forte robusto e tutto quanto. Io cosa vi dico? Bravissimi! Il tassello di legno è perfetto, l'abbinatura, la panca guarda com'è stabile, perfetta! Bravissimi! Nel gratificare gli altri gratifico il mio spirito, e quindi mi arricchisco, mi carica, mi dà forza, non dormo la notte per questo, perché sono felice. Ma quando le altre persone sbagliano, e spesso si sbaglia per indifferenza verso quello che fai, perché si è disattenti o distratti o non dai il peso a quello che tu dovresti fare, allora cosa succede? Devi ricordare che quella cosa è fatta male. “Guarda che l'hai fatta male quella cosa”. Ma nel ricordare ad altri che hanno fatto male qualcosa, rimproveri te stesso. Non ti carica, ti scarica. Ti riempi il cervello di negazioni, e questo aspetto non fa bene. Però fa parte del gioco.

Aspetto economico e politico

Mi sembra di aver capito che tra i vostri obiettivi ci sia anche quello di raggiungere un'autonomia. Non economica, ma un'autonomia di vita. Come per esempio con l'acqua, che non è una questione solo economica...
Il principio economico c'è, perché alla fine del mese ci sono da pagare le bollette. E purtroppo il continuo logorio del tempo ci obbliga a considerare anche l'aspetto economico, perché se il tavolo che avete costruito prima a fronte degli anni si rompe deve essere riparato. Quindi l'aspetto economico c'è. Però l'aspetto che spinge moltissimo è quello politico, l'aspetto dell'autosufficienza, per l'orgoglio del fare. Quello che dicevi tu prima. Cioè se io non voglio avere un'autorità sopra di me, mi devo riconoscere tale, attraverso un metodo che dà soddisfazione. Perché l'acqua qua non me la porta a casa nessuno, se non noi. Sono tre anni che lavoriamo, abbiamo collegato quattro sorgenti di montagna, le ho monitorate io per dieci anni, sono tre anni che ci abbiamo lavorato e le abbiamo collegate tra di loro attraverso vecchi bacini costruiti in argilla. Per mesi abbiamo lavorato l'argilla sotto terra, sembravamo delle rane. Un impianto di ingegneria idraulica, perché parte da 800 metri e arriva qua. Passa attraverso gli orti, il frutteto, la stalla, il pollaio, e adesso forse riusciamo a portarla qui (alla casa). Però questo desiderio, questo progetto a cui lavoriamo da tre anni, ma che dura da quasi dieci anni come lavoro di ricerca, di scoperta, di osservazione, di studio, quali materiali usare…
Perché certo, tu vai dal ferramenta e ti compri un foglio di catramina e hai risolto il problema. Ma facendo così usi del catrame e noi non lo vogliamo, e quindi usiamo l'argilla, e poi la paglia, e poi il legno intrecciato, e sono dei sistemi che da migliaia di anni si usano con eccellente risposta. E allora, se ho l'acqua dell'acquedotto, loro sono le autorità per farmi bere. Io riconosco in loro, nel momento in cui io uso la loro acqua, una loro autorità. Perché se per qualche motivo un giorno decidessero di darla solo ai più ricchi del paese che hanno più potere perché c'è la “guerra dell'acqua”, a Macinarsi sicuramente la tagliano, perché siamo dei pezzenti.
E allora io non voglio questa autorità, e sono dieci anni che ci rimbocchiamo le maniche e finalmente l'acqua di montagna arriva a casa. E non solo a noi, ma a tutti gli animali, a tutte le piante, a tutti gli orti che abbiamo. Dobbiamo ancora lavorarci, perché d'inverno quest'acqua è troppo poca e gela, quindi dobbiamo potenziare, dobbiamo fare altri scavi, vediamo dove andrà a finire.
Allora io non riconosco quell'autorità perché non è autorevole, è un'autorità che mi dice “Vuoi l'acqua? Dammi tot.” Ma che razza di umanità è questa qua? Cosa mi stai dicendo? Che tu mi presti un servizio e io lo devo pagare per un bene che dovrebbe essere gratuito? Visto che la legge è fatta male, per non essere complici di un'autorità legale che io non voglio riconoscere, sono dieci anni che lavoriamo per non essere complici di questo sistema e da oggi non lo siamo più.

Non solo per l'acqua...
Appunto come dicevi te prima, abbiamo tanti animali e questo ci rende autonomi su tanti aspetti, perché abbiamo latte con tutti i suoi derivati, yogurt, ricotta, crema di yogurt, caciotte, tome, formaggio forte di casa che è il puzzone, il siero, abbiamo i polli, le uova, abbiamo carni bianche come le galline e i conigli. In realtà noi abbiamo gli animali ma mangiamo anche poca carne. C'è tanto altro da mangiare e la carne va consumata con attenzione perché sacrifichi un animale. E quindi deve essere fatto in rapporto anche al sacrificio, se uno la mangiasse tutti i giorni sarebbe troppo.
La mangiamo due o tre volte al mese la carne, non di più. Poi magari c'è il periodo in cui passano gli amici e portano carne; ecco sul regolamento c'è scritto “non comprare carne esterna”. E amici che conosco da quarant'anni comprano carne esterna e la portano in fattoria. Perché non vogliamo carne esterna? Perché viene allevata con sistemi che noi non vogliamo, che noi rifiutiamo. Eppure lo fanno. E allora quel regolamento come vedi io lo piego, lo metto lì e dico “va bene, funzionerà da lunedì, quando parte l'amico”.
E poi siamo autonomi sulla legna, perché abbiamo la fortuna di avere tanto bosco, tanta legna da ardere, e quindi abbiamo fatto due settimane fa questa tettoia sotto cui siamo seduti adesso, abbiamo fatto una staccionata, poi facciamo recinti, tetti di stalle, pollai, piccole abitazioni, tutto quello che possiamo fare noi col legname e con le conoscenze dovute, lo facciamo.
Ci scaldiamo con una caldaia ad alta efficienza energetica. Ovviamente il limite qual è? Il limite è che se venisse a mancare la corrente elettrica non abbiamo un accumulatore, quindi comunque non siamo autosufficienti completamente. Io spero quando riuscirò a costruirmi una pala eolica o qualcosa del genere per avere corrente elettrica continua. In casa, che stiamo ristrutturando, su ogni piano mettiamo una stufa a legna. Perché la caldaia a fiamma rovesciata funziona a corrente elettrica, e se questa dovesse venire a mancare noi siamo comunque autonomi. Cuciniamo ancora sulla stufa a legna perché è un piacere, dà un senso di focolare, di famiglia. E la casa è aperta. Spesso passano parecchie persone. Visto che sono in tanti a passare cerchiamo ultimamente di conciliare le visite, altrimenti perdiamo le giornate intere, non si riesce a fare tutto. Sicuramente è un modello che funziona ma non grazie a me, grazie al gruppo delle persone. Quando si dice che l'unione è la forza, è proprio vero.

Vivere nel presente

Non penso che quando tu ti sei trasferito qua avevi già in programma di fare tutto quello che poi è stato fatto. Ora avete degli obiettivi per il futuro?
Guarda, ormai sono qua da ventidue anni e una cosa mi è molto chiara: che è necessario, indispensabile, io penso a livello sociale sia urbano che rurale, nel rurale ancora di più, ma è necessario confederarci, unirci in piccoli gruppi di persone con gli stessi ideali più o meno. Sapendo che l'ideale è il progetto finale di quel piccolo gruppo di persone, che è forse tra le cose più importanti, quindi lo spirito di comunione, di sacrificio, di determinazione, di disciplina, ludica e di costanza, per portare avanti degli obiettivi comuni. È così che cambi l'economia in piccolo. Qua in Fattoria Macinarsi c'è un'economia, piccola ma c'è, ed è sicuramente diversa da tutte quante le altre, grazie a un gruppo di persone che lavorano tutti i giorni . Questo è un progetto che deve andarsi a irrobustire, cioè deve riconoscersi ancora di più, e per questo serve molto tempo.

Avrei un'ultima domanda, all'inizio parlavi di Milano e dicevi che già diversi anni fa capivi che era un società che non ti piaceva. Tu a vederti non sembri il classico milanese... Volevo chiederti come vedi oggi Milano o, più in generale, la società?
Rispetto a Milano e la sua realtà, ci vado talmente poche volte che non so dirti veramente ciò che provo. Però posso dirti, se ci sto qualche giorno me la godo come un turista, perché non mi collego ai problemi reali. Dopo qualche giorno che ci sto inizio a soffrirne, soffro perché vedo che c'è ancora molto, troppo da fare. Manca proprio l'ABC del buon senso. E vedi che c'è troppo menefreghismo. Lo vedi dall'atteggiamento della gente, che si è abituata a camminare scavalcando i barboni, e questa la dice tutta.
Invece in un panorama allargato sinceramente non lo so. Se ci penso forse sono più pessimista, e allora voglio vivere nel presente. Inganno il tempo.

Michele Salsi e Davide Chierici