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Rivista Anarchica Online


dibattito psichiatria

Il manicomio elettrico

interventi di Piero Cipriano e del Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa


Due interventi diversi, entrambi contro l'elettroshock, da parte del nostro collaboratore che si definisce “psichiatra etico e riluttante” e di un collettivo toscano rigorosamente anti-psichiatrico. Il dibattito resta aperto, l'impegno contro l'elettroshock anche.


Essere psichiatra etico significa esercitare la critica. Essere psichiatra critico significa contestare la iatrogenesi che la psichiatria determina. La iatrogenesi della psichiatria si chiama manicomio. Esistono diverse declinazioni del manicomio. Quello originale, degli inizi, inventato da Pinel sul finire del 1700, ovvero il manicomio fatto di luoghi concentrazionari, di gabbie, fasce, punizioni. Lo chiameremo manicomio fisico.
Negli anni 30 del secolo scorso, in assenza di terapie per la follia, si susseguirono vari metodi scioccanti, quello che rimase in auge più a lungo fu lo choc per mezzo dell'elettricità – e della convulsione conseguente. Lo chiameremo manicomio elettrico. Il manicomio fisico – segregazione – e il manicomio elettrico – convulsione – convulsione che poi significava punizione, sadismo – questi due manicomi per alcuni decenni, fino agli anni 70 del secolo scorso hanno convissuto, l'uno, il manicomio elettrico, dentro l'altro, il manicomio fisico. Ma dagli anni 50 del secolo scorso inizia l'epoca di un altro manicomio, che progressivamente si impone perché finalmente sembra scientifico, certo, pulito, sicuro, etico soprattutto: quello basato sui farmaci: è il manicomio chimico.

Cervello rotto o persona sofferente

I farmaci danno l'illusione di poter curare efficacemente i maggiori disturbi psichici, d'altra parte i nomi che designano le tre principali classi sono eloquenti: anti-psicotici, anti-depressivi, ansio-litici. Consentono, dunque, di aggredire gli altri due manicomi: gli ospedali psichiatrici vengono aboliti, l'elettroshock cade in disuso.
Se non che a partire dagli anni 80-90 il manicomio elettrico, in tutto il mondo, lentamente rimonta – non in Italia, per fortuna, dove resta confinato solo in piccole enclavi. Perché ritorna il manicomio elettrico? Ritorna perché i farmaci, dati a pioggia e per qualunque sofferenza anche lieve e per molti anni senza mai riduzione o sospensione – se sta bene, perché togliere i farmaci?, questo il pensiero comune, soprattutto di molti psichiatri – perdono di efficacia, determinano forme di depressione o di psicosi resistente, o dipendenze feroci da benzodiazepine.
Allora che succede?
Succede che se uno psichiatra – per semplificare diciamo che ve ne sono di due tipi: quelli che ritengono il sofferente psichico un cervello rotto, e quelli che lo ritengono una persona sofferente, appunto – è uno psichiatra del primo tipo, che cioè ritiene l'essere umano alla stregua di una macchina, una macchina che se manifesta sintomi di una sofferenza psichica è perché è diventata una macchina biologica rotta, un corpo da aggiustare, un cervello imperfetto, non persona ma corpo, non psiche ma cervello, ecco che riporta questo corpo-macchina inceppato, che non risponde più neppure alla chimica, sotto la morsa dell'elettroshock.
Un terapeuta che si rappresenta e si dichiara non esperto della relazione ma esperto di chimica o di elettricità, specialista farmacista o elettricista, questo saprà fare, e dell'efficacia di queste due terapie saprà convincere, con abilità di plagiatore, la persona sofferente. La persona sofferente è sofferente, appunto, per cui è vulnerabile al plagio, è facile da convincere, proverebbe qualunque cosa un medico gli proponga – vedi un malato di cancro, se non è disponibile ad assumere chemioterapici pur sapendo che nei due terzi dei casi saranno inefficaci.
Mi iscrivo a medicina a fine anni 80 perché voglio fare lo psichiatra, nel 94 inizio a frequentare la clinica psichiatrica universitaria de La Sapienza. Mica lo so che il mondo di chi cura l'anima si divide in mille scuole, quasi più delle sofferenze. Per caso, assolutamente per caso – ha ragione Roberto Bolaño a dire che il caso è il maggior criminale – entro internato – guarda che combinazione, i poveri seppelliti in manicomio e i poveri seppelliti nei tirocini vengono definiti allo stesso modo: internati – nella clinica diretta da Paolo Pancheri – quello che allora, anni 90, si contendeva col pisano Giovanni Battista Cassano il dominio della psichiatria italiana basata sui farmaci.

Nel gruppo elettroshock della clinica universitaria

Imparo i farmaci a menadito. Mi cibo di molecole e neurotrasmettitori e recettori e diagnosi e criteri differenziali infine inizio a credere perfino al beneficio che la convulsione, elettricamente indotta, è in grado di generare all'umore o al pensiero.
Entro nell'ambitissimo gruppo elettroshock della clinica universitaria. Il professore, l'anestesista, un infermiere, e due giovani medici. Uno dei due sono io. Dei due, evidentemente, sono il meno impressionabile, perché l'altro appena vede il primo homo sacer scuotersi sotto i colpi della corrente che gli passa per la testa sviene, se ne va lungo, tant'è che l'anestesista deve occuparsi di lui, più che dell'uomo fulminato.
Per fortuna dopo un paio di settimane, e dopo la mia fondamentale presenza ad altri quattro o cinque scuotimenti, mi chiamano a fare il servizio civile e, vedi il caso – ha torto Bolaño quando scrive che il caso è il maggior criminale che abbia mai messo piede sulla terra – approdo in un centro diurno psichiatrico di Montevarchi, lascito dei basagliani, segnatamente Agostino Pirella che, si deve sapere, dopo essere stato con Basaglia ad aprire il manicomio di Gorizia, era passato ad Arezzo per ripetere l'impresa in quell'altro manicomio.
Lì imparo che i matti, i folli, i senza ragione, come li vogliamo chiamare, non sono macchine rotte, da aggiustare come fossi un meccanico, o un chimico, o un farmacista, o peggio di tutte, un elettricista. Apprendo perfino che non sono macchine-produttrici-di-parole da tenere in posizione cadaverica su un lettino analitico a produrre profluvi di parole, ma sono corpi-che-sono, sono leib, sono leib come me e te, sono umani con cui si può giocare a pallone, farsi la doccia, mangiarci insieme per testare se esiste o non esiste lo schizococco – avevo dimenticato la variante dello strizzacervelli infettivologo, che pure esiste, giuro! – e quando torno, perché torno dal servizio civile – che pure avevo odiato all'inizio, per un anarchico, va bene non fare il militare, ma essere obbligato a regalare un anno allo stato, all'inizio, è stato un esproprio intollerabile – e rimetto piede nella clinica universitaria, non ho più indosso gli abiti di Kraepelin, e neppure quelli di Freud – i due modi diversi di essere neutrali che t'insegnano all'università – ma ho l'abito – che odora di esseri umani intrappolati – di Franco Basaglia. Quell'abito non me lo levo più.
Li guardo bene i professori pillolari e elettricisti, da quel momento in poi. Li osservo. Quasi guardo con più interesse diagnostico loro che i cosiddetti pazienti. E mi formulo questa mia teoria, sugli psichiatri che si specializzano in farmaci o elettroshock. Tu prova a parlarci, guardali in faccia. Visto? Non ricambiano lo sguardo. Ecco. Vedi bene. Guardano di sbieco, o in alto, o in basso, e questo che ti dimostra? Che non hanno il dono che – se vuoi fare il terapeuta – ci devi avere: la sintonia. No, non ho detto empatia, e basta con questa parola di cui tutti si riempiono la bocca, senza sapere di che parlano, torniamo a Minkowski, qual è il contrario della schizoidia? Ovvero della difficoltà a essere in relazione con gli altri? Ovvero di quella cosa che rende conto della difficoltà relazionale di persone che poi definiamo psicotiche? Il contrario della schizoidia è la sintonia. E questa capacità, se vuoi essere terapeuta, ti serve, diamine, perché devi riuscire a entrare in una relazione che è resa difficile dall'eccessiva introflessione schizoide di quella persona che siamo soliti definire psicotica. Se però, tu terapeuta, nemmeno tu ce l'hai quest'attitudine, allora è chiaro che non riesci a starci con il – chiamiamolo – paziente, a comprenderlo, ascoltarlo, parlarci, calarti nel suo dolore, restituirgli un po' di speranza. E sei tu l'impaziente, a quel punto. Davvero dico, o terapeuta schizoide, io ti capisco, ti comprendo perfino. Non ce la puoi fare.
Allora ecco che non ti resta altro che somministrare farmaci per anni, sintonizzandoti sui neurotrasmettitori difettosi che tu gli indovini con la tua vista ai raggi x, e quando dopo un po' di anni i farmaci iniziano a fare cilecca, allora vai di corrente elettrica. È una mia teoria, questa, si capisce. Non te la prendere, collega pillolaro e elettricista. Magari mi sbaglio. Non sono infallibile. Certo è che ho dalla mia una diciamo osservazione partecipata di quasi vent'anni del mondo psi. Io, ti confesso, nonostante fossi diventato bravino coi farmaci, non ci potevo resistere a fare la carriera del farmacologo o dello scioccatore. Piuttosto mi domando: che gusto ci trovi tu? Come ti è venuta, se non ce l'avevi, quest'attitudine che è necessaria, per passare ore giorni anni con le persone che se ne stanno chiuse nel proprio idios kosmos, se sapevi di esserne privo, perché mai ti sei voluto scegliere questo mestiere? Sei stato malconsigliato? Oppure tuo padre era del ramo e ti ha persuaso? Oppure ti pensavi che come ci si sente potenti a manipolare la chimica cerebrale non ci sono altri mestieri al confronto? Non lo so. So che hai fatto una cazzata a fare questo mestiere. Non dà soddisfazione a te, si capisce, e non è utile a chi ripone speranze in te, si capisce.

Una scarichetta lieve di corrente

Ma torniamo al manicomio elettrico. Mi ricordo di quel giornalista, una sessantina d'anni, da venti pigliava, senza mai smettere, gli antidepressivi, da qualche anno non gli facevano più effetto, veniva in clinica a fare l'elettroshock. Magari l'aveva convinto lo stesso medicone che per anni lo aveva persuaso che se non avesse mai sospeso gli antidepressivi non sarebbe stato mai più depresso. La tua depressione è come il diabete, gli avrà detto, ci scommetto, là manca l'insulina e devi fare l'insulina a vita, a te manca la serotonina e devi prendere il farmaco serotoninergico a vita. Frase a pappagallo che sento ripetere come un mantra. Se non che ora il farmaco pro serotonina non gli faceva più effetto e lo stesso professore o un altro come lui gli avrà detto che c'era un prodigio ancora più infallibile del farmaco, che si chiamava elettroshock.
Una scarichetta lieve di corrente – dico lieve, eh!, che manco una lampadina s'accende – per mezzo minuto non di più, e ti viene una convulsione, e nel giro di tre scosse stai bene, ne fai sei, otto, dieci, e te ne vai a casa felice come una Pasqua. Il povero iniziava, convulsivava, si rimbambiva, a malapena il nome si ricordava, e se non glielo dicevi mica ti sapeva dire quante sedute elettriche aveva fatto, ti diceva sono qui, in ospedale, ma non lo sapeva perché. Il professore gli diceva, con tono da plagiatore, mi sembra stia molto meglio, non è più depresso, vero?, non ha più voglia di morire, vero?, il sonno, è migliorato il sonno, vero?, e lui, accondiscendente, fatuo, stolido, ebbro, faceva sì con la testa, sto bene, diceva, sto bene.
Ricapitoliamo. La deriva dell'uso degli psicofarmaci – un uso cosmetico per le stanchezze esistenziali – le depressioni sotto soglia, come le chiamano – oppure un uso neurolettico, ovvero atarassizzante dei cosiddetti antipsicotici per le follie più eclatanti, oppure l'uso di benzodiazepine per eliminare anche l'ansia ordinaria, fabbrica una enormità di persone resistenti agli antidepressivi, inclini alle ricadute psicotiche, dipendenti da ansiolitici. Sciupando le reali possibilità terapeutiche di queste molecole, un po' come è successo per gli antibiotici, che prescriverli quando non è necessario – influenza, raffreddori, patologie virali – li ha resi vieppiù inefficaci, selezionando ceppi di microrganismi antibiotico-resistenti. Il rimedio alla iatrogenesi farmacologica, dagli stessi specialisti organicisti, è una ulteriore iatrogenesi: l'elettroshock.
Ma aggiungere convulsioni elettricamente indotte per rimediare alla iatrogenesi farmacologica non è granché etico. Checché ne dicano. Sembra piuttosto l'accanimento (anti) terapeutico di un certo tipo di psichiatri, che come dicevo hanno poca dimestichezza con la relazione, che se la prendono col cervello, un cervello che suppongono alterato, e che con farmaci e elettricità però alterano davvero.
Diciamolo. Gli psichiatri si sono inventati ogni cosa per essere medici come gli altri. Quando nel 1938 Bini e Cerletti, osservando i maiali del mattatoio di Roma affrontare stolidamente il patibolo dopo lo choc elettrico, ebbero l'intuizione di provare l'effetto che fa su un essere umano, e ne individuarono uno, e a Santa Maria della Pietà, manicomio di Roma, inaugurarono l'elettrourto, io dico – anche se non sono d'accordo – lo potevamo comprendere. Se Moniz aveva preso il Nobel per la lobotomia – l'unico Nobel dato a uno psichiatra, che beffa – una terapia ex adiuvantibus, basata sull'ipotesi che schizofrenia ed epilessia fossero patologie antagoniste, dava l'illusione agli psichiatri di provare a essere medici anch'essi. Dunque provarono, ok. Ci sta.
Ma oggi, oggi, ditemi perché mai dovremmo riproporre le pratiche di Julius Wagner-Jauregg (convulsioni indotte attraverso la malaria) o di Ladislas Meduna (convulsioni indotte con il cardiazol) o di Bini e Cerletti (convulsioni indotte da scarica elettrica), oggi che siamo dotati di farmaci che qualcuno ha definito missili intelligenti?

...e noi psichiatri non siamo a Happy Days

Be', il fatto che gli psicofarmaci non siano né intelligenti, né specifici, né miracolosi, dovrebbe essere ormai chiaro anche ai più collusi con le case farmaceutiche, il fatto che uno psichiatra che non metta in gioco se stesso, che non prescriva oltre al farmaco un po', anche, di se stesso – per dirla con Balint – non è un buono psichiatra, anzi è iatrogeno anziché no, pure questo dovrebbe essere chiaro.
E dovrebbe essere chiaro che la soluzione estrema non può essere il ritorno al manicomio elettrico, dopo aver sperimentato l'ebbrezza del manicomio chimico, e aver creduto di poter fare a meno del manicomio fisico.
Scrivo questo, tuttavia non sono preoccupato più di tanto.
Per fortuna esercito questo mestiere in Italia. In Italia abbiamo abolito i manicomi quelli grandi, abbiamo ridotto ai minimi termini il manicomio elettrico, siamo come tutti i paesi del mondo invasi dal manicomio chimico. Ma siamo critici. Siamo sul pezzo. Non siamo supini. Siamo una minoranza egemone, fornita di un'etica minima. E con noi minoranza egemone la maggioranza silenziosa e accondiscendente e acritica, l'establishment psichiatrico, è costretta a fare i conti.
Quindi non sono preoccupato del fatto che circa trecento persone ogni anno, in una decina di centri di questo paese, si sottopongano all'elettro-urto. Non siamo il Regno Unito dove ve ne sono dodicimila persone, in trattamento elettroconvulsivo. Siamo un paese che l'ha pressoché stigmatizzata, questa pratica. E che tra pochi anni sparirà. Montichiari, in provincia di Brescia, il Policlinico di Pisa, l'ospedale San Martino di Oristano, Villa Santa Chiara a Verona, Brunico, qualcun altro. Strascichi. Andranno a finire. A Roma vi era una casa di cura (San Valentino) che fino al 2014 erogava il trattamento elettro convulsivante. Ora non più.
Purtroppo nel Lazio, dove lavoro, ancora vi sono servizi che, per pigrizia o ignavia, inviano qualche paziente a Verona o a Pisa o a Montichiari. L'ultima volta fu per una ragazza, diagnosticata come borderline. Fuggiva di continuo dai luoghi di cura. Li metteva in scacco. Era caotica. La inviarono a fare gli elettroshock. Non perse un minuto dei suoi ricordi. Infatti neppure il suo comportamento cambiò di una virgola.
L'elettroshock sembra che funzioni nello spegnere o riattivare una persona se leva la memoria. Se non leva la memoria, non funziona. Il suo principale effetto avverso viene chiamato terapia. È questo il trucco.
Kurt Schneider, che pure è uno psichiatra molto apprezzato dagli organicisti, disse che avrebbe rifiutato questa terapia anche se con essa si poteva sottrarre un paziente a un conflitto interiore. Lo si potrebbe colpire alla testa così che non sia più capace di risposte emozionali, ma così noi veniamo meno alle ragioni etiche della vita – disse. Anche se tutto ciò fosse di aiuto, non tutto ciò che aiuta è consentito.
Ecco, questo è il tema, cari Fonzie della psichiatria, i pazienti non sono juke boxe, e noi non siamo a Happy Days.

Piero Cipriano



Elettroshock/ Ma quale cura?

Come Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud da anni siamo impegnati sul territorio per contrastare gli abusi della psichiatria, ponendo particolare attenzione alle modalità e ai meccanismi attraverso i quali essa si espande sempre più capillarmente e trasversalmente.
A quasi ottanta anni dalla sua invenzione, possiamo affermare che l'elettroshock è l'unico trattamento, che prevede come cura una grave crisi organica dei soggetti indotta a tale scopo, mai dichiarato obsoleto.
Anzi, si è cercato di modernizzarlo, sin dai primi anni; già nel 1943 il professor Delay mise a punto una nuova tecnica, l'elettroshock sotto narcosi, anche detta elettroshock terapia modificata.

Perdita di memoria e danni cerebrali

L'elettroshock oggi viene chiamato TEC (terapia elettroconvulsiva), ma sostanzialmente rimane la stessa tecnica inventata nel 1938 da Cerletti e Bini. Cambiare nome all'elettroshock ha aperto la via a due ordini di cambiamento: anzitutto si è assicurato il proseguimento del trattamento riducendo il dibattito alle linee guida per l'utilizzo, nei soli ambiti medici e politici; l'altro cambiamento è rappresentato dall'opinione diffusa che lo vede come pratica non più utilizzata, superata e obsoleta, allo stesso modo dei salassi per mezzo di sanguisughe. Invece si tratta sempre di far passare la corrente elettrica per la testa di un paziente, che passando attraverso il cervello, produce una convulsione generalizzata. Migliorandone le garanzie burocratiche, così come introducendo alcune modifiche nel trattamento, vedi anestesia totale e farmaci miorilassanti, non si cambia la sostanza della TEC.
Rimangono la brutalità, la sua totale mancanza di validità scientifica e l'assenza di un valore terapeutico comprovato. I meccanismi di azione della TEC non sono noti. Per la psichiatria «rimane irrisolto il problema di come la convulsione cerebrale provochi le modificazioni psichiche» e «non è chiaro quali e in che modo queste modificazioni (dei neurotrasmettitori e dei meccanismi recettoriali) siano correlate all'effetto terapeutico» (G. B. Cassano, Manuale di Psichiatria). Ma per chi subisce tale trattamento la perdita di memoria e i danni cerebrali sono ben evidenti e possono essere rilevati attraverso autopsie e variazioni elettroencefalografiche anche dopo dieci o venti anni dallo shock.
Relativamente all'attuale e globalizzato panorama d'impiego dell'elettroshock, poco trasparente e condiviso, continuiamo a porci domande come queste.
Perché questo trattamento medico, che per stessa ammissione di molti psichiatri che lo hanno applicato e che continuano ad applicarlo, è stato utilizzato in passato come metodo di annichilimento dell'umano, come strumento di tortura, come mezzo repressivo contro la disobbedienza, non viene dichiarato oggi superato dalla storia?

Abbiamo scritto un libro per Sensibili alle Foglie

È sufficiente praticare un'anestesia totale per rendere più umana e dignitosa e legittima la sua applicazione?
Durante la sua applicazione pratica, si sta ancora immettendo corrente elettrica verso il cervello di un proprio simile oppure si effettua un intervento equiparato ad ogni altra operazione chirurgica peraltro senza usare bisturi?
Possono dei benefici temporanei, che per avere effetto devono comunque essere accompagnati dall'assunzione di psicofarmaci, essere un valido motivo per usare questo trattamento?
Si possono ignorare gli effetti negativi dell'elettroshock?
Ci teniamo a ribadire che nonostante le vesti moderne l'elettroshock rimane una terapia invasiva, una violenza, un attacco all'integrità psicologica e culturale di chi lo subisce. Insieme ad altre pratiche psichiatriche come il TSO, l'elettroshock è un esempio, se non l'icona, della coercizione e dell'arbitrio esercitato dalla psichiatria. Il   percorso di superamento dell'elettroshock  e di tutte le pratiche non terapeutiche (obbligo di cura, contenzione meccanica e farmacologica, internamento) deve essere portato avanti e difeso in tutti i servizi psichiatrici, in tutti i luoghi e gli spazi di cultura e formazione dove il soggetto principale è una persona, che insieme ai suoi cari, soffre una fragilità.
Per chiunque voglia approfondire l'argomento, come collettivo abbiamo scritto il libro “Elettroshock. La storia delle terapie elettroconvulsive e i racconti di chi le ha vissute” (Edizioni Sensibili alle foglie, 2014). Questo libro propone un viaggio nella storia delle shock terapie, che precedono e accompagnano l'applicazione della corrente elettrica al cervello degli esseri umani e delle testimonianze di persone in carne ed ossa, che sono state sottoposte all'elettroshock. Lo trovate sul nostro sito scaricabile gratuitamente www.artaudpisa.noblogs.org.

Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud
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