Rivista Anarchica Online


migranti

Seconde generazioni

di Renzo Sabatini


Menusha, Giuliana, Jordan. E le altre, gli altri. Tante storie di immigrati di seconda generazione, condizionate, schiacciate, oppresse da frontiere, cittadinanze, timbri. Dietro la gazzarra, qui in Italia, sullo ius soli non si cela solo l'incompetenza di un'intera classe politica, ma anche il sordido progetto di un paese razzista, arretrato, oscuro.


Nei palazzi del potere si è accesa quest'anno un'indegna gazzarra attorno alla questione della cittadinanza per i figli, nati in Italia o arrivati da bambini, dei migranti stranieri che vivono fra noi. La triste bagarre mi ha restituito alla mente il ricordo, vecchio di vent'anni, di quando andavo a riprendere i bambini alla scuola materna. Spesso mi attardavo nel brutto cortile su cui si affacciavano due aule decrepite, a scambiare quattro chiacchiere con gli altri genitori, mentre tutto attorno i figli si scatenavano. Dopo otto ore trascorse al chiuso i bambini sembravano esplodere e riuscivano a trasformare in un posto buono per giocare persino il desolante prato sintetico inchiodato a terra. I cassonetti del riciclato diventavano alberi su cui arrampicarsi e il muro di cinta screpolato, che limitava un disordinato boschetto, era forse la porta verso un mondo magico, inaccessibile a noi adulti noiosi, persi in discorsi inutili.
Mi piaceva guardare quel movimento incessante, sentire le urla e le risate dei ragazzini che si erano subito strappati di dosso il grembiule, prima divisa della loro ancor breve vita. La mia attenzione veniva spesso attirata dai figli degli immigrati, che cominciavano allora a punteggiare le classi di colori nuovi, conferendo all'insieme qualcosa di insolito, cui non eravamo abituati.
C'era Menusha, con la pelle d'ambra e gli occhi scuri. Sempre ben vestita, ornata di orecchini e collanine, aveva spesso un'espressione corrucciata, evitava con eleganza i compagni un po' selvaggi che la sfioravano e se ne stava appartata, assorta in chissà quali pensieri. Aveva qualcosa di adulto e di antico nello sguardo e il sorriso si accendeva davvero solo quando la madre, avvolta in una lunga veste, arrivava trafelata per riportarla a casa.
C'era Giuliana, dal sorriso accattivante sotto un grande naso un po' schiacciato. Aveva un fisico solido; una cascata di capelli nerissimi le incorniciava il viso scuro, scolpito con i tratti da amerindio del padre. Spavalda, sicura di sé, si gettava a capofitto nelle mischie, per niente intimorita dai maschietti goffi e prepotenti.
C'era Jordan, frutto di un amore meticcio e sfortunato fra una nigeriana ed un marine afroamericano, dileguatosi prima che il bambino nascesse, forse fuggito, forse partito a presidiare qualche lontana frontiera dell'eterna guerra del suo paese, povero partito per difendere gli interessi dei ricchi, storia di tutte le guerre. Jordan non conosceva il padre che dai racconti della madre ma ne aveva ereditato i geni: svettava su tutti e, col fisico già prestante, pareva un cestista in erba. Aveva capelli ricci fitti, fronte alta, sguardo sornione e una certa tendenza alla prepotenza su cui si sorvolava volentieri, ammaliati da quegli occhi sorridenti e ironici. la pelle scura riluceva accanto alla pallidissima, efebica Margherita, sua compagna di giochi preferita, verso cui la prepotenza si trasformava in delicata dolcezza.
Menusha e Giuliana erano arrivate in Italia da piccolissime, assieme ai genitori, partiti in caccia di fortuna, l'una dall'India e l'altra dal Perù: fino a pochi anni prima paesi lontani nell'immaginario degli italiani, esotici, buoni per andarci da turisti. Jordan in Italia invece c'era nato. In ogni caso, per l'anagrafe, tutti e tre erano stranieri.
Tutta quella gente l'ho presto persa di vista, ma i volti di quei ragazzini “stranieri” li ho fissati nella mente e ogni tanto mi chiedo che fine abbiano fatto, quale sia stato il loro destino in quest'Italia in lento disfacimento.

Forse arriva una raccomandata, forse...

Riflettendo oggi su tutto questo mi viene in mente che, da studente, non mi ero mai reso conto di quanto fossero insopportabilmente omogenee le nostre classi scolastiche e, di conseguenza, le mie frequentazioni. Eravamo ragazzi di quartiere, tutti simili nell'accento e nei modi di fare. Dicevamo le stesse cose, usavamo lo stesso linguaggio, gli stessi cliché. Come in una famosa canzone di Antonello Venditti1, anche quando ci separavano le idee, i comportamenti ci rendevano indistinguibili. Ricordo, in terza superiore, l'arrivo in classe, a metà dell'anno, di un ragazzone pacifico, introverso e simpatico. Veniva da Sanremo e di lui ci colpì subito l'accento, una calata che volentieri prendevamo in giro, imitandola goffamente. Gli affibbiammo un nomignolo di cui oggi non vado per nulla fiero. Eravamo davvero dei provinciali della capitale, lontani dall'immaginare che le classi dei nostri figli sarebbero state ben più assortite.
Menusha, Giuliana e Jordan oggi sono ragazzi di ventidue, ventitre anni. Quasi certamente le loro strade si saranno presto divise: scuole diverse, quartieri lontani, magari addirittura altre città. Forse sono andati avanti negli studi, forse no, in ogni caso, a differenza dei loro genitori, parleranno italiano con l'accento del posto in cui sono cresciuti. Sono forse giovani con le radici in due mondi ma è quasi certamente in italiano che pensano, sognano e fantasticano sul futuro. I loro genitori non erano i clandestini di cui sono piene le cronache: avevano permessi di soggiorno in regola e lavori dignitosi. Avevano idee precise sul futuro, progetti di cui ogni tanto mi parlavano e nessuna voglia di guardarsi indietro: la nostalgia non era il loro pane quotidiano, sapevano quel che volevano dalla vita, per se stessi e per i figli.
Ma che è accaduto a Menusha, Giuliana e Jordan quando hanno compiuto diciotto anni? Credo che abbiano avuto un'amara sorpresa.
Come si viene convocati in questura per il permesso di soggiorno? Chissà, forse arriva una raccomandata, con la ricevuta firmata dal portiere o dalla vicina di casa, se il postino non ha trovato nessuno. Forse giunge un messo notificatore o addirittura un poliziotto, un vigile, uno con la divisa che fa alzare lo sguardo interrogativo al vicinato, intento a fare la spesa nei negozi sotto casa.
Qualcosa comunque sarà accaduto perché Menusha e gli altri, divenuti maggiorenni, avranno dovuto conquistarsi il loro diritto a vivere in Italia, destreggiandosi nella giungla della burocrazia per ottenere un permesso di soggiorno, quasi fossero appena arrivati. A quel punto potrebbe essere cominciato un calvario inaspettato e, se non erano stati preparati, li avrà colpiti il dolore di scoprirsi stranieri a casa loro.
Ma le avvisaglie potrebbero averli raggiunti molto prima, con uno di quegli episodi di esclusione di cui a volte capita di essere impotenti testimoni: una gita scolastica in qualche paese d'oltralpe alla quale non hanno potuto partecipare perché non hanno ottenuto il visto o perché il permesso di soggiorno dei genitori era in quella fase grigia di un rinnovo che non arriva mai e che ti priva, anche per molti mesi, del semplice diritto di viaggiare. Oppure una borsa di studio riservata a cittadini italiani, o europei, per la quale non hanno potuto presentare domanda. Un concorso di poesia o un torneo sportivo al quale non hanno potuto prender parte a causa delle regole astruse della burocrazia dell'esclusione. Piccole e grandi discriminazioni riservate ai figli dei migranti, italiani, ma non cittadini.

Legata all'antico diritto di sangue

Qualche anno fa un gruppo di questi ragazzi e ragazze ha deciso di mettere le proprie storie sul web.2 È la cosiddetta Rete G2, le seconde generazioni, i figli di migranti e rifugiati arrivati in Italia a partire dagli anni ottanta del secolo scorso. Sono tanti, sempre di più, i migranti crescono e si moltiplicano e i loro figli sono diventati grandi, hanno studiato, ma si sono affacciati alla vita coi diritti mutilati e si sono scoperti stranieri nella loro terra. Ci sono lavori che non possono fare, concorsi a cui non hanno diritto di partecipare, agevolazioni che a loro non spettano e licenziamenti inaspettati, scoccati allo scoprirne la nazionalità. Questi giovani, che si sentono italiani pur senza negare le radici, chiedono da anni il riconoscimento dei diritti di cittadinanza.
Confesso di non nutrire particolare simpatia per questa Rete. Mi sembra troppo concentrata sulla questione della cittadinanza per i suoi aderenti, che sembrano porre un paletto, voler fare un distinguo fra chi è nato o cresciuto in Italia ed i migranti di più recente arrivo. Sul web i G2 non commentano le tragedie del Mediterraneo o i centri di detenzione per migranti. Non si esprimono. Ma le loro richieste sono sacrosante ed è un impegno pacato e paziente, senza urla scomposte né gesti eclatanti, una lotta da appoggiare.3
In tema di cittadinanza la normativa italiana è ancora legata all'antico diritto di sangue e non tiene conto dei cambiamenti nella composizione dei residenti, determinati dalle migrazioni degli ultimi decenni del novecento.4 Le leggi attuali consentono di diventare cittadini italiani ai pronipoti dei nostri migranti in tutto il mondo, anche se probabilmente non vivranno mai in Italia: se possono dimostrare la catena di sangue che li lega a un avo, magari partito dall'Italia alla fine dell'ottocento, ottengono il magico passaporto amaranto e ricevono a casa le schede elettorali. Non vivono da noi ma votano, eleggono parlamentari, decidono su cambiamenti costituzionali e abrogazioni di leggi che non influiscono sulla loro esistenza.
Per gli stranieri e per i loro figli nati all'estero che vivono stabilmente nella penisola, invece, il percorso per diventare cittadini è arduo, irto di ostacoli a volte insormontabili. Devono trascorrere dieci anni di residenza prima che possano presentare la domanda e il percorso successivo è lungo e complesso. I periodi trascorsi in Italia da irregolari non sono conteggiati e anche per i regolari la residenza è spesso complicata da dimostrare, qualora l'iscrizione anagrafica non sia stata eseguita correttamente fin dall'arrivo in Italia. Con la Bossi-Fini, che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, uno straniero può ritrovarsi allo stesso tempo disoccupato e privo di residenza e decade così il diritto. Quando si presenta la domanda occorre dimostrare di avere un reddito stabile da almeno tre anni, reddito che deve essere mantenuto anche durante gli anni successivi, fino al conseguimento della cittadinanza. Un requisito impossibile per coloro che sono pagati al nero o hanno contratti anomali e che può venir meno a causa della perdita del lavoro, vanificando anni di attesa.
A quelli come Jordan, nati nella penisola, a diciotto anni è consentito di optare per la cittadinanza italiana, ma solo se hanno dimorato continuamente in Italia fin dalla nascita e se durante l'infanzia non hanno trascorso all'estero periodi superiori ai sei mesi. Ancora una volta, un requisito spesso complesso da dimostrare e un diritto che decade automaticamente al compimento del diciannovesimo anno: chi non sa, chi si presenta in ritardo, chi non ha i documenti in regola, perde il treno.
A diciott'anni suona la campana e la vita di questi giovani viene improvvisamente sconvolta: gettati nella mischia, si ritrovano in fila fuori dalle questure, per un permesso di soggiorno che, nel migliore dei casi, riceveranno solo dopo mesi. Se non proseguono gli studi e non possono dimostrare di avere un lavoro o di essere mantenuti dalla famiglia finiscono per ingrossare le fila degli irregolari e, a volte, vengono espulsi. Cacciati dal loro paese.

Flash mob a Milano per sostenere la legge sullo ius soli

Quel consueto pasticcio

Per tanti che ho conosciuto in giro per il mondo, la cittadinanza italiana ha un valore relativo. Per alcuni è questione di appartenenza: significa identità, orgoglio nazionale, radici, affetto, a volte semplice nostalgia della giovinezza. Per molti altri è soprattutto il privilegio di avere un passaporto europeo che ti apre al mondo. Per pochi di questi è una questione vitale. Ma per i G2 la cosa è molto più importante: per loro essere o meno cittadini cambia il destino, decide della vita. Quelli che si oppongono con sdegnato furore dovrebbero provare a immaginarsi in questa condizione: stranieri a casa propria, in fila fuori dalla questura per pietire il permesso di restare nella città dove sono cresciuti.
Le proposte di legge navigano le commissioni parlamentari da anni. Sono ipotesi di jus soli molto moderate che non regalano nulla. Eppure quando si affacciano nelle aule parlamentari suscitano ignobili reazioni. Politicanti a caccia di consensi si mettono subito all'opera per scavare nel rancore degli italiani; le loro grida di allarme richiamano ancestrali paure di orde di barbari alle frontiere e si affacciano alla superficie i peggiori sentimenti che albergano nei recessi delle nostre menti.
Se mai una norma sarà approvata è probabile che ne venga fuori il consueto pasticcio, generato da quel misto di incompetenza, ignoranza, pressappochismo e ipocrisia che porta spesso a licenziare mostriciattoli legislativi che complicano la vita ai potenziali beneficiari senza risolvere quasi nulla.
Eppure, se il semplice principio di uguaglianza guidasse il legislatore, lo jus soli non dovrebbe trovare ostacoli: chi è cresciuto in un territorio, chi ci vive stabilmente, chi contribuisce col proprio lavoro e il proprio studio alla vita della comunità ed è, per forza di cose, governato dalle sue leggi, è di fatto un cittadino di quel luogo, a prescindere dal colore della pelle o dalla purezza del sangue.
Personalmente da tempo mi spingo ben oltre con la fantasia e immagino forme di cittadinanza multiple, elastiche, totalmente slegate dalle questioni di sangue, estranee alle appartenenze etniche tribali o lingustiche: una cittadinanza legata al territorio, alla comunità, agli individui che ne fanno parte e contribuiscono in vario modo ad animarla, sorreggerla, mandarla avanti e fra cui si stabiliscono necessariamente rapporti di reciproca solidarietà. Una cittadinanza che esite fino a quando ha motivo di essere, che potrebbe anche non essere chiamata cittadinanza, se è troppo complessa da architettare, con il suo apparato burocratico di leggi e passaporti, ma che di fatto è cittadinanza. Nessuno dovrebbe essere straniero nel territorio in cui vive, tantomeno i figli dei migranti che vivono con noi: sono gli amici dei nostri figli, che hanno condiviso con loro aule, interrogazioni, risate, feste, compiti in classe, amori e dolori dell'adolescenza.

Oscuri luoghi di segregazione

Ancora una volta si può richiamare la storia nazionale, i milioni di italiani che sono emigrati e che sono poi diventati argentini, brasiliani, canadesi, statunitensi, australiani, venezuelani e altro, assieme ai loro figli e ai nipoti. Se così non fosse stato oggi milioni di discendenti dei contadini italiani partiti per terre lontane si troverebbero nelle stesse condizioni dei G2:, stranieri in patria, soggetti alle bizzarrie dei governi e all'alternanza delle leggi sull'immigrazione. Dopo generazioni resterebbero uomini e donne senza terra e dal destino incerto, perché a tutte le latitudini lo straniero è sempre il primo a cadere vittima di leggi reazionarie nei periodi di crisi.
Quelli come Jordan Menusha e Giuliana metteranno su famiglia e prima o poi arriveranno i G3. Che accadrà allora? Si vorrà un paese diviso fra italiani e stranieri dai diritti mutilati o si cercherà di costruire una nuova comunità dove tutti abbiano gli stessi diritti di cittadinanza? O dovremo assistere piuttosto all'esodo di una generazione cui viene impedito di vivere nella terra dove è nata?
Dietro la gazzarra sullo jus soli non si cela solo l'incompetenza di un'intera classe politica ma anche il sordido progetto di un paese razzista, arretrato, oscuro, dove i deboli possono essere sfruttati e schiavizzati, come accade sempre più spesso, e gli inutili cacciati. Ne godono le mafie e il business sempre più ricco dell'industria della sicurezza che costruisce, arreda e riempie di detenuti e guardie, carceri, centri di detenzione e altri oscuri luoghi di segregazione.

Renzo Sabatini

  1. Compagni di scuola, 1975.
  2. Secondegenerazioni.it.
  3. Su questo tema è stata promossa da alcune associazioni la campagna: “L'Italia sono anch'io”.
  4. L'anacronistica normativa del 1912 è stata riformata nel 1992, ma senza tener conto dei fenomeni migratori già in corso.