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Rivista Anarchica Online


crisi irreversibile

Ma la sinistra si è suicidata

di Andrea Papi


Abbandonati i temi, i toni e lo spirito “rivoluzionario”, la sinistra si è ridotta da lungo tempo l'ombra di se stessa. Una malaugurata conseguenza delle tragiche scelte opportuniste di classi politiche in declino, non più in grado di capire il mondo a causa di categorie di riferimento ormai del tutto inadeguate. Anche per questo le proposte anarchiche meritano una maggiore attenzione.


Il 5 dicembre scorso, a ridosso del trionfo del no a Renzi, nel quartiere S. Basilio a Roma una famiglia marocchina, cui era stata assegnata una casa dal comune, è stata cacciata a furor di popolo al grido “Qui non vogliamo negri, tornatevene a casa col gommone”. Un episodio che per molti versi si commenta da solo. Mi ha però colpito ciò che ha detto un uomo in un servizio televisivo sull'episodio. Apparentemente sulla cinquantina e non certo appartenente a ceti abbienti o benestanti, nell'esprimere la sua solidarietà a chi “aveva cacciato i negri”, con decisione e manifesto disprezzo ha usato queste precise parole: “Bisogna cacciare via anche la sinistra, perché la sinistra è un cancro della società”.
Un'affermazione scioccante, che ho istintivamente vissuto come emblematica. Nella sua concisa brevità conferma simbolicamente ciò che sento e sostengo da un bel po': la sinistra, per come la conosciamo, è morta. Non parlo tanto dei “cadaveri istituzionali”, cioè di ciò che ne è sopravvissuto e continua acriticamente ad autodefinirsi tale, che altro non sono che conferma di ciò che sto asserendo. Mi riferisco invece alla visione del mondo che storicamente ha fatto sognare milioni di esseri umani con la promessa del “sol dell'avvenire”, lo stato socialista a base operaia. Avendo iniziato negli ultimi decenni un vistoso incontrollato processo di trasformazione della propria natura originaria, per dirla alla Goffredo Fofi, si è suicidata.
Come il bolscevismo, che non è stato vinto in seguito allo scontro col capitalismo, ma imploso perché fondato su una spietatezza antiumanista e su un nonsenso economicista, allo stesso modo la sinistra è deceduta non perché repressa da una destra oscurantista al potere, ma perché si è confusa e mescolata col nemico contro cui era sorta, fino a prostituirsi rinunciando ai propri valori e rinnegando i presupposti che l'avevano resa viva e fulgida.

Dalla tensione rivoluzionaria ai sistemi dominanti

Chi ha affermato “la sinistra è un cancro della società”, circondato dal plauso di alcuni astanti, sicuramente proviene da categorie sociali tra le più bistrattate, come più o meno tutti coloro che abitano in quel quartiere. Per la mia esperienza e la mia sensibilità è questo l'elemento più sconcertante. Qualche decennio fa, quando cominciai a formarmi alle problematiche politiche, sarebbe stato impensabile che quasi un'intera borgata, come unanimamente testimoniato dall'informazione, fosse così pervicacemente anti-sinistra. Allora la quasi totalità dei deboli e degli indifesi sociali si considerava naturalmente di sinistra, a parte alcune eccezioni che, per motivi e percorsi particolari, potevano sentirsi parte del neofascismo o comunque di una destra culturalmente conservatrice. Chi stava “male” in genere desiderava cambiare la propria condizione in meglio e considerava quasi ovvio che la sinistra, tradizionale portatrice di progetti di emancipazione sociale, fosse lo sbocco politico e ideale di un'appartenenza che aspirava a una trasformazione sociale di riscatto e affrancamento.
Paradossalmente oggi le parti appaiono invertite e il discredito in cui sembra precipitata la sinistra politica ha tutta l'aria di essere praticamente catacombale. Non mi riferisco solo all'Italia. È un fenomeno in atto di portata mondiale in tutto l'occidente, come stanno dimostrando, per esempio, il lepenismo e i vari neonazifascismi avanzanti in tutta Europa, assieme al voto di una grossa fetta degli operai di Detroit e altre concentrazioni industriali dato a Trump nelle presidenziali americane appena svolte. Un tale infausto “destino” è sicuramente una malaugurata conseguenza delle tragiche scelte opportuniste di classi politiche in declino da almeno tre generazioni, non più in grado di capire il mondo perché le categorie di riferimento sono ormai del tutto inadeguate. Ne sono fermamente convinto.
Una decadenza diventata inarrestabile da quando la propensione culturale egemone interna alla sinistra ha abbandonato la tensione rivoluzionaria per diventare parte del sistema dominante. Quando parlo di “tensione rivoluzionaria” non mi riferisco alle barricate, alle prese del potere, o alla voglia d'imporsi anche con la forza, con cui in genere viene rappresentata, ma alla volontà e alla consapevolezza di voler trasformare le relazioni sociali alle radici, per realizzare uguaglianza e giustizia sociali. Al di là della forma con cui avviene, la rivoluzione è soprattutto un insieme di processi di trasformazione tendenzialmente irreversibili. Quella di sinistra fin dalle origini è stata pensata e promossa perché gli oppressi e gli sfruttati sognavano di emanciparsi dallo stato di sudditanza e oppressione, per riuscire a vivere una condizione di uguaglianza, di benessere collettivo, di giustizia e di equità sociale.

Il linguaggio incomprensibile di ideologie lontane e superate

Tensione e sogno che intere generazioni si sono raccontate e trasmesse come fossero una grande comunità capace di superare le diversità e abbracciare l'umanità intera. Nel momento in cui sono stati abbandonati la sinistra è morta, perché non ha più avuto ragion d'essere e non riesce a far più breccia nei cuori e nell'immaginario degli oppressi e dei deboli, una volta referenti “naturali”. Ne sono sopravvissute solo due varianti: o esigue minoranze ideologiche che in varie maniere ripropongono deliri ideologici parabolscevichi, definitivamente tramontati e condannati dalla stessa esperienza storica, o lobbies che parlano il linguaggio delle politiche istituzionali dei sistemi in auge. La sinistra è morta perché le componenti culturali che la egemonizzano non sono più in grado, né lo vogliono, di parlare il linguaggio dell'emancipazione liberatoria. O ripropongono, sempre più timidamente in verità, pari pari la vecchia lotta di classe, nell'immaginario collettivo egemonizzata dal dettato leninista, oppure chiedono di votare per un manipolo di privilegiati che si arrabatta in parlamento, senza riuscire a risolvere i problemi della gente e senza più mettere in discussione il potere vigente.
È un bel po' che deboli e oppressi non si sentono più rappresentati, o difesi, dalle sinistre che ci sono le quali, o attraverso sparute conventicole parlano il linguaggio incomprensibile di ideologie lontane e superate, o appartengono a schieramenti che non riescono a distinguersi dai poteri borghesi/finanziari/lobbistici che dovrebbero invece contrastare. Così assistiamo al deprimente spettacolo di schiere di emarginati e umiliati sociali che le respingono, fino a odiarle, perché vissute come responsabili delle loro avvilenti situazioni esistenziali. Sostengono e parteggiano invece per leader e formazioni ostentatamente di destra, lasciandosi ammaliare da promesse xenofobe e razziste, che aiutano a scaricare le loro frustrazioni su profughi e disgraziati in fuga da paesi diventati invivibili, o spinti dal bisogno di essere protetti si lasciano irretire da illusorie suggestioni di essere guidati da un uomo forte al comando.
Curiosamente queste destre avanzanti da più parti sono definite ad arte populiste e antisistema. Il populismo, quale movimento politico, nacque in Russia nella seconda metà dell'ottocento. Era il movimento antizarista della “andata al popolo”, animato da tensioni rivoluzionarie socialisteggianti che si ispiravano a forme di comunitarismo rurale. Definizione che fu poi appioppata al peronismo argentino che cercava consensi popolari plebiscitari e a tutte le altre forme di cesarismo che incantano le folle per ottenere “consensi bulgari”. La ritengo una forzatura. Populismo vorrebbe innanzitutto dire che si vuole sia il popolo a decidere per se stesso. Una visione equivalente ispirò, per esempio, buona parte del risorgimento italiano. Quando poi viene usato per qualificare tensioni socio-politiche xenofobe e razziste, se non addirittura fascio-naziste, è una stortura del senso, perché da queste forme i popoli sono oppressi in sommo grado, lungi dall'essere i riferimenti fondamentali come sognava il populismo originario, la “Narodnaja” russa.

Progetto di rinascita? No

Anche la definizione di “antisistema” regge poco, se non nulla. Semmai queste realtà emergenti rappresentano un aspetto esasperato del sistema vigente che ci opprime, non certamente tensioni che si contrappongono ad esso. A riprova le scelte che ha fatto Trump per la formazione del suo nuovo establishment. I voti che lo hanno eletto sono stati unanimamente definiti antisistema. Nei fatti lui ha formato una coalizione di governo che più rappresentativa del sistema non si può, con la caratteristica, purtroppo, di essere completamente spostata verso personaggi espressione dell'estrema destra. Siccome in verità le democrazie funzionano malissimo essendo generatrici di continue ingiustizie, si è scatenata una tensione montante che vuole il loro superamento, auspicando per reazione l'instaurazione di forme dittatoriali nell'illusione di trovare maggiori tutele.
Di fronte a questo ineluttabile dato di fatto della storia in cammino, come si suol dire non serve “buttare via il bambino con l'acqua sporca”. La sinistra come l'abbiamo conosciuta è morta e non risorgerà più. Quel tipo di progettualità, che aveva come riferimento le comunità lavorative quale base di affrancamento dall'oppressione statuale e capitalistica, fondamento di una nuova coesione sociale fondata sulla solidarietà operaia, non potrà riproporsi, fra l'altro anche perché il mondo lavorativo che ne alimentava l'immaginario sovversivo sta scomparendo velocemente, sostituito da una prevalenza tecnologica interconnessa.
I problemi e i bisogni di giustizia, di maggiore uguaglianza sociale, di non oppressione e non sfruttamento non sono però stati superati. Anzi! Per molti versi si stanno acuendo pur cambiando di forma e in parte di segno. Le tensioni di solidarietà, di fratellanza e sorellanza, di cooperazione sociale, di riscatto esistenziale e politico delle categorie più deboli, hanno bisogno di risorgere, di trovar la maniera di riaffermarsi per riprendere il cammino verso l'emancipazione libertaria. Paradossalmente lo si sta chiedendo proprio con le preoccupanti svolte a destra.
Ma non potrà più trattarsi di un progetto di rinascita della sinistra, in qualunque forma la si voglia presentare. Quella è morta in modo irrimediabile. Come abbiamo visto si è, appunto, suicidata. Devono altresì scaturire altre forme e altri riferimenti espressione della contemporaneità, che non ripropongano più, per favore, modelli dirigenziali che s'impongano da un “alto sedicente proletario”. Gli anarchici, se volessero, avrebbero un gran bel compito da approntare e vivere.

Andrea Papi
www.libertandreapapi.it