carrello

Rivista Anarchica Online





Docu-film/ Schillaci
Totò? No, Maurizio

Un uomo si aggira come un'ombra nella notte. Entra nella stazione di Palermo e si porta verso un binario morto. Uno stacco di immagini e l'uomo - sagoma dinoccolata e sigaretta perennemente tra le labbra - lo ritroviamo nello sballo della Palermo by night. Sono le prime sequenze del docu-film Fuorigioco (Italia, 2015, 61 min.), dei giovani registi Domenico Rizzo e Davide Vigore sulla parabola di un signore che oggi, dopo uno scampolo di esistenza al massimo, tra successo, soldi (tanti) e belle donne, arricchisce quell'umanità senza più famiglia, lavoro, casa e la cui presenza silenziosa, marginale stride in mezzo ai luccichii delle nostre città.
La sua storia è assurda, potrebbe stare in un romanzo di Bukowski per struggimento e vena romantica. “Questa persona qui - commenta un signore coi baffi e sempre nelle prime sequenze del docu-film - era più forte di Totò Schillaci, era solo un po' fuori di testa. Ma il calcio è così...”. Già, il calcio è così, ma pure la palla della vita non sempre gira nel verso giusto. Maurizio Schillaci, cugino del ben più famoso Totò delle notti romane, oggi ha cinquantaquattro anni, un sorriso ancora sbarazzino e una bellezza appena sbiadita. È stato un calciatore di indiscusso talento con una carriera, purtroppo, stroncata nel momento migliore da un infortunio e dalla droga. Di Zdenek Zeman era un pupillo; nella stagione in cui allenò il Messina in squadra vi erano i due Schillaci, ma il tecnico ceco non ha avuto mai esiti nel riconoscere la superiorità tecnica di Maurizio sul cugino, le sue pennellate d'autore, sorrette da tecnica e progressione, gettavano scompiglio tra le difese. Maurizio fu con Zeman anche al Licata dove in due stagioni (siamo agli inizi degli anni ottanta) realizzò una trentina di reti. Sempre con il club gialloblu, in occasione di un derby col Siracusa vinto per 2-1 dal Licata, Schillaci segnò il gol più bello della sua carriera dopo aver dribblato quattro avversari (compreso il portiere). Zeman lo avrebbe portato con lui al Foggia, ma nella stagione 1986-87 passa in Serie B alla Lazio di Fascetti dove firma un contratto per quattro stagioni da cinquecento milioni.
Ma nella capitale le cose non vanno secondo le attese, problemi ad un tendine tengono Maurizio per molti mesi lontano dai campi, qualcuno pensa che sia un malato immaginario a cui piace solo la bella vita. La Lazio decide così di darlo in prestito al Messina; dal 1989 è per tre anni alla Juve Stabia dove, in sostanza, si chiude anzitempo la sua sfortunata favola nel calcio. Da qui inizia per Schillaci una seconda vita (quella raccontata nel docu-film) ferita da divorzi, allontanamento dalle figlie, brevi detenzioni e tossicodipendenza (un'overdose per poco non lo manda all'altro mondo). Il Maurizio celebrato da Zeman e dal padre pescivendolo, ormai non esiste più. È diventato un altro uomo che ha rimosso il passato e gli è rimasto appiccicato addosso un unico rimorso: non poter vedere più le due figlie. Ma il film di Rizzo e Vigore non vuole essere la parabola di un campione mancato, solo la storia di un senzatetto che ha perso sì nella vita una partita, ma ha conservato la dignità e si è abituato a vivere sereno, pur non avendo più soldi in tasca.
“Voglio stare con la mia solitudine, perché inizio a pigliarci gusto”. Sono le parole di congedo di Maurizio Schillaci prima di immergersi nella notte e raggiungere il binario morto della stazione, dove c'é un vagone dismesso e il letto che lo riparerà dai rigori dell'inverno...
Coi titoli di coda, il documentario di Rizzo e Vigore regala allo spettatore una chicca dello Schillaci-fenomeno del tempo perduto: il gol firmato con un magistrale stacco di testa in un Cagliari-Lazio della stagione1986-87.

Mimmo Mastrangelo



Autobiografia italo-spagnola/
Tra anarcosindacalismo, lotte nella scuola e...

Come è noto gli anarchici sono stati prevalentemente restii a scrivere la propria autobiografia e ciò ha comportato la perdita di fonti preziose per la storia del movimento. Le fondamentali “Memorie di un rivoluzionario” scritte da Kropotkin rappresentano l'eccezione alla regola. Fortunatamente studiosi anarchici e non si sono dedicati, fin dal sorgere del movimento, a questa fondamentale necessità di conservazione della memoria.
A partire dalla biografia di Bakunin scritta da Max Nettlau, introvabile nei circuiti commerciali e consultabile in poche sedi specialistiche, passando per la fondamentale edizione del “Dizionario degli anarchici italiani”, via via in corso di aggiornamento a cura della Biblioteca Franco Serantini, e attraverso i numerosi centri studi libertari e di ricerca sull'anarchismo in Italia ed all'estero, per giungere al recente Convegno di studi su Malatesta tenutosi a Roma il 28 maggio 2016, a cura dell'Associazione di idee i Refrattari (di cui è stato pubblicato un resoconto sullo scorso numero di “A”, n. 410, ottobre 2016, p. 11, ndr) non vi è dubbio che molta strada si è fatta per scongiurare la scomparsa della memoria storica dell'anarchismo ottocentesco e novecentesco.
Gli Appunti per un Album familiare, (collaborazione editoriale con le edizioni del Festival Sete Sóis Sete Luas, 2015, pp. 300, € 15,00 + spese di spedizione) stesi da Giovanni Biagioni sulla propria vita e su quella della sua famiglia dal 1850 al 2014, sono orientati in controtendenza rispetto alla ricordata ritrosia autobiografica degli anarchici.
Siamo di fronte ad una autobiografia chiara, completa e complessa, profondamente sincera ed avvincente. È da rilevare in prima battuta la capacità dell'autore di essere in grado di rendere la complessità della storia famigliare e di sapere tenere le fila dell'intreccio della sua storia individuale con quella del contesto famigliare. A questo proposito l'autore, che vede nell'auspicata solidarietà famigliare, intesa come modello di vita, la base potenziale della costruzione di una futura società migliore dell'attuale, fa pensare all'idea di famiglia anarchica, come la intendevano gli anarchici del primo novecento. È poi un libro di viaggi, di avventure e di cambiamenti, da leggere, se la sua mole lo consentisse, tutto di un fiato, corredato di numerossime fotografie, che, analogamente alla parte scritta, sovrappongono aspetti pubblici e privati dell'autore.
La narrazione relativa all'attività militante del compagno che si sviluppa, a partire dai primi viaggi in autostop e dall'impegno a Firenze per portare soccorso, quando ci fu l'alluvione del '65, nella partecipazione al '68 e nelle vicende politiche successive in Italia ed in Spagna, fa emergere un percorso bello da ricordare e fondamentale per gli storici contemporanei. La partecipazione alla riattivazione dell'anarcosindacalismo in Italia, alla lotta clandestina in Spagna ed alle altre significative vicende di quel periodo, tra gli anni settanta e novanta dello scorso secolo, viene narrata con allegria e noncuranza dell'importante ruolo che l'autore ebbe nelle vicende dell'anarchismo e dell'anarcosindacalismo. Un ruolo che tuttavia non sfuggì alla vigilanza della polizia politica, come si evince dalla seconda edizione del libro di Giorgio Sacchetti “Carte di gabinetto. Gli anarchici italiani nelle fonti di polizia (1921-1991)” dove tra i tanti anarchici biografati ed attenzionati nel corso degli anni, non manca Giovanni Biagioni.
Il rientro a Firenze dopo un lungo periodo vissuto in vari parti del mondo, con incarichi di responsabilità nell'ambito della diffusione della cultura del nostro Paese, coincide con l'abbandono motivato e consapevole della militanza nel movimento. L'autore, con quella sincerità che lo ha accompagnato per tutto il libro e che lo accompagnerà fino alla conclusione dell'autobiografia, spiega perché resistette ai tentativi dei compagni di farlo tornare nella politica attiva a Firenze ed esprime la sua attuale concezione dell'anarchismo. Biagioni illustra i motivi che gli impediscono di rientrare nella militanza e lo fa con una chiarezza che raramente si trova in giro.
Il lavoro di Biagioni, che riflette la complessità della vita vissuta, può essere recensito secondo diverse chiavi di lettura, come ad esempio la storica, la psicologica, l'autobiografica, la letteraria, la politica. La recensione attuale, che coglie in sintesi soltanto alcuni degli aspetti di un libro notevole, è una fra le tante recensioni possibili.
Chi fosse interessato all'acquisito del libro potrà scrivere all'autore: gbiagioni@hotmail.com.

Enrico Calandri



Cinema e terrorismo/
Rompere lo stereotipo

Libro interessante questo Cinema e terrorismo – la lotta armata sul grande schermo di Carmine Mezzacappa (edizioni Paginauno, 2016, pp. 322, € 15,00), scritto per approfondire e per stimolare a voler approfondire, al di là delle banalizzazioni di un'agiografia di costume che ruoti intorno alla condanna o all'adesione. Un'accurata selezione antologica, cinquanta schede di film, sul tema delle ribellioni in armi. Tutte le ribellioni, dalla lotta di resistenza al fascismo fino alla propriamente detta “lotta armata” degli anni settanta. Sottolinea molto bene come tutti i regimi hanno sempre giudicato come banditi e terroristi coloro che hanno cercato di contrastarli armi in pugno, compresi i resistenti antifascisti che, essendosi trovati alla fine dalla parte vittoriosa, sono poi diventati eroi da encomiare ufficialmente, cosa che non può succedere, ovviamente, per chi ha perso.
In proposito, particolare intrigante, nella sua introduzione l'autore abbina volutamente “terrorismo” e “lotta armata”. L'uno è la qualifica data dal potere che l'osteggia e la detesta, l'altra è il modo con cui viene designata da chi la pratica e vi si riconosce. Mettendo insieme i due termini, dai significati tra loro contrastanti, si ottiene l'effetto di mettere da parte le valenze moralistiche.
Nelle schede, come sottolinea lo stesso autore, “i film sono stati trattati come “testi”, non come opere visuali”. Cioè a dire che più che proporre una valutazione di critica filmica, che pure è compresa, si è concentrato sulle parole, sia quelle pronunciate dagli attori, sia “in parallelo, anche brani estratti da saggi e articoli pubblicati poco dopo l'uscita del film, nell'intento di creare un discorso narrativo unico”. Ogni scheda è una personale descrizione narrativa del film, in cui sono riportati parti di dialoghi ed anche commenti di critica apparsi all'uscita del film, assieme a brevi e motivati commenti e punti di vista dello stesso Mezzacappa.
Nello sviluppo della trama saggistica appare abbastanza evidente che all'autore non interessa tanto un discorso sulla lotta armata, o terrorismo che dir si voglia. Non è un approccio dottrinale, né tanto meno giudicante. È invece una ricerca, un serio tentativo di mettere in evidenza che “il cinema non può – non deve – fornire spiegazioni ideologiche. Però ha la grande funzione etica di osservare, percepire stati d'animo e rappresentare la realtà attraverso la sensibilità dei registi”. Il film in sostanza svolge la funzione di stimolare, di indurre gli spettatori, attraverso il bagaglio culturale del regista, a riflettere sui temi trattati, nel tentativo di trascinarli fuori dagli stereotipi rappresentativi e giudicanti.
“La Storia non è una scienza, ma una narrazione di come l'opinione pubblica percepisce la realtà del suo tempo e l'articola in modo da soddisfare le esigenze ideologiche e gli interessi economici di determinati gruppi di individui”, rimarca con convinzione e aggiunge “un film ha un valore storico nel senso che il regista non necessariamente affronta uno specifico tema storico, ma stabilisce un rapporto dialettico tra gli eventi rappresentati e la sua interpretazione personale, che riflette il clima politico e sociale del periodo in cui il film viene girato”.
Come si può notare, c'è una consapevolezza notevole nel rivendicare la soggettività della regia senza riproporre la retorica dell'oggettività interpretativa, senza però stravolgere i fatti o montarvi sopra. Il film diventa la ricostruzione, non tanto di eventi storici immobilizzati da un'oggettività inesistente, ma della percezione che ne hanno, il regista in primis, ma anche coloro che li vissero direttamente. È la narrazione di impronte umane per come sono state vissute, comprendenti pure gli involucri ideologici, considerati fonte “non tanto di quel determinato pensiero politico ma del modo in cui esso viene percepito in epoche diverse”.
Dietro tutto questo c'è anche un'altra consapevolezza molto importante, affiorata guardando ciò che si è prodotto, cioè che “il cinema si è limitato ad analizzare le sconfitte individuali dei militanti ma non le cause, non le dinamiche che avevano portato un consistente numero di giovani, uomini e donne, a entrare nella lotta armata. [...] Si è concentrato quasi esclusivamente su personaggi spaventati, disorientati, in fuga prima di tutto da se stessi, simboli di un progetto politico fatalmente destinato a trovare una conclusione solo nella sconfitta personale”. Un limite non indifferente, perché è innanzitutto imposto dal potere: “purtroppo si guarda sempre il dito, ossia la violenza, ma mai la luna, ossia le cause”.
Certo, ci dice l'autore, la violenza non può che essere condannata, soprattutto in un film, soprattutto perché i familiari delle vittime potrebbero reagire perché offesi, soprattutto perché, se non ci si credeva veramente, non si poteva appoggiare dichiaratamente una parte, i lotta/armatisti anni settanta ben distinti dalla lotta partigiana antifascista. Ed è un dato di fatto che nessun regista si è mai apertamente schierato in tal senso. Allo stesso tempo è stato un errore limitarsi a rappresentare soprattutto i drammi umani ed esistenziali dei protagonisti di quella stagione, sconfitti definitivamente e umiliati. Forse bisognava fare lo sforzo di cercare di scavare un po' più a fondo per tentare di capire quali cause, quale contesto socio-politico-culturale spinse “proprio gli animi più sensibili a farsi sopraffare dalla delusione e reagire con violenza [...] la lotta armata, in sostanza, non è un virus che si annida in soggetti malvagi e si diffonde nella collettività. È invece il segnale di una malattia di cui soffre l'intera società”.
Pur indicandone i limiti, allo stesso tempo però li capisce, in un certo senso li giustifica. Ha la sensazione che non si sia parlato della violenza politica in termini più problematici e approfonditi “per il timore di rendere un cattivo servizio al dibattito politico, prima, e al cinema dopo [...]. La loro risposta è stata in fondo la decisione più sensata e intelligente [...] ci ha consegnato l'opportunità di fare, attraverso i loro film, una nuova lettura, più distaccata, di quegli anni”.
Personalmente sono invece convinto che ci sia stato il grosso timore di scavare più a fondo per paura di rompere lo stereotipo della condanna tout court, richiesta in modo sia implicito sia esplicito dal potere dominante vittorioso. Inconsapevolmente, forse, c'è stato un adeguamento alla richiesta di non sfiorare nemmeno il “pericolo” di apparire, se pur alla lontana, simpatizzanti di una rivolta che non ha trovato altro modo di esprimersi che quello che da sempre è lo strumento privilegiato di ogni potere, l'uso delle armi, la guerra, per tentare di distruggere un nemico che non da tregua. Scavare in modo spregiudicato per approfondire le ragioni, o cause, voleva dire inchiodare il potere alle sue responsabilità, cioè intraprendere una via rivoluzionaria.

Andrea Papi
www.libertandreapapi.it



La Resistenza/
Un fiore meraviglioso

Il fiore meraviglioso è un progetto editoriale, musicale e cinematografico che nasce dall'incontro e dalla compenetrazione tra il circolo culturale Anpi Ispra (Varese), realtà autogestita del lago Maggiore, che da molti anni si occupa di antifascismo, resistenza, produzione e diffusione culturale, il gruppo editoriale Altre Latitudini, che pure da molti anni e nella stessa zona cerca di promuovere sguardi e contenuti altri, il collettivo musicale milanese di musica popolare dei Friser e la micro editoria artistica de La Torre degli Arabeschi.
Il fortunato progetto, iniziato più di dieci anni fa e giunto nel 2016 al decimo capitolo, è una importante autoproduzione che è riuscita ad andare avanti grazie all'ottima risposta dei lettori, degli appassionati di musica, dell'associazionismo politico antifascista nel nord Italia in generale e dei maggiori storici locali della Resistenza come Cesare Bermani e Franco Giannantoni che hanno sempre sostenuto il progetto e fornito il loro aiuto disinteressato e complice.
L'idea fu quella di effettuare un'ultima ricognizione orale sulla Resistenza, dando voce a quelli che sono, per forza di cose, gli ultimi testimoni di quella memorabile stagione di impegno civile. Dando voce ai protagonisti della Resistenza, a chi l'ha agita, non a chi l'ha studiata, interpretata o ne ha fatto materiale storico o drammaturgico, convinti che in molti casi i veri protagonisti non siano ancora mai stati ascoltati direttamente, con l'intento di ricavarne non un approfondimento storico fatto di date, avvenimenti e strategie militari, ma una geografia umana, una lezione di spirito, utile anche a permetterci di intravedere la strada dell'Anpi che, nel nostro come in molti casi, è guidata oggi da persone più giovani che la Resistenza non l'hanno vissuta in prima persona.
L'intuizione di partenza si dimostrò subito giusta, la terza partigiana intervistata, nel 2004, Angela Bianchi, allora ultra novantenne, alla fine dell'intervista disse: “Grazie per essere venuti, erano sessant'anni che aspettavo di raccontare la mia storia e cantare la nostra canzone a qualcuno che la strappasse all'oblio, sapevo che sareste arrivati prima o poi… la Resistenza è stata un fiore meraviglioso che è sbocciato, l'Anpi è come il suo vaso, bisogna innaffiarlo sempre altrimenti muore”.
Da quel momento anche il gruppo milanese di canti popolari Friser si è associato al progetto e per molti anni ha prodotto un cd con rivisitazioni di diverso tipo di tanti canti conosciuti, e non, della Resistenza e di lotta in generale del Novecento e anche antecedenti, arricchendo così il lavoro e le sue possibilità di diffusione\presentazione.
Il progetto “Il fiore meraviglioso” ha poi presto deciso di produrre anche una serie di documentari e brevi video da aggiungere a margine o internamente al volume stesso (in quasi ogni cd audio è contenuta anche una traccia video visibile su computer, i volumi nove e il dieci sono corredati invece da un dvd contenente “soltanto” un film).
Ogni persona incontrata ha un capitolo a sé e racconta la sua storia dal personale punto di vista. A tutti gli intervistati sono state rivolte le stesse quattro domande; la prima, da cui la narrazione più lunga e a volte il capitolo quasi per intero, su dove vivevano, come e perché hanno optato per la scelta della Resistenza; la seconda, perché non si nascondano le pagine crudelmente reazionarie che caratterizzano lo sviluppo della Repubblica al di là della compiacente retorica istituzionale, su cosa si ricordano del periodo dell'immediato dopo guerra, del ministro Scelba e delle persecuzioni anti partigiane; la terza, su cosa si possa intendere per Resistenza oggi e in che senso secondo loro si può oggi declinare il concetto; la quarta, per noi cruciale, sull'Anpi, se deve restare un'associazione politicamente indipendente, come un movimento, e non legarsi a qualche partito politico. Per nostra fortuna i partigiani che questo progetto ha incontrato, ormai circa un centinaio, hanno risposto tutti che ANPI deve esprimere una linea politica indipendente e un ruolo quasi super partes di orientamento e vigilanza antifascista sulla società.

L'ex-partigiana Angela Bianchi

Inizialmente molto centrato sulla zona del Lago Maggiore e delle valli dell'Ossola circostanti, il progetto è andato poi allargandosi all'intero territorio nazionale, con particolare riguardo negli ultimi anni a Liguria, Emilia Romagna, Toscana. La gente ha iniziato a contattare i responsabili del progetto per far intervistare qualche amico o parente partigiano, il mosaico negli anni con tanta fatica iniziato, ha cominciato lentamente ma inesorabilmente a comporsi da solo!
E così i responsabili del progetto “Il fiore meraviglioso”, gli attivisti Ino Lucia e Roberta Montagnini, hanno viaggiato per quasi tutte le valli dell'arco alpino, e poi hanno iniziato a scendere verso l'Appennino ligure e quello toscano e il litorale romagnolo; hanno incontrato tantissimi personaggi diversi per età, classe sociale, istruzione, professione, fede politica, ma accomunati tutti dallo stesso spirito vispo e critico, da quel gesto di ribellione politico\esistenziale, contro la guerra e i suoi signori, che fu la Resistenza.
La grossa mole di materiale prodotto e le circa 150 presentazioni sinora svolte presso centri sociali, librerie, scuole medie e elementari, sedi dell'Anpi, palazzetti dello sport, feste dell'Anpi o di partiti di sinistra, circoli Arci e circoli anarchici, teatri, municipi, realtà autogestite, botteghe del mercato equo e solidale, cooperative e associazioni varie hanno non solo consentito al progetto di andare avanti, ma l'hanno anche reso estremamente versatile e adattabile in termini di presentazione alla realtà cui ci si rivolge di volta in volta e alle diverse età dei ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori. La redazione de “Il fiore meraviglioso” si sposta ovunque venga chiamata chiedendo come compenso solo la possibilità di esporre e vendere i libri al pubblico, ove non sia possibile neppure un piccolo rimborso; nel caso invece di serate comprensive, anche di concerto dei Friser, agli organizzatori è richiesto anche un piccolo sforzo economico trattabile di volta in volta a seconda della situazione.
Ad oggi stanno lavorando alle interviste del volume 11 per il quale hanno iniziato questa volta dalle Marche e dalla Romagna, e speriamo di riuscire ad incontrare gli ultimi superstiti delle formazioni libertarie di Carrara, che dovrebbe uscire il 25 aprile del 2017.
La redazione del progetto “Il fiore meraviglioso” è sempre in debito con la tipografia, ma riescono per ora ad andare avanti. In queste condizioni chiunque ordini una copia di un libro o di un film aiuterà tantissimo ad avvicinarsi al risultato: pagare il volume precedente stampare quello nuovo. Infatti Il fiore meraviglioso è completamente auto-distribuito e si può trovare a livello di librerie solamente nella zona lacustre presso Ispra. Non scoraggiatevi però, spediscono a proprie spese in tutta Italia.

Per contatti:
ino.lucia@libero.it
ro.montagnini@gmail.com
info@puntaemazzetta.net

Laura Tussi e Fabrizio Cracolici
dell'ANPI (Associazione nazionale partigiani d'Italia) Nova Milanese (MB)



Donne curde/
Contro il potere e il dominio maschile

La tomba di Avesta Harun si trova sulla montagna del Qandil, nel Kurdistan iracheno al confine tra Iran e Iraq. Nel cimitero, una lastra di pietra bianca con il nome e la stella rossa del Hpg. Una mina ha devastato Avesta poco dopo la liberazione di un villaggio vicino Mahmudiye.
Marco Rovelli (La guerriera dagli occhi verdi, Giunti, Firenze, 2016, pp.158, € 16,50), musicista e scrittore, autore di narrazioni sociali, dopo aver letto una sua intervista su Foreign Policy, alla notizia della morte della partigiana combattente, si mette in viaggio nel Kurdistan iracheno e turco, da Mexmur a Van per attingere ai luoghi e alle figure che hanno condiviso la lotta di liberazione con Avesta.
I fratelli Idris e la sorella Nurcan saranno fonti importanti per la storia di Avesta bambina, quando ancora si chiamava Filiz. Curiosa, tenace, coraggiosa si lascia guidare dal fratello Tekin, alla scoperta dei segni del mondo. Scopre il tesoro di Mezri, gli alberi solitari che danno noci buone per fare dolci prelibati come il baklava, o il kadayif. Ma a Turgut Reis, un villaggio vicino Van per coltivare la canna da zucchero insieme alla famiglia, si dovrà abituare a una terra dove a scuola si può imparare e parlare solo il turco, una lingua a lei estranea. Parlare curdo è un reato perseguibile per legge. Si rifiuterà di continuare la scuola.
Tekin farà conoscere a Filiz l'ideale. A vent'anni comincia a fare attività con i giovani curdi. Filiz impara la danza, perché insegna ad essere curdi, a non vergognarsene, a non avere paura. A Van, cuore della civiltà urartu, in quella danza insieme ad altri giovani, riecheggiano le parole di cento anni prima di Emma Goldman “Una rivoluzione senza ballo è una rivoluzione che non vale la pena di fare”. Filiz frequenta le riunioni, partecipa alle prime manifestazioni quando arrestano calan, il leader dell'opposizione curda, poi in isolamento nel carcere dell'isola di Imrali con l'accusa di terrorismo, e non ancora liberato.
Agire è l'unico modo di reagire. Alle donne curde sarebbe toccato il compito più importante per la liberazione. Per immaginare un altro mondo da costruire, il tempo va impiegato studiando. Recita il poeta curdo Sherko Bekas con gli occhi chiusi e legge a voce alta i libri di calan sulla questione del patriarcato. Anche Sakine Cansiz, sepolta nel cimitero di Dersim, una delle fondatrici del Pkk, donna di unità tra pensiero e vita, sarà una delle ispiratrici della scelta guerriera di Filiz. Si sentirà orfana e abbandonata quando Sakine verrà uccisa per mano di un turco.
Filiz diventa Avesta dopo l'uccisione di Tekin, colpito da una bomba lanciata da un Cobra, un elicottero turco. Sui monti del Qandil, prende il testimone e assume anche una parte del nome di battaglia del fratello, Harun, nome di un partigiano. Da sempre ha la tenacia di un mulo. Rapida, scattante intona Bella ciao, il canto della Resistenza italiana tradotto anche in curdo. Immagina un altro mondo attraverso le canzoni di lotta, per un sistema di autogoverno dal basso dei popoli.
Energica, determinata, con una scelta estrema abbraccia il fucile nel Hpg, gruppo speciale di difesa, e sarà comandante della sua squadra. In un'intervista: “Combattere significa innanzitutto sconfiggere il nostro individualismo”. Pensare innanzitutto alla lotta comune, prima che a se stessi. Solo se ciascuno diventa autonomo può essere utile al gruppo. E chi resta, non si sposa.
Alla lotta per un Kurdistan libero dal governo turco, si aggiunge anche la lotta, non ancora conclusa, contro un altro nemico, il califfato dell' Isis. A 32 anni, poco prima di morire verrà ferita dai banditi di Daesh durante la liberazione di un altro villaggio, Fatimiye.
“L'arma - dice sempre Avesta ai suoi compagni - serve per difendere il corpo. Ma più importante è trasformare la nostra mentalità”. E ancora: “Studiare significa creare una persona nuova”. Il cuore della resistenza sono le ore di educazione comune, con i libri nei depositi sottoterra, per essere protetti, così come le armi nascoste dentro le grotte sui fianchi delle montagne.
Avesta ha un diario. Scrivere è un modo per tenere traccia del tempo, non smarrire il filo della speranza di liberazione. E dopo l'ora di autoeducazione, lo studio dei quattro dialetti curdi. In comune anche la conoscenza pratica, lavorare il legno, coltivare, conoscere le piante. Tutto si fa natura.
Altre voci si intrecciano a quelle di Avesta. Come il racconto di Zeynep del lungo esodo insieme ad altri duemila dal villaggio di Hilal, solo con le coperte e i muli, verso l' Iraq, fino al 2005 quando si è instaurato a Mexmur il primo esempio praticato di confederalismo democratico.
O il racconto della giovane Evrim, appassionata di calcio e di scacchi “per vedere oltre”. Viene da Kobani, nel Rojava, il Kurdistan siriano. Prende parte a manifestazioni insurrezionali schierandosi con il movimento di liberazione curdo. Imbraccia le armi a sedici anni, nel Ypj.
Le donne si battono nella consapevolezza che prima di tutto serve una rivoluzione sociale con la messa in discussione del potere e dominio maschile. A partire da sé, da pratiche quotidiane di cambiamento e di cura, per aprire altri scenari oltre le resistenze feudali. Basi solide per una società libera e democratica fondata sulla parità di genere e sull'autogoverno.
E proprio nell'attuale momento di forte repressione delle municipalità curde in Turchia e l'eliminazione, tra gli altri, di intellettuali, giornaliste, deputate e co-sindache democraticamente elette nell'ambito della democrazia paritaria adottata fin dal 2000, le donne curde fanno appello alla solidarietà internazionale.
Nella pagina conclusiva del libro, l'autore rivolge i ringraziamenti soprattutto al popolo curdo “nella speranza che questo romanzo possa essere un piccolo aiuto nella lotta di liberazione, che è anche la nostra”. Un contributo per entrare nelle vicende di un popolo troppo spesso lasciato in sordina dall'informazione ufficiale. Un romanzo di piacevole e coinvolgente lettura, dalla scrittura agile e ben documentata. Un romanzo che si legge in un soffio, come un soffio è stata la vita di Avesta Harun, la guerriera dagli occhi verdi.

Claudia Piccinelli




Una mostra a Milano/
Le strade nuove e anarchiche di Lavinia Raccanello

Curioso. Una mostra d'arte che dura solo una serata. Si è tenuta il 14 settembre scorso a Milano, allo spazio Mars, a ridosso della multietnica via Padova, a quattro passi dalla nostra redazione. “Ritratto anarchico d'Italia” il titolo, 21 i quadri esposti (ne riproduciamo uno qui sopra).
Piantine urbane, stradari modificati, nuovi nomi. Opera di Lavinia Raccanello, che lo scorso anno a Torino aveva esposto 4 quadri relativi ad altrettanti antifascisti anarchici. Lavinia, vicentina, nomade, proveniente ora dalla Scozia, dove sta lavorando a un'opera sulla memoria degli anarchici locali, a partire dal noto editore (e fallito attentatore alla vita del dittatore spagnolo Francisco Franco, negli anni '60) Stuart Christie, che collabora al progetto. Lavinia è passata a trovarci in redazione al mattino e si è parlato di suoi progetti artistici legati all'anarchia. Decisamente originale la sua mostra. Nella presentazione scritta da “Lepetitemasculine” (di non facile decriptazione, come perlopiù accade) si afferma che “la mancanza di soglia, come le utopie e le profezie, indica un tempo di anarchia”. Torniamo alla mostra: si è aperta alle ore 18, alle 22 tutti a casa e chi l'ha vista l'ha vista. Speriamo ci siano altre occasioni.



Milano, 25 novembre
Serata in ricordo di Gianni Gallo

Sullo scorso numero di “A” (410) è stato pubblicato un ricordo di Gianni Gallo (1935-2011) a cura di Umberto Seletto, con una testimonianza di Piero Cagnotti e Antonio Lombardo. Lo stesso Seletto, la compagna di Gianni Silvia Sala e Lorenzo Mamino racconteranno opera e vita di Gallo, anarchico artista vigneron di Langa.
L'appuntamento è venerdì 25 novembre, a Milano, alla Trattoria Popolare - ARCI Traverso (via Ambrogio Figino 13, adiacenze viale Certosa, tel. 02 39 46 44 02), alle ore 19.00. Paolo Finzi presenterà la rivista “A”. Cena con menù piemontese (consultare il sito www.trattoriapopolare.org).