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Rivista Anarchica Online


editoria

Che fine faranno i libri?

testi di Sara Giulia Braun e Guido Lagomarsino


Gli editori sempre più simili e coalizzati, le librerie sempre più schiacciate se non si adeguano, Internet e il sopravvento della superficialità,
i piccoli distributori e chi li trova? I libri vivono un momento difficile, che dura da anni e si sta aggravando (poche le eccezioni).
A una giovane editrice, che lavora attualmente presso Elèuthera, e a un agente letterario settantenne, che si occupa anche dei diritti di case editrici indiane, entrambi nostri amici e collaboratori, abbiamo chiesto come sta andando. Lei non è troppo pessimista, lui invece....


Navigare a vista

di Sara Giulia Braun

Di fronte ai cambiamenti profondi e sempre più veloci del mondo librario, bisogna sapersi muovere in più direzioni: il rapporto tra editori e pubblico, la riscoperta del ruolo del libraio, le forme di comunicazione. Fondamentale l'identificazione del libro come bene comune. E bando al pessimismo...

Negli ultimi dieci anni il mondo dei libri in Italia ha subito enormi cambiamenti. Non solo la ormai nota diminuzione dei lettori ha messo in grossa difficoltà le case editrici, ma anche le logiche su cui si basa il mercato editoriale sono profondamente mutate. Questi cambiamenti hanno fatto sì che in ambito editoriale la parola indipendenza riemergesse in maniera consistente, riscuotendo un enorme successo. Diventata ormai marchio di fabbrica, se non parola alla moda, l'etichetta di indipendenza non è particolarmente amata da alcuni editori, anche se rientrano perfettamente in ciò che il senso comune ritiene rappresentare tale concetto. Numerosi sono gli inviti a fiere ed eventi in cui l'affermazione di indipendenza per un editore è un punto centrale, ma allora qual è il problema nel riconoscersi all'interno di tale etichetta?

Piccola e media editoria

Partendo dal termine indipendenza la prima domanda da porsi è: da chi o cosa si è indipendenti? La risposta ovvia per ogni editore è essere indipendenti dalle logiche di mercato imposte e poter scegliere liberamente cosa pubblicare. È possibile a oggi? No. Il mondo editoriale è cambiato in maniera così radicale che ogni editore che vuole essere distribuito su scala nazionale deve dipendere da un distributore e da un promotore rientrando in una dinamica capitalista della gestione del libro che viene considerato una merce alla pari di un paio di scarpe o di un dentifricio. Senza scadere in una visione di un passato idilliaco in cui tutto era perfetto rispetto all'oggi, si può concretamente affermare che trent'anni fa era possibile essere completamente indipendenti dalle grandi logiche di mercato. Per fare un esempio pratico, Elèuthera editrice, nata nel 1986, riusciva a vivere tranquillamente tramite le vendite dirette ai propri lettori, o attraverso il rapporto diretto con i librai. La vita di una casa editrice si basava proprio sulla qualità, non solo di lavorazione, ma soprattutto di contenuto, che l'editore metteva in campo con i suoi libri.
Per dare un senso di quanto la situazione sia cambiata, se fino a 10 anni fa le librerie indipendenti vendevano circa il 60% dei libri di un piccolo editore, oggi la quota di mercato è scesa al 35% circa. Cos'è successo quindi in questi ultimi 10 anni? Non solo l'avvento di Internet con colossi come Amazon ha mangiato letteralmente le percentuali di vendita delle librerie indipendenti, ma anche la nascita e la crescita delle catene librarie ha distrutto il mercato editoriale.
Tralasciando le critiche ai modelli di gestione e alle condizioni di lavoro dei dipendenti di queste aziende della vendita del libro, la cosa importante da prendere in considerazione per quanto riguarda la possibile sopravvivenza del mondo della piccola e media editoria è il fatto che i bookshop online e le catene non prevedono la figura del librario. Se l'online dà la possibilità di acquistare qualsiasi libro pubblicato in Italia e all'estero con pochissimi click senza alcuna forma di mediazione, per cui la scelta è unicamente degli utenti, nelle catene i librai sono ormai dei semplici commessi senza alcun potere decisionale.
Negli ultimi anni però quelle librerie indipendenti che hanno puntato sull'importanza di librai formati e conoscitori di cataloghi stanno facendo, anche se in piccolo, una grande differenza per i piccoli e medi editori, riacquisendo il ruolo di mediatori e lavorando sempre più alla ricerca di libri di qualità da proporre ai propri lettori, che stanno ritrovando il piacere di avere una libreria di riferimento e una persona di fiducia che li conosca e possa selezionare i libri giusti per ogni lettore. Casi esemplificativi di questa nuova realtà di librai e librerie indipendenti sono la libreria Marco Polo di Venezia, la libreria Verso a Milano o la Minimum Fax di Roma, per citarne solo alcune; o gli esperimenti che puntano a coinvolgere i lettori come l'Italian Book Challenge o Modus Leggendi. Se questi “progetti pilota” stanno raccontando che un altro modo di vivere il libro è possibile, la situazione generale del mercato editoriale piccolo e medio rimane comunque drammatica.
Cosa fare allora per uscire dal baratro di un mercato inquinato e poco attento alla qualità dei libri pubblicati? A mio parere, è necessario fare un passo avanti, smettendo di esaltare la propria finta indipendenza e partendo dal dato di fatto che in questo momento in Italia chi produce libri si trova a dover fronteggiare delle dinamiche economiche complesse che non prendono in considerazione la funzione sociale e culturale che i libri hanno.

Indipendenti? Occhio alle etichette

Come farlo? Bisogna spostare lo sguardo dalle etichette imposte, che spesso e volentieri sono specchietti per le allodole, senza ormai alcun significato valido, e trovare un modo per salvaguardare un mercato editoriale piccolo e sano ma soprattutto dei libri e degli editori che lavorano ogni giorno per creare idee e pensieri fuori dal coro della narrazione comune. Bisogna ripartire da quel rapporto diretto tra editori e lettori/librai che è andato sempre più disfacendosi negli anni. Bisogna creare una collettività dal basso che abbia come scopo quello di pretendere la qualità e le idee che i libri trasmettono.
Questo compito non deve però avere direzione univoca. Se molti editori si nascondono dietro l'etichetta di indipendenti, senza poi fare alcunché, alcuni altri stanno lavorando per far sì che il rapporto diretto e la comunicazione con i librai e i lettori diventi il centro del loro operato. Vecchi editori come Elèuthera o Iperborea e nuovi come Sur e L'orma editore, associazioni come ODEI (Osservatorio degli editori indipendenti), stanno cercando di mettere in campo una forma di comunicazione diversa con tutti coloro che sono disposti a capire che il libro non è una semplice merce, ma è soprattutto un veicolo di idee, uno sguardo sulla realtà e una chiave di lettura del mondo che crea nel lettore uno sguardo diverso, critico e resistente. Non solo, come è scritto nel manifesto di ODEI, il libro deve essere un bene comune, “una risorsa, per tutti e di tutti. Il libro inteso come ecosistema complesso, nella varietà delle sue forme e delle sue articolazioni, nelle sue diversità bibliografiche e nell'estensione dei viventi che lo abitano. Dire “bibliodiversità” significa immaginare i soggetti vivi, fatti di carne e ossa, che tale “bibliodiversità” fanno esistere, siano essi autori, editori, librai, docenti, bibliotecari o lettori. Dire “bibliodiversità” significa che qualcuno, in un dato momento della filiera del libro, si è posto il problema dell'esistenza e dell'importanza della diversità, forse sommandolo a quello della vendita o magari per un momento mettendo quest'ultimo da parte''.
La fiera Book Pride che si è tenuta a Milano è l'esempio lampante che partendo da una visione diversa del libro si possano ottenere grandi successi. Completamente finanziata e organizzata dagli editori, gratis per il pubblico, ha dimostrato un grandissimo interesse da parte di lettori diventando in soli due anni una delle fiere più importanti in Italia.

Creare una collettività cosciente

Possiamo affermare quindi che in questo momento gli editori si trovano ad un bivio: o soccombere alle logiche di mercato o trovare il modo, e alcuni esempi li abbiamo citati in questo articolo, di resistere. Come?
Quando si è piccoli davanti a colossi come possono essere quelli che determinano le logiche del sistema editoriale italiano, è inutile andare a testa bassa cercando di distruggere tutto quello che ci si para davanti. L'unica forma di resistenza è quella di creare una collettività cosciente del suo ruolo e di quello che fa. Lo si fa con i prodotti alimentari, si individua l'origine, la distribuzione e il venditore, perché non lo si può fare anche con i libri? Come editori, a distanza di trent'anni possiamo dire che pirati quali siamo, in questa navigazione a vista verso l'isola che (ancora) non c'è, continuiamo a sperare che il nostro lavoro, anche se non memorabile per la storia dell'editoria italiana, lo sia e lo continuerà ad essere per le singole storie di tutti quelli che hanno condiviso questa riflessione collettiva.
E voi lettori, cosa pensate di fare?

Sara Giulia Braun



Libri, addio

di Guido Lagomarsino

L'epoca dominata dalla cultura gutenberghiana è probabilmente al tramonto e un forte interrogativo sorge rispetto al mondo che ci aspetta.

In questi giorni abbiamo assistito a una querelle in apparenza localistica sulle sorti della fiera italiana del libro, con molte pressioni per trasferirla da Torino a Milano. Mentre un gruppo di editori si è schierato apertamente per la continuazione del Salone a Torino, la scelta ufficiale dell'AIE (Associazione Italiana Editori) è di spostare l'iniziativa alla fiera di Milano (Rho), dove si vorrebbe fare un evento che, come per il Salone del mobile, preveda un “fuori salone” in librerie e altri luoghi pubblici. A me pare una riproposizione di Book City in altre date. Comunque vada, c'è da chiedersi quali siano le ragioni di queste idee che hanno visto un forte scontro anche all'interno dell'Associazione Italiana Editori. Se personalmente nutro il sospetto che un ruolo importante l'abbia avuto il nuovo gruppo Mondadori-Rizzoli, al quale farebbe forse comodo una fiera milanese, è certo che anche questo è un sintomo delle grosse difficoltà in cui versa il mondo dell'editoria nel suo insieme. E non solo in Italia: un quadro delle tendenze del mercato editoriale nel mondo ci aiuterà a capire meglio e per mostrarlo ricorreremo ai dati del “libro bianco” che sarà presentato alla prossima Fiera di Francoforte (Germania).
Non c'è dubbio che il libro stia attraversando una fase critica con molte contraddizioni. In tutti i paesi occidentali, a partire da quelli anglofoni, il mercato dei libri è in declino, con la sola eccezione del Regno Unito, dove c'è una timida crescita pilotata solo da editori indipendenti con cataloghi che propongono titoli di media tiratura. Anche le librerie indipendenti, in Inghilterra come negli Stati Uniti, danno qualche segno di vita dopo anni di acuta sofferenza. Ma quello che soffre di più è il mercato dei cosiddetti bestseller, per ragioni che vedremo più avanti. La sintesi è che, se pure si nota un precario ritorno del libro stampato, a farne le spese è il libro elettronico che registra un calo dei download. Anche nei paesi BRIC (Brasile, Russia. India e Cina), che fino a poco tempo fa facevano presagire un colossale sviluppo del mercato editoriale, si presentano ora sintomi di rallentamento se non di declino, che solo in parte si possono spiegare con la crisi economica.
Una risposta che i grandi gruppi editoriali cercano di dare davanti a queste difficoltà è quella di incrementare ulteriormente la concentrazione. Il caso più vistoso è quello del gruppo Holzbrinck (DIE ZEIT, Rowohlt, S. Fischer, St. Martin's Press, Tor/Forge, Nature, Macmillan Learning, Holtzbrinck Digital, Digital) con Springer, per il dominio dell'editoria scientifica. Il gruppo franco-americano Hachette negli Stati Uniti si è associato con la catena di distribuzione Ingram. Perseus, nato come consorzio di distribuzione di editori indipendenti si è trasformato in editore e creatore di contenuti. Altre manovre sono in atto in India, in Cina, come in Francia e ovviamente in Italia con la fusione Mondadori-Rizzoli.

La minaccia Amazon

In Guerre Stellari una minaccia incombe sulla Confederazione dei Pianeti Indipendenti: l'Impero Galattico ha mandato all'attacco la terribile Morte Nera. Nel mondo editoriale questa minaccia ha un altro nome: Amazon. Nata nel 1994 come servizio di vendita diretta di libri, in vent'anni si è trasformata nel gigante che controlla una grande fetta dell'e-commerce mondiale e oggi il commercio librario o di contenuti è solo una piccola fetta del suo fatturato. Piccola fetta, sì, ma sufficiente a piegare la concorrenza su tutto il fronte del libro: editori, distributori, bookstore e librerie.
E sono proprio gli editori che hanno puntato su un'ottica commerciale e di produzione di bestseller che patiscono di più la pressione di Amazon. Che, fra l'altro, fa propria la retorica della libertà proponendo agli aspiranti autori di scavalcare tutta la filiera con il self-publishing.
Da parte dell'International Publishers Association si sono levati alti lamenti. Un suo rappresentante alla Fiera di Londra ha parlato di un “attacco al diritto d'autore”: “Penso che ci siano forze potenti che agiscono per attaccare il copyright; forze autoritarie, ostili ai diritti umani, compreso il diritto d'autore, che ammantano il loro attacco di retorica libertaria. Le grandi corporation e i partiti estremisti di destra sono ostili al copyright perché è un pilastro della libertà di parola. Il Pirate Party e altri partiti sedicenti “libertari” si oppongono al copyright perché avversano l'espressione creativa autonoma e la diversità. Penso che sia in corso una vera guerra; c'è tanto compiacimento dalla destra alla sinistra del quadro politico, ma il diritto d'autore è il fondamento della libertà di espressione individuale, indipendente e autonoma. Senza, non ci può essere democrazia.” Peccato che i grandi editori hanno da sempre sfruttato il “diritto d'autore” per il loro “pacifico godimento” - come stabiliscono le clausole dei contratti di edizione. Mi viene in mente la poesia di Trilussa del “ragno umanitario”:

Un Ragno stava a fa' la sentinella
per acchiappà un moscone ch'era entrato,
con un raggio de sole imporverato,
da la fessura d'una finestrella.
Questo me lo lavoro de sicuro:
pensava – tutto sta che se decida
d'entrà nell'ombra e d'accostasse ar muro... –
Ma er moscone, sbadato, se posò
su ‘na striscia de carta moschicida
e, manco a dillo, ce s'appiccicò.
Nun s'era mai veduto – strillò er Ragno –
un sistema più barbero e feroce... –
Ma sottovoce disse: – E mò, che magno?

Presi in mezzo nello scontro tra i colossi dell'e-commerce e i grandi gruppi editoriali, che spazio rimane per chi vuole pubblicare libri veri? Non è un caso che oggi si tenda a non parlare più di libri, ma di “contenuti” e la battaglia è in atto contemporaneamente tra e all'interno dei diversi canali che veicolano questi contenuti. Solo poche imprese, però, sono riuscite a distribuirli e a monetizzarli, e quelle che ci sono riuscite si tengono stretta la propria quota di mercato e cercano di allargarla.

Fatturato registrato Amazon e quotazione 2010-2015

Tramite la telefonia mobile pochi controllano tutto

Nell'anno in corso il 46 per cento della popolazione mondiale, quasi tre miliardi e mezzo di persone, utilizza Internet. La percentuale è aumentata ben del 10 per cento nell'ultimo anno. In una dozzina di paesi, gli utenti della rete superano il 90 per cento. Cresce anche in modo vistoso l'accesso ai siti attraverso la telefonia mobile (+21 per cento). Ma rispetto al vecchio universo del World Wide Web, il cambiamento vistoso è dato dal fatto che tramite la telefonia mobile poche grandi aziende controllano la stragrande maggioranza degli accessi. Intanto l'utilizzo dei nuovi strumenti sottrae ore preziose alla lettura dei libri, cartacei o digitali che siano.
Sono segnali che dicono che l'epoca dominata dalla cultura gutenberghiana è probabilmente al tramonto, e un forte interrogativo sorge rispetto al mondo che ci aspetta.

Guido Lagomarsino