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Rivista Anarchica Online





Cagliari/
Il progetto Dub Versus

Francesco “Arrogalla“ Medda è un compositore elettronico e live performer. Giacomo Casti si occupa di letteratura, teatro e musica. Insieme hanno dato vita al progetto “Dub Versus“ in collaborazione con il compositore Marcellino Garau.
“Dub Versus“ è il figlio meticcio di un percorso narrativo e di un viaggio musicale, officiato da Arrogalla tra composizioni elettroacustiche, remix-bass oriented, suggestioni etniche e attitudine dub. Libertà formale, ricerca poetica ampia e non convenzionale, senso dell'appartenenza in continua negoziazione, rispetto dei materiali di partenza: questi i punti cardinali di “Dub Versus“, ma per conoscerli meglio ho deciso di fargli qualche domanda.

Ascoltarvi è una vera emozione, l'ibridazione tra musica, bassi, effetti e letteratura è qualcosa di eccezionale... da dove arrivate!? raccontateci la vostra storia. Cos'è “Dub Versus“?
“Dub Versus“ è un progetto che nasce più o meno due anni fa dalla volontà mia e di Frantziscu Medda (aka Arrogalla, produttore e dubmaster) di sperimentare le possibilità di coniugazione tra parola poetica - nell'accezione più ampia del termine - e suoni elettronici, con un'attenzione particolare alla nostra appartenenza sarda e con un'attitudine dub che per noi significa, più che devozione alla tradizione giamaicana (che ovviamente amiamo), un modo totalmente libero di approcciarsi a qualsiasi materiale già esistente, senza timori reverenziali di alcun tipo.

I testi che avete scelto sono meravigliosi cosa vi ha portato verso questa direzione?
All'origine di “Dub Versus“, oltre alla nostra amicizia, c'è uno spettacolo teatrale, un reading/concerto intitolato “Memoria del mare“, dove raccontiamo dei rapporti complessi e contradditori dei sardi con il mare (e più in generale, con se stessi), e nel farlo usiamo materiali testuali eterogenei, dai classici (Omero, Dante, Cervantes) ai contemporanei (De Andrè, Mutis, Walcott), compresi molti nostri conterranei (Aquilino Cannas, Sergio Atzeni, Giulio Angioni). Distillando tutti questi materiali, è uscito un progetto nuovo che, mantenendo il mare come elemento caratterizzante, guarda invece in molte più direzioni.

Raccontateci il disco, la vostra ricerca artistica e letteraria
Il disco, uscito per la Zahr Records/Altrove di Luca Zoccheddu, è appunto figlio di questa collaborazione e di un percorso biennale e si è avvalso di molti musicisti sardi, a iniziare dal produttore/regista del suono Marcellino Garau, e via via coinvolgendo artisti anche molto differenti tra loro, dalla grande Elena Ledda a Jimi dei Sikitikis, dai compari Ratapignata – la miglior early reggae-band sarda, per noi – al mandolista Mauro Palmas, senz'altro il miglior alfiere di una tradizione musicale molto cagliaritana e poco conosciuta. Ecco, se dobbiamo parlare di ricerca, direi che oltre a quella dell'equilibrio tra musica e parola che “suona“, c'è senz'altro l'interesse, in particolare da parte di Arrogalla, di agire sulla musica tradizionale sarda con approccio ultra-contemporaneo, senza troppi preconcetti.

Ascoltandovi ho pensato molto al grande LKJ un vero poeta del DUB cosa ne pensate del suo lavoro?
Beh, credo che il suo lavoro sia una pietra miliare della musica militante, oltre che della Dub Poetry. È senz'altro un modello a cui guardiamo con molto rispetto (specie per la sua capacità di coniugare etica e estetica, come si diceva un tempo), anche se probabilmente la scena di Bristol esplosa negli anni Novanta (Massive Attack, Tricky, ecc.) è stata più importante nelle nostra formazione, anche per via di tessiture e colori decisamente più dark.

Quali date sono previste e come si fa per organizzarne una?
Stiamo proseguendo il tour di presentazione in Sardegna, che per noi ha un ruolo speciale, e abbiamo un po' di date in giro in Europa (Barcelona e dintorni). Vorremo organizzare una piccola tournée italiana, ma devo dire che mai come in questo periodo la situazione dei voli tra isola e penisola è desolante e anti-economica, quindi stiamo cercando di capire come fare. È vero anche che ci muoviamo spesso in maniera militante, quando sentiamo affine il contesto che ci coinvolge, e che quindi i soldi raramente sono la discriminante delle nostre scelte. Ad ogni modo, la nostra pagina facebook “Dub Versus“ è piuttosto attiva, e basta mandarci un messaggio per mettersi d'accordo.

Ultima domanda, voi c'entrate molto anche con un grande festival Cagliaritano, il MCN. Volete raccontare (brevemente) di cosa stiamo parlando ai nostri lettori?
Volentieri. Marina Cafè Noir-Festival di letterature applicate, come recita il sottotitolo, è un Festival di letteratura dall'indole meticcia e libertaria che realizziamo da quattordici anni nei quartieri storici (a iniziare da quello portuale della Marina, appunto) della nostra città, Cagliari, caratterizzato da un forte elemento performativo (moltissimi i reading originali e le sonorizzazioni di libri) e dalla volontà di coinvolgere, a partire dai temi che riteniamo cruciali, scrittori e artisti coi quali sentiamo affinità e analogie (da Erri De Luca ai Wu Ming, da Marc Augé a Serge Latouche, da Michela Murgia a Paco Ignacio Taibo II). Il Festival è rigorosamente libero e gratuito, e tutti sono i benvenuti, specie i libertari!

Andrea Staid



Arrogalla e Giacomo Casti


Francesco Guccini
a Barcellona/

Un viaggio,
un omaggio,
un incontro

A Barcellona ci era stato qualche volta da giovane. Non molte. E quasi sempre nei tempi bui della dittatura franchista. Era la fine degli anni Sessanta. Una volta ci era venuto in macchina – lo scarrozzavano gli altri, lui non guidava – ed era finito in una vecchia e lurida pensione, vicino alle Ramblas. E la sera a bere e cantare con amici vecchi e nuovi. Lo sappiamo perché ce lo ha raccontato lui. Lo scorso 13 febbraio, proprio a Barcellona. Questa volta ci è tornato in aereo per partecipare a un omaggio internazionale organizzato dall'associazione Cose di Amilcare nel bel teatro del Centre Artesà Tradicionàrius, nel quartiere di Gracia.
Non se l'aspettava, il maestro, questo omaggio. Lo ha colto di sorpresa. E lo ha vissuto a modo suo. Con quel suo fare un po' burbero, da montanaro, ma che, sotto sotto, spiazza all'improvviso, con un sorriso o con una lacrima nascosta tra barba ed occhiali. Si è seduto in prima fila ad ascoltare chi ha cantato alcune delle sue canzoni in altre lingue. Molti i catalani, che hanno fatto gli onori di casa, come Roger Mas con Canzone per un'amica, Miquel Pujadó con E un altro giorno è andato, Rusó Sala, accompagnata alla chitarra da Caterinangela Fadda, con L'osteria dei poeti e la grintosa Sílvia Comes con La locomotiva. Una canzone che Comes aveva già interpretato in altre occasioni, sia in Catalogna sia in Italia, all'interno dello spettacolo Storie e amori d'anarchie.
Ma non ci sono state solo versioni in catalano. La stessa Comes ha cantato anche Amerigo in spagnolo e non poteva mancare il compagno di avventure di una vita, l'argentino Juan Carlos “Flaco“ Biondini, che ha offerto una versione di Scirocco nella sua lingua. E poi è stato il turno di due idiomi che suonano esotici e lontani, come il maltese – E tornò la primavera regalataci da TroffaHamra – e il maori – Ti ricordi quei giorni interpretata al piano da Tamar McLeod Sinclair. Brani non tutti conosciutissimi, a dire il vero. Alcuni li conoscono solo pochissimi inossidabili fan del maestro. La responsabilità di questo breve viaggio nella poetica gucciniana, e della scelta certosina e azzeccata delle canzoni, è stata di Sergio Secondiano Sacchi, che si dedica anima e corpo da una vita alla canzone d'autore, tra il Club Tenco di Sanremo e Cose di Amilcare sul litorale catalano.
Dal suo posto in prima fila, Guccini si è alzato solo per fumarsi una sigaretta. E forse anche per nascondere l'emozione. E poi, finalmente, per andare sul palco, nella seconda parte della serata. Non ha cantato, purtroppo. Lo aveva giurato e spergiurato. E ha mantenuto la promessa. Bisogna dargliene atto. Pare proprio che dopo quel suo addio musicale, L'ultima Thule, uscito nel 2012, non avremo nessun altro regalo, né in studio né dal vivo, a firma Francesco Guccini. Ha intonato solo, nel mezzo di un aneddotto dal sapore cubano, Quel mazzolin di fiori, seduto ad un tavolo e accompagnato da una bottiglia di vino – religiosamente bianco – e da due buoni amici: Sergio Staino e Carlo Petrini. E lì sono iniziati i ricordi. Gli anni in pellegrinaggio nell'Albania di Enver Hoxha per Sergio Staino, il pessimo vino che il futuro fondatore di Slow Food offrì a Guccini in un concerto per una radio libera nelle Langhe, i viaggi in macchina e i concerti, le bevute e le risate, le strigliate e le scanzonature, le cene e le schitarrate.
Il teatro era pieno in tutti gli ordini di posti, come si sarebbe detto un tempo. E molte persone sono rimaste fuori. Anche se non canta più, il maestro riempie ancora i teatri. Anche all'estero. E impone, senza dire né chiedere nulla, un religioso silenzio. Non volava una mosca quella sera al Centre Artesà Tradicionarius. Tutti in attesa, tutti ad ascoltare, tutti pronti per cogliere una frase, una parola, un sorriso da quel volto che ne ha viste tante di cose. E che tante ne ha raccontate, in decine e decine di canzoni. Sedici album in studio, da Folk beat n. 1 a Radici, da Via Paolo Fabbri 43 a Metropolis fino ad arrivare alle Stagioni e ai Ritratti. E sette album live, tra cui quella pietra miliare, Fra la Via Emilia e il West, registrato nella Piazza Maggiore di Bologna nel 1984. Chi ci è stato non se lo scorda. Un pezzo di storia d'Italia raccontato da chi se n'è sempre fregato dei Bertoncelli e dei preti, senza averci il dente avvelenato, ma l'anima sincera.
Magari avercene ancora di cantautori così. E di canzoni così. Recentemente le si è raccolte – non tutte, sia chiaro – in un bel libro-confanetto che è andato a ruba e che alcuni siamo riusciti a portarci a casa e a godercelo alla sera, con un buon bicchiere di vino e un pacchetto di sigarette. Perché altrimenti, senza vino e senza sigarette, che gusto avrebbe?

Steven Forti



Sergio Staino e Francesco Guccini


Flaco Biondini e Silvia Comes



La terra è
di chi la canta/

Intervista a Valeria Cimò

La terra è di chi la canta approda in Sicilia per provare a raccontare una delle figure più complesse e interessanti del panorama musicale della musica d'autore, strettamente legata al territorio e all'attualità; dove il rapporto con la terra è ineluttabilmente declinato dall'urgenza di un impegno civile costante e dalla naturale ricerca di una spiritualità che risulta essere l'unica via per affrancarsi dal disordine e dalla violenza sociale.
Valeria Cimò, cantautrice palermitana, forse, strega, sciamana, sicuramente, incarnazione di tutto quanto è femminile e anche dissacrante.
Valeria Cimò, con la sua voce che non perdona, passa dalla dolcezza alla furia, dal pianto al riso frenetico, dal canto al cunto ed esplora la mente consapevole del mistero profondo che la mente stessa rappresenta: sete di conoscenza, tentazione di onnipotenza, trascendenza.
Valeria, musicista, compositrice, filosofa, pittrice, voce e tamburo che le tradizioni prende e stravolge con un rispetto profondo, arcaico, verso la terra alla quale sente di appartenere, tenendo sempre sul confine della dualità la deriva dell'umanità prossima all'estinzione e la disarmante e salvifica bellezza che l'umanità stessa può generare, la fatica e la leggerezza dell'esistenza. Valeria fa riverberare il suono degli stati d'animo, evocando con la voce visioni e canti di fuoco, giaculatorie e guarigioni, melopea e metamorfosi che si compiono nel punto nevralgico della vita, dove acqua e terra sono la vita stessa, essenza.

Cosa racconta in realtà di te la tua tammura muta? Chi è Valeria Cimò?
Valeria Cimò è il nulla, ed aspira costantemente al vuoto per ripulire la memoria anziché ricordare. Che non vuol dire negare. Può sembrare strano perché chi usa il dialetto ama cucirsi il vestito trasandato dei ricordi o della storia. Per essere civici non abbiamo bisogno della storia, abbiamo bisogno di essere presenti, soprattutto a noi stessi. La mia tammura muta è proprio la legge di questo paradosso ed in tal senso diventa emanazione, o semplice osservatrice. Nel mio tempo spirituale il tamburo sta in silenzio a lungo prima di parlare, e se lo fa permane nella sua verità.

Terra e acqua sono una costante della tua ricerca “ossessivamente fertile“ che in qualche modo hai “tradotto“ da esperienza di vita in un lavoro discografico che si chiama Terramadonna, nel quale anche il lavoro artistico dell'immagine simboleggia la Donna incarnazione ed evoluzione stessa della terra e dell'acqua....
Mi spiace che in Terramadonna non si percepiscano il fuoco ardente e l'aria onnipresente, perché è il lavoro alchemico della ricomposizione delle parti che ho dovuto abbracciare, ed è questa completezza che ne fa un album fertile. Io sono partenogenetica, ho scelto il canale creativo eterico e accedere a queste informazioni in modo sbilanciato non è esattamente quello che farebbe di te un buon trasmettitore-trasmutatore di informazione.
Associo la Donna alla Terra come alla Madonna, cioè un femminile spirituale assoluto perché sia evidente la continuità tra le tre entità come fossero tre passaggi di stato.

Elementi cardine della tua ricerca e di conseguenza della tua espressività sono la voce e il tamburo, in che modo e in che momento hai trovato il battito giusto che ti ha permesso di verificare le tue esigenze artistiche e, prima ancora, il tuo bisogno di ricevere e comunicare?
Non l'ho ancora trovato come del resto non ho ancora accanto un uomo che pulsi compatibilmente alle mie vibrazioni. Il battito di incontro e risonanza, ad oggi, non è sufficientemente affidabile. Generalmente chiede grandi atti esorcistici che non ho più voglia di compiere. L'esorcismo che nell'incontro più mi si chiede è soprattutto sui demoni sessuali.
Sia di donne che di uomini. Il mio battito, il giusto battito, ad ora lo trovo solo in solitudine e nella piena gestione del mio tempo. È molto difficile far capire che sono un ricercatore, che vivo in pieno l'intuizione, e che il mio è un lavoro molto complesso, dove l'onirico e il contatto coi mondi devono essere riconosciuti pena l'invalidazione del contatto col sé profondo. È difficile che gli altri tengano il tuo livello vibrazionale, soprattutto per fatti di invidia e gelosia anche perché sono donna. E non ho il minimo pudore a dirlo.

Mi è sembrato inevitabile l'incontro con la tua musica e la tua poetica non foss'altro per una parte del testo Terra: “U' puita parra di la terra comu parra di so' beni. No comu quarchi cosa ri canciari a' comu ci cummèni. U' puita parra di la terra comu fussi la terra stissa ca' ci parra, e cu la terra ci camìna e si fa caminàri“ (Il poeta parla della terra come parlasse del suo stesso bene, e non come una cosa da cambiare a convenienza. Il poeta parla della terra come fosse la stessa terra a parlargli, e con lei cammina e si fa camminare). Ecco, per te risulta arduo, affascinante, doloroso, ineludibile essere il centro esatto tra quello che la terra ti trasferisce o ti richiede e la voce che ne trasmette le istanze?
No non lo è per niente, ha anzi una natura orgasmica, di fusione, proprio perché scevra dal possesso, cioè dai demoni di cui sopra. Inoltre ne siamo tutti il centro, esattamente come dovremmo considerarci divinità. Ad essere sincera se non ci fosse la prospettiva a volo d'uccello su questo centro, vuoi astrale, vuoi cosmica, vuoi “extraterrestre“, non potrei collocarla nel sistema più grande che la contiene e ne capirei molto poco. Ecco perché il volo è un tema ricorrente nelle “mie“ liriche.

Ma'aria, l'alchemico tentativo di cucire le trame del tessuto che mescola incanto e realtà, è l'evocazione prima del tuo percorso, del tuo lavoro di ricerca per svincolarsi sin dall'inizio dalle posticce e mistificatrici etichette di cantautrice folk. Raccontaci come nasce l'idea del progetto che prende spunto da un fonema dialettale per farsi poi linguaggio universale che raccontando, cantando le proprie suggestioni, le proprie vicende, in fondo narra le storie di tutti coloro che provano a lasciare una “goccia di splendore, di umanità, di verità“ come recita il poeta Faber nella sua smisurata preghiera.
Non sono più Ma'arìa. Ho accettato la proposta di Matilde Politi di scomporre così il titolo per farlo più accattivante. Ma non mi ha mai convinto. Ero forse Majara, cioè una che voleva fare della sua vita una assoluta magia. Faccio ancora le Majarie, ed uso la scienza del suono invece che le scope. Non ho voglia di somigliare a nessuno. La musica è la grande magia... siori venghino.

Sono molteplici le tue collaborazioni in campo musicale e teatrale spesso legate a progetti di portata sociale relativi non solo alla tua città, raccontacene qualcuno in particolare.
Vi racconto l'ultima. Uno spettacolo degno del 1 maggio a Roma, realizzato al Castello a mare di Palermo sotto la direzione e con la collaborazione di Francesco Ferla. Il progetto si chiama Mare Nostrum (Organica London), ha raccolto centinaia di opere di straordinaria bellezza nel campo dell'arte visiva e della musica di artisti viventi e presenti, ha usato la bellezza come scudo e spada e denuncia. Si trattava di assemblare cervelli per votare SI all'ultimo referendum sulle trivellazioni. Ma i guerrieri seri, quelli che non uccidono, o uccidono solo dicendo la verità, sono ancora pochi. Abbiamo perso.

Parliamo per un attimo di tradizione classica (spero ti piaccia l'ossimoro), ci sono degli autori, delle autrici che ti hanno ispirato? Che idea ti sei fatta rispetto a questa nuova e apparentemente prolifica fase di folk-revival?
Mi ispirano le persone, gli incontri. Ho incontrato molti autori artisti, ma li ho già dimenticati, e ciò vuol dire che li ho fatti miei. Se guardassi un po' te ne farei un elenco, ma mi annoiano i discorsi da salotto dove devi dimostrare quello che sai. Il folk-revival è una etichetta. Non mi interessa, mi sembra l'atteggiamento dell'analista che si ostina a fare analisi anche fuori dal setting terapeutico, cioè rimane nella trappola dei suoi strumenti senza godere del beneficio di ciò che potrebbe osservare di nuovo. Potrei dire la cosa banale che stiamo tornando all'origine, ma io quell'origine la chiamo fonte, e generalmente l'ambiente folk non capisce questa parola, perché è un ambiente ampiamente nostalgico. Io non piango nemmeno i morti. Anzi son felice per loro.

Negli ultimi anni è nato un rapporto singolare con un'altra isola di terra e di acqua, la Sardegna, un approdo di scambi e progetti, dal premio Andrea Parodi alla collaborazione con il chitarrista sassarese Gianluca Dessì che ha dato vita al disco Kyma.
Ecco di lui parlerei eccome. È un amico. Poi è chitarrista. Poi è sardo. Kyma significa onda. È un'onda eterico-fisica che unisce le sponde, che siano linguistiche, personali, terrestri. Kyma è stato l'incontro con gli avi veri, perché faccio Cimò. Avi molto più antichi di una lingua, di una terra, di un popolo. Un'esplorazione per superare l'esplorazione. Resta la mappa sonica, e le orme dei miei viaggi come una traccia incisa su cui ripassare.

Po' tegnu un cuntu ca è tuttu spiciali ca è sulu pi' chiddi ca vonnu li ali pi' mmia n'vogghiu nenti n'vogghiu dinari m'abbasta vidilli turnari a vulari. (Poi ho un racconto tutto speciale/ che è solo per quelli che vogliono le ali/ per me non voglio nulla, non voglio denaro/ mi basta vederli tornare a volare).
Anche questi versi sono i tuoi, sono sicuramente uno dei punti più alti della tua poetica, che spesso mi viene naturale coniugare ad uno stato d'animo anarchico e a una visione libertaria del cammino umano, della vita. Valeria, quanta ostinata passione e quanta fatica ci vuole per sublimare l'atto creativo e lasciarlo “indenne“ sull'altare della rischiosa, per quanto legittima mercificazione?
Enorme, immensa, indescrivibile. Il rischio è l'isolamento, la povertà, l'incomprensione.
Ma chi sposa la verità non può più fare a meno della libertà. Se fatichi nel guardarti continuamente e ne comprendi il beneficio nonostante lo sforzo, non puoi più tornare indietro. Io non amo particolarmente né scrivere, né suonare né dipingere, fosse così produrrei il doppio. Non è un fatto di semplice passione. Io amo stare a contatto con la verità e la libertà.

Sono femmina e mi ridò alla luce, mi schiodo i dubbi che nutrì anche Cristo in croce, chiedo al mondo che mai passione è quella in processione, se non una storia femmina, tua unica iniziazione“
Valeria Cimò, sacra e irrimediabilmente profana...

per contatti:
valeriacimo@gmail.com
3345399000
fb Valeria Cimò


Valeria Cimò



Milano/
Un incontro-discussione tra le scuole libertarie

“Come on baby, light my fire“, cantava Jim Morrison assieme ai the Doors nel 1967, cercando, con le sue magnetiche rime, di accompagnare gli ascoltatori ad osservare la realtà, oltre il limite delle cose apparenti. “Light my fire!“, e “Saremo fenici“, (seguite dalla data del giorno del devastante cortocircuito: 24 gennaio 2016), sono le parole catartiche di promessa, che le “spillette“ di auto-finanziamento della Scighera, recitano ammiccanti dal banco d'ingresso, per trasformare un evento distruttivo, l'incendio che ha colpito i locali del centro culturale milanese e lo spazio della nascente comunità auto-educante “Il Bamborin“, in una opportunità di rinascita collettiva nel segno della reinvenzione.
Così, il 30 e 31 gennaio di quest'anno, i numerosi invitati all'incontro-discussione promosso dalla Rete per l'Educazione Libertaria sono stati accolti alla Bovisa per una due giorni che ha visto, in relazione di scambio, la “vecchia guardia“ della REL con le nuove realtà auto-educanti che si stanno amalgamando in vari centri della Penisola. Un incontro importante, ricco di spunti e di prospettive di crescita comune, svolto e dibattuto sia in ambito pratico che teorico-ideale. L'ottima organizzazione, curata fin nel dettaglio, dal “catalizzatore di contatti“ per la REL Lombardia, Maurizio Giannangeli, ha previsto una tavola di discussione che si è inoltrata in queste tematiche: 1) Sabato 30 gennaio: “Verifica incerta: arcipelago REL o isole separate? - Progetto politico e possibilità di esistere.“ Il laboratorio di opinioni si è rivolto alle esperienze di autoeducazione libertaria ed in particolar modo ai loro accompagnatori/trici. A supporto e a interazione di questa essenziale proposta di discussione e approfondimento, sono stati messi a disposizione (già nel giro di mail dei giorni precedenti) i documenti basilari pubblicati sul sito della REL, ovvero il Documento Programmatico della Rete per l'Educazione Libertaria e il Manifesto per l'Educazione Libertaria, a riguardo dei quali è auspicabile sempre riferirsi e riconoscersi, nel momento in cui si decida di entrare nelle dinamiche di percorso della rete. 2) Domenica 31 gennaio: “Apprendimento in contesto libertario e richieste istituzionali: come interagire?“. In questo caso, dato il tema dedicato a chi opera attivamente nei percorsi di auto-formazione, il secondo incontro si è rivolto solo ad accompagnatori/trici e toccava, nel cammino delle varie analisi, anche l'ultima Circolare Ministeriale (appunto: Cm del 21/12/2015 –AOODGOSV/Prot.14017), riguardante l'Istruzione Parentale norme da circolare iscrizioni anno scolastico 2016/2017, percepita dall'ambiente di discussione come un nuovo passo coercitivo, se non intimidatorio, che le Istituzioni vogliono rivolgere al pluralismo educativo, nel tentativo di arginare o, peggio, di sbarrare la strada al movimento in crescita, nel suo fecondo raggiungimento di un peso di “massa critica“ nei confronti del sistema.

Pratiche differenti
L'intenzione della “due giorni alla Scighera“ è stata quella di approfondire ed affrontare come Rete per l'Educazione Libertaria domande quali: a) Le pratiche in atto ad oggi sono realmente un “arcipelago“ o restano “isole“ separate? Cosa vuol dire per la REL essere “arcipelago“, e se non lo si è ancora, cosa occorre per diventarlo? (ammesso che se ne senta il desiderio e la necessità). b) Nei fatti corrisponde al vero che le singole realtà, pur nelle differenze, partecipano ad un progetto comune in riferimento ai testi presentati nel sito della REL? c) Occorre forse rivedere quei testi, ampliarli, emendarli? Chiaramente in modo consensuale e in quale direzione? d) Come costruire una rete che cerchi e trovi soluzione, in forma collettiva, a: 1) sostegno economico ai progetti; 2) confronto con le istituzioni; 3) diffusione delle esperienze nel proprio territorio.
In sintesi una Rete per l'Educazione Libertaria che si pone anche verso di sé in assetto critico-costruttivo, ricordando a se stessa, proprio nel momento in cui cresce, le modalità di partenza e il sentire originario, per rafforzare strada facendo i presupposti che la hanno resa coerente nel tempo e nella ricerca degli obiettivi comunque sempre in trasformazione. Una REL che dunque riesce a sostenere il proprio riflesso di ritorno nel momento in cui si affacciano nuove realtà ed energie che chiedono di partecipare e che lavora per una continuità, proprio grazie ai momenti (o punti) di crisi e alla rielaborazione propositiva degli stessi. Come pure una Rete che, nei sui incontri e seminari, riesce in modo assembleare a confrontarsi (come nell'incontro domenicale del 31), sulle differenti pratiche, scelte e forme di relazione instaurate e/o da (non) instaurare con l'apparato statale, ai fini di un possibile riconoscimento “istituzionale“ dei percorsi di autoapprendimento vissuti dai bambini/e e ragazzi/e frequentanti le realtà educanti libertarie.
L'immagine e la suggestione di termini quali “isola“ o “arcipelago“ portata avanti in anni (già otto) d'impegno dalla REL, ha suscitato anche nei gruppi appena nati un vero e proprio cammino dialogico di intesa e a volte anche di richiesta di ulteriore chiarificazione, per consentire a tutti/e una profonda comprensione di quello che vuol dire (per un'agorà variegata come è la Rete), “agire in simultanea tra un serrato moto d'analisi interno e uno slancio di visibilità e apertura verso l'esterno“ (…).

Un movimento
di opinione
Questa auto-riflessione, emersa già ai margini del VI Incontro nazionale di Osimo dell'autunno scorso (vedi: “A“ 405, marzo 2016), ha portato la discussione collettiva su binari prospettici di assoluta importanza.
Le parole decisive di Francesco Codello aprono strade di profonda riflessione: “Io sono convinto che le nostre esperienze possano trovare una declinazione duratura nel tempo“. Perché ciò possa accadere, è essenziale dar voce alla visione politica del percorso auto-educante libertario. Dunque ciò può avvenire: “Solo, se accanto alle nostre esperienze, (questo la storia ce lo ha insegnato, la storia di questi esperimenti e realtà, sorte negli anni e nei secoli precedenti), noi riusciamo a creare, nel nostro paese, un movimento di opinione che capisca la portata di quello che queste nostre piccole scuole stanno facendo, e si faccia carico di sostenerle“. Codello, per lunga e dedicata militanza, il “grande vecchio“ dell'educazione libertaria italiana, prosegue, per avvertire poi in maniera propositiva: “Perché altrimenti, il rischio grosso è che una volta che vengono meno i genitori che hanno iniziato questo percorso, la scuola non esista più, e, in quel caso, noi abbiamo investito... vite! E qui, ci sono persone che stanno investendo in questo la loro vita; dunque io credo fortemente in questa azione allargata strategica e, qui, entra in gioco il discorso collettivo..., perciò non è più il dire di una singola realtà, ma è la presenza chiara della dimensione politica della Rete che deve trovare una risposta ad alcune questioni concrete, materiali. Questa è una dimensione importantissima. Io credo fortemente che dobbiamo costruire in Italia un movimento di opinione. Ma per fare questo, che cosa dobbiamo fare? Per non lasciare le singole realtà alla loro “gestione eroica“ ma perché questa nostra azione politica d'assieme diventi un flusso di continuità temporale e territoriale?“
Domande precise, di prospettiva, che la REL dovrà affrontare prossimamente con alle spalle non il “niente“, l'assenza situazionale, il “Mar Vacùus“ dell' immobilismo (di chi critica a priori, senza aver ben chiaro in mente che cosa ha già fatto negli anni e sta continuando a fare la REL) bensì un percorso di presa di posizione quasi decennale che si è già confrontato su tematiche scottanti ed attuali (libertari/democratici; comunità auto-educanti/homeschooling; educazione libertaria/“calderone alternativo“ con tentativi istituzionali di “recuperare l'impossibile“ ecc.) e che ha già tracciato un chiaro percorso di crescita, anche a costo di dolorose dipartite scaturite comunque da scelte. Continua Codello “a Barcellona nel 1901 è stata fondata la prima scuola, dopo un anno ce ne erano cento, centoventi. Ma perché? Perché c'era dietro un movimento, non vi era solo la singola realtà che fa fatica, che esaurisce le energie e che si deve porre anche il problema che, bisogna fare una stanza nuova, comprare testi nuovi, vedere da dove tirare fuori i soldi ecc. Le singole realtà rischiano di morire se non c'è una dimensione che ci accomuna, che sostiene, che progetta, che pensa. Se non ci inventiamo qualcosa d'altro, se no facciamo un salto ulteriore di qualità. Ed ora, abbiamo bisogno di questo.“
La Rete per l'Educazione Libertaria dunque, attraverso “l'incontrarsi, il dialogare e il decidere consensuale“ costante, potrebbe diventare un reale, attuale soggetto politico in grado di catalizzare il fronte educativo in fermento. Ciò diverrà possibile solo se sarà in grado di abbracciare i molti piani che la sfida dell'educazione libertaria storicamente propone. Evitare di privilegiare un'unica dimensione, rispetto alle altre, creare le condizioni di prospettiva per una sintesi che si rinnovi periodicamente sulla e nella problematicità di percorso e per la visione d'assieme, leggere in complessità, “oltre l'ultimo parziale“, le azioni, le tattiche (anche di sopravvivenza), le aspirazioni, gli inciampi, i fallimenti e le rinascite delle comunità auto-educanti libertarie, vorrà dire organizzare le costanti condizioni politiche di un cammino d'unione nelle differenze, che avrà nell'istituente permanente il fulcro d'azione decisivo per una concreta azione di durata.

Giulio Spiazzi
giuliospiazzi@gmail.com



Milano, circolo ARCI La Scighera, 30-31 gennaio 2016 - Un momento dei lavori della due giorni della Rete per l'educazione libertaria.