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Rivista Anarchica Online


migranti

No Border. Ci proviamo

con testi di Maria Matteo, Giulio D'Errico, Samuel Lisse, Emma Zaza
e Ludovico per il freespot di Ventimiglia


Identificare, sgomberare, ricollocare. Come nell'ultimo anno sono stati accolti i migranti, tra Frontex, campi profughi e centri di detenzione amministrativa.
Pubblichiamo un articolo-quadro e tre resoconti di attivisti impegnati in altrettanti avamposti della Fortezza Europa: Lesbo (Grecia), Calais (Francia) e Ventimiglia (Italia).

Lesbo (Grecia), 25 ottobre 2015 - I migranti si avvicinano alla costa
nord dell'isola greca. La Turchia è visibile sullo sfondo

La guerra in casa

di Maria Matteo

Un argine all'odio c'è. Sono i No Border che aiutano a bucare le frontiere, portano qualcosa da mangiare, si mettono di traverso per impedire le deportazioni.

Bombe nei ristoranti, allo stadio, in aeroporto, in metropolitana, in una sala concerti.
Oggi esco, prendo l'autobus e forse non arrivo al lavoro. Domani c'è un esplosione e mio figlio non torna più.
Queste cose una volta succedevano in posti lontani, pericolosi, posti dove la guerra è “un'abitudine”. Come se fosse possibile assuefarsi all'orrore.
Da qualche tempo la guerra è venuta a cercarci a casa. La convinzione che la guerra fosse altrove, passo a passo, si sta frantumando. Ma tenace resta l'illusione che sia possibile ricacciarla indietro. Chiudendo le frontiere, cacciando gli immigrati, sigillando i quartieri poveri, mettendo le città in mano ai militari, piazzando telecamere e orecchie elettroniche ovunque.
Le nostre scarne libertà vengono frantumate pezzo a pezzo senza che la maggior parte della gente reagisca. La paura è un'arma potente. Chi governa ne profitta per prendersi più potere, per proclamare lo stato di eccezione permanente, per mettere sotto controllo ogni forma di insorgenza sociale.
Quando tutti sono nel mirino, non c'è né riparo né protezione. Se il nemico è disposto a morire pur di uccidere, prima o poi colpisce di nuovo. Se l'obiettivo è il terrore, lo si raggiunge facilmente.
Dopo gli attentati dello scorso novembre Hollande ha reagito bombardando le città irachene controllate dall'Isis ed ha proclamato lo stato di emergenza. Doveva durare una settimana, rischia di estendersi all'infinito. L'eccezione diventa norma.
Una formula semplice quella di Hollande. Vendetta fuori dai confini, militari nelle strade di casa propria.
Mentre scrivo non si è ancora spenta l'eco delle esplosioni all'aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles. La capitale belga, i suoi quartieri più poveri, dove vivono gli immigrati di ieri e di oggi, sono stretti in una morsa dalla polizia.
Si moltiplicano le polemiche sulle “falle” dell'intelligence belga, per mantenere l'illusione che gli attentati possano essere realmente prevenuti ed impediti. Chi li attua ha dalla sua la scelta di rinunciare a tutto, anche alla vita.
In questi ultimi decenni il fondamentalismo islamico è stato tollerato, foraggiato, sostenuto da paesi non islamici, convinti di poter usare questi scomodi alleati senza scottarsi le mani.
Dalle Torri Gemelle in poi sappiamo che non è così: i fautori del jihad globale non esitano ad esportare la guerra negli Stati Uniti e in Europa. Non esitano a proporre la loro propaganda agli esiliati delle metropoli, agli immigrati senza diritti, ai nuovi cittadini senza cittadinanza reale, ai nipoti del colonialismo che vivono in Europa.
Chi muore per uccidere ragazzi che ballano, chi spara sino all'ultimo colpo in un ristorante affollato, non modifica le politiche dei governi europei ma mostra in un'ultima tragica fiammata una potenza straordinaria, capace di sedurre altri, di allargare le fila di chi si arruola e di chi, sommessamente, plaude.

Come Crociati e Saraceni

A Torino, nella zona di porta Palazzo, nei negozietti a ridosso del più grande mercato d'Europa, sino a qualche anno fa vendevano sottobanco lampade che rappresentavano le Twin Towers spezzate da un aereo. La gran parte degli acquirenti e dei venditori credo abbia continuato la propria vita all'ombra della Mole. Resta il fatto che quel soprammobile kitsch fa mostra di sé in qualche salotto torinese. Un simbolo di rivincita, che nulla muta nella materialità del vivere, ma consente a chi l'acquista di condividere una briciola di quella potenza suicida.
Spargere morte per le strade d'Europa serve ad infrangere il mito della forza invincibile dell'Occidente, ad alimentare un immaginario di rivalsa, offrendo uno spazio simbolico dove Crociati e Saraceni tornano a sfidarsi dopo il lungo buio coloniale.
La religione diventa la solida roccaforte che cementa l'identità e un senso di comunità che gli Stati nazionali, figli della spartizione coloniale, non danno a sufficienza. Specie in Europa la cesura di classe perde importanza nella fratellanza del jihad globale e le istituzioni caritative islamiche colmano il vuoto determinato dalla scomparsa progressiva del welfare.
Il corrispondente del Fatto quotidiano da Idomeni, villaggio greco al confine con la Macedonia, racconta dei profughi intrappolati nel fango, tra filo spinato ed un fiume in piena e scrive: “Non ci odiano ancora”. Fino a quando i profughi di guerre sostenute e foraggiate dall'Europa, dagli Stati Uniti, dalla Russia non odieranno chi ci vive?
Sino a quando i profughi rinchiusi in campi di detenzione in Grecia, intrappolati in Turchia, strangolati dai trafficanti d'uomini, non odieranno gli europei, i cui governi stanno pagando quello turco perché spranghi le frontiere, impedisca le partenze, chiuda in trappola uomini, donne e bambini? I profughi e gli emigranti diventano facile preda di sfruttamento, violenza, soprusi. Amnesy International scrive che nei campi con il marchio Ue in Turchia, i diritti umani sono solo una favola amara, le cronache riportano storie di lavoro nero, paghe da fame, ricatto continuo.
Poco importa. Esternalizzare la brutalità, affidare alla Turchia il lavoro sporco è una pratica che l'Italia sperimentò con successo pagando la Libia di Gheddafi perché serrasse le frontiere, impedisse le partenze, accogliesse con disinvoltura i respinti in barba alle convenzioni internazionali sui richiedenti asilo. Queste scelte hanno un prezzo ben più alto dei milioni di euro versati oggi alla Turchia.

Svuotare il mare con un cucchiaino

Sino a quando non ci odieranno? Sino a quando non accuseranno tutti quelli che vivono al di là del filo spinato di essere responsabili delle loro vite sospese, ricattate, senza futuro?
Un argine all'odio c'è. Sono i No Border che aiutano a bucare le frontiere, portano qualcosa da mangiare, si mettono di traverso per impedire le deportazioni.
Sono i tanti greci che aiutano con cibo, medicine, abiti, la gente in viaggio.
È come svuotare il mare con un cucchiaino ma lascia comunque il segno, spezza l'accerchiamento, mostra il volto dei nemici delle frontiere, allude a relazioni politiche e sociali che rendano pratica viva la libertà, l'eguaglianza, la solidarietà.
Non c'è più spazio per le parole, perché le parole sono state usurate, abusate, logorate. In nome dell'umanità si bombarda, si tortura, si stupra, si incarcera. I corpi dilaniati che la pornografia mediatica ci mostra con finto pudore sono l'immagine della democrazia reale, che ha annegato nel sangue il proprio nucleo assiologico. “È una bestemmia questa libertà!” Così suona una canzone che ricorda la disperata rivolta della gente del Meridione d'Italia beffata dalla retorica risorgimentale, divenuta feroce occupazione militare savoiarda.
Un canto simile potrebbe echeggiare tra le rovine delle città bombardate in Iraq, in Siria, in Afganistan.
Ma non è la cifra della jihad, perché la libertà tradita, la dignità calpestata si traducono in rigetto dell'autodeterminazione delle persone, in adesione ad una religione che offre il quadro concettuale per combattere la libertà, combatterne l'idea, combatterne le manifestazioni concrete.
La bestemmia diventa la libertà stessa.
Le donne ne sono le principali vittime, perché la libertà femminile è in sé una sfida a un ordine eminentemente patriarcale, che trova la propria massima espressione nella guerra. La ferocia del Califfato verso le donne e le bambine è un fenomeno violentemente reattivo, il terreno sul quale si gioca una partita di potere in paesi dove la libertà femminile aveva pur compiuto qualche passo.
Nella stessa area geografica, nei cantoni del Rojava, dove prevale un'impostazione laica e libertaria delle relazioni sociali, la libertà femminile è uno dei cardini delle esperienze di autogoverno.
Sbaglia chi considera l'Islam radicale un fenomeno antimoderno, perché della modernità mutua sia l'apparato tecnologico, sia l'assunzione di un'economia di mercato, sia l'attitudine a costruire un apparato amministrativo statale.
Il nucleo fondante dell'Isis è la chiara consapevolezza che la propria forza è nella negazione di ogni relativismo, di ogni diversità. Perché distruggere le vestigia in pietra di antiche civiltà, rimaste intatte durante centinaia di anni dal diffondersi dell'islam? Perché tanto accanimento contro minoranze etniche e religiose radicate in Iraq da millenni, come i cristiani della piana di Ninive e gli ezidi di Shengal?
Semplice. Quando la libertà diventa in sé una bestemmia, le donne vanno ridotte in schiavitù, i non islamici e il passato preislamico vanno eliminati. Non c'è spazio per null'altro. Altrimenti non si spiegherebbe la follia strategica di aver fatto saltare gli equilibri in Iraq, mandando per aria una rete di alleanze, sin troppo disponibili con le milizie islamiste in Siria.

Il lessico della libertà

I sintomi che qualcosa di nuovo e inquietante stesse maturando anche in Europa c'erano tutti già dieci anni fa. La grande rivolta delle banlieue francesi del 2005 scatenò sociologi e politologi, tifosi delle rivolte e amici dell'ordine costituito. Vennero spesi fiumi di parole per una rivolta che non prese mai la parola, neppure quella spuria di qualche improvvisato leader. Nulla. Parlavano le auto bruciate. Per quasi due mesi sembrava una gara, che infiammò, nel senso letterale, le periferie dell'Esagono.
Eppure. Bastava dare un'occhiata a questi minorenni, quasi tutti maschi, che radevano al suolo le proprie scuole, le proprie cabine telefoniche, le auto dei propri parenti e vicini.
Già allora le parole erano a zero, non c'era lessico comune, se non una generica inimicizia per la polizia, che mai divenne alleanza con i sovversivi.
Quando i fuochi si stavano attenuando gruppi di ragazzi di banlieue attaccarono un corteo di studenti in lotta, picchiandoli e depredandoli. Niente parole. Le parole disponibili erano andate tutte a male.
Dieci anni dopo, la jihad fornisce il lessico comune. Oggi non bruciano solo le auto.
Da qui bisogna ripartire. Il lessico della libertà ha bisogno di pratica, di condivisione, di lotte comuni lungo la cesura di classe, lungo il precipizio della crisi. Crisi economica, ecologica, di prospettive.
Serve una casa comune, dove le comunità in lotta si inventino i propri spazi, luoghi, relazioni. Servono mattoni. Il lessico di una libertà che non suoni come bestemmia si nutre dalle mani delle anziane donne di Idomeni, che cuciono abiti e nutrono chi fugge dalla guerra.

Maria Matteo


Fronteggiare Frontex

di Giulio D'Errico

Fino alla fine di marzo le esperienze di solidarietà di base sull'isola di Lesbo (Grecia) hanno cercato di porre un rimedio al sistema ufficiale di gestione dei flussi migratori. Ecco la testimonianza di un volontario, prima che il centro di raccolta fosse trasformato in una campo di detenzione.

Raccontare le esperienze di solidarietà che nell'ultimo anno e mezzo hanno visto la luce a Lesbo e in diverse altre zone in Grecia è un compito arduo. Al di fuori e contro i circuiti ufficiali di gestione dell'emergenza rifugiati – Frontex, campi profughi gestiti dall'UNHCR e ONG accreditate a lavorarvi all'interno, per intenderci – si sono sviluppate una miriade di diverse esperienze, in un vastissimo spettro per quel che riguarda dimensioni, caratteristiche, motivazioni, credenze e convinzioni. Queste esperienze hanno un arco di vita molto diverso l'uno dall'altra e anche le loro azioni sono cambiate nel tempo a seconda delle esigenze e delle possibilità.
Lesbo è stato un fortissimo punto d'attrazione per attivisti e volontari da diverse parti del mondo. A migliaia sono giunti sull'isola negli ultimi 12 mesi, chi per qualche settimana, chi per qualche mese, creando gruppi la cui composizione è estremamente fluida e cangiante.
Dall'estate del 2015 Lesbo è diventata il principale punto di arrivo per coloro che cercano di raggiungere l'Europa dal Medio Oriente e non solo. Il conflitto siriano e iracheno ha costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare i propri paesi d'origine e raggiungere via terra la Turchia. Tanti percorrono viaggi simili da Afghanistan, Pakistan e Iran. La Turchia è ormai uno scalo quasi obbligato anche per chi cerca migliori possibilità dal Nord Africa. Raggiunte le coste Turche, le isole greche, avamposto della Fortezza Europa, sono ben visibili, e tra queste Lesbo è una delle più vicine.
Proprio a causa di questa vicinanza anche il ruolo degli scafisti, tanto sbandierato dai media, si è modificato. A differenza dei lunghissimi viaggi attraverso il mediterraneo, per raggiungere Lesbo bastano poche ore di navigazione e quindi la conduzione delle barche viene affidata agli stessi migranti, che spesso il mare non l'hanno praticamente mai visto. Per ogni viaggio, che costa dai 700 euro in su a persona, i trafficanti affidano la navigazione a una persona che viaggerà sì gratis, ma accollandosi più o meno consapevolmente la responsabilità delle vite di coloro che viaggiano con lui e rischi penali molto grandi.

Lesbo (Grecia), 25 ottobre 2015 - Una famiglia
di migranti appena approdata sull'isola
Gestione informale e burocrazia

Moria è un piccolo villaggio a pochi chilometri dal principale centro e porto dell'isola: Mitilene.
Qui sorge il centro di accoglienza e detenzione, principale hotspot di Frontex, qui si svolgono le procedure per poter essere registrati come richiedenti asilo e ottenere i documenti necessari a transitare fuori dall'isola e, almeno in teoria, nel resto dell'Europa. Nel corso degli ultimi sei mesi questa possibilità è stata concessa a sempre meno persone e il criterio è puramente geografico. La registrazione è permessa in base alla nazionalità di appartenenza e, col tempo, le nazionalità accettate sono andate diminuendo. Per primi è toccato ai paesi del nord Africa, poi a quelli del Corno D'Africa, poi a Iran e Pakistan e infine all'Afghanistan. Dalla sera alla mattina, numerose persone si sono viste rifiutate; è stata loro negatala possibilità di ottenere qualsivoglia documento di transito, pur essendo già sbarcate da tempo e in coda per la registrazione.
Dai primi mesi del nuovo anno queste procedure sono aperte solo a Siriani e Iracheni.
La capienza di 700 persone dell'hotspot di Moria è stata raggiunta e superata quasi immediatamente. Le prime tende al di fuori del filo spinato del campo ufficiale hanno fatto la loro comparsa fin dalla scorsa estate. Niente cibo, niente acqua, nessun servizio sanitario. Una collina di ulivi in cui accamparsi in attesa di essere passati allo scanner delle procedure di registrazione di Frontex. Solo dopo sono arrivati i volontari.
Con arrivi quotidiani di migliaia di persone, questo campo informale si è presto riempito; soprusi e violenze non si sono fatte attendere, come anche i traffici di acqua, cibo, schede sim e telefoni a prezzi esorbitanti, con ricorrenti visite, non proprio amichevoli, delle forze dell'ordine greche.
Per affrontare la situazione è stata creata un'associazione con il preciso scopo di affittare il campo su cui queste tende sorgevano e garantire così a chi ci viveva la sicurezza di evitare un possibile sgombero, soprattutto data la vicinanza con il campo ufficiale.
Nei mesi successivi Afghan Hill (uno dei nomi con cui è stata chiamata questa collina) si è riempita di persone e situazioni, di strutture di supporto e reti di solidarietà. Attivisti da tutto il mondo hanno fatto dell'isola greca la loro destinazione, creando servizi igienici, cucine, information points, centri di consulenza legale e psicologica, corsi di lingua e giochi per bambini.
Il campo si è formato per “strati”, a seconda delle energie, delle volontà, delle capacità e dei bisogni di chi lo attraversava. Gruppi di attivisti, piccole associazioni dai più svariati connotati hanno saputo e potuto muoversi autonomamente, collaborando, confrontandosi e alle volte scontrandosi tra loro e con le sempre diverse persone che vi arrivavano. L'assenza di una gestione dall'alto ha permesso per lungo tempo a ogni situazione di ritagliarsi il proprio spazio, con le proprie regole e i propri tempi. Il continuo ricambio di gruppi e persone crea situazioni molto diverse le une dalle altre, nelle dinamiche interne come nelle relazioni con l'esterno, che in questo caso è rappresentato dalla municipalità e dalle organizzazioni che lavorano con e per Frontex.
I vari attori in gioco hanno pratiche e orientamenti molto diversi gli uni dagli altri e gli equilibri tra le diverse anime sono spesso fragili. Il maggior attrito si ha tra quelle componenti che puntano puramente sull'ottimizzazione dei “servizi” offerti e quelle più “rivendicative”, che nell'attivismo all'interno di Afghan Hill vedono anche l'occasione per creare reti di solidarietà più stabili che, dove possibile, rompano la barriera volontario/migrante. Le assemblee di coordinamento possono essere lunghe ed estenuanti, ripercorrendo dinamiche non nuove alla gran parte dei luoghi autogestiti, ma esasperate dall'emergenzialità della situazione.
I rapporti con l'UNHCR e le grandi ONG che lavorano all'interno del campo profughi ufficiale cambiano da gruppo a gruppo, ma sono generalmente ridotti al minimo. I lunghi incontri iniziali hanno reso subito evidenti le distanze tra le pratiche burocratiche di gestione dell'emergenza profughi da una parte e il confronto diretto con i fallimenti di questa gestione dall'altra.
I muri e il filo spinato del campo dividono due visioni del mondo completamente differenti. All'interno, le grandi organizzazioni non governative sono impegnate nel supporto alle politiche di Frontex e, perse all'interno di un labirinto di interminabili meeting ufficiali, preventivi di spesa e carte bollate, riescono ad essere nel contempo inumane, inefficienti e dispendiose. All'esterno, la mancanza di mezzi ha dato spazio alla creatività e al desiderio di supportare il bisogno e il diritto al movimento delle persone. Si conta che almeno 500.000 persone siano sbarcate sull'isola nel 2015 e almeno 80.000 nei primi due mesi del 2016, nonostante la neve e l'inverno siano arrivati anche qui.
Le procedure di registrazione spesso comportano giorni di coda e attesa. Le persone in attesa, proprio per quella burocraticità delle ONG multinazionali accreditate dall'Unione Europea, che possono lavorare esclusivamente all'interno del campo ufficiale, sono lasciate senza cibo, acqua o riparo indipendentemente dall'età o dalle condizioni climatiche ad aspettare il loro turno.
Un aspetto particolarmente importante su cui lavorano alcuni dei gruppi di Afghan Hill è quello della condivisione delle informazioni. Nel meccanismo di funzionamento di Frontex, le informazioni hanno un valore particolarmente alto, in particolare la loro mancata comunicazione.
Le comunicazioni ufficiali ai migranti, al momento della registrazione, sono scarse e mutevoli. A seconda del luogo e del momento politico, ai richiedenti asilo vengono consigliate le soluzioni più diverse: vengono suggeriti campi di transito sulla terraferma, che poi risulta quantomeno complicato lasciare, le notizie sulle situazioni ai diversi confini vengono taciute. L'assenza di adeguata informazione ha il solo scopo di aumentare il controllo sui flussi migratori. Le comunità migranti hanno ovviamente i propri canali di informazione e comunicazione, spesso interni ai diversi gruppi nazionali o locali. Queste reti comunicative si affidano però spesso a informazioni datate e raramente confermate. Al loro interno la propagazione di rumors è altissima e riguarda gli argomenti più disparati: dal rischio di vedersi requisiti i propri averi al confine di alcuni stati, all'impossibilità di raggiungere le destinazioni desiderate; dalla possibilità di continuare a praticare le proprie credenze, alle minacce di rimpatrio forzato nel paese di provenienza. Queste reti inoltre sono quelle su cui si innestano le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani.
Una condivisione, la più ampia possibile, delle informazioni è la chiave per permettere a chiunque di fare delle scelte consapevoli, valutando rischi e possibilità delle diverse opzioni a disposizione, legali o illegali. La difficoltà di fornire un quadro puntuale e preciso è alta. Il lavoro degli attivisti è quello di un continuo controllo incrociato delle diverse fonti ufficiali, di una ricerca con i migranti delle voci che hanno sentito e delle notizie in loro possesso, in modo da verificarle e la pubblicazione di continui bollettini multilingue con le informazioni più aggiornate. Il contesto muta quotidianamente: a livello dell'Unione Europea, tra accordi annunciati e poi rinviati, prese di posizione e voci contrastanti si assiste a un continuo braccio di ferro tra i diversi stati e con la Turchia; sempre più paesi europei, prime vittime delle proprie derive securitarie e xenofobe, annunciano la chiusura delle proprie frontiere, costruiscono muri e schierano eserciti; il governo greco sfoggia i muscoli per paura di venir tagliato fuori da Schengen, costruendo sempre più campi di detenzione e accoglienza sul suo territorio, rinforzando i controlli sulle coste e respingendo le barche in arrivo.

L'importanza della solidarietà

Afghan Hill non è l'unica realtà presente a Lesbo. Vi sono altre centinaia di gruppi che lavorano sull'isola. Gruppi di attivisti controllano le coste per avvistare le barche in arrivo e limitare il più possibile nuove tragedie. Altri gruppi si occupano degli spostamenti o dei rifornimenti per i diversi piccoli accampamenti presenti. Altri supportano i minori non accompagnati o le famiglie più bisognose.
Come si diceva all'inizio, raccontare delle esperienze di solidarietà di base espresse sull'isola è un compito arduo. La dinamicità della situazione e la difficoltà di reperire informazioni sono solo parte del problema. Alcune delle attività stesse possono proseguire e funzionare solo in quanto restano all'interno di un cono d'ombra, senza essere sotto i riflettori. Ancora più difficile è però attivarsi, in particolar modo da una prospettiva anarchica e libertaria, in una solidarietà pratica a supporto del diritto di movimento delle persone. Solidarietà che si esplica in un sostegno umano verso persone che si trovano in una situazione di emergenza, ma che - da un altro punto di vista - difficilmente riesce ad essere qualcosa di più di un rimedio agli aspetti più orribili di un sistema inumano come quello della gestione dei flussi migratori di Frontex.
Una scelta difficile, ma l'unica possibile. Si possono immaginare prospettive diverse che sappiano coniugare l'idea di un mondo senza confini e il sostegno concreto a chi attualmente vive una situazione drammatica?

Giulio D'Errico


Finzione umanitaria

di Samuel Lisse e Emma Zaza

A Parigi e Calais la gestione dei flussi migratori avviene attraverso sgomberi dei campi in continua e spontanea formazione.
La riconduzione forzata in centri di accoglienza e di detenzione amministrativa viene investita di significati umanitari. Ma la strategia è di disperdere i migranti per rompere i legami di solidarietà e di lotta.


È il maggio del 2015, e la prefettura di Parigi assieme al comune annunciano sui media lo sgombero del campo dei migranti e delle migranti instaurato ormai da mesi nel quartiere popolare La Chapelle, a nord della capitale. La maggior parte sono afghani, sudanesi, siriani. Centinaia di persone che (soprav)vivono in piccole tende da campeggio sotto il ponte della metropolitana sopraelevata, linea 2.
Un pugno di compagni, da anni attivi contro i centri di detenzione amministrativa (CRA francesi, CIE italiani) e le aggressioni nel quartiere, decide di lanciare un presidio. L'idea è di prendere qualche contatto e di cominciare ad organizzare una lotta comune, i migranti con i compagni.
Il 2 giugno, sotto il sole pallido parigino, centinaia di forze dell'ordine sgomberano il campo, aiutati da alcune associazioni umanitarie ammiccanti al loro gioco. La maggior parte dei migranti e delle migranti sono smistati nei “centri d'accoglienza” (CARA italiani). Parigi si sbarazza della “miseria migrante” e lascia piazza pulita all'orda dei turisti in arrivo per le vacanze estive.
Ma il presidio a qualcosa era pur servito: la sera stessa si organizza la diffusione di volantini nel quartiere. Si rincontrano tanti di quelli e quelle che la mattina stessa erano stati sgomberati, tornati qui alla ricerca di solidarietà politica e materiale. La Chapelle è già luogo e simbolo della lotta dei e delle migranti in città. Sotto le luci arancioni dei boulevard parigini, si decide di organizzare un'assemblea per l'indomani.
Una lunga serie di occupazioni e di accampamenti in strada si susseguono, rincorsi da sgomberi subdoli (nella promessa di una soluzione migliore inesistente) e violenti (nelle dimostrazioni di forza di uno dei corpi polizieschi più armato d'Europa).
Il campo si fa mobilitazione mobile: quotidianamente la polizia sgombera abbozzi di campo, molesta i migranti del quartiere, blocca le strade, aumenta i controlli, espelle le occupazioni temporanee nate da manifestazioni determinate sotto il fumo dei lacrimogeni e le minacce degli arresti. Pertanto, la determinazione dei migranti e dei compagni non si affievolisce: la rivendicazione resta quella dei permessi di soggiorno e di una dimora degna, stralci di una giustizia sociale rubata.
Così la mobilitazione mobile si fa sostegno politico: gli abitanti del quartiere accorrono solidali con doni materiali e presenza militante. Se, nascosti e nascoste sotto i binari della metropolitana, la lotta migrante era invisibile al parigino indaffarato, la presenza in strada ha fatto finalmente emergere una solidarietà inaspettata, quanto tanto attesa. Nella metropoli normata, normalizzata, appiattita e controllata, il disturbo nelle strade resta ancora un'azione e un gesto politico importante che riesce ad imporsi, per disturbare l'ordine imposto, per sbattere in prima pagina la realtà di migliaia di persone che da sempre attraversano il paese, ma che recentemente hanno trovato muri sempre più alti e indifferenza sempre più accecante.
Sono lontane le giornate di lotta dei «sans-papiers» francesi degli anni '70, seguite poi dagli scioperi degli anni '90, quando le rivendicazioni dei precari del lavoro migrante si facevano sentire. Oggi, l'arrivo di migliaia di persone senza uno «statuto sociale particolare», senza lo statuto da «lavoratore» da sfruttare, senza la casellina burocratica tanto necessaria ai governi per la gestione delle vite umane, sembra non bastare. Essere migrante sembra quasi significhi non esistere, al di là delle contrattazioni internazionali.

Calais (Francia), 1 settembre 2015 - Due migranti cercano
una strada per raggiungere i traghetti diretti nel Regno Unito
Migrante buono, migrante cattivo

Ma ciò che, più di tutto, ha reso complessa la lotta dei e delle migranti nella primavera e estate parigina del 2015 é stato il sostegno dei compagni, la solidarietà degli abitanti. La risposta del comune e della prefettura si farà sentire sonoramente nelle settimane seguenti.
Siamo ai primi di giugno, e il campo si sposta dalle ombre della metropolitana alla luce del parchetto urbano: il giardino dell'Eole. Tra la decina di espulsioni e proprio quando una forma di campo autogestito diviene concreta in questo parchetto al nord di Parigi, stigmatizzato dalla presenza di qualche spacciatore, la pratica dello smistamento nei centri di accoglienza si fa più frequente. Il comune, con l'aiuto di Emmaus e della Croce Rossa, arriva sui campi con bus vuoti: direzione CARA. La dispersione avviene nel silenzio.
Pur considerando che la soluzione dei centri di accoglienza fosse soddisfacente per una parte dei migranti in strada da mesi, a volte da anni, il fatto che una gran parte di loro lasciasse tali strutture solo qualche giorno dopo, date le condizioni di «accoglienza», ci impone di porre uno sguardo critico al fenomeno. Senza farsi troppe illusioni, i CARA portano fondamentalmente una logica di dispersione dei e delle migranti e delle forze in lotta, spesso in periferie lontane, il tutto mascherato dalla truffa umanitaria. Purtroppo, i CARA riescono in ciò che la repressione e le continue espulsioni da parte delle forze dell'ordine non sono riuscite a fare: rompere la dinamica di lotta, intaccare i legami di solidarietà.
D'altra parte, la strategia dei centri di accoglienza maschera l'obiettivo principale della strategia governativa. Mentre a Milano si giocava a nascondere i migranti in vetrine opacizzate della Stazione Centrale e a Roma si cercava di rincorrerli in giro per le strade, in Francia già si inscenava palesemente la distinzione tra il “buono” e il “cattivo” migrante, “accolto” contro “espulso”. Lo scoppio della guerra in Siria é stato accompagnato da una finta ripartizione tra i rifugiati di guerra (ricordiamo, una guerra alimentata da russi, europei e americani) e i “sans-papiers” d'altrove, i quali vedono il loro potere rivendicativo sciogliersi davanti a manovre burocratico-legislative nazionali ed internazionali. Le recenti negoziazioni tra Europa e Turchia, stanno però dimostrando quanto la bugia fosse grossa, la beffa inimmaginabile. L'Europa fortino razzista non ammette neanche più spazio ai “buoni migranti”.
I centri di accoglienza non sono “una soluzione umanitaria controcorrente alle politiche europee di guerra ai migranti”, come i poteri locali parigini hanno cercato di vendere durante questi mesi di mobilitazione. Per noi rappresentano quegli spot in cui si richiedono domande di asilo in una logica totalmente individualizzante, chiudendo la morsa su coloro i quali hanno lasciato le loro impronte altrove. Sono quelle prigioni che spossessano totalmente i migranti e le migranti delle loro vite: orari imposti, coprifuoco, attività di svago pietose. Sono quei muri che si vedono solo in TV, da cui risuonano le proteste (scioperi della fame, blocchi alle entrate, comunicati) contro le condizioni di vita, il razzismo del personale, la lentezza delle domande di asilo.

Accoglienza e aiuto autogestito

Purtroppo ciò non ci sorprende: la promessa economica che la gestione dei centri di accoglienza rappresenta per le associazioni umanitarie gestori del loro funzionamento (Emmaus, Coalia, Croce Rossa, Gruppo SOS) non le fanno retrocedere di un passo.
Il funzionamento dei centri di accoglienza é dunque agli antipodi di quello che si é costruito nei campi parigini: una lotta autorganizzata, fatta di assemblee e manifestazioni autonome e senza bandiere di partito, costruita attraverso pratiche d'autogestione del quotidiano (cucina, gestione dei doni), basata sul funzionamento orizzontale. Ma non mentiamoci, é stato tutt'altro che semplice: le differenze linguistiche, le traiettorie personali di ogni migrante, il riflusso continuo delle persone sul campo, la stanchezza, la mancanza di mezzi materiali del movimento parigino, le molestie incessanti delle forze dell'ordine e dei poteri pubblici, hanno affievolito enormemente gli spiriti in lotta. Pertanto, sempre si é cercato di mettere in pratica quell'idea rivoluzionaria e libertaria per cui la lotta si costruisce con la solidarietà reciproca, non con il paternalismo, né con la carità e il razzismo.
Ciò che difatti ha complicato, e in realtà impedito, l'autorganizzazione orizzontale tra migranti e compagni é stato l'arrivo di individui alla ricerca di fama in una logica caritativa, toccando il suo culmine nell'occupazione del liceo Jean Quarré, sempre nel nord di Parigi. Questi, erano i giorni in cui la foto di Aylan Kurdi, bimbo siriano di tre anni trovato morto sulle spiagge turche, era sulle prime pagine di tutti i giornali. La logica umanitaria e «politicarda» ha preso il sopravvento e al grido compassionevole del «siamo tutti migranti» si é spenta la lotta. Le assemblee impedite, le manifestazioni additate come pericolose. Alcuni hanno addirittura negoziato dei posti nei centri di accoglienza, alle spalle dei migranti. Altri ancora, gestiscono oggi organizzazioni umanitarie, le stesse che traggono profitto dalle rotte migranti.
Il 23 ottobre 2015 il liceo é stato dunque sgomberato. Al suo posto oggi si erge un ennesimo centro di accoglienza gestito da Emmaus, al danno la beffa. Sotto la promessa di un non intervento delle forze dell'ordine, il mattino seguente le pattuglie adibite all'operazione di sgombero circondavano l'ex-liceo occupato, accompagnando le associazioni nel loro infame lavoro di smistamento delle vite umane. Tra le 1200 persone che vi vivevano, diverse centinaia non trovarono dimora.
Da allora diversi alti campi si sono formati, poi dispersi, poi ricreati, poi soppressi, in diversi angoli di Parigi. Talvolta cercando di costruire un rapporto di forza, altre volte nell'attesa di una risposta o semplicemente in cerca di dimora. E anche se, dopo il campo dell'Eole, dopo l'occupazione del liceo Quarré, gli sgomberi si fanno sempre più frequenti, la determinazione dei migranti é ancora più forte della loro repressione.
Ma la storia di Parigi è solo la punta dell'iceberg della politica repressiva e razzista francese. Essa trova il suo macabro splendore nella regione del Nord-Pas-de-Calais. Proprio qui, lontano dai riflettori delle televisioni, lo stato fa il suo gioco più sporco. Se in città, come a Parigi, la presenza dei migranti per strada, davanti gli occhi di tutti, svela le contraddizioni dello stato fantoccio dei diritti umani, alle frontiere francesi il messaggio repressivo suona forte e chiaro.
Ma come arginare 7000 persone in cammino?

Calais (Francia) - La polizia francese
all'interno del campo migranti “La giungla”
La più grossa bidonville d'Europa

Calais é una piccola città di frontiera, un po' come Ventimiglia, solo che dall'altra parte delle griglie ci sono 50km di mare e di speranza che dividono la Francia dall'Inghilterra. Dal 2008 questa cittadina di 70.000 abitanti ha visto la nascita di diversi campi temporanei vicino al porto, di donne, uomini e bambini che vogliono raggiungere la tanto sognata Gran Bretagna.
Nel 2005, in seguito a diverse espulsioni, lo stato prende le redini della situazione. Il campo che oggi viene chiamato «La giungla» é il risultato dell'emarginazione dei migranti fuori i confini della città abitata, lontano dagli occhi dei calesiani, fuori dalle occupazioni urbane. L'accettazione dell'«illegalità migrante» da parte dello stato, emarginandoli in un campo lontano dalla città, serviva solo a salvare la faccia da cartolina di una piccola città tranquilla e benestante. Il governo francese aveva però mal calcolato l'ondata migratoria che ha invaso massicciamente l'Europa negli ultimi anni. Da essere un campo di centinaia di persone, Calais é diventata del 2015 la più grossa “bidonville” d'Europa con i suoi 7000 abitanti.
Tra la zona nord più formale e la zona sud più informale, al centro del vasto campo di fango e capanne si erge il centro d'accoglienza Jules Ferry. Al suo fianco, un campo di bianchi container circondati da reti. Entrambi opera dell'associazione La Vie Active, entrambi accessibili attraverso le impronte digitali. Piuttosto che difendere la causa dei migranti, ecco l'ennesima associazione che lavora da piccola operaia dello stato per meglio gestire la “informalità”.
Nel marzo 2016, “La giungla” di Calais é finita sotto espulsione e i container bianchi sono stati occupati da qualche centinaio di migranti. Sotto l'ordine del ministro dell'interno e del prefetto della regione, lo sgombero é iniziato e con lui le proteste dei e delle migranti. Tra scioperi della fame, labbra cucite in segno di protesta e fuoco alle capanne, i migranti hanno gridato libertà. Hurriya Paris, e ancora hurriya! Le ruspe della Francia, come quelle tanto sognate da Salvini, hanno distrutto il loro stesso operato di 10 anni fa. Davanti a loro, una guerriglia di chi non ha più nulla da perdere, se non un briciolo di rivendicazione.
Difficile poter dire oggi cosa ne sarà di Calais, ma di certo l'espulsione prevista in qualche giornata é durata diverse settimane grazie alla resistenza dei e delle migranti. A loro fianco i compagni, i famigerati No-Border, capro espiatorio dello stato, additato al fine di negare la capacità di resistenza e di autorganizzazione dei e delle migranti. Si sente parlare di qualche associazione, ammettiamolo pure, ma solo posizionate contro la violenza degli sgomberi da parte della polizia, non di certo per riaccendere la miccia della lotta.
Se dunque diverse sono le situazioni, le rivendicazioni e le pratiche tra la lotta a Calais e quella a Parigi, certo é che certi elementi sono pur sempre riconducibili. O se non altro emerge il bisogno di trovare delle strategie di lotta comuni, da Calais a Parigi, verso Marsiglia, Ventimiglia, poi in fondo, giù per lo stivale, oltre tutti i confini, attraverso i freespot sorti come figli e figlie della solidarietà.
Oggi, a Parigi, un campo di un centinaio di migranti si trova, di nuovo, sotto i binari della metropolitana sopraelevata. Questa volta a Stalingrad, a solo una fermata da La Chapelle.
Sembra che la storia si ripeta, e allora diverse discussioni sono in corso per continuare ad immaginare e a concretizzare una lotta autonoma e autorganizzata dai e dalle migranti, assieme ai compagni e alle compagne, sotto una prospettiva comune. Una nuova estate sta arrivando, e con lei tutti i migranti e le migranti che verranno espulsi dai centri di accoglienza, passato l'inverno. Le copie in bianco e nero di “Merhaba”, il nuovo giornale di lotta scritto dai migranti in lotta a Parigi, scivola tra mani stanche e determinate, nell'attesa di ricominciare.
Ciò che è certo, è che nulla è finito! Hurriya Paris, e ancora hurriya!

Samuel Lisse e Emma Zaza


Ventimiglia maledetta

di Ludovico per il freespot di Ventimiglia

Tra passeur e polizia, la situazione a Ventimiglia è la stessa da quasi un anno. Nei mesi scorsi è nato un freespot, luogo dove praticare il mutuo aiuto fuori da logiche umanitarie e continuare a monitorare la repressione in corso.

I luoghi di frontiera sono luoghi maledetti, dove si concentrano contraddizioni e violenze. Oggi questi luoghi sono ovunque, ma i confini nazionali rimangono degli ottimi osservatori della guerra in corso. Il confine italo-francese non è ancora una frontiera impossibile. Passare non implica sempre rischi altissimi, e Ventimiglia viene raccontata dai migranti che l'hanno attraversata come una frontiera sostanzialmente facile, il cui ricordo non è dei più brutti. Il problema è che l'Europa oggi, Francia in testa, sta facendo la guerra alle persone in arrivo, e i confini sono tanti quante le divise che puoi incontrare sulla tua strada.
La scorsa estate una folla di giornalisti era stata richiamata a Ponte San Ludovico dalla resistenza sugli scogli di tante donne e uomini che non erano disposte a rassegnarsi e tornare indietro. Andrea Deaglio ci ha mostrato in un recente documentario (Show. All this to the World, Mu Film, 2015), che racconta il primo tentativo di sgombero della pineta dei Balzi Rossi, tanto la violenza poliziesca, quanto quella dei media, invadenti e pieni di sé, capaci di trasformare la dignità di chi lotta in pornografia della miseria. Oggi, spente le telecamere e ripiegati i pochi appunti, non c'è giornalista che trovi interessante ciò che accade tra Ventimiglia e la Costa Azzurra. Qui oltretutto non sono nemmeno passati molti siriani, e della guerra in Darfur non se ne parla più dall'ultimo concerto di Bono.
A Ventimiglia la situazione, rispetto a quest'estate, non è cambiata molto. Se, come dicevamo, questo non è ancora un luogo dove si muore tutti i giorni, ciò non significa che il dispositivo di confine non continui ad essere violento e infame. Uomini e mezzi sono disposti strategicamente nei luoghi del transito, tipicamente treni e stazioni. Quando si arriva a Ventimiglia il controllo sui migranti si intensifica e può persino capitare di incontrare agenti della PAF (Police aux frontieres, polizia di frontiera) sui binari. La militarizzazione della scorsa estate è riuscita ad allontanare quel tanto di solidarietà che la città era riuscita a esprimere e oggi la stazione è uno di quei luoghi dove l'eccezionalità del fatto è la vita di chi la abita. Si vive anche in stazione, tra la gente di passaggio e gli sguardi attenti di passeur (che, dietro compenso, portano i migranti oltre il confine, ndr) e polizia. Fanno un po' il gioco delle parti, ma tutti sanno che gli uni fanno il gioco degli altri e che gli altri glielo lasciano fare. Nonostante ciò si vive e si cerca di passare.

Ventimiglia (Italia) - Alcuni migranti sugli scogli prima
dello sgombero avvenuto lo scorso 30 settembre

Con un po' di fortuna chi prova a partire riesce a salire su un treno, direzione Francia, senza essere fermato alla partenza, ma appena oltre confine si trova la stazione di Menton Garavan. In questa piccola stazione della “Perle de la France” (E. Reclus), avvengono quotidianamente controlli di polizia su base etnica. È la macchina dei respingimenti, il cui primo filtro è il colore della pelle, il secondo un pezzo di carta. I non-bianchi senza la carta giusta verranno fatti scendere dal treno e dopo qualche ora nelle mani della polizia, prima francese e poi italiana, si ritroveranno al punto di partenza. Noi la chiamiamo deportazione. Se per qualche ragione si riescono a schivare gli agenti della CRS (Compagnies Républicaines de Sécurité, sempre presenti con almeno un paio di camionette) a Garavan, nel proseguio del viaggio, a Nizza, Cannes o in qualche altra amena località della ricca (e per lo più fascista, aggiungeremmo noi!) Costa Azzurra ci si può sempre imbattere in controlli alle stazioni, e conseguenti deportazioni in Italia. Un confine diffuso quindi, che usa come valvola di sfogo la criminalità organizzata dei passeur, legittimando al contempo la militarizzazione del territorio con il contrasto al traffico di esseri umani.
Ventimiglia-Nizza costa almeno cento euro a un migrante che si affida ai passeur, a fronte dei pochi euro che un europeo spende sui mezzi pubblici per la stessa tratta. Per un non-bianco senza soldi la faccenda si complica, e capita di rimanere bloccati anche per diverse settimane, provando e riprovando a eludere i controlli razziali. In qualche modo si passa, ma al costo di notti insonni, giornate a pancia vuota e un numero variabile di deportazioni. Non è molto umana l'accoglienza a Ventimiglia, e l'umanitario sta dalla parte di chi scheda, controlla e deporta.
Affianco alla stazione di Ventimiglia si trova il centro di accoglienza della Croce Rossa Italiana. Nato nei giorni della cosiddetta “emergenza” della scorsa estate il centro da temporaneo è diventato permanente e oggi viene definito “centro per richiedenti asilo”, come se i migranti arrivassero al confine con la Francia per chiedere asilo in Italia. Se prima la Croce Rossa si limitava a collaborare alle deportazioni riportando i migranti respinti dalla frontiera alla stazione di Ventimiglia, ma senza chiedere l'identificazione di chi trovava accoglienza tra le sue mura, oggi anche una brandina e un pasto si pagano con l'identificazione in Questura. La CRI passa così dall'essere designato come gestore unico della “emergenza” a essere ufficialmente parte del dispositivo di frontiera. E i suoi volontari, o meglio militi, non si capacitano del fatto di non essere così amati dai migranti...
La delega umanitaria alla CRI è stata per le autorità il modo migliore per provare a delegittimare prima e reprimere poi tutte le azioni di solidarietà che in questi mesi si sono espresse tanto in forma spontanea quanto autorganizzata. Dal provvedimento che vieta la distribuzione del cibo - emanato dal sindaco di Ventimiglia - (divieto di distribuire cibo) ai fogli di via, dalle denunce per occupazione dei Balzi Rossi agli avvisi orali di pericolosità, diversi sono stati i tentativi di distruggere quegli spazi di vita e lotta comune nati contro la chiusura delle frontiere. Pare faccia molta paura che un bianco parli con un nero, specie se questo parlare crea nuove relazioni e possibilità di ribellarsi.
Con tutti gli sforzi fatti possiamo tranquillamente affermare che il comando militare ha fallito. Alle interdizioni territoriali abbiamo risposto disegnando geografie altre, che eludono i loro dispositivi amministrativi e i loro controlli. Non siamo gente che si fa fermare da un confine, e spesso constatiamo come i nostri nemici siano in realtà tigri di carta. A settembre sembrava che gli hotspot avrebbero fermato i flussi e risolto definitivamente la cosiddetta “crisi” migratoria. Sappiamo che così non è stato, e anche per questo diamo il nostro contributo. Perché i piani di chi governa continuino a fallire.
Poco fuori da Ventimiglia è nato nei mesi scorsi il freespot, spazio di solidarietà attiva e osservatorio di confine. Un luogo dove praticare il mutuo aiuto fuori da logiche umanitarie e continuare a monitorare la repressione in corso, dove prendere fiato durante il viaggio, riorganizzarsi e rilanciare la lotta. Sappiamo che la nostra lotta non si gioca nei pochi chilometri che ci separano dalla Francia e crediamo che il nostro agire abbia un senso solo se inteso su un piano transnazionale.
Supportare il transito dei migranti, organizzarsi insieme per abbattere le frontiere richiede uno sguardo ampio. Così ci riguardano tanto i morti in Siria quanto quelli a Calais, le lotte contro i centri di detenzione amministrativa così come quelle contro lo sfruttamento. Se non incontrassimo sempre nuovi amici avremmo l'impressione di essere circondati solo dalla guerra, dai nostri nemici. Ma così non è. Le nostre reti, informali, gioiose e sgangherate, crescono e con esse la nostra capacità di resistere e contrattaccare.
L'estate si avvicina e saranno migliaia le persone che si rimetteranno in viaggio. Il disegno del comando europeo è sempre più esplicitamente razzista e totalitario. Non ci deve far paura perché non possiamo permettere che si compia, a Ventimiglia come altrove. Andiamo andando.

Ludovico per il freespot di Ventimiglia