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Rivista Anarchica Online


diserzione

Voltare le spalle alla guerra

testimonianze di Brad McCall, Kimberly Rivera, Ryan Johnson, Robin Long, André Shepherd, Matt Mishler, Samantha Schutz, Brandon Hughey

con scritti di Carlotta Pedrazzini, Silvia Papi, Santo Barezini, Agostino Manni, Andrea Papi

illustrazioni di Pietro Spica





Disinformati e arruolati

di Carlotta Pedrazzini


Un libro pubblicato dalla casa editrice militante statunitense PM Press raccoglie le testimonianze di numerosi volontari delle forze armate statunitensi, che a un certo punto hanno deciso di disertare, subendo dure conseguenze legali. Uomini e donne, naturalmente.
Riportiamo alcune di queste testimonianze, per conoscere una realtà poco pubblicizzata del militarismo USA e per spingere ad una riflessione; per favorirla, abbiamo chiesto a quattro nostri collaboratori la loro opinione.
In questa introduzione, Carlotta Pedrazzini spiega il senso di questa scelta.
Eppure...


Domanda: cosa accade quando informazioni assenti o manipolate, ristrettezze economiche e mancanza di prospettive vengono in contatto con un forte indottrinamento e un'efficace propaganda militarista? Risposta: un'adesione acritica al militarismo, capace di far ingrossare le fila degli eserciti, assicurando un sempre costante apporto di volontari. Una necessità, soprattutto in quei paesi dove la leva non è più obbligatoria.
Gli Stati Uniti sono uno di quei paesi; per sapere come funziona la macchina militarista che recluta, arruola e manda alla guerra orde di giovani statunitensi, ci si può affidare ai racconti di disertori, renitenti e obiettori di coscienza dell'esercito americano. Chi, in sostanza, ha sperimentato in prima persona i meccanismi dell'indottrinamento e che, dopo una presa di coscienza, è riuscito a liberarsene.
L'organizzazione “Courage to resist”, gruppo di supporto per militari obiettori, ha raccolto le testimonianze di diversi soldati statunitensi che, durante gli anni della “guerra al terrore” (iniziata nel 2001 e ancora in corso), hanno deciso di disattendere gli ordini e non prestare più servizio, fronteggiando le conseguenze di una tale scelta. Alcuni di questi racconti sono stati poi raccolti in un libro, dal titolo About face. Military resisters turn against war (edito dalla casa editrice PM Press); nelle pagine seguenti, “A” dà spazio proprio ad alcuni di questi racconti (a cui seguono le opinioni dei nostri collaboratori Silvia Papi, Santo Barezini, Agostino Manni e Andrea Papi).
Si tratta di testimonianze importanti che riferiscono degli ingranaggi della macchina bellicista e delle sue modalità di azione, svelandone gli inganni, le manipolazioni e la violenza; ma sono anche racconti con un valore intrinseco, dato dal coraggio di ribellarsi a ciò che è contrario alla propria coscienza. Non importa a quale prezzo.

I numeri della diserzione

I dati segnalano che negli Stati Uniti l'eliminazione della leva obbligatoria (avvenuta nel 1973) non ha attenuato il fenomeno della diserzione. Secondo i numeri pubblicati sul sito del movimento contro tutte le guerre “World beyond war” (tratti dal libro di prossima uscita di C.J. Hinke, membro del consiglio direttivo di Wikileaks), furono più di 21mila i militari statunitensi che disobbedirono durante il secondo conflitto mondiale (durante il quale la coscrizione risultava obbligatoria). A disertare nel periodo dei combattimenti in Vietnam furono almeno 50mila militari, molti dei quali lasciarono gli Stati Uniti per dirigersi in Canada; un viaggio intrapreso anche da decine di disertori delle “guerre al terrore”, ma con esiti meno fortunati (secondo il gruppo di attivisti canadesi “War resisters support campaign”, il numero di renitenti della guerra in Iraq che ha cercato riparo in Canada è di circa 200).
Dal 2000 ad oggi, i soldati statunitensi arruolatisi volontariamente, che in seguito hanno deciso di abbandonare il servizio militare, sono stati circa 40mila. Alcuni di loro hanno varcato la frontiera canadese seguendo l'esempio di chi aveva abbandonato l'esercito durante il conflitto in Vietnam, non trovando però le stesse condizioni di accoglienza. Molti disertori sono stati infatti deportati, alcuni attendono di essere ricondotti negli Stati Uniti per apparire di fronte alla corte marziale. È il caso anche di alcuni dei renitenti la cui testimonianza si trova nelle pagine seguenti. Una fra tutti, Kimberly Rivera; texana, madre di cinque figli, arruolatasi nell'esercito statunitense all'età di 24 anni. Dopo un turno in Iraq nel 2006 ha rifiutato di tornare nuovamente al fronte, lasciando gli Stati Uniti per il Canada, insieme alla sua famiglia. Il governo canadese non ha accettato la sua richiesta di cittadinanza, e nel 2013 è stata condannata a 10 mesi di reclusione presso il carcere militare di Fort Carson (Colorado, USA).

Propaganda e promesse

La disparità di trattamento nei confronti degli attuali renitenti rispetto ai disertori della guerra in Vietnam è giustificata da alcuni con la mancanza della coscrizione obbligatoria. A differenza di conflitti combattuti nel passato, nessuna lettera di chiamata alle armi è stata recapitata a chi ha preso parte volontariamente alle “guerre del terrore”. Infatti, i racconti riportati in queste pagine hanno tutti inizio con l'esercizio del libero arbitrio; formalmente, nessuna recluta è stata obbligata ad entrare nell'esercito.
Eppure chi testimonia afferma, col senno di poi, che quelle scelte sono state il frutto di un indottrinamento pervasivo. Ce lo dicono i loro racconti sulla difficoltà di una eradicazione della dottrina patriottica e militarista a cui sono stati sottoposti sin da bambini tramite scuola-tv-famiglia, ce lo confermano i dati sulle spese sostenute per la propaganda militare.
Sappiamo, per esempio, che nel 2005 l'esercito degli Stati Uniti si è trovato di fronte ad una crisi di reclutamento. Il numero di nuovi arrivi risultava al di sotto dell'obiettivo da raggiungere. Per uscire dall'intoppo, sono stati spesi milioni di dollari in pubblicità, eventi pubblici sponsorizzati, video games, serie tv, stand nelle scuole, siti web, messaggi sui cellulari. Insieme alle pubblicità, sono aumentate anche le promesse; bonus più alti, ingaggi più corti, future borse di studio per il college, assicurazione medica garantita per tutta la famiglia. Una campagna di marketing massiccia che secondo alcune stime è costata 10mila dollari per ogni nuova recluta, senza contare le migliaia di dollari di buona-entrata (diversa a seconda dell'arma, ma comunque cospicua).

Alla guerra con il marketing

L'efficacia di un tale programma di propaganda è verificabile con l'osservazione dei dati; quattro anni di sforzi in marketing e convincimento e scopriamo che l'anno 2009 ha registrato un boom di arruolamenti, complice anche la crisi economica.
Le testimonianze riportate nelle prossime pagine riferiscono con quali effetti propaganda, promesse e difficoltà economiche agiscano in un ambiente fortemente militarista e patriottico quale quello statunitense. Un mix di fattori che ha reso difficile lo sbocciare di un sentimento anti-militarista, facilitando invece un'adesione generalizzata alle guerre.
Ciò che, in queste pagine, raccontano i renitenti, gli obiettori e i disertori è che la disinformazione, la povertà e l'indottrinamento rendono il terreno fertile alle guerre. Lungi dal trovare un'attenuante rispetto alle azioni compiute da chi ha scelto di partire per il fronte, siamo però di fronte a fatti che è bene raccontare. Conoscere i meccanismi che concorrono all'adesione incondizionata alle guerre è infatti utile a tutti coloro che si battono per l'eradicazione dei sentimenti militaristi.
Poiché solo capendo in che modo attecchisce il bellicismo è possibile trovare la maniera per depotenziarlo e, infine, estirparlo.

Carlotta Pedrazzini

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