carrello

Rivista Anarchica Online


movimenti

L'Expo delle barricate

del Centro Studi Canaja


In un'ideale Esposizione Universale, il Centro Studi Canaja ha realizzato nel padiglione Italia uno spazio dedicato alle principali rivolte nella storia del nostro Paese. Ricostruendo 155 anni di storia in 13 barricate.
Visitiamolo insieme.

Marzo 1848, Milano

La Milano del 1848 fu la grande madre di tutte le barricate – 1650, una diversa dall'altra, massicce con lastre di granito, o quelle di carta sottile tutte fatte di libri e quelle mobili, fascine bagnate rotolanti. Nelle barricate risorgimentali era la mobilia che seguendo la familia andava in strada, nella fratellanza delle contrade in rivolta.
Carrozze, bare, travi, mobili, imposte, materazz, ciffun, banch e pajun, vestee, bauj, cardens...

Marzo 1848, consiglio di guerra

“Non vi rincresca di esporre in rovina le vostre masserizie, i vostri mobili, sia pur preziosi: fatene volontariamente sacrificio sull'altare della patria, si tratta di salvare le vite dei vostri cari. Si tratta di salvare la vostra indipendenza. Non risparmiate i marciapiedi delle vostre contrade, sono ottimi materiali per le barricate. Le barricate più esposte ai colpi del cannone sarà bene rivestirle di materiale cedevole, come materassi da letto, paglia e fieno raccolti in fasce, letame riposto in cassoni o simili. Sorta di difesa atta a togliere la forza dell'urto alle palle del cannone che vedreste cadere senza danno ai piedi delle vostre barricate e poi campane e campanili. Suonate le campane, tirate mattamente le campane suonate a stormo, giorno e notte. Suonate a turno, diverrà insopportabile per il nemico. Suonate, la campana è un'arma sonora, sacra e continua minaccia di offesa. Suonate perché stringe il cuore del barbaro”.

“DoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDoDonDo VIVA L'ITALIA! ABBASS LA POLISIA.
I barricad, hinn una meraveja.
Che passa tutti i sforz de fantasia!
Girà Milan contrada, per contrada
E vedè dappertutt ogni tuchell,
la cà purtada in strada.
I barricad monument de la libertà.”

(G. Raiberti.1848)


Febbraio 1853, Milano. La rivolta dei barabba

Dopo i tradimenti del '49 gli operai si muovevano da soli, non vogliono più essere comandati dai signori, passano all'azione individuale e, come dicono loro, fanno il “passaporto”. Attaccano soldati in libera uscita, uccidono la spia Vandoni, minacciano nobili e commissari.
Il Comitato Olona era diviso in quartieri e mestieri, facchini, falegnami, calzolai, tessili, strascee, tencitt. Per la prima volta la cospirazione passa dai salotti alle osterie, Iseo e Paradiso a Porta Vigentina, Cassoeula a Porta Tosa, Portalonga al Broletto, Lampione in San Giovanni sul Muro, Mezzalingua, Isolabella, Bellezza, San Giorgio fuori porta.
Tirem innanz a febbraio la rivolta in-fame, il Comitato Olona è per le strade, non ci sono gli uomini e i fucili promessi dal Mazzini, coltelli, chiodoni delle travi, lime, con questi danno l'assalto alle guardie del palazzo reale e ai posti di polizia, fanno il passaporto su larga scala. Tirem innanz. Barricate, carri, assi... si tenta di ripetere il miracolo del '48. Ma botteghe e chiese sbarrano i portoni, le campane restano mute. Tirem innanz: sangue tanto, 900 arresti, carcere con ferri pesanti. Al Castello 15 forche, 1 fucilato. La repressione fu salutata come esemplare dai giornali di Milano come quelli di casa Savoia. “La rivolta dei barabba”, la feccia del popolo, come li chiamavano con disprezzo, cioè il nuovo proletariato, quelli che facevano più paura dell'Austria.


Maggio 1860, Palermo

Viva santa Rosalia! Viva Garibaldo!
Sbarcati a Marsala vengono su i ribelli, disubbidienti, briganti, barabba, indignados, garibaldini. La peggior feccia dei movimenti giovanili si è data appuntamento nella bella Palermo del 1860 (che ha 20.000 uomini armati e 9 navi da guerra). Sullo stradone che porta in città han tirato su la più imponente barricata di stato (granda, larga, alta, buia e borbonica), chiuso i passaggi e creato la “zona rossa”. Una diga. Il movimento in-fame ci sbatte, spinge, impreca, sul lato sinistro un buco, un pertugio che si allarga, i Garibaldini di Genova e della Val Susa aprono il passaggio, un fiume di camicie rosse allaga e dilaga per le vie di Palermo.
50 passi da una barricata all'altra.
Levata popolare nella notte. Donne, uomini e picciotti. Dagli usci escono carri, carrozze e botti, dalle finestre piovono mobili, materassi, perfino pianoforti. Le barricate in-fame vengono su come in una tonnara, prima una ogni 100 passi, poi 50 da una barricata all'altra.
Palermo 1860 G. Garibaldo.
“Propugnacoli cittadini, le barricate uscivano da terra come per incanto. Palermo diventò assiepata da barricate, il loro numero era esorbitante, ma servì moltissimo ad animare il popolo, a gettare spavento nelle truppe borboniche poi quel lavoro continuo manteneva tutta la gente in moto e serviva al pascolo dell'entusiasmo”.
Barricate terapeutiche. Nel Risorgimento le barricate sono popolate da donne e bambini solitamente non partecipanti, tutti hanno l'impressione di contare, un meticciato sociale che affratella nel destino. La barricata attraversa la strada ed è attraversata dai sentimenti.


1898 anno in-fame

4 o 3 colpi del 900 alla fine di luglio. Spighe, grano e mietitura.
4 o 3 colpi e l'uomo dai grossi baffi di farina bianca si piegò in due.
Della rivolta del pane, Umberto I fu l'ultimo dei morti. Il Re.
Arrestato, il Bresci teneva la rivoltella ancora in mano e nella tasca una michetta, disse di aver vendicato le vittime di Milano.
Quand l'e ch'el vegnarà donca el di? I tumulti della fame venuti su dal meridione, incrociarono a Milano la primavera operaria. Pane, lavoro e libertà e fu rivolta, sassi, tegole e barricate di tram elettrici, un pane a sette croste e sciopero generale. Ma in maggio, come allora, un popolo barabba senz'armi e senza guida fu massacrato dai cannoni dei caini armati.
Quietare Milano era quietare tutto il regno, ma la storia della rivolta del pane fu una storia lunga come la fame. L'Italia era unita con la colla di farina, ma divisa in mille tipologie di pane, e mille furono i tumulti, moti e rivolte, con le donne in testa (operarie - contadine – popolane) a inseguire un pane in fuga.
Inconsapevoli l'un dell'altra fame, l'Italia tutta scese in strada, contemporaneamente ma senza legami, tra contadini del sud e braccianti padani, plebi meridionali e proletariato del nord.
Abbandonati dal partito Socialista fu un'intifada di sangue, pane e sassate.

Barricate di grano duro e di grano tenero
Come quelle del micone a pasta dura di Pavia, 2 morti.
Venezia, Vicenza Treviso, braccianti in sciopero per il pan di cioppa.
Per il pan biove scioperano gli operai di Collegno e i lanieri di Biella.
Barricate con la micca di confine a Luino. Sparano i carabinieri - 14 morti.
Barricate di pan di riso a Molinella, arrestate 50 mondine.
Barricate di ciupeta, il pan di coppia di Ferrara, braccianti in sciopero e panifici svuotati.
1 morto sulle barricate edili del pan schiacciato di Piacenza.
Barricate col pan sciocco e sciapo, 4 morti a Sesto Fiorentino e stato d'assedio a Perugia.
E quelle degli scalpellini e conciapelle di Napoli, 2 i morti sulle barricate del pan cafone.
I senza terra di Genzano attaccano i forni del pan casereccio. 2 contadini uccisi.
Barricate di pan pugliese a Gallipoli, Minervete, Foggia. 76-40-65-81 sono i numeri dei battaglioni di fanteria che escono sulla ruota di Bari.
Barricate di pan forato di puccidatu in Sicilia. Insorgono gli zolfatari.
5 i morti di Troina e 5 quelli di Modica, sulle barricate delle pagnotte di vasteddu.

Armati di fame e morti di pane
4 o 3 colpi. All'inizio di gennaio, poveraglia, fame e carestia.
4 o 3 colpi. E l'uomo dai grossi baffi neri come la miseria si piegò in due.
A Siculania contro il paese affamato, sparano i gendarmi.
La rivolta del pane che si concluse con la morte di un re, iniziò quel 2 gennaio 1898 con la morte di un contadino.


Maggio 1906, Vercelli

Barricate mondine.
Acqua bolle. Bolle l'acqua nella piana coltivata a riso. La mondina è la prima a destarsi. La contadina che si paragonò all'aurora si fece mondina.
I comandamenti della risaia:
1) Unisciti alle tue compagne e forma la lega nel tuo paese.
2) Entrando nella lega il tuo scopo sia quello di migliorare le condizioni di tutte.
3) Lo sciopero non è una battaglia che termina in 24 ore, può durare mesi, la vittoria o la sconfitta dipendono dalla forza e resistenza di chi lo fa.
4) Leggi, studia, parla di queste cose alle tue compagne e pensa che hai gli stessi diritti di quanti nascono ricchi e diventano tuoi padroni senza merito alcuno.
5) Desidera, se ti fa comodo, il paradiso dopo morta, ma pensa che non è peccato procurarselo su questa terra.
6) Lotta per le tre 8: 8 ore per lavorare – 8 ore per lo svago e lo studio – 8 per il riposo.

“Terra e Acqua – Acqua e Terra
Da bambine che da grandi
Siora tera la comandi
Siora acqua buonasera.”

(G. Fossati - S. Liberovici)
La scacchiera in-fame. La risaia diventa una scacchiera nella partita sociale.
Il 53° fanteria-pedone muove in avanti verso Santhià e Pezzana.
A San Germano i lancieri-alfieri rincorrendo gli scioperanti franano nella risaia.
A Boronzo il paese è in scacco, le forestiere lavorano protette dalle truppe.
A Ronsecco la cavalleria sbarra la strada al corteo. Le donne si buttano tra le zampe e zoccoli, si arrotolano, accovacciano, intrecciano, formano una barriera di mondine. Il cavallo sente l'odore, acqua e terra, non corpi in fuga ma una barricata che sfida, urla e respira.
Il cavallo non fa la mossa e si ritira.
Scacco al re – lo sciopero dilaga.)


Agosto 1922, Parma


L'Italia del '21 è il nero sipario sul sogno rivoluzionario del rosso biennio. Dove al cimitero contadino della grande guerra un esercito di sopravvissuti, armati di vanghe e badili invase i campi incolti. Processioni con croci e santi e cortei di bandiere rosse occuparono la terra promessa.
Dalla campagna alla città, dalla terra alla fabbrica l'occupazione continua. “Fare come in Russia”, sembra l'inizio di un'insurrezione ma è la fine. Partito e sindacato si annodarono su se stessi e gli operai nelle fabbriche restarono soli, isolati dai contadini e dal paese. La paura tanta, presa dai padroni armò la vendetta e il plotone di esecuzione fu lo squadrismo fascista.

Parma – Rap/ma. Cantastorie in-fame
S'invadono i campi si fa occupazione/s'impugna la falce contro il padrone/risponde il martello nell'officina/”farem come in Russia” l'ora è vicina/nell'osteria si brinda a bianchin/W il cristo proletario W Lenin/ma il partito non parte non c'è il sindacato/la rivoluzione ha il cuore bloccato/squadrista fascista pistola e bastone/dalla paura rispunta il padrone/bastone e pistola fascista e squadrista/arma la mano e consegna la lista.
Parma. L'estate violenta del '22, quando il delitto fu elevato a sistema, ma tra blocchi nazionali e pacificazioni suicide i giochi erano ormai fatti. Finanziati dai padroni, protetti da croci e corone, lo squadrismo fascista dilagò impunito. Nella notte proletaria vennero distrutte le conquiste di due generazioni. Fuoco e morte. Solo un rosso torrente rimaneva impunito nella nera pianura.
Parma – Rap/ma. Osteria del Negri Osteria del Sale/lì si installò il quartier generale/tra gioco di carte di morra e coltelli/quello fu il parlamento del deputato Picelli/al popolo parlava della tenaglia/da un lato i fascisti dall'altro sbirraglia/unità tra i compagni nessuna divisione/quando a colpire è un solo bastone/contro chi uccide la libertà amata/nessuna resistenza passiva ma solo quella armata.
Parma. Agosto '22. Punire Parma. Vennero su con treni speciali e autocarri gonfi di boria e di armi. Vennero su in 20.000 per punire Parma. Una marea di pece nera, un'onda anomala squadrista, per ripulire la città. Alla testa delle colonne, comandante in capo Italo Balbo. Ma a Parma ci sono gli arditi, il torrente è rosso, l'insurrezione è armata, il mondo va a rovescio. I partiti diffidano divisi, i militanti aderiscono uniti. La polizia è ferma. Gli ufficiali coi fascisti, la truppa con gli Arditi, l'esercito si ritira. Il vescovo va da Balbo, i preti offrono a Picelli panche e sedie per le barricate. Perché a Parma il mondo va a rovescio. Aiutati dalla forza pubblica, abituati a colpire nella notte un proletario inerme e disarmato, per la prima volta il fascismo si trovò di fronte una resistenza armata. Quattro giorni e quattro notti, ma le barricate sono ancora lì, Balbo tenta ma non passa. I fascisti battuti costretti alla ritirata. Parma e le sue barricate furono un esempio, un'occasione mancata, la giusta linea che verrà poi ripresa nella resistenza partigiana.
Parma – Rap/ma. Correva l'anno del '22 quando l'Italia divenne popolo bue/20.000 fascisti comandava il Giovan Battista del duce/quell'Italo Balbo dal pizzetto truce/marciava su Parma come fosse un carnevale/ma sulle barricate c'eran gli Arditi e la storia finì male.

Settembre 1943, Napoli

Piombo fuso. Dopo l'8 Settembre, niente armi al popolo, niente direttive ai militari. Dopo l'8 fermati gli Alleati Salerno i Tedeschi puntano su Napoli, penetrati in città al muro vanno soldati e marinai, una retata tira su 3.000 civili che non toccano terra e vanno dritti in Germania. Coprifuoco e stato d'assedio. Con gli occhi azzurri e i baffi neri entrava in una città magra e senza sonno il biondo corriere di Berlino. Gli ordini del führer “Tenere la città e in caso di avanzata del nemico... cenere e fango”.
Cenere e fango. “Non c'è nulla di più contagioso che la paura, ma il coraggio nato dalla paura non ha freni. Donne e uomini, operai, professionisti, ambulanti, pompieri, quando la gente non fa folla ma popolo, allora succede. Da un'ora all'altra, una rottura improvvisa, fuori da ogni schema la rivolta. Uscirono dai vicoli, riaffiorarono da sotto la terra, una resurrezione armata, con gli scugnizzi attorno senza paura e misura. Fecero da soli e in fretta”.
Quattro giornate e tre nottate. Un popolo straziato da un esercito moderno insorge usando quello che possiede, corpi, cose, armi. E furono barricate in-fame: Vomero, San Giovanni in Porta, Santa Teresa degli Scalzi, via delle Zite, Forcella... La città scattava a trappola, Napoli-Cnosso divenne labirinto. Quartieri barricati e vicoli chiusi, ciò che era percorribile prima, ora non lo era più. Per fermare i carri armati rovesciarono tram, tagliarono platani. Come pioggia col sole dalle finestre e balconi piovvero mobilia e maledizioni. 4 giornate e 3 nottate, sangue, morte e barricate. “Stanno trasendo”. 1 ottobre, Napoli si era liberata dai nazisti.


Luglio 1962, Torino

Il miracolo economico fabbrica le fabbriche, con gli operai che non bastavano mai e i contadini che per cavarsi dalla miseria venivano a Torino per faticare. Una immigrazione di massa che spariva dietro la cinta degli stabilimenti, dove la ciminiera era alta come il campanile del paese, ma la sirena suonava solo le ore nuove del mondo operaio. Cambiava il lavoro, con i giovani ingabbiati dentro contratti a termine di 3 mesi. E lo sfruttamento andava alla velocità della catena. La fabbrica è tanta e troppa, piena di braccia senza diritti e con i dialetti diversi messi su tre turni, immigrati chiamati su senza dargli un tetto, buoni per produrre dentro, ma non per vivere fuori, infognati in otto per stanza, si sopravvive tra stazioni, baracche e cantine, c'è il boom delle vendite di materassi.
Piazza Statuto – Teddy block – La rivolta in-fame. Alla vigilia dello sciopero generale per fermare la più grande ondata di lotte dopo la resistenza, la Fiat firma un accordo separato con il SIDA e la UIL aziendale. Poche lire, ma niente su orari, tempi e ritmi. La notizia attraversa i nervi dello sciopero e fa confluire in Piazza Statuto centinaia di lavoratori.

Ufficio Tempi e Metodi
Rivolta = collera proletaria; motivazione = accordo separato; obiettivo = sede UIL; rivoltosi = operai giovani, immigrati fuori da ogni controllo sindacale e politico; attrezzi = ferro, sassi, selciato e bastoni. Barricate leggere (sedie, panchine e cartelli), barricate pesanti (camion, tram); indumenti = camicie colorate portate fuori dai pantaloni, scamiciati.
Ciclo repressivo/difensivo. Alle forze dell'ordine vengono date da svolgere operazioni repressive. Sempre le stesse dentro un tempo assegnato. Chiaramente devono svolgere tale macelleria in un tempo minore, questo determinerà l'utile di cottimo. POSTAZIONE = difesa sede UIL - REPARTO = stanziale PS - ATTREZZI= casco, scudo, manganello, candele lacrimali, fucile - PRODUZIONE = contenimento e respingimento tumulti. L'operazione di tutela crescente è suddivisa in 16 movimenti (tabelle MTM) – 7 alle braccia - 9 con corpo e tronco.
Ciclo repressivo/offensivo. Postazione = Piazza Statuto; reparto = mobile, battaglione celere Padova; attrezzi = gipponi, 5 componenti per macchina; produzione = mantenimento ordine pubblico mediante caroselli motorizzati, il ritmo dell'unità mobile è calcolato sul tempo macchina, compreso il ritorno al banco di alimentazione. Con il ritardo di alcune frazioni il pulmino celere eseguirà il ciclo di pulizia con ritiro scorie dimostranti e percorso finale in questura.
Note conclusive. Prodotto da reprimere del tipo nuovo, non più il disciplinato e compassato operaio medio, ma lavoratore giovane, agile di gamba, imprevedibile, gran lanciatore che si movimenta in piccoli gruppi e forma barricate a termine. Si consiglia per il futuro la costituzione di reparti repressivi allenati, con fiato ed età adeguati.
Piazza Statuto – Teddy block – Le barricate in-fame. 3 giorni di rivolta, 1000 fermati, 96 arresti.
Nessuno voleva capire, o meglio, accettare, ma i ragazzi della rivolta erano gli stessi giovani operai della Fiat e i precari delle fabbrichette e delle “boite”. Cambiava la fabbrica e cambiavano i lavoratori. Fuori dalle regole sindacali e politiche si affacciava per la prima volta sulle barricate l'operaio massa.


1968-1977. Una barricata lunga dieci anni

1968 -1977. Una barricata lunga 10 anni, e se la guardi di qua: anni di piombo – corpi separati – stragi di stato – terrorismo – leggi speciali – emergenza continua.
Ma se i passi li conti da dietro: lotta al consumismo – rivolte operaie – rivoluzione sessuale – ribellione precaria – antimilitarismo – mercatini popolari – resistenza territoriale – lotta armata – antifascismo – creatività – femminismo – diritto alla casa.
Una barricata lunga tanto non è facile da mettere in piedi, sta su solo perché veniva da sotto, pezzo per pezzo, anno per anno. Una barricata profonda dieci anni indietro.

1° strato – sotto, sepolte e sedimentate stavano le armi della resistenza tradita;

2° strato – sopra un cimitero contadino di vanghe, forche e rastrelli spezzati;

3° strato – dopo, legate con corde, venivano le crepate valigie dell'immigrazione;

4° strato – schiacciate da metri di strisce rullate delle catene di montaggio;

5° strato – su cui poggiavano pacchi di magliette a strisce e i morti sparati dalla polizia;

6° strato – poi un miracolo di lambrette, frigor e 1100 televisori col carosello, dei gipponi;

7° strato – seguiva un tappeto unificato di quaderni di scuola media. Una prof, 1 lettera 1 zanzara;

8° strato – sopra stava lo spessore beat, tra 45 giri, capelloni scappati di casa, botte e fogli di via;

9° strato – ammassate una sull'altra, una vale l'altra, le tute a massa dell'operaio;

10° strato – a chiudere tra baschi e colbacchi, nel fango, le patacche dei baroni universitari.

Marzo 1977, Bologna

“Barabba libero” si contesta un'assemblea di C.L., i carabinieri sparano. Cerchi di gesso, 10 metri più in là muore Francesco. Viene giù Bologna, viene giù il sindaco che ride, viene giù la vetrata e il drago con gli indiani. A/traverso la città, cortei rabbiosi, fazzoletti e limoni. Bulagna incatenata dai carri armati. Coprifuoco e sentieri di guerra, Alice è sui tetti, il carrello dei bolliti rovesciato per strada. Tra due barricate, mentre scendono i titoli di coda sul movimento, Antonio suona Chopin. Non sparate sul pianista.
A chiudere la barricata lunga 10 anni, nel 1977 arrivò la TV a colori e finì il carosello. Una generazione che era vissuta nel bianco e nero, aveva sempre sognato a colori. Ora sarebbe vissuta nel colore, ma sognato... altro. La barricata lunga 10 anni fu forse l'ultima dell'Ottocento e l'ultima che per ora ha tentato l'assalto al cielo. Con la classe operaia in paradiso e una barricata tra le nuvole.


Luglio 2001, Genova. Barricata in lengua

Accatastata, senza accenti e dittonghi impropri. Zena a croxe e a griffo. Zena de Luggio carogna, tempo accabanou, tempo in candeja. Zena fra marco e l'anchizze, bava de vento e confaon di morte. Zena a memoja de ciassa, aste do tempo de contamalanni e a candeja se consumma, buscioa a direzion de calamitta, arregordo, arregordo...
Zena o G.8 l'han portou in t'unna gaggia de foero, coi dragona appoggià a labarda, G.8 mamma da ladri, padron do mondo, leugo inombrà, mandatajo de un zeugo marso, zona rossa baricada de gaggie, lazzaeto de liamme e canto de ruenta.
Zena G8. G'hea tutta a zoventù a manifestà a disubbedi, brasse in desandamiento, popolasso a dimostrà o dexidejo de mondo neuvo e poscibile, foestè, personne de gexa e de martello, l'a cercià e la croxe. G'hean de scioi de mille manee. Zena o Ma gia pe neuve miggia. Ma carmo comm'eujo. Manifestaxion co a fronte scoverta e co vento a leccaja. Zena o Ma gia de froxo, levase o ventasso de prua, gia de muagie, cammin difficiliscimo, corteo marmesco e imbroggio de gaggie. Zena grigoa a due coe, in ta coa ghe sta o venin vesti de neigro, co diao addosso, tamasso de dosso e bardosso, co a massa de maxellae a fa contropei a vetrinna do padron. Zena de atra coa ghe sta o venin vesti de neigro a forte san giulian nio di maifaiben, conseggio de guerra faxista, nuette de cattiva fin, levase a maschera o merdajeu de morte. Zena. Nomme Carlo. Zovenotto. O l'è ommeno troppo zovane. Gianco comme o livio. Fa sangue da o naso. Zena cazze o coeu e brasse, cianto de mille avemaje, cianto de mille giastemme. Zena santa Barboa. L'occaxion. Limonta, Diaz e Bolzaneto. Scannatojo de movimento. Zena sordati, divixion, bregadda, dragon, battugia, plotton digos, polixia, carabinè.
Zena bacca de orbi e gragneua de ficotti, berlendon, ceppa in to stomago, baxa a tonfa, frustà comme e bestie, bruxa a pelle e soffocà co fumme, vomità o figaeto, grugnotto, zenoggià e baxa a tera, tia zu e botte, zenzia de sangue, tiase i cavelli e torcio o collo, schissale, arrubattà un zu da scaa, rompi a testa, cavà sangue e levà e osse, destennà, accanise, destende, accarognise, astisasse imbestiasse, imprexonà, incadenà. Catorbia. Zena a l'ea occupà dai todeschi de la giestappo.


Maggio 2010, Milano. Barricata zingara

Barricata in-fame – quattro bombole del gas in mezzo alla strada – 3 copertoni – 1 auto prende fuoco, fumo, urla e qualche sasso, all'entrata una barricata di cassonetti dell'immondizia. Campo nomadi di via Triboniano.
Quattro bombole del gas - 70 gendarmi - una famiglia zingara. Il controllo dello stato sul territorio non permette il nomadismo. I bandi comunali non permettono la sosta. Non si può andare ma nemmeno fermarsi. La condizione Rom. Il selvaggio di casa va messo in campi recintati e video sorvegliati, favelas fuori città.
Ore 7.30, suona il telefono nero del vice sindaco. Minchia, come una barricata!?? Una barricata zingara è sicuramente tutta fatta di roba rubata: una pigna di portafogli vuoti – biciclette e orologi cipolla – pentole piene di monetine – 5 motorini – tolle di pelati con dentro gli ori – 12 bambini che si vede che non sono dei loro – un paio di cavalli fulvi – polli legati alle zampe – una scatola piena di unghie gialle e denti d'oro – rame ladrato – la gallina nera – un semaforo con falsi storpi – candelabri e posate d'argento – l'unguento per far saltare le serrature – violini e il salvacondotto dell'imperatore Sigismondo del 1423. “Forza, agganciate a ciascuna tradotta degli ebrei, qualche container pieno di zingari e facciamola finita”.
Quattro bombole del gas\150 gendarmi\un corteo zingaro:
1) stop agli sgomberi;
2) i fondi europei destinati ai Rom che il comune usa solo per operazioni di ordine pubblico devono servire per trovare aree abbandonate dentro Milano, ma fuori dalle speculazioni;
3) continuità scolastica per i bambini;
4) autogestione dei campi.

Per andare al presidio sotto il comune escono in tanti, portano cartelli, striscioni e proposte. Dietro l'angolo, fermi in assetto antisommossa li attendono i fondi europei destinati ai Rom. Ma il presidio è autorizzato e tutti hanno il biglietto del tram, ma gli imprenditori della paura non si possono permettere una Piazza della Scala piena di zingari, e pure con delle proposte. Il pericolo sociale numero uno, il nemico interno, la gallina dai voti d'oro, alza la cresta e protesta... parte la prima carica. Accerchiato e circondato, il campo è zona prigioniera, isolato da ogni diritto e testimone, c'è resistenza, gli agenti irrompono, la Milano silente e feroce passa ai manganelli, pestano tutto e tutti, manganellano non il reato ma l'etnia. Oggi è toccato a...


Agosto 2011, Nardò (Lecce). Barricata fantasma

È una barricata che non c'è. Una barricata che c'è, perché c'è, ma non c'è. Dietro un popolo di braccianti che non c'è. Un popolo che c'è perché c'è, ma non c'è. Non esistono per lo stato né per la chiesa né per il sindacato. Invisibili braccia tengono in piedi la filiera agricola italiana. Una barricata fantasma fatta di mele trentine e fragole di Verona, da pomodori pugliesi e angurie emiliane, da tabacco umbro e arance calabre, patate siracusane e pesche campane, uva, zucchine, sangue e limone. Dietro gli invisibili, gli ultimi, i senza rete, un popolo di braccianti clandestini, in continua transumanza, a rincorrere il raccolto attraverso regioni e stagioni diverse.

Restiamo umani
Mantova – Raccolta dei meloni, con il sole che spacca il culo ai passeri. Vlaj, clandestino indiano ha un malore, si accascia, il padrone dice di continuare, ci pensa lui; lo trascina fuori dalla sua terra. I soccorsi arrivano tardi, morte per solleone.
Cerignola – Galenko, un bracciante ucraino, ha freddo, troppo freddo, ha raccolto e sta bruciando di tutto, rami, legni, cassette, la sedia, carta, stracci, stoffa, coperta, calzoni, maglia, maglione, pelle, capelli. Galenko muore di freddo, bruciandosi. Una barricata fatta di lamiera, cellophane, cartoni, eternit, dietro – braccianti baraccati, non visibili, si raccolgono lontano dai centri urbani, vanno ad abitare i buchi, pochi metri per troppi. Una barricata fantasma fatta di asfalto, catrame e guardrail – dietro i braccianti raccolti nei “Kalifoo” delle strade, sui piazzali, alle rotonde. I caporali passano, contano scelgono. Una massa invisibile con stivali verdi e sacchetti di plastica scompare prima del sole per ricomparire dopo il sole, al buio i negri non si vedono. Le autorità pensano di distribuire gilet catarifrangenti.
Foggia – Nelle campagne vengono trovati morti Slawomir e Dariusz – sono 2 dei 14 braccianti polacchi spariti nel nulla.
Castel Volturno – Julios, Yeba e Adams (Ghana) – Alaba-Kwako (Togo) – Alex (Liberia) 1 pistola mitragliatrice – 2 kalaschnikov – 4 pistole semiautomatiche – 7 camorristi vestiti da poliziotti – 7 braccianti – 127 bossoli e 6 morti – controllo del territorio per i casalesi.
Rosarno – Non sparate all'uomo nero. Ma sparano. Caccia all'africano. Spranghe, mazze e pistole, 7 braccianti bastonati, 5 investiti, 2 sprangati, 2 sparati.
Una barricata fatta di cassonetti, segnaletiche, cartelloni, macchine rovesciate, pietre e rami nodosi. Dietro 20-25 euro di braccianti pagati a cassoni. Meno il trasporto e la tassa pagata ai caporali, poi bisogna mangiare, non ammalarsi e mandare qualcosa a casa. Sfruttati di giorno e cacciati di notte, mai uscire da soli, ti rubano. Di solito la violenza monta a fine raccolto, se scappi risparmiano le paghe. Ma quando sparano per uccidere e uccidono chi di fatica è già morto, allora basta, monta un corteo di rabbia nera che spazza via tutto, auto, vetrate, panchine, se schiavi sono, allora è rivolta.
Barricata di Nardò (Lecce). Sono venuti via, centinaia sono tornati dai campi, hanno lasciato là pomodori, cassoni e caporali, hanno tirato su un'assemblea e messo in piedi uno sciopero. 16 etnie diverse, insieme e curvi su un unico raccolto. 16 etnie diverse di braccianti raccolti e diritti per un solo e primo sciopero autorganizzato. Una barricata fatta di cassoni vuoti e braccia incrociate, dove sventolano pomodori e angurie rosse. Salento, sole, mare e sfruttamento.


2015, Val Barricata

Valsusa. A sarà dura – No Tav – Chiara – Claudio – Mattia – Niccolò. Barricate in corso.

Centro Studi Canaja

Apparso all'interno della dispensa Storia della pianta della patata. Storia della dorifora della patata.