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Rivista Anarchica Online


 


Paesaggi
insorgenti

“Quanti siamo figli di contadini?
Figli pochi, nipoti tutti.”

Sarà stata casualità, sta di fatto comunque che Genuino clandestino, viaggio tra le agri-culture resistenti ai tempi delle grandi opere (Michela Potito, Robert Borghesi, Sara Casna, Michele Lapini, Firenze, 2015, pp. 280 € 18,00), è uscito per quelli di Terra Nuova Edizioni tre mesi prima dell'inaugurazione di Expo Milano e che io mi sia trovata a leggerlo proprio mentre era in corso tutto quel gran parlare del “grande evento”, di quanto sia una presa in giro per allocchi sprovveduti pensare che lì dentro si tratterà seriamente di agricoltura/cibo/alimentazione, delle reazioni mediatiche alla manifestazione No-expo dove la rabbia di pochi ha cancellato gli argomenti di molti, compreso “Genuino clandestino” che, in quell'occasione, manifestava tranquillamente dietro il suo striscione.
Bisogna prendere atto (cito Guido Viale da un articolo su “Il Manifesto” del 12 maggio 2015) – e far prendere atto – che contro quella miseria infinita di cui l'Expo è solo il simbolo più vistoso ed esaustivo, si può aggregare una pluralità di forze ed iniziative ancora assai eterogenee: uno schieramento potenzialmente maggioritario, in barba a tutti i sondaggi e ai media di regime che ci raccontano di una popolazione planetaria che non desidera altro che immedesimarsi con quella simbologia fasulla.
“Genuino clandestino” fa parte di quella pluralità di forze. Dietro quelle due parole ci sono persone che hanno fatto delle scelte di lavoro e di vita in rapporto alla terra e al lavoro della terra, cioè alla coltivazione di prodotti in maniera rispettosa, che significa buona per la terra, per gli animali e per noi umani.
Per collocare meglio questa realtà, per capire, bisognerebbe guardare un po' alla storia del nostro paese perché, parlando d'Italia, si parla di un territorio che è stato sostanzialmente agricolo fino a poco prima dell'ultima guerra mondiale (settant'anni fa) e che dalla fine del conflitto bellico ha subito uno scriteriato processo di industrializzazione che, in senso sia chimico che meccanico, ha coinvolto anche il lavoro agricolo. Ciò ha significato l'introduzione progressiva delle monocolture intensive in stile americano (che significano anche grande quantità di mano d'opera per periodi brevi), conseguenti consistenti modifiche nell'industria agroalimentare, accentramento della proprietà terriera e addirittura del patrimonio genetico delle piante. Poi c'è stata la competizione col mercato mondiale e – per farla breve – come si sa, sono sempre i piccoli a soccombere, quindi molte piccole e medie imprese agricole a conduzione familiare hanno chiuso e nel nostro paese c'è tantissima terra abbandonata, soprattutto nelle zone collinari e montuose che sono la parte più vasta della nostra penisola.
La situazione oggi è insostenibile e proseguire secondo i criteri che impone il neoliberismo – ormai lo si sa – è suicida. “Un fronte comune contro lo strapotere della grande distribuzione e delle multinazionali è necessario perché si rovescino i rapporti di forza. Le pratiche di contrasto devono necessariamente diversificarsi: il recupero delle terre (secondo un modello che superi la gerarchia tra padroni e lavoratori), la riorganizzazione dal basso della produzione e della distribuzione (l'accorciamento della filiera) e il consumo critico devono andare di pari passo con pratiche di mutualismo, che permettano ai lavoratori iper-precari della terra di uscire dall'indigenza, dall'isolamento e dalla disinformazione cui sono costretti.”
“Genuino clandestino” – che ufficialmente nasce nel 2010 – sta dentro questa volontà di sovvertire lo stato delle cose ma il fatto più bello e interessante del libro è che oltre a raccontarlo ce lo fa toccare con mano attraverso le storie dei loro protagonisti e le tante fotografie che, a volte, dicono più delle parole. Molte anche le analisi e le riflessioni teorico-politiche che si intercalano in un volume di oltre duecentocinquanta pagine che, grazie al bel lavoro delle curatrici, riesce in maniera sincera a renderci compartecipi di quanto si sta muovendo nelle campagne italiane.
Sono dieci tappe per dieci realtà differenti: dalla riappropriazione collettiva dei terreni del comune di Firenze di Mondeggi/fattoria senza padroni in custodia popolare, a chi coltiva da solo cinque ettari nei dintorni di Roma, nelle campagne della Sabina; c'è la storica comune libertaria di Urupia nelle Puglie e la coppia con podere di loro proprietà sulle colline modenesi che ha scelto la campagna come stile di vita per sé e i propri figli. Il panorama e le storie che incontriamo sono quindi molto diversificati ma uno è il fattore che accomuna tutti, quello di appartenere a un movimento di comunità in lotta per l'autodeterminazione alimentare.
“Genuino clandestino” è nato da comunità locali di cittadini e contadini che si autorganizzano insieme, creano mercati di vendita diretta, sistemi di garanzia partecipata, momenti di scambio di saperi e informazioni. Non è solo le dieci realtà raccontate nel libro ma un intero movimento, senza strutture gerarchiche, che negli anni ha creato forme di resistenza quotidiana alla logica del profitto che, sfruttando la terra e le persone, distrugge relazioni sociali ed equilibri ecologici.
Il libro non cerca di mostrare la realtà più rosea di quanto sia, le difficoltà di chi si ostina a vivere di agricoltura senza grandi investimenti non sono nascoste, però si vedono anche scorci nuovi su paesaggi insorgenti, dove si sperimentano modi buoni di stare in relazione tra le persone e con la terra. Resistere oggi è una necessità per sopravvivere, per tutti, tanto più in agricoltura e le comunità rurali che lo stanno facendo ci mostrano qualcosa che è nuovo e antico allo stesso tempo, un modo di stare sulla terra per nutrirla e nutrirsi che, secondo me, va guardato con grande rispetto e attenzione per non farsi prendere nelle trappole retoriche – Expo docet – e nelle mode superficiali che si appropriano di tutto a loro uso e consumo, anche del linguaggio di chi lotta per costruire la sovranità alimentare.
Il “viaggio tra le agri-culture resistenti” ci aiuta in questo, a vedere l'autenticità dei volti di chi con le mani rivendica il diritto di produrre cibo buono per tutti noi.

Silvia Papi



Giulio Questi,
poeta delle immagini

Protagonista di “Se sei vivo spara”, Thomas Milian dichiarò in un'intervista: “con lui [Giulio Questi] era come lavorare con Antonioni, perché in fondo era un intellettuale rivoluzionario”. Per lo scrittore e giornalista Oreste Del Buono era “il Polanski orobico, il Bunel della Val Brembana”. Di certo Giulio Questi è stato uno degli irregolari del cinema italiano, un maledetto in attrito con tutte le conformità e il glamour dell'universo della celluloide. Sceneggiatore, attore e, innanzitutto, regista, ma le etichette professionali, in fondo, lo disturbavano, specie quella del “metteur en scène”: “Ho evitato di qualificarmi come regista, mi avrebbe conferito uno status sociale dal quale mi sono sempre tenuto alla larga per salvaguardare la mia libertà”. Bergamasco di nascita, Giulio Questi è morto lo scorso 3 dicembre a novant'anni conservando una proverbiale ironia e schiettezza, nonché una lucidità di pensiero impressionante. Solo qualche mese prima della scomparsa, Rubbettino aveva dato alle stampe Se non ricordo male (Rubbettino, Soveria Mannelli - Cz, 2014, pp. 160, € 14,00), un'autobiografia scaturita da una lunghissima discussione del regista con Domenico Monetti e Luca Pallanch.
Definire l'opera di piacevole lettura potrebbe essere riduttivo, visto la notevole varietà di storie, avventure, situazioni narrate da uno dei protagonisti (seppur molto appartato) del cinema italiano degli ultimi settant'anni. “Se non ricordo male” si potrebbe definire il romanzo-vita di Giulio Questi, di un libertario che poco meno che ventenne decise di prendere la strada della montagna ed arruolarsi in una brigata partigiana (esperienza già fatta conoscere in “Uomini e comandanti” pubblicato da Einaudi nel 2014). Finita la guerra a Questi si prospettò la scelta di emigrare in Svezia o in Venezuela, ma alla fine rimase nella sua amata Bergamo e iniziò a scrivere sulle pagine culturali de “La cittadella”, una rivista a cui collaboravano intellettuali affermati ed emergenti e che - anche per volontà dello stesso Questi - scartò di Pasolini le poesie in dialetto friulano. Alcuni racconti di Questi uscirono sul Politecnico di Elio Vittorini il quale si arrabbiò tanto con lui quando gli comunicò che sarebbe andato a Roma per inseguire le muse della settima arte. “Il cinema – lo liquidò Vittorini – è una cosa effimera, che passa e scompare, lo scrivere resta, è importante”.
Una volta a Roma, Questi conobbe Visconti, ma le prime serie offerte di lavoro gli furono fatte da Valerio Zurlini che lo volle come aiuto regia per alcuni documentari e il lungometraggio “Le ragazze di San Frediano” (1954) tratto da un romanzo di Vasco Pratolini. Con lo scrittore fiorentino incorrerà in un incidente stradale mentre andavano in lambretta per le strade di Roma. Questi ricorda che divenne conosciuto tra i cinematografi della capitale proprio grazie a all'incidente che procurò qualche frattura a Pratolini: “Quando alla sera arrivavo al bar Rosati, in piazza del Popolo, dove stazionava l'intellighenzia del momento, tutti dicevano: guarda quello stronzo che ha rotto le costole a Pratolini. Ero diventato famoso: ero uscito dall'anonimato!”. Le pagine del libro sono rimorchianti anche per la lunga collana di aneddoti esposti con disincanto e senza peli sulla lingua.
Ricorda Questi di quel provino in cui bocciò sia Silvia Koscina che Sophia Loren (che poi una volta, a New York, se la ritroverà nel suo letto), di quando fu scritturato per caso come attore nella “Dolce vita” di Fellini; delle vacanze al mare che faceva con Citto Maselli e la sua compagna Goliarda Sapienza; del rigetto che continuò ad avere per Pasolini e tutta la sua opera letteraria e cinematografica; dell'incontro con il suo sosia Pietro Germi che lo volle tra gli interpreti di “Signore i signori”; della militanza nel Partito Comunista che poi abbandonerà; della cocaina sniffata per puro godimento senza diventare mai un cocainomane (”per me è sempre stato un momento di allegria, l'esecuzione di un inno alla gloria nei momenti più felici di comunanza”).
Il Giulio Questi regista, dopo aver lavorato in una serie di film ad episodi, nel 1967 affiancato nella sceneggiatura e nel montaggio dall'inseparabile Franco Kim Arcalli, firma la sua prima vera regia con “Se sei vivo spara”, “il western più violento, e pop che sia stato prodotto in Italia”, una pellicola che segna una rivoluzione nel “cinema nostrum” ma viene martoriata da sequestri e forbiciate della censura. Con il successivo “La morte ha fatto l'uovo” (1968), Questi “pigia il piede sul pedale del grottesco e del nero” mentre con “Arcana” (1972) porta a termine un “film rituale sul disordine urbano e i suoi misteri, difficile da decifrare e catalogare”, tra gli interpreti Lucia Bosè nei panni di una fattucchiera lucana emigrata al nord”. Dopo “Arcana” tutte le porte del cinema si chiuderanno per Questi, ma si apriranno quelle della televisione dove realizza tantissimi spot e delle fiction (“Quando arriva il giudice”, “Non aprite all'uomo nero”, “Il segno del comando”). Per quanto il suo cinema venga definito bizzarro, barocco, impudente, Giulio Questi nella sua autobiografia confessa: “Io non mi vergogno a dirlo, ho sempre cercato la poesia, cioè qualcosa di inafferrabile, talmente inafferrabile da lasciarmi a terra come poeta mancato. Ma non ci ho mai rinunciato e l'ho sempre inseguita, sì, la poesia, distruttrice della logica sintattica della normalità e del conformismo”. Insomma, Giulio Questi un poeta delle immagini, il marchio del “Polanski italiano” non sarebbe assolutamente disdicevole o fuori posto... È azzeccatissimo.

Mimmo Mastrangelo



Pirati dove meno te l'aspetti:
quei ribelli del FC St. Pauli

“Danzano sulla storia di giorni conquistati
Figli della memoria, pirati a St. Pauli
Danzano sulla gloria di giorni conquistati
Figli della memoria, banditi a St. Pauli”
Talco, St. Pauli
(dall'albo Mazel Tov, 2008)

Il FC St. Pauli, di cui “A” rivista già si occupò nel n. 383 (ottobre 2013), è la squadra dell'omonimo quartiere di Amburgo. I suoi risultati agonistici non sono esaltanti, eppure conta sostenitori in ogni parte del mondo. Il Jolly Roger (il teschio con le ossa incrociate, emblema tradizionale dei pirati), simbolo della tifoseria sicuramente più diffuso del logo originale della squadra, viene sfoggiato con orgoglio su magliette, toppe e cappellini in tutta Europa, e non solo, anche da chi di calcio ne sa ben poco.
Dichiaratamente antifascista e antirazzista, la curva de FC St. Pauli si è messa spesso in luce per l'esposizione nel corso delle partite di striscioni con messaggi solidali nei confronti di lotte in corso nei confini tedeschi o all'estero, come accadde per i No Tav nell'estate 2011 (lo striscione recitava in italiano: “St Pauli sta con le montagne. No Tav!!!). Quest'anno, con la propria squadra a rischio di retrocessione, i tifosi hanno lanciato nuovamente la parola d'ordine: Nie wieder Krieg, nie wieder Faschismus, nie wieder 3. Liga [Mai più guerra, mai più fascismo, mai più Terza Lega]- e si noti l'ordine d'importanza delle cose. Il FC St. Pauli nel corso degli anni è diventato un vero e proprio Kultclub, dietro al quale tuttavia c'è una complessa realtà che spesso viene lasciata in ombra. Ad ovviare a ciò è uscito pochi mesi fa il corposo volume di Nicolò Rondinelli intitolato Ribelli, sociali e romantici. FC St. Pauli tra calcio e resistenza (Edizioni Bepress, Lecce, 2015, pp. 361, € 15,00).
Rielaborazione della sua tesi magistrale in pedagogia, il libro di Rondinelli non si concentra soltanto sull'aspetto calcistico, che pure è ampiamente presente com'è ovvio, ma narra anche tutto quello che si mosse e si muove intorno al club. In primo luogo spicca Amburgo e più in particolare il quartiere di St. Pauli, con la sua storia di contraddizioni e lotte che portarono, per certi versi in modo sorprendente, la scena della sinistra radicale ad incrociare il cammino del FC St. Pauli. Ma il volume si concentra anche sulla concreta organizzazione che si sono dati i tifosi nel corso degli anni, sulle loro interazioni con il quartiere (e con la città) e sul rapporto (spesso conflittuale) con la dirigenza della squadra. Sostanzialmente mi pare che il merito del libro sia quello di far interagire piano calcistico e piano storico-culturale per così dire, mischiando in modo complessivamente convincente saggi di natura accademica, testi di fanzine provenienti dall'ambiente della tifoseria del FC St Pauli e interviste orali, il tutto tenuto insieme da una scrittura appassionata, entusiasta e coinvolta ma puntuale. Tuttavia c'è un ulteriore aspetto che emerge dal mio punto di vista dal libro di Rondinelli. Senza cedere alla facile mitizzazione, dal suo volume risulta come il FC St. Pauli, con il suo percorso che parla la lingua della libertà, dell'autodeterminazione e della solidarietà, non sia una realtà data una volta per tutte, ma il prodotto di una decennale storia fatta di conflitti, contraddizioni, che ancora oggi è minacciata da numerosi pericoli, tra cui quello che l'autore definisce efficacemente “lo spettro della gentrification”. Insomma, il libro ha il merito di mostrare come il FC St. Pauli non sia caduto dal cielo, non sia perfetto e come la sua indubbia alterità deve continuamente affrontare nuove sfide- con intelligenza, dal basso e a stretto contatto con la comunità del quartiere, rimanendo fedele a quei valori che l'hanno reso famoso al di là e forse nonostante i suoi risultati agonistici. Ribelli, sociali e romantici è dunque uno strumento per conoscere meglio questo frammento di realtà calcistica e culturale nei suoi diversi aspetti. Una realtà di cui sapere l'esistenza fa senza dubbio stare meglio.

David Bernardini



Goliarda Sapienza,
l'arte di Essere

“Lei aveva cercato la sua morte affrontando Mattia quella notte, ormai lo sapeva, e forse solo chi è stato così vicino alla morte può dimenticare e poi rinascere come Modesta rinasce giorno per giorno...
Che importavano gli anni quando si cominciava a capire? Quella cicatrice che divide la fronte sta ora a dimostrare la saldatura del suo essere prima diviso. Rinasce Modesta partorita dal suo corpo, sradicata da quella di prima che tutto voleva, e il dubbio di sé e degli altri non sapeva sostenere. Rinasce nella coscienza d'essere sola”.

L'arte della Gioia (Einaudi editore, collana Super ET, Torino, 2014, pp. 552, € 15,00) è un libro scomodo come solo la vita riesce ad essere. Scuote, lacera, pungola, indica, denuda. È uno specchio impietoso e proprio per questo merita di essere letto e poi riletto, a distanza di anni. Come un monito. Non a caso si tratta di un libro postumo: scritto da Goliarda Sapienza tra il 1967 e il 1976, venne rifiutato dai principali editori italiani e fu stampato in pochissime copie solo nel 1998, due anni dopo la morte dell'autrice. Una scrittura anarchica nel contenuto e nello stile: componenti inscindibili, interdipendenti, mente e corpo di un'individualità complessa e a tratti contraddittoria. La prosa ha la spontaneità della scrittura libera e al tempo stesso la solenne gravità di un testamento. Materica, carnale, ossuta nelle digressioni del pensiero, lirica nella rappresentazione di paesaggi interiori.
Modesta, protagonista e motore propulsivo del romanzo, è una siciliana di origini povere nata il primo gennaio del 1900. Una ribelle, un'indisciplinata. Una donna che mai si piega a percorrere strade già tracciate: non cede alle sue origini, alle circostanze che continuamente la mettono alla prova, ai ricatti dell'amore, al terrore della solitudine. Sceglie, invece, sempre. Si edifica un destino su misura, a lei rispondente, senza timore di abbattere – con amorale spietatezza – gli ostacoli in cui inciampa lungo la strada: convenzioni, regole, imposizioni, nemici. Modesta asseconda la propria indole con coraggio – e quanto ce ne vuole per vedersi senza filtri e sovrastrutture – orientando le proprie scelte ad un'onestà radicale, passando di azione in azione, combattendo sistematicamente quell'immobilismo che “anche se confortevole, alla lunga si risolve sempre in un pantano”. Dalla povertà della campagna agli studi in convento, dalla nobiltà conquistata con machiavellica astuzia alla prigione, dall'attività politica ai viaggi in giro per il mondo. E poi amicizie viscerali, amanti, figli, compagni, amori. Terra e mare, carne e poesia, visceralità e pensiero raffinato.
“Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali... E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l'uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione”.
L'arte della gioia è un libro sulla libertà, del corpo e della mente (del tutto inscindibili, nella visione di Goliarda Sapienza), e sui suoi più acerrimi quanto celati nemici: autocommiserazione, pietismo, senso di predestinazione, paura della solitudine, scarsa consapevolezza di sé. Tutto ciò che relega nella rigidità asfittica di un ruolo o di un percorso predefinito, impedendo l'affermazione gioiosa dei propri desideri, la ricerca del piacere, la relazione paritaria e costruttiva con l'altro. Quella propensione a spostare il nemico fuori di sé, lamentando una schiavitù che spesso è auto imposta e conducendo una vita da tristi e ciechi detenuti, anziché da gioiosi protagonisti. La vita di Modesta sembra suggerire che solo attraverso un faticoso percorso di conoscenza di sé, di accettazione della propria natura, delle spinte vitali che ci animano e delle paure che ci frenano, è possibile uscire dal ruolo di personaggi e renderci autori della nostra storia. Scegliendo, rifiutando e – se necessario – opponendoci in modo effettivamente consapevole e libero. Per farlo, occorre una buona dose di lucida spietatezza, specialmente nei propri confronti.
Modesta si oppone alle ingiustizie sociali, ai dogmi religiosi, alla cultura patriarcale e fascista in cui vive, ma la sua resistenza è innanzitutto espressione vitale e creativa del sé profondo. Non è un'eroina. A muoverla non c'è quella “malcelata aspirazione alla santità o vocazione al martirio” che intravede invece nell'atteggiamento del pensiero di molti compagni antifascisti. Non si arrende alla ferocia del dogma, dell'ideale monolitico che nasconde la paura dell'errore, della ricerca, della sperimentazione, della fluidità della vita. Non cede al dogma religioso così come a quello del materialismo dialettico, in cui intravede la stessa tendenza assolutista. Non soccombe all'ideale dell'amore come miracolo silenzioso, come “venerazione di statue”, ma preferisce immergersi nella complessità dei sentimenti, nella loro caducità e insicurezza, nelle contraddizioni che rendono vitale ogni incontro.
Amante sensuale di uomini e donne, Modesta agisce la volontà del corpo senza opporre resistenze ideologiche o intellettuali. Non tollera il vittimismo di chi continuamente lamenta di essere discriminato dalla società in quanto diverso, sbandierando la propria sofferenza: “mostrano le loro ferite solo per chiedere clemenza alla società che anche loro, soprattutto loro, sentono santa e giusta invece di lottarla”. Rifiuta le dissezioni speculative dell'amore, il tentativo di categorizzare i motivi del desiderio, dell'affetto, della passione. Per giungere, ormai al termine della sua storia, ad ammettere l'incomunicabilità di “questa gioia piena dell'eccitazione vitale di sfidare il tempo in due, d'esser compagni nel dilatarlo, vivendolo il più intensamente possibile prima che scatti l'ora dell'ultima avventura”. Ritrovandosi a pensare che “la morte forse non sarà che un orgasmo pieno come questo”. La gioia di morire per il fatto di aver vissuto. Laddove vivere, sia chiaro, non è un eufemismo.

Marta Becco

Su “A” 399 (giugno 2015) abbiamo parlato di Goliarda Sapienza in un'intervista a Massimo La Torre di Domenico Bilotti dal titolo “Ma oggi la strada è vuota”.




Brasile, fine '800/
Quella Comune Cecilia ancora così attuale

Un mio caro amico mi manda in regalo il romanzo di Afonso Schmidt Colonia Cecilia (Edizioni dell'Asino, Bologna, 2015, pp. 162, € 12,00) sulla colonia Cecilia, in traduzione italiana. Il libro, appena uscito, sfoggia una bella copertina, che ha per sfondo un disegno di Lorenzo Mattotti. Il simpatico disegno di un asinello accompagna l'indicazione dell'editore: le Edizioni dell'asino (e i libri de Lo straniero). La copertina contiene anche il nome della collana – “Le muse furiose” –, un cartouche verde sul davanti con l'indicazione del titolo e del sottotitolo, il nome dell'autore e di chi scrive la prefazione, Alice Rohrwacher. Sul retro della copertina si ritrova lo stesso cartouche verde con qualche riga di presentazione. Appena apro il libro, che piacere ritrovare l'asinello, in piedi, su questa pagina di solito desolatamente bianca! Poi qualche informazione sulla casa editrice, che mi permette di ritrovarla online, e in fondo l'elenco dei dieci titoli, su temi estremamente vari, già pubblicati in questa collana. Alla fine del libro, due paragrafi riportano l'uno la filmografia della giovane regista insieme a un simpatico commento e l'altro la presentazione del romanziere brasiliano, con elementi tratti, penso, dalla scheda in portoghese di una nota enciclopedia online.
Ma niente sul romanzo stesso, sulle date di prima, seconda edizione, niente sulla traduzione, né sul traduttore né sulla prima edizione di questa traduzione. Grazie a degli estratti proposti su questa stessa rivista, nel numero di marzo 2008, Colonia Cecilia, Siena, Casa editrice Maia, 1958, ed. or. Colonia Cecilia. Uma aventura anarquista na America, São Paulo, 1942), posso verificare che si tratta dello stesso testo italiano. Devo cercare ancora per arrivare al catalogo della Nazionale di Firenze e scoprire il nome del traduttore, Italico Ancona Lopez. Ma perché si dimenticano sempre i traduttori? E infatti di questo traduttore, dal nome che suona come uno pseudonimo, non trovo traccia. Né riesco a sapere a chi fosse venuto in mente, nel 1958, di tradurre e pubblicare il romanzo di Schmidt. Forse al fondatore e direttore della casa editrice Maia, il poeta e scrittore Luigi Fiorentino (http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/dove-i-motori-battono-alla-pesca-ricordando-luigi-fiorentino/)?
Non si tratta qui di commentare questa traduzione né, come abbiamo fatto in altra sede, di evocare ancora l'impatto del romanzo di Schmidt sulla storia e la leggenda della colonia Cecilia, bensì di (tentare di) metterci nei panni di chi legge il romanzo così “nudo”, come ha fatto Alice Rohrwacher per scrivere questo testo e aiutare gli “asinelli” (con questo vezzeggiativo lei chiama gli editori) a “guadagnare in termini di lettori”.
La prima osservazione è che nonostante il filtro romanzato attraverso il quale passa la Cecilia di Schmidt, che, ai suoi tempi, aveva fatto di tutto per raccogliere materiale storiografico e anche qualche “testimonianza”, restando con buchi enormi e ritrovandosi con realtà deformate dalla memoria (e anche dalla fantasia), il potere d'identificazione della colonia Cecilia resta fortissimo.
La giovane regista mette infatti a confronto tre immagini tratte da sue esperienze personali – il ballatoio di un palazzo di Torino, una scuola alternativa sugli Appennini – e dalla mitologia, con la dea Temis che personifica la giustizia. Illustra così “l'eroismo fallimentare che ci piace tanto”, con un “noi” che include, ma chi? Il lettore, gli asini? Certo non Giovanni Rossi, il fondatore della colonia Cecilia, il cui profilo psicologico non corrisponde a quello creato da Schmidt, anche se, per tanti motivi, ha dovuto rientrare nella vita “normale”. Sarà questo il motivo per cui è venuto in mente agli asinelli (ci sia concesso usare anche noi il vezzeggiativo) di ripubblicare oggi la traduzione italiana del romanzo di Schmidt: ricordare che questo tipo di esperienza è destinato a fallire?
Eppure la modernità di questa “vecchia” idea si percepisce nel termine comune, maschile all'epoca della Cecilia, diventato femminile da qualche anno in qua, e femminile anche nel nuovo titolo dato al romanzo dagli asinelli: Una comune di giovani anarchici italiani nel Brasile di fine Ottocento. Osserviamo, per finire, l'aggiunta, nel titolo, della parola giovani, che non corrisponde all'età dei personaggi del romanzo, né, tanto meno, all'età dei membri della vera colonia Cecilia. Non corrisponde neanche all'età di tante persone che oggi ancora scelgono, a volte per una breve parentesi, a volte per tutta la loro esistenza, di fare della vita in comunità la loro “normalità”.

Isabelle Felici



Con la speranza
che il mondo cambi

Alla fine della vita ciò che conta è aver amato.
Parole lette, rimaste impresse nella mente di Licia Rognini Pinelli e poste in chiusura del suo bel libro, piccolo e toccante. Dopo ( Enciclopedia delle donne, Milano, 2014, pp. 80, € 10,00) è la scrittura intima e privata, sofferta e autentica di una donna, del suo coraggio di fronte allo sgomento, rabbia, dolore per la morte innocente del marito Pino, “il ferroviere anarchico”, “caduto” dal quarto piano nel cortile interno della Questura di Milano. Molti i dubbi sulla tesi del suicidio di Pinelli qualche giorno dopo, alla notizia che la strage alla banca dell'Agricoltura di piazza Fontana del 12 dicembre - diciassette morti, ottantotto feriti - fosse stata compiuta da suoi compagni anarchici.
Quel dicembre 1969 segnerà una cesura tra un prima e un dopo, una ferita pubblica e un dolore privato, quello che non fa notizia.
Per Licia Pinelli il “dopo” è il tempo della cura, della ricomposizione nella “normale quotidianità”, del riprendere in mano la vita, sua e delle sue figlie bambine. È anche il tempo in cui la fragilità inflitta dalla sofferenza diventa forza resiliente. Forse per questo, solo ora, il “dopo” può essere narrato lasciando dipanare il lento e aggrovigliato filo della memoria, dove i lembi del ricordo sono tribolati frammenti sparsi.
Intanto il “mondo fuori” - ben documentato nella postfazione di Marino Livolsi - è uno spazio esterno minaccioso, con i suoi anni bui, le manifestazioni studentesche represse dalla polizia: a un anno di distanza da piazza Fontana, le morti dello studente Saverio Saltarelli e poi di Roberto Franceschi lasceranno tutti sgomenti. Licia condividerà la sofferenza combattiva di quelle madri che hanno perso i loro figli, e aumenterà il senso di protezione verso le proprie figlie bambine ancora da crescere.
Ma è anche un “mondo fuori” accogliente che consente a Licia di trovare un lavoro esterno casa, una casa frequentata da studenti universitari, batteva a macchina le loro tesi. Un incarico all'Istituto di Biometria e Statistica Medica di Milano diretta dal professor Giulio Alfredo Maccacaro la inserirà in un ambiente accogliente. Come primo lavoro, la trascrizione a macchina di un “libro bianco”, La strage di Stato, un'inchiesta militante collettiva frutto di indagini e testimonianze di giovani studenti universitari e coraggiosi amici, spinti dal desiderio di accertare i fatti e risalire alla responsabilità politica. In seguito, e fino alla pensione, sarà segretaria all'Istituto di Psicologia della Facoltà di Medicina diretta dal professor Marcello Cesa-Bianchi.
Non mancheranno bei gesti di generosità, come quello ricevuto dalla collega Pia che le cederà il suo posto di ruolo, perché scrive Licia: “lei e suo marito lavoravano entrambi e io avevo più bisogno di loro”. L'occasione di incontrare ancora gli studenti rinnoverà la sua disponibilità all'ascolto. Per loro, una presenza rassicurante, cui affidarsi per ricevere consigli. Licia convincerà uno studente allontanatosi da casa a farvi ritorno. Contento, per aver ricevuto dalla madre un'accoglienza inaspettata, le sarà molto riconoscente.
In poco tempo, si tesse intorno a Licia e alla sua famiglia una rete solidale. La dedizione affettuosa di genitori, di studenti, di amici con i quali basta uno sguardo per capirsi. Il conforto della vicinanza di padre Davide Turoldo, Corrado Stajano con la moglie Giovanna Borgese, della Comunità di don Andrea Gallo, Camillo Dal Praz. Insieme a nuove conoscenze, Giovanni Testori, Cesare Musatti, la visita gradita di Enzo Jannacci e Beppe Viola. Anche la solidarietà di sconosciuti, con le loro lettere dal mondo dimostreranno sostegno e voglia di giustizia. Cara la presenza di persone amiche, compagni di Pino appassionati, coinvolgenti e dignitosi per quella loro semplicità di vivere la vita.
Condividerà altresì con Marino Livolsi, Umberto Mazzocchi e tutti gli altri compagni una forte commozione quando trasporteranno le ceneri di Pino dal cimitero di Musocco al cimitero di Carrara.
Licia condurrà una lunga lotta titanica per conoscere la verità e avere giustizia, insieme agli avvocati Renato Palmieri, Marcello Gentili, Domenico Contestabile e, in seguito, agli affezionati Carlo Smuraglia e l'avvocata Enrica Domeneghetti.
Anche il linguaggio dell'arte sensibilizzerà l'opinione pubblica. Come I funerali dell'anarchico Pinelli, dipinto del pittore Enrico Bay esposto a Milano, a Palazzo Reale nel 2012. Oppure Morte accidentale di un anarchico, testo di Dario Fo scritto per il teatro.
Sarà Piero Scaramucci, aggirando la riservatezza di Licia, a raccogliere una lunga e travagliata intervista riportata nel libro Una storia quasi soltanto mia pubblicato prima nel 1982 e ripubblicato nel 2009 da Feltrinelli, con l'integrazione di testimonianze di Carlo Smuraglia, Corrado Stajano, Giorgio Bocca, Dario Fo, Franca Rame, Giuseppe Gozzini, Marino Livolsi, Bruno Manghi, Luigi (Gigi) Ruggiu, Goffredo Fofi, Lella Costa. Insieme al libro di Camilla Cederna Pinelli. Una finestra sulla strage, contribuirà a dare fondamento ai dubbi su quella morte ingiusta.
Interviste per testimoniare, per non dimenticare e tenere alta l'attenzione. Incontri pubblici soprattutto dibattiti con gli studenti fiduciosi di sapere. E ogni volta riaperta, la ferita stillerà tenace fermezza di reagire, rialzarsi, resistere.
Ne uscirà fortificata, Licia, per la cura dedicata al legame sincero e affettuoso fino ad oggi con le colleghe di lavoro di un tempo, e quello amicale con donne sensibili e determinate come Camilla Cederna e Franca Rame. L'amicizia con una donna incontrata sul tram, Emilietta, vecchia socialista e staffetta partigiana, sempre vicina e solidale a Licia e alla famiglia, la condurrà ad intraprendere viaggi alla scoperta di un nuovo “mondo fuori”, ancora più lontano. Insieme ad altre persone guida, invece, si lascerà accompagnare lungo un cammino personale di ricerca interiore, per un germe di risposta alla domanda sul senso profondo della vita, alimento di possibile serenità.
Poi il gesto gratuito e disinteressato del volontariato, a disposizione di quanti hanno conosciuto il dolore. E il Coro “Città di Milano” diretto dal maestro Mino Bordignon, con quei canti “a cappella” così intensi e vibranti e capaci di liberare la mente facendo fuggir via, almeno per qualche ora timori e inquietudini.
Un personale rimedio ai momenti di malinconia, l'abitudine di catalogare, ordinare libri, fotografie, ritagli di giornale, rivedere istantanee e cartoline riportando indietro la memoria senza lasciarsi troppo coinvolgere.
Forse proprio dopo l'udienza del 9 maggio 2009, giorno della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, Licia ammetterà: “Mi sono in parte riconciliata con il mondo”. In quell'occasione, il presidente Napolitano riconobbe a Giuseppe Pinelli “rispetto e omaggio” per essere stato “vittima due volte: prima, di pesantissimi e infondati sospetti, e poi di un'improvvisa, assurda fine”.
Dopo quarantasei anni travagliati: “Ho ancora la speranza che il mondo cambi”. E ora che spetta alle figlie Claudia e Silvia partecipare agli eventi pubblici per testimoniare, conclude, difendendosi da quanti le imputerebbero una chiusura in se stessa, nella quale non si riconosce: “Preferisco vedermi come il padre di Bambi che, alla fine di quello splendido film di Walt Disney, guarda dall'alto di un colle con la serenità datagli dalla saggezza dell'età, suo figlio e i suoi compagni avviarsi verso il loro futuro”.

Claudia Piccinelli


Cos'è l'Enciclopedia delle donne

L'Enciclopedia delle donne (che ha appena pubblicato il libro Dopo di Licia Pinelli, recensito in queste pagine) è un sito (www.enciclopediadelledonne.it) che raccoglie le storie e le biografie di donne di tutti i tempi e di tutti i paesi; è nata l'8 marzo 2010.
Le fondatrici sono Margherita Marcheselli e Rossana Di Fazio. Insieme a Dafne Calgaro, che ha creato il primo sito e il primo sistema per la pubblicazione e la gestione.
Il progetto nasce dalla volontà di dare voce e visibilità a donne reali del passato o del presente le cui storie possano costituire dei modelli vari, multiformi, ricchi di complessità. Come diciamo nella presentazione dell'Enciclopedia, alla voce “L'impresa” (http://www.enciclopediadelledonne.it/limpresa/): “Ogni nome e cognome fa una storia, e ogni storia singola va in un paesaggio pieno di storie, e tutto diventa la Storia. Ma senza la storia delle donne - di tutte le donne - non si fa una bella Storia: si fanno degli schemi, delle approssimazioni, dei riassunti che non somigliano più a niente. E che fan danno.”
Quindi questo è il compito che ci siamo date, nel solco di una tradizione antica; tante donne nel passato hanno fatto questo: hanno raccolto e organizzato le storie di altre donne per dimostrare che la libertà di pensiero e di azione è possibile oltre che auspicabile e che altre donne prima di noi, tra le mille difficoltà che la società, le convenzioni e le situazioni imponevano loro, hanno trovato i modi per esprimere le proprie energie, per realizzarsi e per essere felici.
Un compito che esprime anche gratitudine, che ricorda e rende merito a coloro che con il loro coraggio e il loro esempio hanno ottenuto risultati di cui tutte noi ora godiamo: il diritto di votare, il diritto di vestirci con abiti comodi, il diritto di non sposarsi, il diritto di mantenersi economicamente, il diritto di muoverci e fare lo sport che ci piace, il diritto di decidere se e quando avere un figlio e tutte le mille altre piccole e grandi libertà che abbiamo conquistato.
Questo lavoro si può fare solo sul web. È un lavoro che non avrà mai fine ed è un lavoro collaborativo. Nessun altra forma di comunicazione avrebbe potuto supportare questa impresa. Il nostro è un lavoro collettivo e collaborativo un po' particolare. Funziona così: chiunque abbia studiato o approfondito o conosca direttamente la storia di una donna che ritiene interessante per l'Enciclopedia, scrive una mail alla redazione (redazione@enciclopediadelledonne.it) proponendo la voce, con una motivazione e una breve presentazione di sé e del proprio percorso. Se la redazione accetta la candidatura, “prenota” la voce all'autrice o all'autore (anche gli uomini possono essere autori, e ce ne sono: pochi ma veramente molto buoni). L'autrice ha circa sei mesi per scrivere la voce.
Il testo viene inviato alla redazione che lo valuta, eventualmente propone modifiche e aggiustamenti e, infine, dopo uno scambio tra autrice e redazione, la voce viene approvata e pubblicata online. Alla voce “Lavori in corso” vengono pubblicate tutte le voci che sono state richieste o affidate. Poi ci sono le “voci in corso di assegnazione” che sono voci che ci piacerebbe che qualcuno scrivesse, ma che sono tuttora “in cerca di autrice”.
Non ci sono delle categorie fisse, chiunque può diventare una voce: ci sono scienziate, ballerine, scrittrici, partigiane, balie, gelsominaie, attrici, cantanti, operaie, contadine, maestre, pittrici, sportive, ricamatrici, cortigiane, musiciste, compositrici... la storia di ciascuna donna dà un suo contributo. Nessuna gerarchia. Nessuna priorità.
Abbiamo cominciato con un nucleo di 100 voci, nel marzo del 2010, ora siamo quasi a 1000 e, quel che più conta, abbiamo cominciato con un gruppo ristretto di autrici “madrine” che hanno creduto nel progetto fin dall'inizio e ora abbiamo, oltre a loro, che continuano a seguirci con impegno e affetto, più di 300 autrici e autori (vedi la lista delle autrici e degli autori sul sito).
Abbiamo una mailing list di oltre 1200 indirizzi, 30mila visitatori unici e 120mila pagine viste mensili.
L'Enciclopedia delle donne è di chi la scrive. I testi sono pubblicati sotto una licenza Creative Commons: possono essere ridistribuiti liberamente soltanto se vengono attribuiti alle rispettive autrici e ai rispettivi autori e come appartenenti al progetto dell'Enciclopedia delle donne e se non vengono utilizzati a scopo commerciale.
Dal 2012 l'Enciclopedia ha dato vita ad un catalogo di ebook: romanzi, ricerche documenti (consultabile qui: http://www.enciclopediadelledonne.it/e-book/). Dopo, di Licia Pinelli, è il nostro primo libro di carta.
Per ogni informazione scrivere a: redazione@enciclopediadelledonne.it.

Margherita Marcheselli
Rossana Di Fazio





Anarchici italiani in Nord America/
Una resistenza quotidiana

Il merito principale di Ribelli in paradiso – Sacco, Vanzetti e il movimento anarchico negli Stati Uniti, di Paul Avrich (a cura di Antonio Senta, ed. Nova Delphi, Roma, 2015, pp. 382, € 15,00) è l'aver reso fruibile in lingua italiana le peculiarità, contenute in documenti conservati in archivi statunitensi, sulle quali Avrich ha potuto compiere le proprie ricerche. Di conseguenza dobbiamo ringraziare Toni Senta per la corretta traduzione e per la prefazione all'edizione italiana nella quale possiamo leggere: “Con questa traduzione, oltre a rendere un doveroso omaggio alla figura dello storico newyorkese, colmiamo finalmente una lacuna nella storiografia di lingua italiana, offrendo al pubblico un tassello, a nostro avviso fondamentale, per la ricostruzione della storia dell'anarchismo di lingua italiana.”
Avrich ha qui focalizzato il proprio interesse su una parte del movimento anarchico, quella “antiorganizzatrice” che, nel periodo a cavallo della prima guerra mondiale, vide protagonisti molti militanti di origine italiana migrati negli Stati Uniti d'America. Quest'ultima precisazione va anteposta a quella prettamente politica innanzitutto perché questa analisi storiografica, prima di soffermarsi su scelte e azioni, sia singole che collettive, è molto rigorosa nel dettagliarne il contesto: nel tentativo di non dare giudizi, bisogna cercare di comprendere motivazioni razionali e idealità.
Leggendo aneddoti e ricostruzioni storiche sulle origini italiane, scopriamo che si partì per bisogno (l'estrema povertà fu basilare per chi cercò nel Nuovo Mondo una possibilità di riscatto) ma in alcuni casi, e proprio fra questi troviamo sia Sacco che Vanzetti, fu decisiva la spinta giovanile verso l'avventura e il desiderio di indipendenza. Gran parte dei migranti anarchici conobbero l'ideale di libertà proprio in quella terra d'oltreoceano che si rivelò deludente sotto molti aspetti: le scarse opportunità lavorative e d'alloggio li costringeva a spostamenti continui da una città all'altra mentre i pregiudizi verso gli stranieri producevano pesanti discriminazioni, controlli assillanti e totale mancanza di diritti.
La parola freedom, nella dura quotidianità, veniva trasformata nel suo concetto opposto: diventò indispensabile farla propria, traducendola in esistenze dignitose e nella volontà di abbattere ogni privilegio.
Fra le righe dello scorrevole testo di Avrich si scopre quanto il riferimento alla “libertà” concretizzò una solidarietà decisiva non soltanto al fine di una mera sopravvivenza in una terra ostile: instaurare relazioni soddisfacenti e significative è un'esigenza primaria ma, affinché possa essere condivisa come un valore imprescindibile, bisogna che nasca da stimoli maturati culturalmente.
Scrive Avrich: “Erano tutti giovani orgogliosi della propria ostinazione e audacia, devoti all'azione diretta senza compromessi, tanto per temperamento quanto per convinzione. Inoltre avevano tutti origini contadine, nati e cresciuti in piccoli paesi e villaggi. Dei contadini conservavano la tenacia, una profonda mancanza di fiducia nel governo (la legge lavora contro il popolo, dice il proverbio), la cieca lealtà alla comunità e al gruppo, il rifiuto del potere e del privilegio, il desiderio di vendetta contro gli oppressori.”
Ecco che la comunità degli anarchici sperimentò forme di condivisione quali “i picnic”, le colonie, le rappresentazioni teatrali dalle quali sorse spontanea la solidarietà umana e politica verso chi fosse vittima di soprusi da parte del potere; ecco che il tema della suddivisione fra “galleanisti” e “antigalleanisti” fu sicuramente presente nel dibattito militante, ma nella realtà produsse meno conflitti relazionali di quanto oggi tenderemmo a valutare.
Certamente la “propaganda del fatto” segnò l'anarchismo e il giudizio superficiale che la storia ha cementificato su di esso; i pareri contrastanti su Luigi Galleani, su altri (e altre!) militanti, sulla rivista Cronaca sovversiva e numerose altre pubblicazioni, sull'opportunità di alcune scelte e sulla speculazione che la polizia statunitense riuscì a edificare, su infiltrazioni e ambigue frequentazioni, sulla differente interpretazione di concetti come “coerenza” o “verità”... argomenti sui quali sarebbe scorretto calare il sipario.
Il libro di Avrich toglie a Sacco e a Vanzetti quell'alone mitico che li aveva dipinti “innocenti sognatori”, ma comunque la “verità” giudiziaria ha, paradossalmente, evidenziato la gigantesca montatura che li portò ad essere assassinati per mano dello stato. Se sono diventati simbolo dell'ingiustizia istituzionale lo si deve alla solidarietà di un movimento antagonista che seppe superare le dicotomie ideologiche; si capì che lo stato dovette pianificare il caso eclatante per giustificare una repressione di ben più alta portata.
I primi provvedimenti legislativi approvati allo scopo di colpire gli stranieri riluttanti all'omologazione, prevista per chi venisse accolto nel Nuovo Mondo, suscitarono polemiche e applicazioni non del tutto condivise dalla stratificazione istituzionale americana. Già dal 1918 si tentò di espellere gli ospiti indesiderati, ma evidentemente servirono leggi più definitive affinché si eliminassero polemiche su “presunti abusi” o “violazioni dei diritti costituzionali”. Vinse la strategia di quanti si fecero scudo della “sicurezza nazionale” per imporre sospetti, arresti, infiltrazioni, deportazioni: un clima di ostilità che peggiorò ulteriormente la considerazione per ogni persona straniera nella “terra della libertà” per antonomasia. Evidentemente una libertà che non avrebbe dovuto coincidere con le istanze sociali abbracciate da operai in grado di scioperare e attuare il mutuo appoggio... e questa fu la “terribile minaccia” dalla quale i governi decisero di “liberarsi”! La repressione nelle piazze fu giudicata insufficiente per eliminare le istanze di giustizia sociale. Vanzetti e Sacco, accusati di rapina e omicidio, conobbero il carcere per sette anni, prima di morire sulla sedia elettrica nel 1927. Si tentò così di uccidere anche le loro idee.
Il testo di Avrich ritrae le differenti origini e motivazioni a lasciare la terra natia; l'indole e il diverso approccio nel concepire la propria esistenza; l'avvicinamento agli ideali libertari; la militanza che li fece conoscere e li portò a condividere alcune scelte, non ultima quella di andare in Messico per evitare l'arruolamento quando gli USA decisero di entrare in guerra. A giudizio di alcuni storici la repressione, scatenatasi contro chi si oppose alla guerra e alla coscrizione obbligatoria, segnò un salto di qualità sul concetto stesso di militanza.
Il merito di questo libro è di aver analizzato la corposa produzione editoriale dell'epoca insieme a episodi e protagonisti, ricordi e dettagli raccontati da singole soggettività, memorie e testimonianze: l'insieme di una resistenza quotidiana che si sviluppò nonostante la carenza di supporti logistici e strumentali.

Chiara Gazzola



Catalogna/
L'altra memoria di un'Italia criminale

In un'epoca in cui la storia tende ad essere presa in considerazione solo quando si tratta di anniversari o commemorazioni, è bene soffermarsi a pensare quale storia ci fanno ricordare.
Sul tema della costruzione di un immaginario collettivo è recentemente uscito un libro di Filippo Focardi Il cattivo tedesco e il bravo italiano. La rimozione delle colpe della seconda guerra mondiale (Edizioni Laterza, Roma, 2014, pp. 308, € 24,00).
Il discorso di Focardi si centra sugli stereotipi che un popolo crea di sè stesso ed in particolare su quelli creati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fa riferimento alle tesi dello storico Tony Judt, che parla di memoria comune della seconda guerra mondiale nei paesi che hanno subito l'aggressione tedesca, basata su: la creazione del mito della Resistenza; l'attribuzione solo alla Germania dei crimini di guerra.
Questo non per sminuire la Resistenza, ma per evidenziare come in ogni paese ci sono stati gruppi collaboratori che si ricordano molto meno. In Italia in particolare parlare di collaborazione con il regime nazista è quasi un eufemismo, dato che il modello dello stato fascista nasce proprio qui, con la relativa aggressività/bellicismo intrinseca/o. Quella che portó avanti l'Italia fu una guerra con obiettivi propri che aspirava a un nuovo ordine europeo e non semplicemente una collaborazione; gli esempi chiari possono essere i 70.000 uomini inviati in Spagna durante la guerra civile (chiamati volontari!), e l'occupazione di Grecia, Slovenia e Croazia, tutti luoghi dove sono stati perpetrati crimini di guerra.
Oltre al cattivo tedesco e al mito della Resistenza troviamo un modello autoassolutorio dell'italiano che non voleva la guerra contrapponendo lo straniero invasore e sadico all'italiano fondamentalmente contro la guerra, difensore degli oppressi e intriso di umana pietas (contro la furor teutonica).
Focardi sostiene che gli stereotipi vengono istituzionalizzati tra il '43 e il '47 ovvero tra la firma dell'armistizio dell'8 settembre 1943 e la firma del trattato di pace del 10 febbraio 1947 con cui l'Italia perde l'Istria e paga danni a Grecia e ad altri paesi.
Tanti soggetti convergenti hanno lavorato a quest'immagine, ma soprattutto la propaganda alleata.
Ad esempio cita il peso della famosissima Radio Londra, utilizzata per far crollare il fronte interno italiano (dove si era individuato l'anello debole della catena) togliendo il consenso alla guerra. La propaganda insisteva sul fatto che gli italiani non volevano una guerra con un falso alleato che aveva altri obiettivi, dipingendo i tedeschi come barbari che prima o poi avrebbero girato la faccia.
Monarchia e forze antifasciste fino ad un certo punto remano nella stessa direzione affinchè gli italiani prendano le armi contro i tedeschi; il governo Badoglio, (generale che aveva guidato l'aggressione in Etiopia con l'esercito di Mussolini) dopo un veloce cambio di bandiera riutilizzerá gli slogans di Radio Londra per non ricevere il castigo delle potenze vincitrici, annunciato come minimo se si combattono i tedeschi. Da qui l'impulso alla glorificazione della Resistenza.
In questo contesto di evidente costruzione di un immaginario collettivo si situa la rivendicazione dell'associazione Altraitalia a Barcellona, affinchè lo stato italiano ammetta i bombardamenti portati a termine a Barcellona nel 1937 e perchè vengano riconosciuti come crimini di guerra.
Della massima strage di popolazione civile, tramite l'aeronautica militare, avvenuta in Europa nel periodo tra le due guerre mondiali aveva già parlato su queste colonne Claudio Venza (“Barcellona martellata” in “A” 381, giugno 2013); poi la denuncia è stata presentata all'Audiencia Nacional (tribunale politico eredità del franchismo) da Altraitalia con la firma di due persone che hanno vissuto in prima persona i bombardamenti. Nonostante la lentezza del processo burocratico e i rimpalli da un organismo all'altro che negano l'argomento sia di loro competenza, si tratta del primo caso in cui si portano in tribunale dei crimini della guerra civile spagnola, cosa che ha permesso una grande ripercussione mediatica. La proposta di Altramemoria è che per le vittime non è mai tardi almeno riconoscere i crimini commessi e soprattutto per la creazione di una memoria condivisa.

Valeria Giacomoni



Contro
la servitù volontaria

Né dio né stato, né servi e padroni... così dicevamo un tempo, ma oggi che l'unico dio è il consumo, lo stato è ormai un fantoccio e i padroni, il potere, sono diventati un'entità pervasiva, ma indistinta, lontana e inafferrabile rimangono, paradossalmente, solo i servi?
Quel né servi del famoso detto è in effetti un invito meno indagato e meno praticato, forse perché spesso inteso come naturale conseguenza del né padroni.
Niente padroni niente servi. Sembra un equazione, quasi una tautologia, ma non è affatto così: abbattere i padroni non è lo stesso che divenire uomini e donne liberi. Abbattere il padrone ha significato troppo spesso cambiarlo con un altro padrone, sostituire un potere vecchio con un nuovo potere. Tante volte così è stato nella storia, da quella più antica ai giorni nostri, che viene un dubbio: ma gli uomini vogliono o non vogliono essere liberi? Vogliono o no un padrone?
Questo il dilemma: se gli uomini vogliono la libertà, perché c'è il potere? E se gli uomini vogliono il potere, perché anelano alla liberta? È una domanda cruciale, perché solo la libertà individuale sarebbe inattaccabile da quel potere oscuro e multiforme, svuotandolo e annullandolo.
Gustavo Zagrebelsky, in un recente saggio, ha definito quel dilemma l'enigma del potere.
Liberi servi. Il Grande Inquisitore e l'enigma del potere (Einaudi, Torino, 2015, pp. 298, € 30,00) è un testo intrigante, complesso ed antinomico, scritto da uno spirito aperto e profondo, che non teme di addentrarsi nei sotterranei della mente umana e delle sue contraddizioni.
Il titolo si riferisce a Il Grande Inquisitore, un capitolo centrale de I Fratelli Karamazov, l'ultimo romanzo di Fëdor Dostoievskij, pubblicato nel 1879, capitolo noto anche come La leggenda del Grande Inquisitore. La leggenda è un testo magnifico, poche pagine di profondità abissale, per molti il vertice della produzione letteraria del romanziere e pensatore russo.
La leggenda è ambientata nella Siviglia cinquecentesca, nella Spagna dell'Inquisizione, all'indomani di un immenso rogo ove più di cento eretici sono stati bruciati, di fronte al re e alla sua corte, tra la folla esultante. Improvvisamente, nella piazza antistante la Cattedrale, brulicante di uomini e donne, appare il Cristo, dopo quindici secoli tornato sulla terra, che è subito riconosciuto dal popolo che lo circonda e si prostra in festosa adorazione. La stessa folla ammutolisce però e tace quando, poco dopo, il Cristo viene fatto arrestare per ordine del Cardinale Grande Inquisitore un vecchio di quasi novant'anni, alto e diritto, dal viso scarno, che da lontano ha assistito alla scena. La folla, come un solo uomo, si inchina davanti al Cardinale, che la benedice con un gesto e passa oltre. Il prigioniero viene condotto dalle guardie nei sotterranei della Cattedrale e rinchiuso nella cella più profonda e buia.
Quella stessa notte il Grande Inquisitore si reca, da solo, con una lanterna in mano, nell'oscura prigione, per comunicare al prigioniero la condanna al rogo, decisa per il mattino seguente, ma non solo questo. Alla luce fioca della lanterna, dopo un lungo silenzio, l'Inquisitore comincia a parlare, mentre il Cristo lo fissa attento. L'inquisitore parla a lungo, nel silenzio della cripta. Nessuno deve assistere a quell'incontro, è un incontro tra due esseri che hanno accesso alle cose ultime, segrete e forse oscene, per questo avviene di notte tra le mura di una cella nei sotterranei della cattedrale di Siviglia. È solo qui, in un luogo celato agli occhi del mondo, che l'Inquisitore può non mentire e tratta il Cristo non come l'eretico da mandare al rogo, ma come l'unico suo pari, il solo all'altezza di un confronto, quasi il suo confessore.
L'Inquisitore accusa il Cristo di essere per gli uomini fonte di dolore e sofferenza, causa i suoi insegnamenti sulle libertà interiori e afferma che gli uomini, contrariamente a quanto crede il Cristo, non anelano alla libertà, ma alla sottomissione, che toglie loro l'angoscia di essere padroni del loro destino, di essere consapevoli di ciò che li circonda, di dover compiere delle scelte. La libertà, nelle parole del Cardinale, è la massima causa di inquietudine per l'uomo, l'obbedienza e la sottomissione, liberano da questa inquietudine, questa la ragione del loro volontario e benefico trasferimento ad una autorità superiore, sovrana.
L'Inquisitore vanta il merito di aver assunto su di sé l'onere di quella libertà che gli uomini temono: Noi li convinceremo che soltanto allora diverranno liberi: quando rinunceranno alla loro libertà per noi e a noi si sottometteranno. E ancora: Sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono più che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l'hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo. Ove il “noi” si riferisce alla Chiesa Cattolica e alle sue alte gerarchie.
L'Inquisitore è anche il vero difensore dei deboli, giacché: ...a noi sono cari anche i deboli. Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dei per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi!
E ancora l'accusa al Cristo: Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l'hai ancora accresciuta!
L'Inquisitore continua così a lungo, e aggiunge infine: domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sì, forse Tu lo sai, dice ancora, profondamente pensoso, senza staccare lo sguardo dal suo Prigioniero.
Per tutta risposta, il Cristo non parla, lo sguardo è penetrante, ma rimane muto, sembra non voler obiettare nulla. Poi si avvicina lentamente, continuando a fissare quegli occhi incavati e sfiora con un bacio le labbra secche e grinzose del vecchio. L'inquisitore rimane immobile, stupito. Dopo un lungo silenzio, apre una porta della cella che porta all'esterno e dice al Cristo: Vattene e non venir più... non venire mai più... mai più! Il Prigioniero si allontana. Così termina la leggenda.
Nella metafora il Grande Inquisitore rappresenta il potere, il male assoluto, nelle vesti del potere ecclesiastico che si è impadronito nei secoli dell'insegnamento del Cristo: la libertà, il bene massimo.
Alle esternazioni dell'inquisitore, il prigioniero oppone silenzio. Il silenzio come risposta: cosa può significare? Il dilemma che si pone tra il Cristo e l'Inquisitore non ha una soluzione, non ha una risposta. Nella leggenda, come spesso accade, la forza sta nelle domande, non nelle risposte. Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure del tuo risentimento dice il Cardinale, ma alla fine lascia andare il suo prigioniero, rinuncia a mandarlo al rogo, gli chiede solo di non venire mai più. Forse il Grande Inquisitore ha capito che il suo potere ha bisogno della libertà, perché è solo sulla libertà che il suo potere si esercita e senza quella non può esservi questo.
Ma allora, verrebbe da dire, se la libertà è il presupposto del potere, è vero anche il contrario? La libertà ha bisogno del potere per inverarsi? E senza potere non vi può allora essere libertà?
Il lieve bacio del Cristo, l'unica sua risposta, significa forse che solo attraverso l'amore la libertà può fare a meno del potere?
Nel libro, la leggenda è il filo conduttore per profonde riflessioni sull'enigma del conflitto fra potere e libertà, sulla natura ultima di questo e di quella e su tutto ciò che vi si collega e ne discende. Un argomento le cui implicazioni sono, a parere di chi scrive, il cuore stesso dell'anarchismo.
Dopo il lungo percorso nei meandri dell'enigma, l'autore tocca da ultimo il tempo nostro e quel sistema di dominio indistinto e totalizzante, tale che: l'Inquisitore non avrebbe potuto immaginare di meglio, nel suo proposito di assoggettamento delle menti e delle coscienze. Le mille forme di quel dominio sono sintetizzate in una parola: “frastuono”, un rumore di fondo, un qualcosa che sempre ci avvolge e stordisce, tanto da aver generato in molti una sorta di “horror vacui” sonoro e visivo, una insofferenza per il vuoto e per il silenzio, che deve essere riempito continuamente con cose, aggeggi, oggetti, musica quale che sia, rumori, messaggi, parole far crescere parole con e su altre parole, non importa se volte non a chiarire ma a stravolgere i significati: le parole, devono rispettare il concetto, non lo devono corrompere, [...] così che la guerra diventi pace, la libertà schiavitù, l' ignoranza forza.
Contro questo mondo di luci e rumori, evocando il Cristo muto nell'oscura cella della Cattedrale, viene proposta un altra parola: silenzio. Al contrario del rumore, il silenzio è pericoloso, può mettere ciascuno di fronte a se stesso, può generare introspezione ed essere creativo e libero, può essere eversivo. Nel silenzio possiamo ritrovare noi stessi e scegliere se essere servi o essere liberi. Diversamente dal frastuono, il silenzio non è corrompibile ne controllabile dal potere, non si vede e non si sente, non ha parole.
In una breve nota finale, l'autore si dice ben conscio che in altre parti del mondo il dominio ha ben altri metodi: violenza, fame, ricatto, povertà... Ma si chiede anche se quella condizione e il suo perdurare non siano un indotto della vittoria dell'Inquisitore nel mondo che chiamiamo “sviluppato”. Su questa rivista, Andrea Papi propone di non combattere frontalmente il potere, cosa ormai vana, ma di “sottrarvisi” in collettività autonome, libere e libertarie. Papi ha ragione, ma prima ancora, ci vorrebbe forse un lungo, lunghissimo se necessario, minuto di silenzio... per essere certi della “nostra” libertà.
Una collettività è tale solo se composta di individui liberi, e diviene un entità politica, un progetto, quando è in grado di trasmettere il gusto e il valore per scelte intimamente libere, libere dalle trappole del sistema ma anche da dogmi politici e rigori ideologici.

Post scriptum. Vorrei dedicare queste parole ad un uomo libero che ci ha lasciati da poco: Gianni Bertolo, che nel 1966 disegnò materialmente la A cerchiata, ripresa allora dalla “Gioventù Libertaria” di Milano e che ispirerà poi il titolo e il simbolo di questa rivista di cui, dal marzo 1972 al febbraio 1973, fu anche direttore responsabile.

Enrico Maltini



L'anarchico e il commissario/
Ma quel Pinelli è un contenitore vuoto

Il carnevale dei truffati (di Piero Colaprico, regia di Renato Sarti) è lo spettacolo andato in scena al teatro della Coperativa di Milano lo scorso giugno e che verrà replicato a dicembre 2015, su un testo di Piero Colaprico, con la collaborazione di Renato Sarti, direttore del teatro della Coperativa, in veste anche di regista e attore. Quest'ultimo impersona Giuseppe Pinelli, l'anarchico, a cui un dio grottesco, amante dei paradossi, interpretato in video da Paolo Rossi, che con la sua interpretazione surreale strappa facili risate, impone di camminare per l'eternità a fianco del commissario Luigi Calabresi, Gigi, a cui dà sembianze un Bebo Storti che lo rende un romano simpatico e gigione. In un contesto in cui il “coro delle voci morte” accomuna tutte le vittime di quegli anni in un unico lamento (da Fausto e Iaio a Ramelli, dall'agente Annarumma alle vittime delle stragi, Tobagi e il giudice Galli), il brillante commissario e l'anarchico depresso che gli fa da spalla, vengono rimandati sulla terra da dio e vi rimarranno 8 giorni ripercorrendo, sfogliando e leggendo giornali, gli ultimi 45 anni della nostra storia e trovando in Berlusconi, chiamato Plasticoni, e nelle sue olgettine, motivo di sconforto tale da voler tornare nel limbo da cui provengono rimpiangendo i “bei tempi” in cui c'erano degli ideali. Rimane l'ulteriore perplessità che si scandalizzino per il linguaggio scurrile e per delle donne nude e non per le bombe o le stragi o le ecatombi di migranti. Diciamo che l'argomento non sembra dei più attuali pur comprendendo come sia stato importante per l'autore.
È uno spettacolo che vede modifiche in corso d'opera, da una prima pesante, per contenuto e messa in scena, una replica successiva da me vista aveva portato a una recitazione più convinta e a tagli nel testo che lo rendevano meno greve.
Resta il dubbio su che cosa esattamente dovrebbe essere questa rappresentazione che risulta sospesa tra il serio e il faceto senza che una delle due tendenze riesca a prevalere in maniera significativa dando spessore. Si è fatta una scelta, quella di mettere insieme come voci narranti due persone nella realtà contrapposte e che nello spettacolo mostrano una irritante complicità quasi goliardica che forse è quella che gli attori hanno nella vita, non quella dei protagonisti presi a pretesto, uno sicuramente vittima innocente, l'altro anche lui vittima, ma sulla cui innocenza c'è molto da discutere.
Perplessità anche sul perché si è voluto prendere Pinelli per renderlo un contenitore vuoto di propri contenuti e riempito di pensieri e parole altrui, in un azzardato accostamento che abbiamo già visto e che sempre stride con una realtà che è ancora una ferita aperta nella vita di molte persone.
L'idea di fondo, trattata in maniera più coraggiosa, poteva essere valida, rimane la sensazione di superficialità con cui vengono affrontati questi temi e che una simile operazione alle persone più giovani non insegni nulla, ma che porti, ancora una volta, a mettere insieme tutto e tutti in un calderone, una “memoria condivisa” molto discutibile che suscita ancora più dubbi venendo da persone che tanto hanno dato e continuano a dare per il rispetto della storia e della verità.

Claudia Pinelli



Jasmina: apolide,
esule, clandestina

“Credo che il mio successo dipenda dalle circostanze, mentre considero normali i miei fallimenti. È perchè sono nata donna”.
Niente di più desolante di questa constatazione? Macchè. La consapevolezza di Jasmina diventa energia, l'energia a sua volta si trasforma in una vita ribelle e poco incline alle regole; la vita acquista la bellezza del gioco, che non dipende dal contesto, dall'età o dalle variabili sociali; la ribellione diviene a suo modo equilibrio, pensiero libero, ma anche comprensione e accoglienza, per se stessa e per gli altri. Saggezza, addirittura.
L'autobiografia di Jasmina (Jasmina Tesanovic, La mia vita senza di me, Infinito edizioni, Formigine - Mo, 2014, pp. 201, € 14,00) non è dato sapere quanto romanzata (l'autrice dice molte verità, ma quasi tutte sono inventate), parte da un assunto fondamentale: poiché prima o dopo, nella vita, chiunque di noi è costretto a fare qualcosa che proprio non gli va, tanto vale risolvere il problema alla radice. Perciò, quando opporsi alle situazioni sgradite diventa inutile o peggio dannoso, l'importante è imparare ad affrontarle “senza di sé”.
Questa filosofia di vita – geniale e semplice al tempo stesso – nasce da un piatto di zuppa, che Jasmina ragazzina non vuole a nessun costo mangiare e che invece i genitori si ostinano a propinarle; così, per mettere fine a lacrime e rimproveri, decide semplicemente che la mangerà, ma lo farà “come se non fosse lei a mangiarla”.
Lo stratagemma le tornerà più volte utile nella vita, in situazioni ben più complesse di una zuppa sgradita.
Jasmina attraversa il comunismo, la guerra, svariati paesi, tre matrimoni, la malattia senza mai perdere ritmo e ironia, e nemmeno la capacità di uscire da sé e fare come se il problema, la disgrazia, la seccatura, la complicazione del momento fossero vissute da qualcun altro.
La condizione della donna, il femminile raccontato attraverso le figure forti della famiglia – la mamma, la nonna – è certamente un motivo portante del libro; così come lo sono il comunismo prima e la guerra dopo, con le loro conseguenze difficili o tragiche che svelano però, tratteggiate dalla penna di chi scrive, piccoli e insoliti aspetti ironici, di un efficacissimo umorismo nero.
Nel comunismo di Jasmina i ricchi ostentano la loro povertà, il maresciallo Tito diventa un quasi-parente, la tomba l'unica possibile proprietà privata (e poi, volete mettere? un appartamento è per una vita, ma una tomba è per sempre).
La guerra – quella che non troppi anni fa ridisegnò i confini di intere regioni vicino a casa nostra, soffocando molte vite umane e l'idea che l'Europa fosse un continente maturo e libero da certe contraddizioni – diventa l'occasione per sperimentare condizioni estreme, senza perdere la fantasia.
Jasmina non ha nulla da insegnare, forse per questo da lei si può imparare molto.
Se vi capita di incontrarla di persona, guardatela negli occhi: sono chiari e profondi come la sua intelligenza, e l'irrequietezza che vi regna ricorda i paesaggi Balcani.
Apolide esule e clandestina da una vita, al momento ha deciso di mettere radici. Per farlo ha scelto Torino, perché – dice lei – in questa città certe volte c'è una luce straordinaria.
E meno male che c'è Jasmina a farcelo notare.

Claudia Ceretto



Ma Taranto è lontana
(dalla Svizzera)

Taranto è lontana. Lontana dalla Svizzera, lontana anche dall’angolo più meridionale della Svizzera. E non solo geograficamente: lontana dalla realtà, lontana dalla coscienza, dalla solidarietà. Un malaffare altrui che ci scandalizza, che eventualmente ci coinvolge come giudici, non come coimputati. Perché mai?
Eppure, almeno per una sera di fine maggio, almeno emotivamente, siamo stati molto vicini a Taranto. L’occasione è stata offerta dalla rassegna cinematografica “Di terra e di cielo. Cinema. Ambiente. Natura. Esplorazione” promossa dall’associazione “Filmstudio 90” di Varese ed estesa all’area transfrontaliera grazie alla collaborazione con l’Associazione cultura popolare di Balerna (Canton Ticino).
Buongiorno Taranto è il film documentario presentato e poi discusso con il regista Paolo Pisanelli, presente alla serata; è una delle trenta proposte della manifestazione tenutasi tra l’8 maggio e il 18 giugno 2015. Un film delicato, dedicato ai protagonisti veri di questa tragica vicenda territoriale, economica, sociale, ambientale, sanitaria: uomini e donne, bambini, ragazzi, anziani che a Taranto vivono, che lì devono vivere, o che lì avrebbero voluto vivere.

Taranto - Il pirata sulla strada dell'Ilva

Delicato perché l’occhio della telecamera si è appostato con discrezione ad osservare e a farsi raccontare la quotidianità di una terra martoriata e in continuo martirio. “Di che morte volete morire? Di fame o di cancro?”. Suona così il cinico e inaccettabile dilemma che i politici continuano a porre ai tarantini. Senza vergogna, anzi, quasi atteggiandosi a salvatori che a colpi di “decreti salva Ilva” annientano le norme ambientali e sanitarie a tutela della popolazione con la giustificazione di dover salvare oltre diecimila posti di lavoro. “Non vi lasceremo morire di fame…”.

Taranto - Il tuffo nel Mar Piccolo

Delicato perché racconta la tragedia senza morbosità, rispettando il dolore, l’intimità che richiede, senza negargli la solidarietà, senza rinunciare a denunciare chi fugge dalle sue responsabilità.
Delicato perché mette in luce anche le numerose iniziative dei cittadini che autonomamente, senza più nemmeno dialogare con un’amministrazione priva di potere reale, cercano di riappropriarsi del loro territorio, delle loro coscienze, delle loro capacità di dialogare, ribellarsi al ricatto, alla rassegnazione, di lottare per un bene comune: la loro terra, la loro Taranto. Davanti all’enormità dei problemi, questo risveglio ha il sapore dell’eroismo: “Buongiorno Taranto” non è solo un fi lm indipendente, è un progetto per un nuovo giorno ma… il respiro dev’essere davvero molto lungo.

Noi ricchi, noi settentrionali, noi imprenditori, noi che abbiamo avuto la fortuna (finora!) di poter esportare le nostre pattumiere e le attività con maggiore impatto ambientale, di fronte a queste tragedie non possiamo nasconderci.
Saremo sempre coimputati perché beneficiari e dunque complici e corresponsabili di un modello malato. Taranto non è poi così lontana.

Paola Pronini

“Buongiorno Taranto” un film di Paolo Pisanelli realizzato insieme agli abitanti della città più avvelenata d'Europa con la partecipazione di Michele Riondino / Big Sur Cinema, 2014 - Durata 85'40” / www.buongiornotaranto.it
Buongiorno Taranto è una produzione dal basso fondata sul crowd founding. Per sostenere, promuovere, proporre, condividere scrivi a: info@buongiornotaranto.it.