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Rivista Anarchica Online


Rom e sinti

Sgomberi e affari

di Maria Matteo


Squallore, speculazioni, repressione, ammantati di “attenzione democratica” e solidarietà. Anche a Torino. Come per Mafia Capitale.


Viviamo come topi, se non abbiamo diritto nemmeno ad una baracca, allora tanto vale che veniate a spararci.
(dal documento dell'assemblea degli abitanti di Lungo Stura Lazio)


La storia del campo rom di Lungo Stura Lazio a Torino è uno specchio che ci mostra le viscere della nostra società.
Diverse vicende degli ultimi mesi ci hanno rivelato quello che tutti sanno: assegnazioni di appalti per la gestione di soldi pubblici ottenuta oliando nel modo giusto questo e quel funzionario, questo o quel politico. L'inchiesta su mafia-capitale o quella più recente sulla gestione del CARA di Mineo in Sicilia hanno rivelato una fitta trama di corruzione intorno al business dei rifugiati e dei rom. Gli affari sono tanto buoni da produrre alleanze trasversali tra destra e sinistra, perché la spartizione dei soldi mette tutti d'accordo.
C'è tuttavia un paradosso: le inchieste che inguaiano questo o quello, spalancando le porte del carcere per uomini e donne potenti, nascondono più di quanto non rivelino. Il dito indica la luna ma lo sguardo si concentra sul dito. La corruzione, una società intimamente corrotta come la nostra, fa parte del modo normale in cui vengono gestite le cose nel nostro paese.
Interi consigli regionali e comunali sono stati sciolti per ruberie, intrallazzi, firme false, ma le inchieste non hanno fermato la giostra, che gira al di là di chi la manovra.
La questione vera, indipendentemente dai modi più o meno allegri, in cui vengono assegnati gli appalti, è la gestione dei poveri, un buon affare per enti, associazioni, cooperative la cui ragion d'essere è proprio “l'emergenza” del momento.
A Torino, lungo le rive della Stura, dove per chilometri si estende l'area industriale della Fiat Iveco, lontano dalle case e dagli sguardi, è cresciuta la baraccopoli più grande d'Europa. Nei tempi “migliori” ci hanno vissuto sino a duemila persone.
Andava bene a tutti. Specie al Comune, non c'era niente di meglio che un campo abusivo in un posto che non interessava nessuno, neppure ai proprietari che non sono mai riusciti ad ottenere permessi di costruzione in un'area che ad ogni pioggia rischia di allagarsi.
Ne sanno qualcosa gli abitanti della “franz”, la “fossa”, l'area del campo più vicina al fiume, dove si sono concentrati i calderasc, i rom che hanno rifiutato la “rumenizzazione” imposta dal regime di Ceausescu e sono considerati “barbari” da chi abita più sopra, alla “platz”.
Quando si arriva al campo al tramonto, il fiume oltre le baracche distoglie lo sguardo dai cumuli di immondizia che assediano l'area. L'odore acre delle stufe sovrasta il lezzo dei cumuli.
Non c'è acqua potabile, perché il comune l'ha tagliata, sperando che la gente se ne andasse. Peccato che chi abita in Lungo Stura Lazio non abbia altri posti dove andare.
I tanti bambini che riempiono di vita le baracche tra fango e topi riescono a cacciare la tentazione di fuggire lontano, di chiudere gli occhi, di dimenticare la puzza.
Dopo la stagione degli sgomberi e degli incendi razzisti tra il 2008 e il 2010, la baraccopoli di Lungo Stura ha accolto tanta parte dei rom rumeni della città.
Gli equilibri sono saltati di fronte ai milioni di euro stanziati dal ministero dell'Interno – il dicastero era in mano al leghista Maroni – per l'emergenza rom a Torino.
L'amministrazione comunale, saldamente in mano al PD da decenni, ha messo in piedi un'operazione in cui buoni affari e immagine andavano a braccetto.
Se non fosse stato per un gruppetto di antirazzisti e per un paio di avvocati, il piano “la città possibile” sarebbe andato in porto senza troppi intoppi. Oggi, nonostante i principali media diano ampio spazio all'autodifesa del Comune, la vicenda sta mettendo in difficoltà l'amministrazione cittadina e, soprattutto il vicesindaco Elide Tisi, che, solo due mesi prima, durante un incontro alla sesta circoscrizione aveva dichiarato che il nuovo questore di Torino aveva due impegni importanti: “contrastare il movimento No Tav e sgomberare il campo rom di Lungo Stura”.
In un'intervista al quotidiano La Stampa di fine marzo Tisi ha dichiarato che dopo i primi sgomberi, al posto delle baracche, già cresce “un bel prato verde”. A Torino di chi ha il coraggio di dire cose impossibili si dice “facia d'tola”, “faccia di latta”, capace di mentire sorridendo.

Civilizzati e barbari

L'operazione “la città possibile” era un ingranaggio ben oliato che funzionava a puntino. Duecento rom meritevoli di “emergere” dal campo di Lungo Stura Lazio, il più grande insediamento spontaneo d'Europa, piazzati temporaneamente in strutture di social housing, erano il fiore all'occhiello con il quale Torino si vendeva come prima città italiana ad aver cancellato la vergogna dei campi. Peccato che l'operazione, costata 5.193.167,26 euro, abbia riempito le casse di una bella cordata di cooperative ed associazioni amiche - AIZO - Stranaidea - Liberitutti - Terra del Fuoco - Croce Rossa -, mentre ai rom “meritevoli” ha offerto due anni sotto ad un tetto, purché rispettino regole di comportamento a metà tra la caserma e l'asilo.
Il nocciolo dell'operazione è stata l'arbitraria separazione degli abitanti del campo in “meritevoli” ed “immeritevoli”, “civilizzati” e “barbari”, “adatti” ed “inadatti” ad una condizione abitativa autonoma e dignitosa. Ai primi – appena 250 persone a fine gennaio 2015 – l'offerta di una casa temporanea o la collocazione in sistemazioni di housing sociale, o ancora il rimpatrio “volontario” in Romania. Va da sè che quando i soldi finiranno, le cooperative cercheranno altri business, mentre i rom “meritevoli” finiranno nuovamente in strada, perché non avranno i soldi per pagare un affitto vero.
Come se non bastasse la struttura di corso Vigevano dove sono state ospitate alcune famiglie che hanno firmato il “patto di emersione” dal campo, gestita dal'associazione AIZO di Carla Osella, è di proprietà di una società controllata da Giorgio Molino, il ras delle soffitte, affittate a prezzi esorbitanti ad immigrati con problemi di documenti. Inutile dire che i locali di corso Vigevano non hanno l'abitabilità e quindi chi ci vive non potrà mai ottenere la residenza.
Agli altri seicento abitanti rimasti in Lungo Stura il Comune di Torino ha offerto la strada o la deportazione.
Duecento tra adulti e bambini sono stati sgomberati il 26 febbraio. 150 persone sono state rastrellate mercoledì 18 marzo, portate in questura, denudate e perquisite. Alla gran parte sono stati consegnati fogli di via che impongono di lasciare il paese entro un mese, due sono stati portati al CIE, da dove sono stati deportati.
Il tam tam aveva battuto la notizia che giovedì 19 marzo sarebbe stata sgomberata “la fossa”, la zona del campo abitata dai calderasc.
Poi, a sorpresa, il Tribunale europeo dei diritti dell'uomo ha imposto al governo lo stop momentaneo dello sgombero, perché non si possono buttare in strada uomini, donne e bambini senza offrire un'alternativa.
Un granello di sabbia ha cominciato a sporcare la vetrina luccicante del Comune.
Nei giorni successivi i quotidiani hanno dato ampio risalto alla notizia dello stop momentaneo imposto dalla CEDU, concedendo ampia facoltà di replica sia a Tisi, sia a Borgna, il pubblico ministero che lo scorso maggio aveva posto sotto sequestro l'area.
Neanche una riga è stata concessa al documento dell'assemblea degli abitanti del campo, che negli ultimi due mesi hanno cominciato, tra mille difficoltà, a discutere tra di loro, dando vita ad assemblee, in cui hanno cominciato ad autorganizzarsi, perché al prossimo sgombero nessuno venga più lasciato solo di fronte alle ruspe, alla polizia, ai vigili urbani.
Nel pomeriggio dello stesso giorno al Campus “Luigi Einaudi” c'era l'inaugurazione di un convegno sui rom, senza i rom. Non invitati c'erano anche gli antirazzisti di Gattorosso Gattonero che hanno aperto uno striscione, si sono presi il microfono per leggere il documento degli abitanti di Lungo Stura Lazio, gli unici a non essere mai stati interpellati su quanto veniva deciso ed attuato sui loro corpi, sulle loro vite, sul futuro dei loro figli.
Il vicesindaco Elide Tisi ha dato forfait all'ultimo momento, limitandosi a inviare una lettera. L'eco delle parole dei senza voce è comunque risuonata nell'aula nuova e linda del Campus. Pochi chilometri di strada da Lungo Stura Lazio, anni luce di repressione e disprezzo dalle baracche dove i rom vivono da anni tra topi e fango. La prima volta che le vedi quelle baracche fanno orrore. Poi vedi che sono state dipinte, che ci sono le tendine alle finestre, dietro cui brillano candele e luci scarne. E ti accorgi che l'orrore vero è quello di tanti giorni all'alba, tra lampeggianti, antisommossa e vigili urbani con il manganello e i guanti.

Maria Matteo

Il testo integrale dell'Assemblea degli abitanti del campo di Lungo Stura Lazio, letto abusivamente nell'aula magna del campus, lo trovate su www.anarresinfo@inventati.org.
Per info: gattonerogattorosso@inventati.org.