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Rivista Anarchica Online


 


L'arte
del vivere

Sarà banale incominciare parlando di precarietà, visto che non si fa altro che ripeterlo, ma il fatto che siamo in un'epoca così, di precarietà economica e lavorativa che condiziona lo scorrere delle nostre giornate e influenza il nostro umore, crea una precarietà esistenziale con la quale si cerca di convivere e sulla quale si provano ad inventare nuove forme di resistenza.
L'ordine delle cose è buttato all'aria e ciò che ha tenuto per molto tempo mostra crepe da tutte le parti: famiglia, modelli tradizionali di coppia, ruoli di genere, sessualità; dal pubblico al privato grande è il disordine sotto il cielo.
È questo lo tsunami di cui si parla nel libro L'amore ai tempi dello tsunami. Affetti, sessualità, modelli di genere in mutamento (Ombre corte, Verona, 2014, pp. 238, € 22,00). Un maremoto che le curatrici cercano di attraversare mostrando una serie di esperienze e riflessioni che, raccolte in volume, vanno a formare l'insieme, un po' eterogeneo ma armonico, del testo. Come a dire, in estrema sintesi, che ogni grave crisi mostra sempre un'opportunità di trasformazione e cambiamento creativo se si hanno gli strumenti e la capacità per starci dentro.
Racconti di vita vissuta e riflessione filosofica costituiscono capitoli di diverso impegno che a mio avviso cercano, sostenendosi a vicenda, di dare testimonianza concreta di esperienze molto interessanti.
Il volume è nato per iniziativa di un'associazione culturale bolognese - il cui nome, PrecArt - già la dice lunga. Obiettivo di questa associazione è quello di valorizzare la ricerca (accademica ma non solo) sulle tematiche di genere, compiuta da studiose/i che vivono in condizione di precarietà. Chiara Giuliani, Manuela Galetto, Chiara Martucci (le curatrici) e la maggior parte dei soci/e «vivono una condizione di precarietà che le contraddistingue dal punto di vista sia del lavoro “immateriale” che svolgono, sia degli stili di vita, dislocati a livello territoriale, complicati dall'assenza di una continuità di reddito e caratterizzati da relazioni affettive e d'amore anch'esse instabili, precarie o eccedenti l'idea tradizionale di coppia, amicizia e famiglia».
La domanda che emerge tra le pagine è questa: come si vive avendo un lavoro che non garantisce uno stipendio fisso tutti i mesi su cui poter contare, con la disponibilità/necessità a spostarsi, per tempi più o meno lunghi, in luoghi diversi del territorio nazionale e/o all'estero, con relazioni affettive, di vario genere, instabili e sentendo la necessità, oltretutto, di viverle in una maniera che non rientra più nei ruoli di genere stabiliti nella “normalmente intesa” coppia e famiglia? Quale significato vanno ad assumere queste parole – coppia, famiglia - se le si privano di tutti quegli stereotipi su cui è costruito il nostro immaginario?
Ovviamente chi racconta e scrive non ha risposte, ma testimonia e riflette criticamente sulle molteplici forme di ribellione a quell'insieme di strutture materiali e discorsi che possono essere unificati col termine etero-sessismo. Abbandonata quindi, più o meno felicemente, l'idea di amore/affettività solo all'interno della coppia eterosessuale, monogama – per quanto inserita in una versione moderna di coppia-matrimonio-figli e famiglia – inizia il disancoramento da tutta una serie di cornici sentite come autoritarie per entrare in una fase di sperimentazione queer. Termine col quale non si va a definire un atteggiamento sessuale non etero-normato ma – e in maniera estremamente più sfaccettata e complessa – tutto ciò che ha a che fare con l'identità di genere. Qualcosa che appartiene a categorie sia simboliche che materiali, dove la classe sociale, la razza di appartenenza e il capitale culturale hanno ruoli fondamentali.
In breve possiamo dire che questo è il territorio in cui si muove la riflessione di questo interessante libro che ha il pregio di rimane sempre molto interlocutorio/aperto e di non voler mai mettere la parola fine alle questioni che tocca. Tre cose fondamentali ci vengono regalate come aiuto per i tempi difficili in cui transitiamo: la prima, come già anticipato, è l'evidente possibilità di fare della crisi un'opportunità e, senza banalizzare, significa dire che visto che la terra trema tanto vale imparare a ballare, cioè non restare rigidamente ancorati a ciò che sta franando, cercando tutti i modi possibili e immaginabili per perpetuare il conosciuto, ma affrontare lo sconosciuto, con tutte le difficoltà e la paura che questo comporta e che il libro mette ben in evidenza.
«[...] il lungo lavoro di indagine e riflessione che abbiamo fatto per dare visibilità e riconoscimento alla pluralità di traiettorie di vita/lavoro, nostre e altrui, mi ha insegnato ad andare oltre gli approcci vittimisti e a vedere come per alcune donne e uomini la precarietà e la crisi abbiano costituito anche occasioni materiali per mettere in discussione le regole del gioco e sfuggire ai ruoli che normalmente avrebbero l'obbligo di adempiere: nelle scelte di lavoro e abitative, nelle abitudini amorose, nelle pratiche affettive, nei ruoli sociali, nelle tipologie di consumo. [...] Agire soggettivamente la precarietà significa assumersi il rischio e la libertà di prendere parte ad un sistema di innovazione capace di sfruttare incertezza, moltitudini acentriche e complessità per estrarne nuove forme di valore. [...] Cercando nel frattempo di creare e consolidare pratiche collettive: per costruire reti di protezione e mutuo aiuto da un lato, ma anche per re-imparare ad immaginare e sperimentare possibilità di cambiamento nel/del presente».
La seconda riguarda proprio l'idea di lavoro, di cui si parla sempre di questi tempi in cui il lavoro manca, mentre ci spingono verso un'accettazione passiva della svendita del proprio tempo e delle proprie capacità. Mai come in questo periodo è importante non vivere sensi di colpa e avere un'idea chiara del cosa significhi lavoro, per riappropriarsi o mantenere salda quella forza interiore che permette i sacrifici necessari a rivendicare i propri diritti. Ad esempio si dice:
«Mentre tutto cambia, si continua a considerare il valore del lavoro come un dogma indiscutibile e si moltiplicano tabù e non detti sulla sua mancanza, la sua organizzazione, sui criteri che orientano ciò che si produce e come lo si produce, e sul modo in cui si attribuisce valore agli esseri umani. Si tratta di una coltre di ipocrisia che continuiamo a tessere tutte e tutti (nostro malgrado?). Una coltre fatta di silenzi, di finzioni, di omissioni, e di connivenze che bisogna avere il coraggio di vedere e smascherare, se si vuole andare oltre la naturalizzazione dello status quo».
Terza cosa che il libro ci regala è l'idea di quanto sia importante la ricerca di una dimensione autentica in cui vivere affettività e amore, compreso quello genitoriale, che sono sì bisogni primari, ma con molteplici modi d'espressione. Siamo in un'epoca ricca di grande fermento – e il testo ne porta testimonianza - ma estremamente dura e pericolosa. Saremo noi, con le nostre scelte a stabilire che individui stiamo diventando. Quali tipi di rapporto stiamo ingaggiando con i desideri, l'amore e il bisogno di riconoscimento mentre lasciamo, ad esempio, che le piattaforme “social” regolino il flusso del nostro “capitale affettivo” , togliendolo sempre più dalla sfera privata? Saremo in grado di costruire forme di vita che sfuggano a questi meccanismi pervasivi? Quali impegni ci assumiamo per rendere buona la vita?
Abbiamo tra le mani un libro molto stimolante, che tocca trasversalmente un'infinità di temi fondamentali e lo fa in maniera assolutamente non banale. Scardina e si interroga, propone alternative e ne mostra la difficoltà, pagine estremamente vive, che rimestano in quel che si sta pensando adesso, in spazi piccoli, di nicchia certo, forse tra i migliori. Invece sui media imperversa la banalità.

Silvia Papi



Decrescita, anarchia,
amore, eutéleia

Ho letto con vero piacere Dall'economia all'eutéleia (sottotitolo: “Scintille di decrescita e di anarchia”. Edizioni per la decrescita felice, Editori Riuniti University Press, Roma, 2014, pp. 312, € 21,50), riflessione filosofica di Alessandro Pertosa.
Con coraggiosa autonomia di pensiero conduce a una visione che, oltre a dichiararsi tale, rientra nell'universo delle proiezioni concettuali e prospettiche dell'anarchia. Particolarmente interessante soprattutto se si pensa che è la risultante di un percorso personale di riflessione e di studi non movimentista, tanto meno militante. Proprio per questo è anche indizio della grandezza insita nei modi di pensare tendenti al libertarismo anarchico.
Il libro parte da un'analisi acuta e profonda, una critica irriducibile dell'economia, dei suoi fondamenti e della sua impostazione, presentata come non riformabile, soprattutto non “usabile” per un cambiamento radicale che riesca ad essere liberatorio, liberante e realizzatore di una libertà sociale diffusa, conviviale e condivisa. L'oikonomia, come viene costantemente nominata per ricordarne l'origine etimologica, si definì fin da subito sui capisaldi dispotici tipici della cultura e della visione greca. Il kyrios (il pater familias signore indiscusso) esercitava” [...] la sua autorità sulla moglie, sui figli e in misura ancor maggiore sullo schiavo, instaurando con i suoi sottoposti tre diverse tipologie di relazione: la prima, di coniugalità, con la moglie; la seconda, di paternità, con i figli; la terza, di padronanza, col servo” (pag. 32). Così l'oikos, la famiglia, era il luogo del potere tirannico, che attraverso il nomos era consacrato anche giuridicamente.
Quando il nomos, cioè le leggi che regolano le relazioni, si estese dalla famiglia alla polis, poi allo stato, fino al mondo intero com'è oggi, si mantennero le stesse dinamiche relazionali e culturali profondamente diseguali e violente che erano in uso all'interno dell'oikos originario. L'oikonomia dunque sarebbe irriducibile alla libertà perché, come è asserito in modo chiaro fin dal titolo del primo capitolo “L'economia è dominio”. Parla di economia in quanto tale, non soltanto quella capitalista, compreso il baratto o qualsiasi altro surrogato dello scambio economico. Chiarissimo quando afferma “ogni tentativo di riformare o ingabbiare l'economia all'interno di impianti ideologici fondati su concetti di giustizia ed uguaglianza risulta vano, perché non si può giustificare o rendere perequata una trama di relazioni basate essenzialmente sulla violenza e sul dominio” (pag. 42).
Un'innegabile radicalità il cui sbocco inevitabile è il ripudio tout court delle logiche e delle pratiche economiche come mezzi di scambio e relazione tra esseri umani. Liberata la strada si sono così aperti i varchi per l'eutéleia, che più o meno significa far bene seguendo fini condivisi, conviviali, comunitari e fraterni. Una proposta “rivoluzionaria, anarchica e decrescente non ancora concretizzata”, come è definita a pag. 238.
Pertosa, che insieme a Maurizio Pallante cura il sito-rivista www.artedecrescita.it, è un convinto sostenitore della decrescita, non intesa come fatto economico legato al pil (data la sua critica radicale all'economia in quanto tale), ma come progetto rivoluzionario che presuppone l'uscita dalla razionalità economica e dalle sue logiche perché al contrario sono fondate sulla crescita illimitata dei consumi e dell'uso delle risorse. La decrescita è il naturale sbocco di uscita dalla gabbia della voracità economica imperante.
Eutéleia e decrescita con un'impronta dichiarata decisamente anarchica, che si realizzano soltanto se c'è un rifiuto diffuso e condiviso degli individui di esercitare qualsiasi potere dispotico nei confronti degli altri. Una visione non dogmatica che mira “a elaborare forme appassionate di comunità [...], per superare il proudhoniano [...] principio d'autorità (politica, religiosa, militare, morale e sociale) che governa da sempre l'orizzonte dell'oikonomia” (pag. 291). Un anarchismo visto innanzitutto quasi come un suggerimento etico che impregna di sé le scelte, gli atti e la qualità delle relazioni all'interno delle pratiche e dell'orizzonte eutéleico, possibile solo attraverso il ripudio della cappa soffocante di ogni impostazione economica.
La coerenza teorica di questa visione è completata dall'amore come elemento fondante della qualità delle relazioni, sia sociali sia interpersonali, che dovrebbe sostituire gli scambi economici. “La chiave per cogliere questa rivoluzione ontologica e antropologica che propongo è l'amore universale; è quell'amore che supera la scissione nella relazione, è quell'amore che trasforma in un'esperienza concreta l'utopia della fraternità” (pag. 251). Il dono senza ricambio o contropartita quindi senza munus (dono che pretende restituzione), ma donum, dono che regala senza aspettarsi od esigere restituzione o ricompensa, quale superamento dello scambio economico che si dà per indebitare, quindi schiavizzare e sottomettere.
Nonostante la sua bellezza indiscutibilmente apprezzabile perché tenta di elevarsi dal piano meramente pratico ad un piano valoriale, una tale proposta mi sembra fragile. Una condivisione sociale estesa, seppur anarchica, sebbene debba tendere all'amore per gli altri come ben sottolineava Malatesta, per potersi realizzare non può fondarsi esclusivamente su di esso come strumento di relazione. La complessità umana non è fatta solo d'amore, qui connotato fra l'altro da tinte talmente elevate che rimanda alle esaltazioni cristiane delle origini. L'insieme dei sentimenti, delle pulsioni, delle reazioni psicologiche è ampio e vasto, conflittuale e contraddittorio. Se si fonda un assetto su un solo aspetto dell'umana condizione, in questo caso l'amore, quando se ne presenteranno altri facilmente crollerà.
Interessante alla fine dell'ultimo capitolo la critica che Pertosa fa ai pensatori e teorizzatori della decrescita. A Serge Latouche in particolare perché non capisce l'importanza della pratica anarchica per la sua realizzazione, vedendola soprattutto come ideologia anticapitalista invece che più semplicemente come una pratica di liberazione. Ma anche a Maurizio Pallante che, pur identificandola come “una strada e non la meta”, non riesce ancora ad aver presente l'eutéleia anarchica come prospettiva di riferimento.
Per usare le sue stesse parole, “l'eutéleia – nella mia visione – non è sinonimo di anarchia. L'anarchia è la modalità con cui si costruisce il nuovo mondo. Quindi l'anarchia è il mezzo che mi consente di operare verso l'utopia: questa utopia è l'eutéleia, che d'anarchia e di decrescita è fatta”, scritte in una mail di scambi d'opinione. Il suo panorama utopico, l'eutéleia, si realizza perciò attraverso modalità anarchiche di relazione sociale fondate sul rigetto dell'economia.
Un libro interessante e stimolante dunque, perché è innanzitutto un excursus teorico e filosofico che non pone, né propone, un percorso politico. Da una parte analizza a fondo i fondamenti del senso e della qualità delle relazioni umane e sociali, denunciando sopra ogni cosa il dispotismo insito nell'economia, la stessa che non a caso oggi determina e impoverisce la qualità dei vincoli e degli scambi in seno alle società. Dall'altra parte prospetta come dovrebbe essere al posto di ciò che è, cercando di definirne senso, fondamenti e significati fondanti.

Andrea Papi



Montelupo,
nuovo disco di canti anarchici

Loro li ho “conosciuti” per caso... mentre navigando in rete ascoltavo i miei amati canti anarchici. Si chiamano Montelupo e vengono da Roma, precisamente dalla zona di Guidonia e Tivoli.
Il progetto Montelupo nasce nel 2012 e mira al recupero dei canti anarchici italiani. L'attuale formazione della band vede Daniele Coccia alla voce, Eric Caldironi alle chitarre e Alessandro Marinelli alla fisarmonica, ai quali si aggiunge presto Nicolò Pagani al contrabbasso. Agli inizi di novembre è uscito il loro primo lavoro in studio con l'etichetta “Goodfellas”: Il canzoniere anarchico (2014, € 12,95).
Appena ho saputo la notizia non ho potuto fare a meno di comprare il loro disco, un po' per curiosità, un po' per la passione per il canto popolare e più di un po' per l'amore per quei personaggi ormai dimenticati raccontati dai testi di queste canzoni.
Come ogni buona collezionista di musica metto su il cd e leggo il libretto che lo accompagna. Non si può non leggere l'introduzione di Alessio Lega che scrive: “Ma cazzo! Questo è il mio disco! Era da un po' di anni che ce l'avevo in testa”.
La potenza di questo lavoro sta proprio nel fatto che le canzoni non tradiscono la loro naturale vocazione alla ribellione e alla propaganda, ma si presentano in una veste “svecchiata” (se mi è concesso usare questo brutto termine!) grazie ai nuovi arrangiamenti. Il lavoro mescola ritmi folk ad arrangiamenti più jazz, a cui si intrecciano divertenti marcette, fino all'appassionante “tango di Caserio”.
Quello compiuto dai Montelupo è un vero e proprio viaggio nella tradizione anarchica intrapreso attraverso le 17 tracce che compongono il cd. Sul libretto ogni pezzo è introdotto da una breve presentazione di Franco Schirone che spiega l'origine del testo, della musica o racconta la storia dei protagonisti. Solo per citarne alcune anche se tutte meriterebbero uguale considerazione non solo per la loro bellezza, ma perchè ognuna meriterebbe di essere rievocata alla memoria.
Il disco si apre con “La ballata del Pinelli” che narra le ultime ore in questura del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, una vicenda relativamente giovane che racconta la storia di un uomo che molti compagni, milanesi e non, hanno avuto il privilegio di conoscere.
Per tornare un po' più lontano nel tempo non si può non nominare “Il feroce monarchico Bava”. Nel 1898 in tutto il paese si erano scatenate numerose proteste in seguito al rincaro di alcuni generi alimentari di prima necessità. A Milano il re Umberto I, quello che i “nostri” libri di storia ricordano come “il re buono”, ordinava al generale Bava Beccaris di sparare sulla folla che chiedeva il pane.
Bellissima la versione contenuta nel canzoniere del Lazio di “Bevi bevi compagno”, nata dall'unione dei testi di “Se nasce l'anarchia” e da quello della canzone d'osteria “La canzone che ammazza li preti”, unificate da Sandro Portelli.
Immancabili i testi del celebre Pietro Gori: “Addio Lugano bella” scritta dopo l'arresto nel 1895 mentre fuggiva dalla polizia italiana e una versione dei suoi “Stornelli d'esilio” sulla quale non riuscirete a stare fermi. Vi commuoverete sentendo l'arrangiamento di “Dimmi bel giovane”, poesia internazionalista che riprende le parole pronunciate da un giovane per l'ammissione alla Comune di Parigi. Il disco si chiude con il tradizionale “Canto dei malfattori”, scritto da Attilio Panizza e che tende a rivoltare la continua accusa di “malfattori” con cui lo stato bollava gli anarchici.
Numerose le collaborazioni all'interno di questo primo lavoro dei Montelupo. Bianca Giovannini, cantante del complesso romano “BandaJorona”, presta la sua voce in alcuni pezzi insieme a tanti altri, come Giancarlo Barbati Bonanni, voce in “Bruceremo le chiese” o Andrea Ruggiero, violinista.
Che dire... un disco da ascoltare non solo perché piacevole, ma perché vivo.
Sarà forse la potenza della musica che ci salverà dall'oblio? Questo non posso assicurarlo, ma posso assicurare che i Montelupo sono riusciti a sottrarre alla dimenticanza tutte le storie, vicine lontane, collettive e individuali, raccolte in questo lavoro.

Camilla Galbiati



Piazza della Loggia,
un'opera lirica, il depistaggio

I quarant'anni della strage di piazza della Loggia a Brescia (28 maggio 1974) hanno avuto in dono un'opera lirica, Il sogno di un cosa, ideata da Mauro Montalbetti (compositore), Marco Baliani (autore, drammaturgo e regista teatrale) e Alina Marazzi (regista cinematografica). Può sembrare una contraddizione, ma non lo è: i tre artisti arricchiscono la memoria dell'attentato terroristico, che segue di cinque anni la bomba di piazza Fontana a Milano, e lo fanno seguendo una via nuova: siamo distanti dall'incedere satireggiante di Morte accidentale di un anarchico (Dario Fo, 1970) e, allo stesso tempo, dal teatro civile canonico, con il quale lo spettacolo condivide solo la tematica.

La copertina del numero “A” 030 (giugno
1974-luglio 1974) dedicata alla strage
di Piazza della Loggia

Il sogno di una cosa, invece, si caratterizza per una molteplicità di stili: musica, la cui partitura è eseguita dall'Ensemble Sentieri selvaggi diretto dal Maestro Carlo Boccadoro, teatro e installazioni video; diretta emanazione dei tre autori del progetto. Ne deriva una commistione di generi che ben si adatta a uno spettacolo senza una trama lineare, che procede per quadri: se il filo rosso rimane la strage di Brescia, non mancano riferimenti agli altri episodi che segnarono la strategia della tensione: piazza Fontana, la stazione di Bologna, l'Italicus, Ustica solo per citarne alcuni.
Un grande merito di questo spettacolo sta nell'aver portato sul palco, in tutta la sua vigliaccheria, l'antagonista con cui le indagini sulla strage di piazza della Loggia, ma non solo, si sono dovute scontrare: il depistaggio. Ulteriore monito e ulteriore conferma della direzione che dovrebbero prendere le decisioni in materia di stragi da parte degli organi preposti, intraprendendo così un percorso che possa portare a rivelazioni e verità che riguardano tutta la popolazione di questo Paese. Pur tra polemiche e difficoltà, il 24 settembre 2014, la Camera dei deputati ha approvato la legge per introdurre nel codice penale i reati di depistaggio e di inquinamento processuale; in attesa del parere del Senato, un piccolo, ma significativo, traguardo.
Il sogno di una cosa, espressione di marxiana e pasoliniana memoria, declinata a Brescia e nel resto d'Italia nell'auspicio e nella partecipazione per costruire una società migliore in cui vivere e da lasciare a chi verrà, ci fa intuire, fin dal titolo, il carattere collettivo di questa rappresentazione; un carattere collettivo che non si deve fermare al palco, ma raggiungere la platea e proseguire per via, così da non rimanere solo una bella serata a teatro.

Matteo Pedrazzini



Taranto,
città invisibile

Venditori di fumo. Quello che gli italiani devono sapere sull'Ilva e su Taranto di Giuliano Pavone (Barney edizioni, Milano 2014, pp. 251, € 16,90) esordisce con due citazioni tratte dall'ordinanza di sequestro dell'area a caldo dell'Ilva di Taranto, disposta dal Giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco, nel luglio del 2012: “Chi gestiva e gestisce l'Ilva ha continuato nell'attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. “La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all'ambiente e alla salute delle persone”.
L'autore dedica il libro non solo alla memoria del piccolo Lorenzo Zaratta, una delle innumerevoli vittime dell'inquinamento industriale, ma anche “a chi ama Taranto e lo dimostra coi fatti”, riferendosi agli esperti attivisti che operano nell'associazionismo ambientalista tarantino e che si spendono e si sacrificano quotidianamente per portare alla luce la verità, in quanto l'omertà, la menzogna e la connivenza a Taranto fanno ancora più rabbia della noncuranza con cui l'industria ha devastato ambiente e distrutto vite umane, per la logica spietata del massimo profitto dei padroni. Parafrasando Italo Calvino, Taranto sembra una “città invisibile”, in senso letterale, in quanto dimenticata e sconosciuta ai più. La politica nazionale è sempre rimasta sorda alle richieste di aiuto giunte più volte dal capoluogo jonico e, anzi, ha adeguato l'impianto normativo alle esigenze dell'Ilva, della grande industria, piuttosto che pretendere il rispetto delle regole da parte del colosso siderurgico. La politica locale, inoltre, dopo anni di stasi sostanziale, sembrava, anche grazie alle spinte dell'associazionismo ambientalista e ecopacifista tarantino, aver preso a cuore il problema, invece, ha palesemente tradito le aspettative, mostrando un asservimento perdurante alle bieche logiche del profitto e della grande industria. “Città invisibile” Taranto lo è in senso letterale, perché sconosciuta, dimenticata, poco considerata e compresa, abbandonata.
Con “Le città invisibili” di Italo Calvino ha in comune la natura fantastica, estrema, fortemente allegorica: doppia come due sono i suoi mari, piena di contrasti, liquida e sfuggente. Taranto, in questa congiuntura, sembra visibile, ma non è niente. Anche se potrebbe essere tutto. Una città dove regna la convinzione che nulla mai possa cambiare, in una sorta di anno zero, dopo anni di sostanziale immobilismo: il blocco, da parte della magistratura, dell'azienda matrigna, il siderurgico più grande d'Europa, un colosso esteso che apre disparati orizzonti davanti alla città, dalla crisi occupazionale e irreversibile a tensioni sociali fuori controllo, nell'implosione più totale.
L'alternativa? Messa a norma degli impianti, riconversione, bonifiche e sostanziale ripensamento dell'economia cittadina, come esempio di nuovo modello di sviluppo ecocompatibile e ecosostenibile, per un futuro salubre e prospero. E se il terremoto politico-giudiziario si rivelasse l'ennesimo fallimento e tutto, ancora una volta, fosse destinato a tornare come prima del sequestro degli impianti siderurgici?
“A Taranto dominava un'accozzaglia di superficialità, scarsa preparazione, finta conoscenza dei problemi, mischiata a rozza e insensata sicurezza. In tanti credevano che l'inquinamento li avrebbe corazzati e che, respirando un po' alla volta i veleni, si sarebbero immunizzati. Una folle e insensata convinzione che albergava anche nella mente di gente laureata” . Così ha scritto Alessandro Marescotti, Presidente dell'associazione ecopacifista PeaceLink, nell'introduzione del fumetto “L'eroe dei due mari. Taranto, il calcio, l'Ilva e un sogno di riscatto” (Altrainformazione, 2012). In quanto attivista e redattrice di PeaceLink - Telematica per la Pace, mi sento di denunciare che il caso Ilva, attualmente, viene semplicemente rappresentato come una vertenza occupazionale o una mera questione di politica industriale. Ma i drammatici dati di malattia e di morte, che ancora qualcuno si ostina a mettere in dubbio e a confutare, vengono “derubricati a fattore scatenante di un problema esclusivamente economico”, anziché essere considerati essi stessi il vero problema. Taranto, nella sua tragedia lenta, silenziosa, inesorabile, è schiacciata sotto il peso del ricatto occupazionale e di relazioni pericolose e bieche connivenze che l'Ilva ha intrattenuto con coloro che erano preposti a controllare e denunciare le emissioni inquinanti: i sindacati, le forze dell'ordine, gli organi di giustizia, la stampa e la politica fino ai più alti vertici istituzionali ...e persino la Chiesa.
Il caso Ilva rappresenta, attualmente, il terreno su cui si misurano la credibilità e le autentiche priorità del nostro Paese, in una storia profondamente italiana, fondata su componenti umane e disumane di ignavia e di eroismo, di cinismo e solidarietà, di scelte avventate e corruzione, di malaffare, di grandi opere e omissioni. Dunque, Taranto è ormai la “città visibile” in assoluto, al centro di un interesse legittimo, in quanto costituisce, nella propria esplicita e implicita complessità, un caso che offre strumenti per analizzare problematiche dibattute e per interpretare a fondo i rapporti che intercorrono tra giustizia e informazione e tra politica e potere economico.

Laura Tussi



Cinema, riflessioni in disordine/
Dalla cantina

Austria + cantina = Fritzl e Priklopil. Mh. Ci si aspetterebbe, infatti, che Im Keller (“Nella cantina”) ultimo documentario del cineasta Urlich Seidl, sia la continuazione, o almeno, la ricerca della matrice di quelle realtà disturbate e sotterranee che han fatto rabbrividire il mondo intero. Di cine-precedenti già ne abbiamo: Michael (2011) di Markus Schleinzes è un esempio lampante.
E invece no. Seidl come al solito lascia a casa i compiti e ci mostra implicitamente il suo vero obiettivo: non l'investigazione del singolo, ma la curiosità di svelare l'anima umana, polverosa e arrugginita, partendo dai suoi “caratteristici” connazionali. A quanto pare, quest'anima si trova in cantina. La cantina, infatti, è il vero soggiorno per il bourgeois transalpino e transfrancese: l'austriaco tipo si trova a suo agio dove l'italiano tipo di solito accatasta valigie rotte e vestiti di venti estati fa.
Seidl ci accompagna in un grottesco tour del seminterrato: siamo quindi ospiti di una coppia estrema sadomaso, di un cantante lirico che ha trasformato la sua cantina in un circolo di tiro, di un simpatico beone che suona il trombone ed è ossessionato da Hitler e chi più ne ha più ne metta.

Un fotogramma del film Im Keller

Ancora una volta, con Seidl, non ci si ferma mai al primo piano, bisogna mettere a fuoco tutto. Ben lontano dal mostrarci il classico caso di fiera degli orrori tipica delle televisioni che somministrano al solitomino Silveriano un po'di autostima, ci troviamo a digerire malamente immagini di persone e vite che, per quanto possano essere antitetiche con le nostre, ci dicono tanto di chi siamo. Così, nella coppia sadomaso troviamo la voglia d'amore, nel signorotto dal do di petto e dal grilletto facile la confusione politica del mondo moderno, e nel trombonista pseudo-filo-nazista ci troviamo a ridere, non di lui, ma delle sue battute.
Seidl non ha mai nascosto il suo interesse per le sfumature più torbide dell'animo umano, presenti in tutta la sua filmografia, dai primi documentari come The Last Men, fino alla trilogia Paradise. Ma dove i detrattori vedono nel suo cinema un odio manifesto verso il prossimo, io vedo un acuto e costruttivo interesse nell'umanità. Acuto: perché Seidl è un mostro della mise-en-scène reale. Quest'ossimoro filmico si materializza nei suoi protagonisti, che si aprono totalmente di fronte alla camera, nudi e inermi e sinceri, come in trance, ci svelano i loro più intimi segreti e passioni. Da buon demiurgo, Seidl li manipola per l'inquadratura perfetta, ma il succo c'è, si sente, è amaro, ma va giù.
Costruttivo: perché per chi ha fede nell'uomo, per chi ha voglia di conoscere, per chi è pronto a confrontarsi con le diversità, lo sguardo di Seidl ci porta a una riflessione continua con e su noi stessi. Un meccanismo automatico che ci guida all'autocritica e alla di(co)struzione di molti luoghi comuni che sono inesorabili e onnipresenti, ma si fa presto a dimenticare, avvolti dalle paccottiglie poco riciclabili targate “famiglia”, “patria”, “società”.
Abbiate pazienza, rabbrividite alla violenza grafica di alcune cantine e cantinieri, ma lasciate che il vostro cervello si specchi in queste immagini, lontano dal narcisismo, e vicino all'anarchismo.

Nicolò Comotti

P.S: voi mi chiedete dove e quando vederlo? Eeh... boh?! La rete non mi suggerisce nessuna prossima uscita italiana. Vi posso solo dire di tenere gli occhi aperti, un consiglio “legale” può essere MUBI, ottima piattaforma online per il cinema d'autore. Per quello para-legale... la rete è la rete, ce la caviamo così.



Anarchia e cristianesimo/
Convergenze parallele?

“Cattolici e anarchici” sarebbe una strana congiunzione – a mio avviso falsa, perlomeno, a causa dell'incompatibilità dei due congiunti. “Cristiani e anarchici”, al contrario, è un'assimilazione che richiama analogie profonde e strutturali. Omonimo libro, quello di Lucilio Santoni (Cristiani e Anarchici: viaggio millenario nella Storia tradita verso un futuro possibile, Infinito Edizioni, Modena, 2014, pp.144, € 12,00), si caratterizza come un'articolata riflessione tra il cristianesimo (originario, precedente alle confessioni che ne hanno tradito molti degli assunti) e le condizioni di possibilità dell'anarchismo. Se anarchia significa ribellione alle gerarchie, ordine senza Stato, società senza dominio e vita senza biopolitica, cristianesimo significa parafrasi, seppur rivelata dai cieli, di molte di queste istanze. Cristo, si creda o no che sia figlio di Dio, e certo non ci credo io che non ho mai abusato di stupefacenti particolari, è stato un anarchico con pochissimi precedenti: ribelle all'impero romano, contro le gerarchie del suo tempo, creatore di micro-comunità (pensiamo agli apostoli) alternative, e teorico di una fondamentale distinzione tra giusto e giustificato.
Anarchici e cristiani, dunque, non una dicotomia ma secondo Santoni un'omonimia. Abile nell'unire, l'autore, comprende che astraendo da tutto, forse da un po' troppo di questo “tutto”, cristianesimo e anarchia sono due filosofie volte a sfumare le distinzioni tra i pronomi della distanza: “io” e “noi”. L'alterità, che sia per Cristo o per Thoreau, è ciò che rende umani: agire per, ovvero fare con uno scopo che tenda a un altrove abitato, è l'unica forma di azione possibile. Penso dunque siamo, al contrario del solipsismo cartesiano, pare essere la firma di questo manifesto di Santoni colmo di azzardi, e dunque di enunciati interessanti, dato che senza azzardo non si fa nient'altro che ripetere già detti senza differenze.
Certo: io non so se davvero, come dice Vito Mancuso nella sua prefazione al testo di Santoni, l'anarchico sia l'unico vero cristiano, ma certo è che l'anarchico è l'unico che oggi prende sul serio l'idea che questo sia un mondo che vada vissuto senza piegarlo alla logica, aberrante e capitalista, del self-interest. Va da sé: il cristianesimo è contro i padroni in terra, ma rimane ancorato ai padroni del cielo: e se il potere bieco viene rifiutato, un altro strano potere rimane solido - quello di un qualcuno, sia pure divino, che può controllare ogni tuo fare, e punire ogni tuo dire. Nessuna critica, sia ben chiaro, al libello del Santoni: perché anche io credo che essere anarchici, un po' come cristiani, sia categoria dello spirito. E lo spirito, giustamente, può non avere a che fare con Dio, ma esporsi semplicemente al suo intendere l'esistere come ricerca della frugalità.
L'anarchia e il cristianesimo, onestamente, mi pare continueranno a viaggiare su binari assai lontani ma chissà che, a furia di correre verso un al di là che non sia solo aldilà, non si ritrovino in questo strano e futuro mondo possibile in cui la vita umana, come quella animale, prenda forma sociale in assenza di geometria statale.

Leonardo Caffo



Ma il sogno non è
il contrario della realtà

Non sono una grande esperta di graphic novel lo ammetto. Dimentico troppo spesso quanto sia meraviglioso il poter leggere dando anche nutrimento ad un senso estetico visivo oltre che mentale a noi stessi, che l'atto della lettura si compie.
Peccato perché nelle occasioni in cui invece mi sono cimentata in questo doppio viaggio, potenziato in più direzioni simultanee dell'apprendimento, in un universo di grafemi molto più ampio che il mero alfabeto, ne sono uscita assolutamente soddisfatta e con un immaginario più completo; una guida visiva esteticamente stimolante che accompagnava una storia avvincente. Si era trattato per lo più di pubblicazioni legate all'ambito libertario, che narravano vite di figure conosciute o meno del movimento anarchico, in cui la storia narrata veniva descritta graficamente da immagini e schizzi di inchiostro con, devo dire, sempre un bel tratto grafico a supporto dell'immaginazione creativa.
Questa volta invece mi è capitata tra le mani Pompei (NeoEdizioni, L'Aquila, 2014, pp.136, € 17,00), una graphic novel di cui subito la copertina ha rapito il mio sguardo. Mi si propone di leggerlo e dare un parere, in realtà mi si fa un vero e proprio regalo. Pubblicato nel settembre 2014 da Neo Edizioni, Pompei, scritto e disegnato da Toni Alfano, Pompei è un bellissimo romanzo grafico suddiviso in cinque capitoli – ciascuno introdotto da una citazione – e realizzato con l'uso di tre colori (bianco, nero e rosso), mediante inchiostro e matita. Arrivato forse nel momento giusto, di esso subito mi hanno colpita le tavole illustrate. Ancor prima di capire di cosa parlasse, e mi aspettavo al solito una storia con un inizio e una fine, mi sono sfogliata avanti e indietro quei piccoli capolavori che ogni pagina offriva, fronte e retro. Mi sono persa nel suo linguaggio visivo di così eclettico impatto, capace di sintonizzare molteplici stili grafici diversi, dal realistico al decorativo/stilizzato (non so se siano gli aggettivi giusti tecnicamente per definire le illustrazioni di Tony!) passando per schizzi da viaggio e appunti di ogni forma, accompagnate da didascaliche perifrasi o preponderanti calligrafie parlanti, come sibilline chimere e assolutamente parte integrante del disegno. Un dialogo continuo tra segno e senso, talvolta sinergico, talvolta dissonante e talvolta silente, criptico e misterioso, profondo, quasi oscuro... un sogno! Qualcuno l'ha definito, in breve, un diario onirico che racconta la ricerca di sé e degli altri. Una sorta di saggio filosofico che stuzzica l'intelletto su più fronti, che fa fare un passo in avanti alla graphic novel e la spinge dove non era forse mai arrivata. Non una storia da raccontare, da illustrare ma un'esplorazione nei ricordi, nei sogni, negli immaginari e nei tempi dell'umanità.
Un'analisi interiore e insieme una rassegna di stati d'animo comuni a tutti gli esseri viventi eppure così intimi e privati da non essere sempre di facile espressione collettiva. Un appassionante disorientamento coglie il lettore-osservatore alle prese con quest'opera è legato all'essere immersi in un immaginario potente e frastornante, chiaro e caotico, imprendibile e pieno di verità, vario, fatto di parti irrelate eppure inspiegabilmente tenute insieme. Pompei è viaggio visivo folgorante, il racconto di una scoperta, è un tentativo di ricondurre all'unità ciò che nella vita si sgretola o si blocca. Ad esso fa da sfondo una città riconsegnata alla modernità nell'istante della propria distruzione e diventa metafora per questo romanzo grafico poetico e potente. Pare essere un sogno (vividissimo), infatti, la dimensione entro la quale si muovono gli eventi, prendono l'avvio le riflessioni e i ricordi della voce che leggiamo. Così scrive Toni Alfano nell'introduzione dal titolo Pompei: “[...] le nostre vite, le nostre relazioni, i nostri ruoli, sono solo frutto di identificazioni, illusioni, destinate ad essere riassorbite nella forza che le ha generate: un sogno”.
Ma il sogno non è il contrario della realtà, è piuttosto ciò che esiste fuori dall'interpretazione, dall'utilizzo, dal rinvenimento incessante dei significati; è il vivere senza appigli, conferme, posizionamenti. Leggere questo libro è stata un'esperienza intensa; rileggerlo per scriverne un'avventura rivelatrice. Grazie anche a una recensione in particolare, trovata su un blog di letture, [http://squadernauti.wordpress.com/2014/11/25/pompei/] mi si sono rivelate probabilmente solo alcune delle migliaia di sottili connessioni, allusioni e rimandi che fanno l'occhiolino allo spettatore in uno scenario di lettere e simboli, allegorie poetiche visivamente penetranti. A quel punto l'ho riletto nuovamente e penso che inizierò ad usarlo come il libro delle risposte, avete presente? Quello che apri a caso una pagina e ci trovi tu la connessione. L'ho già sperimentato in qualche occasione con Pompei e ne sono stata deliziata! Certo, leggerlo tutto dall'inizio alla fine rivela intuizioni e riflessioni profonde sullo stato d'essere dell'umano, su realtà e sogno, sulle più recondite angosce del vivere, le paure e gli irrisolti, sulla visione del tempo e dello spazio, sull'ambiente che ci circonda e molto altro ancora, in maniera apparentemente confusa ma in realtà ben articolata con sapiente riflessione.
E il volo conduce il lettore al quarto capitolo, ai tre colori e all'inchiostro di Zeppelin (aperto da una frase di Ovidio), alla grafica e al carattere della prima e della terza parte; durante un viaggio in dirigibile, nella voce del narratore compare ancora il motivo della paura, del disordine da esso generato, di una vita che sfugge, del passato incarnato dall'infanzia. Si assiste alla pratica di decontestualizzazione di frasi proprie di certi ambiti (ad esempio, la bambina impegnata nell'esercizio ginnico che tra la folla annuncia: “a tutti i passeggeri”, p. 112); si ripresenta l'immagine del mattone rosso (già citato a p. 27) che si può portare con sé senza esitazioni solo nell'infanzia, allorché l'agire è un gioco libero da scopi e condizionamenti (“un gioco senza regole, senza ruoli, improvvisato e compiuto nella sacralità della trasformazione”, p. 112). Con una citazione di Tolstoj, si apre Molok. La sorgente, il capitolo quinto, che conclude questo multiforme sogno. Qui anche la paura avrà fine, qui l'umano affluirà (p. 130) in se stesso, libero, e accetterà la compresenza di realtà e sogno, dell'abbandono e del restare, della insopprimibile contraddizione dell'essere al mondo: “C'è un luogo dove la parte manifesta e quella non manifesta si uniscono. Dove i sogni possono descrivere la realtà e viceversa. Questo luogo è sempre accessibile. Le porte sono sempre aperte e i segreti che vi sono nascosti, rivelati. Pochi sono però quelli che decidono di addentrarvisi, perché la consuetudine umana, pur cogliendone il senso, non tollera il paradosso. Non sopporta che questo sia al contempo quello (p. 119).
Pompei è allora la rappresentazione di un sogno, di un'immagine che si trasforma nel tempo; l'io attraversa la pluralità e la molteplicità (di figure, di culture, di specie viventi, di esseri semplici e composti, di invenzioni disegnate) e si riunifica, pur rimanendo sostanzialmente dischiuso, e si disperde nel sentire, restando corpo. Lo smarrimento dentro il quale ci tiene Toni Alfano con quest'opera, che è di certo un invito al lettore a mantenere viva una coscienza individuale è il perdersi del fare esperienza, dell'“abbandono del noto verso l'ignoto”, un osservare per guardarsi dentro.

Gaia Raimondi



Cent'anni
di non-solitudine

È uscito il quaderno curato dall'Associzione Culturale Centro Studi Storici della Val di Pesa, “Storie di badanti e di badati” con saggi e introduzioni di Gabriella Fregoso e Stefania Mori, e illustrazioni del laboratorio d'arte Acquerellando, insieme alla Scuola d'Italiano del Circolo ARCI di S.Casciano. Il titolo esatto è BADA(n)TE BADarci – Storie (offerta libera, pp. 32).
La scuola d'italiano per stranieri della quale mi occupo da circa dieci anni ha, fra gli altri, lo scopo di dar voce dignità e cittadinanza a chi spesso non ce l'ha. Questo secondo lavoro dopo Il mondo è il tuorlo di un uovo sodo, rientra nelle attività della Scuola. In questo caso la parola è data ai numerosi assistenti domiciliari privati, detti badanti, che ci frequentano. Si tratta di giovani uomini, ma soprattutto giovani donne che vengono dalla Romania, dallo Sri Lanka, dall'America Latina. È stata una signora dominicana che alla nostra richiesta di raccontare per iscritto un episodio significativo della sua vita e una ricetta ad esso collegata - storia che avrebbe arricchito il lavoro pubblicato lo scorso anno -, ha risposto: “perché invece di occuparvi di storie legate al cibo non raccogliete le storie di quelle come noi che vengono da lontano per occuparsi dei vostri parenti, che li curano negli ultimi anni della loro vita e li accompagnano verso la morte?”. Abbiamo ascoltato, letto e trascritto i loro racconti e ci siamo imbattuti in una serie di elementi che, interagendo, complicano di molto le cose.
Chi ha bisogno di cura offre un'opportunità a chi ha bisogno di lavorare, ma a decidere chi, come e quando, sono altri: i parenti di chi deve essere assistito. Questi comuni cittadini, spesso lavoratori dipendenti sempre più deprivati dei loro diritti, diventano datori di lavoro, devono vedersela con leggi di mercato e con diritti altrui. La logica è tendere al miglior sevizio possibile con i costi più bassi. Non si ricercano particolari professionalità, piuttosto la disponibilità a non considerare “lavoro” il tempo impiegato. Le istituzioni, in ritardo rispetto al fenomeno dell'invecchiamento della popolazione, tendono a risparmiare sui costi dello stato sociale e invece di incrementare servizi adeguati cercano di cavarsela finanziando solo in parte l'iniziativa privata. Le sanatorie per colf e badanti sono una testimonianza di quest'atteggiamento, si capisce dal confronto con le leggi sull'immigrazione più rigide, selettive, aggressive.
L'opinione pubblica, come le istituzioni, tendono a minimizzare, a far finta di nulla come se il lavoro di cura fosse un normale lavoro domestico e che l'ultima parte della vita non fosse più vita. Sullo sfondo, la storia sociale della donna che - serva, colf o badante -, come sempre nei momenti difficili, deve interrompere il suo percorso di emancipazione, lasciare la sua casa e mettersi al servizio degli altri. Un badante scrive: “La domenica mattina io guardavo il computer, mi collegavo con la mia famiglia nel mio paese e lui diceva: “Dino lo vuoi il caffè?” rispondevo: “Aspetta vengo io”. Ma non facevo in tempo, dopo un minuto me lo portava lui. Anche con Novello sono stato molto bene. Era un amico. Me lo diceva sempre: “Deni siamo amici, vero?” Per Novello ero Deni, per Giorgio ero Dino.” Le storie raccolte sono sufficienti a comprendere che solo i rapporti umani di solidarietà e di amicizia possono rendere più accettabile la vita di chi è costretto a vivere queste esperienze.
Questo nuovo quaderno è collettivo, nel senso che hanno partecipato diverse associazioni che lavorano nel sociale. Ci sembra un buon viatico per orientare la discussione su un problema che, pur riguardando un numero molto alto di persone, stenta a uscire dalle mura domestiche.

Stefania Mori
stefaniamor@tiscali.it - www.cssvp.com



Una bella figura di anarchica,
maestra, naturista, femminista

“La paura della libertà possono averla solo i tiranni; la libertà degli altri non può in nessun caso nuocere alla nostra, a meno che non si voglia imporre con la forza; questo è il pericolo di tutti quelli che vogliono far valere la loro ragione su quella degli altri; dover ricorrere alla forza per imporla, cosa che deve generare la protesta e ribellione dell'oppresso e produce disarmonia nelle relazioni sociali, disarmonia che dev'essere sostenuta da leggi coercitive, eserciti, tribunali ecc. ovvero da tutto ciò che tanto critichiamo noi che propaghiamo la libertà integra dell'individuo come base della perfetta organizzazione sociale”1.
È uscito la scorsa estate un libro che narra la biografia di Antonia Maymón (Carmen Agulló Díaz e Pilar Molina Beneyto, Antonia Maymón. Anarquista, maestra, naturista. Edizioni Virus, Barcelona, 2014, pp. 278, € 20,00), un libro che mi ha aperto gli occhi sulla necessità della ricerca storica e del recupero della memoria. Dopo averlo letto mi sembra impossibile che finora potessimo sapere poco o niente della vita di questa donna, esempio di coerenza, ma anche protagonista in prima persona delle lotte e dei dibattiti dell'anarchismo spagnolo. Si tende a dire che in Spagna ci sia stata abbondanza di anarchici nella pratica ma che pochi si siano occupati della teoria: la vita e la grande quantità di scritti di Antonia Maymón ci lasciano testimonianza degli importanti dibattiti di inizo secolo in cui si delinea il movimento che con tanta forza arriverà al '36; e di come pedagogia e naturismo non siano meri interessi degli anarchici bensì caratteristiche intrinseche al movimento.
La vita privata e professionale di Antonia (1881-1959) è stata completamente dedicata all'ideale anarchico. Maestra già nel 1899, si orienta presto verso la pedagogia razionalista e vive gli anni dei grandi scioperi nella Saragozza di inizio secolo, città che accolse gli espulsi da Barcellona dopo i fatti della Setmana Tràgica e la fucilazione di Ferrer i Guàrdia. Tra questi, ricorda in particolare Teresa Claramunt come sua iniziatrice agli ideali anarchici “che apre gli occhi a una ragazza piena di pregiudizi” e con la quale fonda il Comitato contro la guerra in Marocco (causa della Setmana Tràgica). Dopo il suo intervento in comizi e manifestazioni subisce la repressione dello sciopero del 1911, e scappa a Bordeaux con il suo compagno, dove le segnalazioni della polizia ci dicono che continua la sua militanza tra i compagni esiliati e gli interventi come oratrice. Nel 1917, dopo la morte del suo compagno, la troviamo di nuovo in Spagna dove porta avanti un'instancabile attività; la sua vocazione pedagogica si plasma non solo nell'insegnamento ma anche nella scrittura di articoli e romanzi, e nella pronuncia di conferenze. Collabora con riviste pedagogiche, naturiste, anarcosindacaliste e femministe, e per gli argomenti che porta avanti nei maggiori dibattiti dell'epoca si può considerare una delle donne che più hanno riflettuto sull'anarchismo in Spagna.
La Maymón considera che la rigenerazione della società sia possibile solo attraverso una nuova pedagogia che reintegri l'uomo alla natura in tutti gli aspetti della vita. L'anarchismo offre una soluzione agli errori sociali e il naturismo è il mezzo per raggiungere un equilibrio con il resto delle forme viventi. Per questo porta avanti il nesso indissolubile tra anarchismo e naturismo, criticando fortemente il vegetarianesimo naturista che fa riferimento solo a questioni alimentari, poiché non si tratta solo della cura del corpo ma anche dello spirito. Lo sviluppo integrale fisico è permesso solo a pochi mentre la grande maggioranza muore facendo lavori estenuanti e disumani; da qui il nesso con l'anarchismo perché tutti abbiano diritto a una vita sana. Significativo è il concetto approvato dal Congresso Naturista di Malaga del 1927, di cui le era stata assegnata la presidenza: “Il naturismo non può essere solo questione di stomaco, bensì di naturalizzazione di tutti gli atti umani, il che è impossibile senza una trasformazione sociale che permetta lo sviluppo integrale dell'individuo”.
La critica alla scuola statale come strumento per perpetuare l'ordine stabilito è il motore che la muove: “Come un uccellino, che dopo tanti anni in gabbia non sa più volare o si mette a volare disperatamente scontrandosi contro il primo ostacolo che trova, così l'umanità all'uscire dalla prigione infantile, si trova disorientata, diventando alcuni pupazzi dei tiranni, ed altri tiranni dei propri simili, e tutti boia di se stessi.”2
Abbiamo notizia della sua presenza in molte e diverse scuole razionaliste della Catalogna ma anche di tutto il territorio spagnolo dove porta avanti il modello di Ferrer arricchito da un forte legame con la natura e la società. Vari ex-alunni intervistati ricordano come la sua pedagogia li “iniziava alla vita”. I continui spostamenti sembrano rispondere alle chiamate dei compagni dove c'era bisogno di una persona competente in materia di educazione ma anche alle forti reticenze esercitate dai circoli conservatori dei diversi paesini dove fu maestra. Oltre ad essere contrari ad un insegnamento anti dogmatico e alla coeducazione di bimbi e bimbe, sembra che le sue abitudini naturiste e la sua difesa dell'amore libero dalle istituzioni creassero scandalo. A questo proposito interviene nel famoso dibattito sul cameratismo amoroso tra Emile Armand e Maria Lacerda da Sousa: la Maymón difende relazioni sessuali libere basate sull'amore, inteso come comunione di caratteri, crede quindi nella monogamia ma nella libertà di entrambe le parti di terminare una relazione. Insiste sul problema della libertà di scelta femminile che è sottomessa all'indipendenza economica: nella società capitalista sono impossibili relazioni libere quindi le donne vendono il loro corpo in modo occasionale (prostituzione) o definitivo e legale (matrimonio).
Una delle sue rivendicazioni più ripetute è la maternità libera, cosciente e desiderata. Qui, come fanno notare le autrici, il discorso femminista sembra sottomesso a un'esagerata importanza della maternità, che considera di ogni donna, e all'importanza di preparare le bambine ad essere madri già dalla scuola con una materia chiamata maternología. Fa riferimento anche all'eugenetica (nella corrente del neomalthusianesimo) per evitare di produrre carne da cannone. Considera la madre come persona che è capace di dare la vita non solo fisicamente ma soprattutto a livello emotivo e intellettuale, figura che rivendicherà in alcuni romanzi difendendo il ruolo della madre adottiva e la possibilità di avere figli con chi si vuole e quando si vuole. Scrive anche racconti infantili contro i personaggi di fantasia e la superstizione.
Nel 1931 con la proclamazione della Repubblica troviamo i suoi articoli più rivoluzionari che criticano le riforme palliative repubblicane. Scrive contro la libertà “regalata” per legge dal governo dopo una dittatura militare: “ay! Questa merce non si vende né si procura gratis, si ottiene a forza di carne macellata e ribelli schiacciati; in quanto dono individuale, non si può trasferire ad altri e per questo quando gli incauti vollero allungare la mano per prenderla, se la videro sfuggire tra le dita. [...] Porque la libertad o se vive o no es tal.3
Negli anni '30 quindi quando aveva già cinquant'anni, si ha notizia di due figli adottivi di circa 20 anni di cui si prende cura e che danno una mano nelle scuole che gestisce, ma che poi nella sua vecchiaia non la riconosceranno come madre.
Con la rivoluzione del luglio 1936 la troviamo tra Castellón, Murcia e Valencia, non vuole incarichi politici per potersi dedicare completamente alla pedagogia, continua comunque a partecipare a comizi, si ricorda un intervento in ottobre '36 a fianco di Federica Montseny in cui afferma chiaramente che la lotta antifascista non era solo spagnola bensì mondiale e che la guerra doveva essere vista in un processo più ampio di rivoluzione sociale. Concetti fondamentali della guerra civile spagnola, vista a posteriori, ma che sorprende sapere che fossero così chiari in quel momento.
Collabora anche con Mujeres Libres tra il '37 e il '39, troviamo un suo articolo nel primo numero della rivista omonima dove critica l'educazione che si da alle bambine e loda il metodo Pestalozzi.
Nel 1939 con la vittoria franchista finisce in carcere ma esce nel 1940 per intercessione del prete del paesino murciano dove insegnava e a cui lei aveva salvato la vita nel 1936 col risultato che dovranno cambiare parrocchia al prete per le critiche dei conservatori...
Negli ultimi anni entra ed esce dal carcere e vive precariamente appoggiandosi a persone che la apprezzavano ma che come lei non possedevano quasi niente. Contro la sua volontà termina i suoi giorni in un ospedale di suore nel 1959.

Valeria Giacomoni

Note
1. Antonia Maymón: La Verdad, año I, nº9, 21 agosto 1932 citato a pag.88
2. Antonia Maymón: Helios, año VII, nº77, ottobre 1922, pág 201-202
3. Antonia Maymón: Estudios, gennaio 1932, pág 62-63



Anarchia, rom,
amore, Italia

Ho trovato il volume di Norman Nawrocki su una bancarella a Londra, letteralmente sommerso da una montagna di libri. In mezzo a tanti testi in inglese, è stato il titolo Cazzarola!, scritto in capital, ad attirare la mia attenzione; il sottotitolo poi, Anarchy, Romani, Love, Italy ha fatto sì che lo comprassi senza pensarci troppo.
Il libro di Nawrocki (PM Press, Oakland, 2013, pp. 320, € 14,20) mi risulta di difficile definizione; viste le sue caratteristiche, lo definirei impropriamente un romanzo storico, ma anche - forse sempre impropriamente - un romanzo realista. Divisibile in due parti, il racconto copre 130 anni di storia italiana e narra le vicende della famiglia Discordia, partendo dal bisnonno nato nel 1880 tra le montagne dell'Abruzzo, arrivando ad Antonio, musicista e studente di filosofia, la cui vita si svolge nel quartiere San Lorenzo a Roma. Sono cinque le generazioni che si raccontano all'interno dello stesso libro; storie ordinarie, di persone comuni, ma straordinarie per il loro contenuto. La famiglia Discordia è caratterizzata da un antagonismo che accomuna tutti i suoi membri; attraverso i loro occhi l'autore ricostruisce avvenimenti storici significativi, a cui hanno partecipato individui affamati di libertà e giustizia sociale come il biennio rosso, la resistenza al regime fascista, la settimana rossa.
Quello di Nawrocki è un tentativo di raccontare la storia italiana dando voce ai suoi protagonisti, a chi ha avuto parte attiva in quegli accadimenti e ha creduto e lottato per un cambiamento. È, a mio avviso, un tentativo riuscito di descrizione storica, di cui ho apprezzato la mancanza di linearità e l'accento sulla correlazione degli eventi. I personaggi sono uniti da un legame di parentela, così gli eventi descritti sono accomunati dall'opposizione ad ogni forma di autoritarismo, dalla resistenza alle imposizioni, dalla ricerca di libertà e uguaglianza.
Nella prima metà del libro troviamo le vicende di tre fratelli Discordia, Ricardo, Rafaele e Massimo, nati nel 1900, decisi a lasciare il villaggio natio in Abruzzo perché stanchi di una vita da braccianti nei possedimenti di un grande proprietario terriero. Sullo sfondo, l'Italia di inizio Novecento che non ha dimenticato i moti popolari del 1898, Bava Beccaris e i colpi di cannone sparati sulla folla affamata.
Presto le strade dei tre fratelli si dividono, con Ricardo che, ancora quindicenne, decide di mentire sulla propria età e partire per il fronte, ammaliato dalla propaganda sulla giustezza della prima guerra mondiale. Attraverso gli occhi di Ricardo, osserviamo la vita in trincea, vediamo tutti i proclami patriottici dissolversi di fronte all'insensatezza dell'uccisione di giovani che si differenziano solo per il colore della divisa; poi la decisione di disubbidire e l'avvicinamento ai movimenti radicali. Nel libro, il personaggio racconta la sua storia proprio ad un giovane collaboratore di A-Rivista Anarchica, intento a raccogliere testimonianze sui disertori.
Terminato il resoconto di Ricardo, il lettore si trova catapultato a Torino, tra le mura della fabbrica Fiat in cui Massimo Discordia lavora come operaio; si sta pianificando l'occupazione dell'intero stabilimento: è il 1920. Siamo in pieno biennio rosso e di nuovo l'autore ci mostra la storia attraverso gli occhi di chi vi ha preso parte.
Percepiamo così la tensione dei lavoratori nel pianificare l'occupazione, la rabbia che li ha spinti ad agire, la speranza nella rivoluzione sociale, la paura che li pervade al pensiero che possa sopraggiungere l'esercito e che al fallimento dell'operazione segua il licenziamento. Il lettore viene trascinato in mezzo a loro, tra gli operai che denunciano il mancato aumento dei salari nonostante il generale aumento dei prezzi; sembra di sentire il rumore assordante dei macchinari, il suono stridente del ferro sul ferro, le grida dei feriti, numerosissimi in quegli anni a causa dell'assenza di misure di sicurezza negli stabilimenti. Poi la decisione del partito socialista di non appoggiare né sostenere una rivoluzione e gli industriali che rientrano, non senza timore, nelle fabbriche.
L'escalation fascista segue alla paura di un possibile sovvertimento dell'ordine politico ed economico costituito, sono in molti a credere nei proclami mussoliniani; le camicie nere diventano sempre più numerose e armate. Poi la marcia su Roma, la dittatura, la nascita degli Arditi del Popolo e la resistenza. È qui che incontriamo Enrico Discordia, un partigiano, e sua moglie Isabella, una staffetta. Sono loro a descriverci le difficoltà della vita passata sui monti a contrastare la tirannia. È con loro che conosciamo le spedizioni punitive, le fughe, il confino. Il racconto è frammentato, arricchito da notizie tratte da giornali italiani, continuamente riportato a vicende più contemporanee, come la strategia della tensione degli anni '70, la difficile situazione della popolazione rom in Italia e il recente rafforzamento dei movimenti neofascisti nelle periferie di Roma.
Il continuo interrompersi della narrazione, i salti temporali, vengono utilizzati dall'autore per mettere in luce la presenza di un comune denominatore che accomuna tutti gli eventi descritti, quasi a segnalare un eterno ritorno della storia che ripropone costantemente le proprie dinamiche: la violenza compiuta da chi detiene il potere al fine di mantenere invariato l'ordine costituito e gli aspri contrasti in seno alla popolazione, tra chi si schiera con l'autorità e chi invece vi si oppone.
La seconda parte del volume ruota quasi unicamente intorno alla storia di due personaggi a noi contemporanei, Antonio Discordia e Cinka Dinicu; lui studente di filosofia e musicista, vive nel quartiere San Lorenzo a Roma, lei giovane rom trasferitasi in Italia dopo la morte del padre, vive non senza problemi in un campo nomadi nella periferia romana. A scandire la vita di questa coppia, razzismo, incomprensioni, pregiudizi e una continua contrapposizione noi-voi che non permette di vivere liberamente. Un gadjo e una rom, tanto malvisti per le strade di Roma quanto all'interno del campo. Cinka ci porta per i vicoli romani, dove suona il violino, mostrandoci tutte le difficoltà di una vita dettata dall'incertezza e dalla precarietà. In questa seconda parte l'autore traccia anche una descrizione delle periferie romane in cui aleggiano tensioni irrisolte, pronte ad esplodere da un momento all'altro; una situazione di cui i fatti di cronaca dell'ultimo periodo sembrano darci conferma.
Con la storia di Antonio e Cinka, si conclude una narrazione lunga 130 anni.
Cazzarola! è un tentativo ambizioso di presentare quasi un secolo e mezzo di storia dell'antagonismo e dei movimenti radicali in Italia, un progetto che richiederebbe forse volumi didascalici e lineari; la scommessa di Nawrocki è invece quella di proporre una soluzione diversa, un resoconto incalzante di testimonianze articolate sotto forma di romanzo.

Carlotta Pedrazzini



Destini incontrati
e raccontati

Si sente “un ladro di anime” Corrado Stajano per la curiosità mai sopita che lo porta a trafugare destini compiuti di uomini e donne (Corrado Stajano, Destini, Archinto, Milano, 2014, pp. 192, € 15,00). Figure tratteggiate di fino, interpreti della storia del Novecento. Nella raccolta dei ritratti, nell'arco di circa quarant'anni, la sensibilità di Stajano scrittore indaga e accoglie non soltanto il bel mondo popolato da protagonisti indiscussi, distinti, conosciuti. Certo, compaiono amici, maestri, penne note e volti di elevata caratura come Alberto Cavallari, “testimone di dignità perduta”, autentico artigiano della scrittura e grande giornalista, incontrato in casa di Elio Vittorini a Milano lungo i Navigli. E, riprendendo i titoletti degli articoli, conosciamo i destini dei conti di Collegno, di padre David Maria Turoldo, “il frate rosso”, di Cesare Cases, “il ragazzo di bottega che umiliò Thomas Mann”. Incontriamo Giulio Einaudi, “l'editore di un'altra Italia” e Franco Cavallone, “il notaio che inventò le toffolette”, tenera e morbida parola per designare gustosi dolcetti americani. Raffaele Mattioli, un banchiere umanista, illuminato, letterato e mecenate.
Non manca l'amicizia, nata in Sardegna, con Peppino Fiori, guida e maestro. Il giovane Stajano, con la trasmissione “AZ. Un fatto come e perché”, sarà coinvolto nell'avventura televisiva.
Facendo leva sul coraggio della verità, Fiori riuscirà a gettar luce sul caso Satgia, pastore innocente di Orgosolo condannato all'ergastolo, dando un decisivo contributo per la sua liberazione. A Milano, Stajano incontra l'amico e maestro sardo impegnato con la troupe di Tv7 per un servizio sui funerali delle vittime di piazza Fontana, e nel corteo funebre dietro le bandiere nere degli anarchici, anche Tiziano Terzani, il bravo cronista e “viaggiatore incantato”, con in groppa il figlio Folco.
Invece, l'esistenza di Claudio Magris, mai sentito nominare prima, si paleserà a Corrado Stajano, mentre insieme a Ermanno Olmi stava conducendo un documentario sulla lettura in Italia, nei primi anni Settanta. Nella biblioteca aperta nel cuneese da Giulio Einaudi, l'incontro con un contadino di Dogliani. Voleva leggere “Il mito asburgico” di Magris, lui, che aveva fatto la guerra contro gli Asburgo. “Si deve conoscere il mondo per progredire”, diceva. La saggezza contadina aveva colto nel segno.
Tuttavia, la prospettiva di Stajano presuppone sempre un'ottica dal basso.
Riaffiora nei suoi scritti chi è scivolato nelle retrovie della dimenticanza, oppure chi, sconosciuto, in qualche modo vive ancora nella mente. Destini ai margini, come quello di Danilo Montaldi, cremonese, classe 1929, morto “annegato coi suoi sogni di rivolta” al modo degli emarginati dei suoi scritti. I maestri? Un padre marinaio, condannato per aver scritto una lettera a un anarchico, e un piastrellista, il Butta, che portò in provincia la notizia delle purghe di Stalin. Accanto, una moglie capace di alleviargli la sofferenza di emarginazione, la stessa toccata ai suoi personaggi. Giorgio Manzini, mantovano, “l'umile cronista delle tute blu” degli operai della Falck di Sesto San Giovanni, e dopo la strage di Piazza Fontana, delle trame che insanguinarono il Paese, il terrorismo. Non cede a compromessi, non è un arrampicatore, si sente un escluso. Ha una testa e un'umiltà da contadino, e allo stesso tempo dell'operaio-uomo-massa schiacciato nell'ingranaggio della ripetitività quotidiana. Ma porterà avanti fino in fondo la sua missione.
Saverio Tutino, l'amico partigiano della Val d'Aosta e del Canavese, “guerrigliero della memoria”, raccoglitore di destini di uomini e donne senza nome, scovati nei loro diari. Forse il più famoso, quello di una contadina mantovana, scritto su un lenzuolo a due piazze. Poi l'idea di creare un Archivio nazionale dei diari, a Pieve Santo Stefano, nell'aretino, per strappare dall'oblio i destini di chi, senza far rumore, ha gettato le radici della storia tra Otto e Novecento.
Destini compiuti si intersecano con quelli di mogli, compagne, sorelle, nonne rimaste dietro le quinte. Presenze incisive occhieggiano sullo sfondo come fari luminosi, insostituibili guide.
Scorrendo questi destini, ci si chiede: avrebbero potuto trovare compimento senza la loro presenza?
Come è successo a Vincenzo Consolo, “l'amico della lava nera”, conosciuto a Zafferana Etnea in occasione del premio letterario “Zafferana-Brancati, nell'autunno del 1968. Un'amicizia continuata a Milano negli anni di piazza Fontana, quando Consolo si sentiva ancora un immigrato. Non riusciva a concludere la sua seconda opera. La spinta decisiva alla conclusione del libro giungerà proprio dalla moglie Caterina: lo incoraggia, lo scuote dalla paura di scrivere, dal pudore. Pubblicherà il suo romanzo storico “Il sorriso dell'ignoto marinaio”, nel 1976.
E le donne di Ermanno Olmi? Una madre di famiglia contadina: saprà far campare la famiglia in una povera casa di ringhiera, dopo il licenziamento del marito ferroviere, per essersi rifiutato di prendere la tessera del fascio. Ermanno ancora piccolo imparerà a fare il pane, durante le lunghe estati contadine trascorse dalla nonna a Treviglio, nel bergamasco, mentre si dava da fare come garzone di fornaio. Donne che apriranno la sua sensibilità poetica a quel mondo dalle tonalità minori, ma cariche di profonda umanità. E poi la moglie Loredana, “presente anche quando non c'è” , riferimento importante soprattutto nei momenti in cui è difficile mantenere accesa la speranza.
Romano Bilenchi, “il ribelle di Colle Val d'Elsa”, scrittore sempre lucido nella memoria. Intrappolato nella sua lunga malattia che gli impediva anche di parlare. Troverà la forza nella presenza insostituibile di una donna, la moglie Maria, compagna di una vita, in grado di leggere le sue parole mute e di farsi tramite del suo pensiero di uomo e scrittore, fermo e pronto nell'anteporre in ogni circostanza le ragioni della libertà. L'affettuosa amicizia con Paolo Volponi, avvocato, poeta visionario dai libri dimenticati, “convinto che i ribelli fossero il lievito della terra” e “la nevrosi la coscienza critica del mondo”. Direttore dei servizi sociali e culturali alla Olivetti di Ivrea, in seguito Volponi soffrirà per esserne escluso. Rilevanti figure femminili puntellano il suo cammino: Giovina Jannello, intelligente, colta, prestigiosa assistente personale di Adriano Olivetti, sarà al fianco di Paolo, fermo sostegno agli scossoni dell'esistenza. E un'altra donna dal forte temperamento fa capolino: la sorella minore, Maria Luisa, risoluta madre badessa delle Clarisse di Urbania.
Sarà un'altra donna ancora, Maria, moglie dello scrittore Giuseppe Antonio Borgese a fissare la memoria dei destini incontrati dal 1915 al 1947, a Palazzo Crivelli, a due passi da Brera, a Milano. Firme di artisti, letterati, politici, molti in seguito perseguitati, esiliati, o morti nei lager venivano richieste da Maria in segno di amicizia, e gli invitati le imprimevano su una tovaglia di lino bianco. Poetessa, scrittrice, amante del teatro, riservata e accogliente, ricamerà quei nomi scritti col lapis a punto erba, con il filo rosso, per lasciarne indelebile traccia. Oggi, la nipote Giovanna conserva la tovaglia di lino bianco, appesa a una parete. Un'opera senza vetro, senza cornice, a memoria di quei destini tanto diversi, insoliti, molti tragici.
Attraverso lo sguardo d'insieme dei ritratti incontrati -e non sono pochi- si può dire che lo stesso Stajano ripercorra a ritroso anche il proprio destino. Compagne di strada? Una passione empatica, una capacità di vedere dentro le pieghe dell'esistenza. E una scrittura chiara, essenziale, profonda, capace di esprimere “Il colore della vita”.

Claudia Piccinelli



Anarchia
nel Regno Unito

Ovviamente non è fatto di grande momento ma è bene premettere a quanto scriverò che non sono un lettore abituale di Dylan Dog, non mi spiace ma non lo leggo regolarmente e se la mia attenzione è caduta sul fascicolo del dicembre 2014, che mi è stato segnalato da un mio amico, è stato per il titolo e la bellezza della copertina. Un titolo (Anarchia in Inghilterra, Sergio Bonelli Editore, Milano, 2014, n. 339, pp. 100, € 3,20) che rimanda ad una nota canzone dei Sex Pistols del 1977, Anarchy In The UK, che propone un' interpretazione dell'anarchismo che nulla ha a che vedere né con l'anarchismo comunista e classista né con quello umanista, ma che ha un indubbio fascino o che quantomeno ne aveva allora per me dal punto di vista estetico.
Ne riporto due brani che, a mio avviso, ne rendono tutto il carattere giovanilista/nichilista:

Io sono un anticristo
Io sono un anarchico
Non so cosa voglio
Ma so come ottenerlo
Voglio distruggere un passante
Perché io voglio essere l'anarchia
Non uno schiavo

Voglio essere anarchico
(Oh, che nome)
Voglio essere anarchico
(Sono completamente ubriaco)

Torniamo a Dylan Dog, si tratta di un detective che ha a che fare con il sovrannaturale, con mostri di ogni sorta, con crimini ai confini della realtà. Come può l'anarchia irrompere nella sua vita? Avviene che Dylan Dog venga, ingiustamente va da sé, fermato e portato in una stazione della polizia dove viene portato anche John Malloy, il leader carismatico del News Slaves Riot (nuova sommossa degli schiavi), individuo dall'attitudine non propriamente tenera, una sorta di macchina della rivolta. I membri del movimento stanno devastando Londra e assediano la stazione della polizia per liberare il loro leader e gli scontri raggiungono uno straordinario livello di violenza.
Dylan Dog si rende conto che sta avvenendo qualcosa di straordinario, rileva che Malloy canta una vecchia canzone, Here lies justice (Qui giace la giustizia) e si rende conto che è in azione lo spirito di un agitatore del diciannovesimo secolo, Andrew Keed, assassinato in modo atroce nel 1854 da uomini dei padroni dell'azienda contro cui si batteva. Andrew Keed, infatti, portava una maschera per nascondere deturpazioni causategli da un incidente sul lavoro e i rivoltosi che devastano Londra a assaltano la stazione di polizia portano una maschera simile. A questo punto Dylan Dog evade dalla prigionia e raggiunge il vecchio stabilimento abbandonato dove Andrew Keed era stato lasciato morire di fame in una cella segreta e, incendiando il tutto, ne libera lo spirito. Di colpo i ribelli rinsaviscono, le maschere che ne coprono il volto scompaiono, la rivolta, che Dylan Dog comprende ma non condivide, finisce.
Insomma una singolare anarchia, mera distruzione ad opera di masse invasate da uno spirito angosciato, un uguagliamento dell'anarchia alla mera distruzione ma, nel contempo, un'efficace denuncia dell'oppressione sociale sia nel 1854 che nel 2014 e, questa è la cosa che più mi interessa, la comprensione del fatto che oggi l'ordine del mondo è a rischio. Una comprensione che attraverso un giornale a fumetti viene comunicata a strati della popolazione che la comunicazione nostra raggiungerebbe a stento. Se poi qualche lettore di Dylan Dog, incuriosito dal titolo, volesse informarsi sull'anarchismo...

Cosimo Scarinzi


Errata corrige
Sullo scorso numero (“A” 394, dicembre 2014 - gennaio 2015) nell'articolo di Piero Brunello “Cent'anni dopo” (a p. 124), per un nostro errore è stato scritto che i processi per infrazione alla legge marziale furono un milione; in realtà gli individui, quasi tutti soldati, incorsi in procedimenti penali, furono circa 400mila. Ce ne scusiamo con l'autore e con i lettori.