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Rivista Anarchica Online


 


Anarchici a Roma (e dintorni)
fino al 1946

Pasquale Grella ha recentemente dedicato un libro alla storia del movimento anarchico romano dalle origini all'inizio del secondo dopoguerra (Appunti per la storia del movimento anarchico romano dalle origini al 1946, Roma, 2012, pp. 332, € 18,00) tracciando una puntuale geografia storica dell'anarchismo, articolata per quartiere.
La ricerca riporta alla luce vicende biografiche di decine di militanti con le loro peripezie, coinvolti/e nelle mille traversie che tuttavia non spezzarono la loro natura indomita. Da questa narrazione risulta che tutta la città di Roma era punteggiata da gruppi relazionati tra di loro attraverso un disegno organizzativo, non solo pensato, ma anche spesso e per periodi relativamente consistenti, realizzato. Si tratta di una ricerca a tutto campo, minuziosa e dettagliata, svolta sulle carte dell'Archivio di Stato e della Questura di Roma, nonché sulla stampa anarchica dell'epoca e sul giornale ll Messaggero, favorevole, in alcuni periodi, agli anarchici ed alle rivendicazioni popolari. Le poche altre pubblicazioni esistenti, sopravvissute a periodi di censura e distruzioni, quali ha attraversato il nostro Paese durante il ventennio, integrano la ricerca.
L'analisi documentale dà un senso umano e storiografico a vicende delle quali si sa poco, come la presenza degli anarchici a Civitavecchia di cui si è perso il ricordo, come le vite piene di impegno e di persecuzioni di Pietro Calcagno e di Aristide Ceccarelli, solo per citare alcuni dei militanti più attivi. È inoltre ricordata la rilevante presenza degli anarchici ai Castelli Romani. Sono anche ricordate le lotte per la salute e le alleanze con intellettuali illuminati per l'istruzione popolare. Opera enciclopedica narra come la Prima Internazionale abbia le sue radici nel Risorgimento e come dal primo nucleo di ex-garibaldini di Ponte Milvio, che hanno abbracciato le idee di Michele Bakunin, l'anarchismo si sia diffuso in tutta la città. Ad Ostia, sul gruppo di antiautoritari locali si innesta il forte contributo delle colonie dei braccianti romagnoli. Militanti romani sono presenti al Congresso di Capolago, il primo tentativo organizzativo su larga scala degli anarchici italiani.
A Roma si producono i fatti successivi del Primo maggio 1891, contestualizzati nel tentativo rivoluzionario deciso sul piano nazionale nel predetto Congresso. Fin dall'inizio della storia del movimento numerosi militanti subiscono le prove della repressione governativa. In gran numero sono inviati al domicilio coatto, colpiti perciò ferocemente negli affetti famigliari. Nonostante ciò i militanti si distinguono nelle lotte del lavoro, contro il caporalato nell'edilizia e per la conquista di migliori condizioni di vita. A Roma si radica la svolta libertaria e nel suo ambito viene studiato l'importante ruolo svoltovi da Luigi Fabbri. Il libro ci parla anche della loro partecipazione alle Camere del lavoro, dove spesso, in ruoli dirigenti, ne determinano l'indirizzo. È descritto inoltre l'antimilitarismo contro la Prima Guerra Mondiale, la lunga lotta antifascista, che nasce prima dell'affermarsi del fascismo e che si snoda durante i bui anni del ventennio, l'esilio in Europa, in Nord e Sud America e la Resistenza, ricordando l'eccidio delle Fosse Ardeatine e la traduzione nei campi di concentramento in Germania di alcuni anarchici. Insieme agli altri libri che sono usciti recentemente sulla storia del movimento anarchico romano ed al Dizionario degli anarchici italiani, con riferimento a quelli romani, il libro di Pasquale Grella, impostato sulla ricerca archivistica spiccatamente analitica, contribuisce a delineare l'immagine di un periodo di grande diffusione degli ideali libertari tra le masse popolari.
Il libro può essere acquistato per corrispondenza on-line presso la libreria Gullà, sita in via Bufalini 15 Roma-Ostia Antica, il suo costo è 18 euro e le spese di trasporto sono indicate dalla libreria. Si può acquistare inoltre nelle sedi del movimento romano.

Enrico Calandri



Riedito il “Cafiero” di Pier Carlo Masini,
ben più che una biografia

La nuova edizione del libro di Pier Carlo Masini dedicata a Cafiero (Cafiero, BFS edizioni, Pisa, 2014, pp. 280, € 20,00), rivista e ampliata dall'autore prima della sua scomparsa, rappresenta un accurato lavoro filologico, archivistico e di approfondita documentazione, continuato negli anni successivi all'edizione del '74. La postfazione di Franco Bertolucci mette in luce che non si tratta solo di un libro sull'internazionalista pugliese, ma fa emergere anche l'originale contributo di ricerca di Masini nel suo mestiere di storico.
Saranno circostanze virtuose a mettere il giovane studente sulle orme di Cafiero prima ancora di conoscere l'internazionalista attraverso i suoi scritti e le sue imprese. Luogo preferito il monte Cèceri vicino Fiesole. E proprio sulle pendici del monte, lungo le cave e le caverne di Maiano, verrà ritrovato Cafiero pazzo. Anni dopo, per la sua scelta antifascista Pier Carlo viene arrestato e mandato al confino a Guardia Sanframondi, in provincia di Benevento, a soli tre chilometri da San Lupo, la base di partenza della banda internazionalista del Matese capeggiata da Cafiero, Malatesta, Ceccarelli. Ai primi di settembre del 1947 Masini ripercorrerà altresì, insieme ad Alfonso Failla e ad altri compagni, il cammino degli internazionalisti. Già nell'estate del '45 sceglie di schierarsi in campo libertario e matura l'idea di riscrivere la storia dell'Italia attraverso lo studio del movimento operaio, per conferire dignità e legittimazione al movimento stesso.
Masini si schiera nel solco del pensiero di Errico Malatesta, Luigi Fabbri, Francesco Saverio Merlino e Camillo Berneri, dalla parte di quelli che sanno tradurre “l'utopia della vetta in proposte, programmi, progetti per cambiare il piano; che sono continuamente irrequieti, autoironici, insoddisfatti, autocritici del loro stesso anarchismo, che lo adoprano non come un metro per misurare e magari condannare gli altri, ma come una lente per leggere meglio in se stessi e nella società”.
Il contributo sulla pazzia di Cafiero dell'amico e storico mantovano Gianni Bosio gli suggerisce invece la chiave di lettura della vicenda umana del rivoluzionario pugliese.
Cafiero, “la settima anima”, il figlio del sole, un figlio del Mezzogiorno. Napoli sarà la sua patria adottiva, anche se l'anagrafe lo vuole pugliese, di Barletta dove nasce nel 1846 da Ferdinando e Luisa Azzariti, una famiglia benestante, ben accetta a Dio, al re, alle banche e all'elettorato. Due fratelli e tre sorelle, fin da subito sarà la pecora nera, l'innominabile sperperatore, vagabondo e sovversivo, vissuto in galera e morto in manicomio, cattivo esempio per i bambini. Ramo sbagliato della casata. Per il programma e la lotta internazionale dissiperà tutto il patrimonio ereditato. Cafiero -per estensione il cognome si assimilerà al nome- condensa una personalità che sarà confusa con la leggenda, anche se il pensiero rimarrà a lungo sconosciuto.
I suoi primi studi in un seminario vescovile del meridione, dove riti sacri, pratiche ascetiche, venerazione di santi saranno sconvolti dalle sferzate garibaldine che s'infilavano anche nei conventi e seminari. A diciotto anni la crisi, la rivolta, ma di questo passato ne rimarrà in certa misura prigioniero. La laurea in legge a Napoli, poi i contatti con Firenze, centro di vita e cultura democratica e agli inizi del 1870 con Parigi, negli ultimi anni del Secondo Impero. E proprio alle prime avvisaglie della guerra franco-prussiana, parte per Londra. A venticinque anni, la seconda conversione votata alla rivoluzione. Lusinghe della carriera, vita mondana, raffinatezze cedono alle umane miserie degli operai della metropoli, che paragona a quelle delle plebi meridionali. Quartieri dove regnano alcolismo, tuguri fetidi, ladri, cenciosi e prostitute.
A Londra i contatti con Marx e Engels e l'adesione all'Internazionale. Cafiero sarà altresì il primo divulgatore in Italia del “Compendio del Capitale” di Marx, redatto nelle celle del carcere.
Poi le lettere di congedo da Engels, la rottura con il Consiglio generale e l'avvicinamento a Bakunin - arrivato in Italia nel 1864 e dedito all'attività politica fino al 1874 - il russo reduce dalla Siberia, l'incubo del Consiglio Generale per la sua azione “anarchica” all'interno dell' Internazionale di cui è membro. Fedele al suo maestro, con cura e dedizione filiale acquisterà una casa con un po' di terra a Locarno, “La Baronata”, per farvi risiedere il russo con la sua famiglia e altri rivoluzionari fuggiaschi. Ma si dimostrerà irato e amareggiato quando il maestro abuserà della sua fiducia e generosità, costringendolo a vendere carrozza e bardatura, argenteria di famiglia e gioielli della madre per pagare i debiti. Cafiero dirà d'ora in poi: “Né un centesimo, né un pensiero, né un guizzo di energia, poiché tutto dovrà appartenere alla rivoluzione”. Sarà la fine di un'amicizia e di un sodalizio fatto di motivi economici, politici, ma anche di sentimenti, durato due anni.
Cafiero occupa un posto centrale nella storia del movimento operaio italiano. Dotato di intraprendenza, forza morale, ma anche materiale, sarà tra i principali ispiratori e organizzatori, a Rimini nel 1872, della branca italiana dell'Internazionale, e poi del contro-congresso di Saint-Imier, le cui risoluzioni adottate costituiranno le basi dell'anarchismo moderno.
Tra il 1878 e il 1880 concepisce un ampio saggio dal titolo “Rivoluzione”, il primo consistente e organico elaborato teorico dell'anarchismo italiano, influenzato dalle idee e dall'azione di Pisacane, per Cafiero il primo maestro di socialismo e di anarchismo. La seconda parte poggia come è noto sulla formula “Da ciascuno secondo le sue facoltà, a ciascuno secondo i suoi bisogni” e la terza è un aggiornamento della teoria della “propaganda del fatto”. Quando alla fine del 1879 l'Internazionale lascia il posto all'affermazione e sviluppo del movimento socialista da un lato e del movimento anarchico dall'altro, di quest'ultimo Cafiero ne sarà il profeta.
Masini indaga in modo particolare gli aspetti più introversi e contraddittori della sua personalità di indomito rivoluzionario, impetuoso, mistico sognatore, allucinato. Lo storico toscano ravvisa segnali di malattia e tendenze che si aggraveranno negli anni successivi. L'attacco all'amico Andrea Costa -idee di origini libertarie e nel 1882 primo deputato socialista nel Parlamento italiano - avrà un forte costo psichico, segno dei primi sconvolgimenti prodotti nella sua mente. Anche nell'atteggiamento verso il congresso di Londra, riscontrato nella lettera di Cafiero a Malatesta e a Kropotkin, si mescolano elementi sensati a uno stato di anormalità. Così, tralasciando le componenti paranoiche, la sua sfiducia nella tattica rivoluzionaria e l'indicazione di una nuova teoria precorreranno le successive tendenze dell'anarchismo individualista, in contrasto con la linea “organizzatrice” di Malatesta.
Al VII congresso generale di Bruxelles nel settembre 1874, solo gli italiani assenti, giungerà un documento scritto e spedito da Cafiero, dove tra l'altro si annuncia: “L'epoca dei Congressi è per noi decisamente finita”. Per Masini, il messaggio andrebbe ricondotto ad un momento di crisi personale, la rottura con Bakunin, e politica, il fallimento dei moti insurrezionali in Italia, e letto in chiave psicologica. Vi ravvisa una tendenza a razionalizzare gli insuccessi fino a trasformarli in future vittorie. La stessa paura delle spie e dei mestatori altro non sarebbe che un primo indizio della sua mania di persecuzione. Ancora significativi: “la ricerca dell'anonimato, il bisogno di eclissi, l'attrazione delle tenebre per cui l'organizzazione settaria e segreta diventa per Cafiero l'ideale rifugio della sua tormentata personalità”. Necessità interiori pretesto di opportunità politiche giustificate a se stesso e agli altri. E anche la dichiarazione di una sua conversione al metodo elettorale e parlamentare sarebbe quella di un uomo psichicamente in declino.
Incarcerato più volte, tenterà in circostanze diverse il suicidio. Nel 1883, l'internamento nel Regio Manicomio di Bonifazio, la richiesta di interdizione da parte dei familiari e l'interessamento della moglie Olimpia per averlo con sé in affido. Nel 1886, Cafiero lascia Firenze per il manicomio imolese di S. Maria della Scaletta, in campagna. Cartelle cliniche riportano le sue stravaganze, la riluttanza verso gli abiti sentiti come una camicia di forza, soliloqui, manie di persecuzione. Poi la tutela alla moglie. Per un anno e mezzo dimoreranno tra Bologna e Imola, ma senza miglioramento delle condizioni. Sempre vicino al camino, testa bassa, mangia solo polenta e cipolle. Taciturno esce da casa mezzo scamiciato in pieno inverno. Oppure rimane disteso nudo, al sole di primavera. Il più distinto dei rivoluzionari italiani, garbato nelle maniere, dalla parlata musicale, elegante, barba signorile, figura maestosa e imponente esprime così la mancata accettazione delle convenzioni sociali. La mente devastata dall'attesa “del sol dell'avvenir” rivelerà l'ultimo sprazzo di lucidità quando alla vista delle bandiere per l'anniversario della Comune, risponderà: “Il principio è affermato”. Dopo un periodo al paese natio, di nuovo il ricovero, questa volta nel manicomio Vittorio Emanuele II di Nocera Inferiore. La tubercolosi, e infine la morte liberatrice all'una pomeridiana di domenica 17 luglio 1892.
Se l'edizione del libro su Cafiero pubblicato nel '74 nella collana “Gli italiani” è segnalata, recensita dalla stampa italiana e apprezzata, la critica marxista considera l'indagine del dato psicologico un limite. Invece, come sottolinea Franco Bertolucci, il merito di Masini sta proprio nell'aver saputo ben integrare il dato strutturale, caro alla critica marxista, con quello psicologico. E restituendo dalle masse indistinte l'individuo come entità, lo storico toscano introduce un fondamentale contributo innovativo anche sul piano del racconto biografico.
Al termine della sua ricerca potrà così affermare: “Cafiero porta con sé, nel suo acuto destino, un frammento dell'umana odissea [...] tappe della ricerca di un'altra cosa, di una diversa dimensione, al di là del reale e dell'umano”.

Claudia Piccinelli



Contro l'inattualità del progetto,
analisi della Settimana rossa

Nel 1914, tramontati gli equilibri dell'età giolittiana e a un passo dalla tragedia della Grande guerra, una rivolta che passerà alla storia come la “Settimana rossa” accende le speranze dei rivoluzionari.
Tutto nasce da un comizio antimilitarista previsto per la prima domenica di giugno, giorno della festa dello Statuto: vietato dalle autorità in forma pubblica, il comizio si svolge nei locali della sede repubblicana detta Villa Rossa. All'uscita, i partecipanti trovano la strada sbarrata da guardie e carabinieri, poco più tardi il selciato si macchia del sangue di tre ragazzi colpiti a morte dalle forze dell'ordine. La reazione popolare non si fa attendere. Anarchici, socialisti, repubblicani, sindacalisti rivoluzionari conquistano le piazze della città dorica, mentre la CGdL si accoda alla protesta proclamando quarantotto ore di sciopero generale. Si verificano tafferugli nelle principali città del Regno e la rivolta si espande a macchia d'olio coinvolgendo principalmente le Marche centro-settentrionali e la Romagna.
Complice il blocco delle comunicazioni e la diffusione di voci incontrollate circa la fuga del Re, la caduta del governo e l'imminente proclamazione della repubblica, le dimostrazioni assumono caratteristiche di un vero e proprio moto insurrezionale. Non quindi una lotta prettamente economica, per reclamare il pane, ma il peso di un'antica soggezione che d'un tratto si spezza e sembra lasciar intravedere, stavolta a portata di mano, l'agognata possibilità di fare la Repubblica. Manca lo scontro aperto con esercito e forza pubblica, ma a fare le spese di quello che Malatesta definirà “uno scoppio spontaneo d'indignazione popolare” sono più che altro luoghi e simboli del potere, con in primo piano diverse chiese fatte bersaglio dagli insorti, a testimoniare l'anticlericalismo viscerale così diffuso in quelle contrade.
In occasione del centenario sono uscite diverse pubblicazioni tra cui il volume La Settimana rossa (Aracne, Roma, 2014, pp. 429, € 25,00) che fin dal titolo si pone come un punto fermo per la storiografia relativa a quegli avvenimenti, promosso dall'Associazione di Storia Contemporanea (www.ascontemporanea.it) e curato da Marco Severini, docente presso l'Università di Macerata. La ricostruzione procede affrontando ad ampio spettro molti aspetti connessi al tema principale, grazie ai contributi di numerosi studiosi, articolati in quattro sezioni: “La storia”, “Il contesto”, “La geografia” e “Dalle biografie alla storiografia”.
L'indagine si muove in effetti a tutto campo, a partire dall'approfondimento storico dei fatti, dal loro riflesso sui quotidiani d'informazione e nelle carte processuali, passando per l'analisi delle forze politiche e sindacali e del dibattito parlamentare, con uno sguardo al contesto internazionale delle lotte operaie e capitoli specifici dedicati alla massoneria, al Sindacato ferrovieri e a chi la Settimana rossa la subì, come i cattolici. Sulla scorta anche di inedite fonti archivistiche viene analizzata la diffusione territoriale dei tumulti, dedicando particolare attenzione alla Romagna e l'Emilia, Parma, Roma e Firenze, Torino, Genova e il Nord-ovest, Milano e il nord-est, Palermo e Napoli. Seguono alcuni percorsi biografici, dal direttore dell'«Avanti!», l'ancora per poco socialista Benito Mussolini, ai profili dei ragazzi vittime ad Ancona e Fabriano e di altri coprotagonisti della rivolta, al contributo combattivo e determinante di molte donne del popolo.
Infine, prima di un bilancio storiografico tracciato dal curatore Severini, Massimo Papini ritorna sul tema del “mito” della Settimana rossa e sulla gestione polemica della sua memoria storica nel secondo dopoguerra. Nella disputa tra anarchici e partito comunista, Papini conclude che solo quest'ultimo in quanto unico degno rappresentante del proletariato potesse fare propria la lezione di quelle giornate, di fronte ad un movimento anarchico espulso dal corso della storia. La solita tesi, insomma, che si sgretola al cospetto del mondo contemporaneo e dei fermenti libertari che attraversano le lotte odierne, smentendo nei fatti la condanna dell'anarchismo all'“inattualità”.
Questo centenario ha dato modo a diversi soggetti di esprimersi sulla Settimana rossa e il libro curato da Severini è uno strumento utile e ben strutturato per comprendere cosa si mosse in quel frangente. Meno lodevole è l'elaborazione fatta da altri soggetti di un racconto storiografico neutralizzato da ogni conflittualità, al cui centro vi è il passato di Ancona “città sovversiva” che, appunto perché tale immagine è relegata al passato, può essere recuperata per rievocazioni istituzionali e guardata con la curiosità con cui si guarda dentro la teca di un museo. Così la Mole Vanvitelliana è stata teatro estivo per una kermesse di presentazioni, mostre e spettacoli inaugurata dalla sindaca di Ancona, inflessibile tutore dell'ordine contro migranti ed esclusi di oggi, e dove si è consumato il tentativo di condividere la memoria storica di un moto insurrezionale persino con un colonnello dell'esercito italiano, invitato senza pudore al tavolo dei relatori.
Non che la vulgata anarchica vada difesa ad ogni costo, specie quando, come in questo caso, vede ovunque rivoluzioni mancate per sola colpa dei dirigenti di partiti e sindacati, riformisti per loro natura e sempre pronti ad accomodarsi con il potere. Al contrario, ritengo sia più sensato calare la Settimana rossa nel suo contesto senza negarne gli evidenti limiti e l'inconsistenza di effettivi sbocchi rivoluzionari, ma valorizzandone semmai la sempre attuale portata sovversiva al fine di riattivare la memoria storica come strumento di trasformazione sociale. E, già che ci siamo, interrogarsi su come in cento anni sia radicalmente mutato il concetto stesso di “rivoluzione”.

Luigi Balsamini



Punk, tossicodipendenti, rockettari, anarchici,
femministe, figli dei fiori, ecc.

“Nel '78 io avevo otto anni [...] Se in Inghilterra ci stava da un pezzo la new wave che seguiva al post-punk, qui, come a Bari, i primi vagiti del movimento si avvertirono solo nell'82, fino all'esplosione vera e propria che va dall'83 all'85...[...] Tempo quei due tre anni e tutto sarebbe cambiato, molta gente sarebbe andata via, chi in America, chi in Olanda, altri ancora finiti male, molto male, ne so di storie. [...] Me ne andavo spesso in villa, il posto migliore, se non l'unico, per fare conoscenze. Per la popolazione locale quello era un posto frequentato solo da drogati, il polo di attrazione di ex-sessantottini, anarchici, comunisti, femministe, figli dei fiori. [...] C'era ad esempio Donato che aveva un furgone Ford Transit con cui andava a vendere le uova: era il più eccentrico di tutti, vestiva da anarchico russo, casacca e colbacco, metteva baschi, cappelli con bon bon da bohémien [...] I CCCP erano divenuti un po' l'emblema del punk, secondo me a torto. Rispetto al movimento giunsero con un bel po' di ritardo, siamo già nell'87 quando si comincia a parlare di loro... C'erano a mio avviso testi più calzanti, che grondavano furore anarcoide, di formazioni meno conosciute, tipo gli Underage di Napoli o i milanesi Wretched [...] Ma ti stavo raccontando del mio giro di conoscenze. Altro punto di riferimento era Sante Cannito, secondo me dovrebbero come minimo dedicargli una statua. Lui sì che m'ha influenzato. Una casa editrice locale aveva pubblicato tutti i suoi scritti, era un uomo che aveva attraversato un secolo di storia, di guerre, di lavori duri in campagna, era stato nei cantieri edili di mezza America, sempre sfruttato. Più che le fanzine, a noi punk locali ci ha formati lui con i racconti delle sue avventure, la sua visione delle cose.”
Torna con otto racconti (Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta. Storie di provincia e di altri mali, Stilo editrice, Bari, 2014, pp. 125, € 12,00), dopo dieci anni, l'autore di Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli), che a suo tempo ebbe un fortunato successo di pubblico e di critica, primo esempio di narrativa postindustriale degli anni 2000.
Dezio resta sempre fedele all'impostazione non-fiction, ma la questione dello sfruttamento del lavoro resta questa volta sullo sfondo: protagonisti sono punk, rockettari, tossicodipendenti, anarchici formatisi intorno alla figura quasi leggendaria di Sante Cannito, musicisti alternativi o appassionati di controculture. Quest'umanità varia e vera, organizzando concerti, fondando associazioni, trovando appena un po' di sollievo nei centri sociali di Bari o Milano (“la Giungla”, il “Virus”), emigrando ad Amsterdam o a Londra, cerca di far penetrare idee di lotta o di aggregazione, novità, tendenze e gusti musicali degli anni Ottanta in un mondo arcaico, padronale e atemporale, che è quello della provincia pugliese, Altamura, città natale dell'autore, ma anche Molfetta, Melpignano, Sansevero.
Ma questi piccoli eroi picareschi si trovano schiacciati, ai quattro punti cardinali: 1) come sempre, dalla precarietà lavorativa, dallo sfruttamento di (im)prenditori rampanti del mobile imbottito, che arraffano risorse umane e capitali del territorio e poi delocalizzano nel Sud-Est asiatico; 2) dalla cultura ufficiale, quella borghese e piccolo-borghese, che è espressione del potere; 3) dalle mode pop imposte dal consumismo e dalla musica commerciale; 4) dal male peggiore di tutti: l'indifferenza della provincia a qualsiasi espressione culturale (anche borghese o consumistica), la totale necrosi cerebrale, l'ottusità che riduce la vita ad un insieme di funzioni puramente biologiche.
Led Zeppelin, AC/DC, Clash, Pink Floyd, Underage, Wretched, Ramones, Orda, Ultravox, Not Moving, Chain Reaction, Kranio, Negative Disarcore, Rich Fish in Hand, Boohoos, CCCP, Gods of Metal, Delgados, Arab Strap. Sono più di 70 i gruppi musicali citati (già il titolo è un omaggio ad una canzone degli Afterhours), su cui i protagonisti si confrontano e si scontrano, esprimendo giudizi veementi ma raffinati sul rock, il post-rock, il punk, il post-punk e la new wave, senza che sia indebolita la forza narrativa del testo (i nomi dei gruppi sono in carattere rilevato, e la playlist è scaricabile tramite apposito codice nell'ultima pagina del libro, che ha una bella veste tipografica e vignette dell'autore).
Ma il sentimento che pervade tutto il libro non è la nostalgia di quel decennio, né l'intento è quello di ricostruire l'epoca. La suggestione è un'altra: in un'antropo-geologia 'carlo-levianamente' refrattaria a qualsiasi cambiamento, l'effetto atmosferico, la restituzione del clima degli anni '80 è affidata soprattutto alla musica. Eppure essa è deposito residuale, pulviscolare: questa musica arriva da altri mondi, ha una forza prorompente se viene dalle grandi città, se ha attraversato interi continenti, ma qui non ha potere se non sui nostri eroi, apolidi anche in casa propria: è destinata ad essere spazzata via da una terra che apparirà ancora più nuda e desolata ai sopravvissuti, a quelli che non hanno voluto piegarsi.
La scrittura autobiografica di Nicola Rubino è entrato in fabbrica era stata apprezzata per le sue forti implicazioni autocaricaturali: il sindacalese del sindacalista, l'aziendalese del manager, la patina dialettale degli operai, fino alle due pagine di avanguardia, con la sintassi abolita, che esprimevano l'effetto della catena di montaggio, frantumatore della psiche (http://www.treccani.it/magazine/lingua italiana/percorsi/Silverio Novelli).
L'autore, che non ha voluto piegarsi alle logiche onnivore del mercato editoriale, che impongono un continuo presenzialismo in libreria, torna dopo un decennio di silenzio con una prosa altrettanto matura e sperimentale: gli otto racconti sono dei monologhi di personaggi diversi, con un felice effetto stratigrafico, di filigrana tra la voce narrante adottata di volta in volta (con le inflessioni del parlato) e quella autoriale (con il suo sigillo di stile), quasi a creare l'intonazione di un resoconto impersonale di memorie orali e collettive, appartenenti ad un'intera comunità provinciale, affidate ad un cantastorie.

Claudia Mazzilli



Canto di odore
e di musica

«They haven't got no noses/ they haven't got no noses/ and Goodness only knowses/ the noseleness of Man!», cantilenava al colmo del divertimento (e della pietà) il cane Quoodle ne L'osteria volante di G. K. Chesterton (nella traduzione di Primo Levi: «Non hanno proprio naso/ non hanno proprio naso/ e Dio solo sa quanto/ sia disnasato l'Uomo»).
La vista umana, suggeriscono Massimo Filippi ed Emilio Maggio nella densa raccolta di saggi Penne e Pellicole (Mimesis, Milano, 2014, pp. 220, € 18,00), ha qualcosa di imperioso: risponde all'urgenza di oggettivare l'altro e conservare la (presunta) identità del sé, trasformandosi così nello «sguardo onnipotente, continuo e instancabile di una rappresentazione ingabbiante». E soffocando il senso dell'odorato. Nell'odorare ci si perde, per questo l'Umano ne ha così paura. Tanto da averne fatto, scrivevano Adorno e Horkheimer nella Dialettica dell'illuminismo, «un'onta, uno stigma di classi sociali subalterne, di razze inferiori e animali ignobili». Eppure tutti noi emettiamo involontari segnali olfattivi, testimonianza inaggirabile del fatto che non ci apparteniamo mai del tutto, che non esiste un nostro proprio, che il limite tra interiore ed esteriore non può negare porosità e aperture per sostenersi. Che siamo animali tra gli animali.
Abbandonando l'occhio fagocitante del voyeur che caratterizza tutte quelle prospettive fintamente animaliste che insistono nel tracciare improbabili confini tra “noi” e “loro” (forse per ricavare nuove umanissime emozioni da quelle penne e da quei manti), i due autori danno puntualmente ragione del perché, esattamente come nel caso di Joy, il cavallo protagonista del colossal spielberghiano War Horse a cui è dedicato un capitolo del libro, l'Animale «è sempre e comunque fuori campo, anche se continuamente inquadrato dall'obiettivo della macchina da presa». L'Animale è fuori campo ogni volta che lo si osservi con sguardo disponente, o si pretenda di imbrigliarlo – magari animati dalle migliori intenzioni – entro le coordinate di un pensiero fondazionalista, ennesima variante della volontà di dominio rivestita dei panni linguistici cari alla filosofia analitica.
Gli animali che percorrono queste pagine non conoscono pretesa né furia.
Di qui il loro vivo interesse per la letteratura e per il cinema, e più in generale per il linguaggio inteso nella sua funzione espressiva più che rigidamente denotativa, se il linguaggio può diventare la chiave per una concezione non più assimilante del pensiero. Cominciano finalmente ad abbozzarsi i tratti di quella «lingua minore» che sola possa restituirci agli animali che dunque siamo, «una lingua altra, una voce dell'altro mondo, al contempo universale e corporea, una lingua che tutti conoscono, parlano e comprendono, ma che prende forma e consistenza solo nella vicinanza, nel contatto e nella carezza. Lingua dell'incontro e del commiato, lingua tattile».

Serena Contardi



Léo Ferré/
Un libro, un festival, una rapina

Mi è sempre difficile scrivere di quello che mi sta a cuore. O meglio, di quello che ho dentro il cuore. Qui sono alle prese nientemeno che con Léo Ferré, la canzone francese e le parole di tanti amici. Amici nell'accezione comune della parola, amici per affinità intellettuale, amici ascoltati e letti e mai conosciuti.
È quindi con emozione che provo a raccontarvi questo Ferré e gli altri. La grande canzone francese e i suoi interpreti (Rimini, 2014, pp. 301 € 16,00) a cura di Enrico de Angelis, recentemente uscito per i caratteri dell'Editrice NdA.
Il libro nasce da materiale che potrebbe sembrare marginale, o semplicemente solo informativo: le brochure di un festival musicale. Ma se il festival in questione è il Festival Ferré – che dal 1995 si tiene a San Benedetto del Tronto, con ben pochi mezzi ma con molto amore e grande intelligenza – e le brochure contengono piccole gemme di Giuseppe Gennari, Enrico de Angelis, Guido Armellini, Mauro Macario (e molti altri), ogni dubbio scompare. Quel che rimane è la consapevolezza di quanto sia stato prezioso questo lavoro di strutturazione, recupero, volontà di ricostruire una storia: la storia (non banalmente didascalica) del Festival Ferré e al contempo di buona parte della canzone francese.
L'opera è divisa in cinque parti, che contemplano, nell'ordine: le presentazioni annuali del festival dal 1995 al 2013, tutti gli scritti su Léo Ferré, i pezzi sugli altri artisti ed autori stranieri presenti al festival e a seguire quelli sugli italiani, per concludere con una succulenta antologia di canzoni, traduzioni in lingua italiana di canzoni di Ferré e di altri autori.
Léo è, in questo libro e per il Festival Ferré, inizio e conclusione di ogni discorso, ma soprattutto è il fulcro catalizzatore di un ostinato e contrario tentativo (riuscito) di ricerca artistica, di futuro, di divulgazione della migliore canzone italiana e francese. Complicato riassumere in poche righe quello che emerge da questo ventennale lavoro collettivo di una banda di sognatori un po' folli (di quella splendida follia che crea il bello, nonostante tutto e tutti) capitanati da Giuseppe Gennari e dalla famiglia Ferré (soprattutto nella persona della moglie di Léo, Maria Cristina), che di anno in anno coinvolge compagni di viaggio generosi e straordinari, come ad esempio Ugo Nespolo, che al Festival ha regalato ben cinque manifesti (da uno dei quali è stata tratta la copertina del libro).
Il Festival ha consegnato annuali premi alla carriera, anche postumi (per esempio Fabrizio De André, Luigi Tenco, Piero Ciampi, Georges Brassens, Barbara, Jacques Brel, Serge Gainsbourg), ad artisti di indiscutibile grandezza. Ha accostato personaggi celebri e meno conosciuti in concerti, recital, presentazioni di libri, dibattiti, sempre in virtù della qualità e mai del successo commerciale. Scoverete sorprese anche tra i grandi nomi italiani dove, accanto ad un brassensiano per eccellenza come Nanni Svampa, troverete il francofilo che non ti aspetti, ovvero un Francesco Guccini vincitore nel 2004 ed insospettabile ma convinto traduttore di Brel già dagli anni Settanta, come raccontato in modo impeccabile da Enrico de Angelis nel suo scritto per l'edizione in questione.
Tra gli stranieri incontrerete icone assolute come Juliette Gréco, Jane Birkin, Dee Dee Bridgewater, Georges Moustaki (“star” nel 1998 e oggi uno degli assenti che hanno velato gli occhi all'edizione 2014, anno che ha strappato al festival pure amici come Francesco Di Giacomo e Roberto Freak Antoni). A me è piaciuto soprattutto sbirciare tra i nomi meno noti, a volte (in Italia) sconosciuti ai più, come la “rockettara” Mama Béa Tekielski o la “fatina” (così la definisce Gennari) Isabelle Aubret. È soprattutto per trovare o ritrovare questi artisti che consiglio di leggere il libro, assolutamente generoso nell'offrirci incontri inaspettati e sorprendenti.
Interessante, infine, la parte dedicata ai testi, soprattutto la piccola antologia di traduzioni/adattamenti, dove ancora una volta vediamo affiancati nomi noti e meno noti di validissimi traduttori, da quelli storici come Gennari e Renato Dibì ai più giovani Alessio Lega e Raffaella Benetti, passando addirittura per “collettivi” di traduzione, classi di liceo che proprio grazie a Gennari hanno avuto la fortuna di imparare almeno in parte il francese su Ferré (certi insegnanti non li hai mai avuti né conosciuti... ma li rimpiangi!).
È divertente giocare a confrontare alcune traduzioni, cito ad esempio (e con femminile orgoglio) Quella ferita (Cette blessure) sulla quale si sono cimentati Gennari e Andrea Satta (il cantante dei Têtes de Bois, “specialisti” in Ferré e assidui frequentatori del Festival): più diretto, concreto, asciutto il primo; più astratto, poetico, impercettibilmente naïf il secondo.
Concludendo, il Festival Ferré, finalmente raccontato in questo libro, è un piccolo miracolo (assolutamente laico!), che ogni anno si compie. Un mondo a parte, che qui potrete conoscere, un mondo molto diverso da questa nostra bistrattata quotidianità di cultura in declino e civiltà impazzita. Un mondo in cui rifugiarci, ma con il quale dobbiamo tentare di contagiare l'altra realtà, quella un po' grigia di tutti i giorni.
Se davvero, come dice Léo, “la felicità è una rapina permanente”, continuiamo ad andare di terra in terra, di sogno in sogno, di accordo in accordo, a compiere questo dolcissimo, umano sovversivo illecito.

Margherita Zorzi



Un libro per ricordare Federico Tavan/
Diceva cose, l'hanno colpito

...tutti i lama del Tibet riuniti possono scuotere sotto le loro sottane l'apocalisse che han preparato ...”
(A. Artaud)

Federico Tavan, se voleva, sapeva farsi ascoltare.
Sarà che diceva cose che nessuno si sarebbe sognato di ignorare.
Sarà che sapeva come dirle e come scriverle, le cose che voleva dire.
E sapeva in quale lingua scriverle, nella sua, che dopo tanti anni è anche un poco la nostra ... o no?
Federico Tavan è stata una intelligenza singolare che ha indicato luoghi non comuni e aperto inedite visioni sulla vita ma, direi, soprattutto sulle ipocrisie della nostra società, e, in particolare di certi ambiti e sistemi.
Il mio incontro con lui mi ha radicalmente cambiato la vita e mi ha dato prospettive divergenti sulle quali ragionare.
Qui non parlo di un dato estetico, non solo almeno, quanto di un dato profondamente politico.
E non solo e non tanto perchè Tavan era un proletario orgoglioso di esserlo e dichiaratamente anarchico ma perchè tutta la sua vita e il racconto che ne fece fra poesie, lettere ed altri scritti come le sue memorabili performance ed il suo ultimo silenzio, lo sono.
La sua poesia non aveva nè ha bisogno di esegeti, critici letterari: le sue parole sono chiare, dirette, si spiegano da sole.
Parole autonome nel discorso.
Autonome nel linguaggio, e nella lingua.
È stato triste vedere quest'uomo, nonostante le sue reiterate denunce anche pubblicate da chi evidentemente non ne comprendeva il significato, è stato triste vedere questo nostro maestro e complice, questo compagno di giochi infuocati, affondare nel vuoto di contesti sociali e culturali a lui estranei, tanto da scegliere, infine, il silenzio.
Un uomo che scriveva di amare talmente le parole che se le sarebbe mangiate, arrivò a scrivere “[...] è arrivata la nausea delle parole [...] Le ultime poesie lette in pubblico le leggevo con conati di vomito.”
Era il più grande fra di noi e nessuno ha avuto il coraggio di proteggerlo, forse per rispetto, per pudore, ma la vacua dabbenaggine delle conventicole provinciali l'ha portato a soffocare nel silenzio.
Si, è stato triste vedere questo intelligentissimo ermeneuta della nostra pochezza culturale su ogni prospettiva pedagogica altra, libertaria, autonoma, venir depotenziato del significato delle sue stesse parole.
Depotenziato del suo pensiero creatore di significati liberati e connessioni straordinarie.
Depotenziato da coloro che forse, volendo salvarlo da se stesso, hanno innescato nel suo straordinario fisico sovversivo la depressione.
Le sue parole, comunque sono ancora lì, per tutti.

Raffaele Lazzara



Immagine e realtà
delle donne alle origini del movimento socialista

Elena Bignami, nel suo Le schiave degli schiavi. La “questione femminile” dal socialismo utopistico all'anarchismo italiano (1825-1917) (Clueb, Bologna, 2011, pp. 295, € 24,00) dichiara subito quali sono i principali obiettivi del suo lavoro: quello di «rileggere la storia del socialismo ricollocando la “questione femminile” nella sua effettiva dimensione di nodo centrale del dibattito culturale e politico del movimento operaio» e quello di «indagare più a fondo il rapporto tra movimento operaio e storia delle donne in Italia», in maniera particolare con l'anarchismo. L'autrice snoda la sua riflessione in quattro densi capitoli, i primi due dedicati a Socialismo utopistico e “questione femminile”, gli altri alle Anarchiche in età liberale.
A partire da Claude-Henri de Saint-Simon, per proseguire con Charles Fourier e il dibattito internazionalista, per citare alcuni tra i passaggi più significativi, la prima parte del volume evidenzia «un lunghissimo, accidentato e mai concluso percorso di inclusione della “questione femminile”» nell'anarchismo italiano (p. 16). La seconda parte, invece, dove si ricostruisce la militanza anarchica femminile in età liberale, è quella in cui si concentra maggiormente l'utilizzo di fonti inedite ed è condotta privilegiando un taglio biografico, che vuole far luce sui soggetti e sullo stile politico, snodandosi principalmente attraverso gli spazi pubblici e privati di due città: Firenze e Milano.
Tra le numerose questioni affrontate da Bignami, il rapporto tra spazio, militanza e genere è tra i più significativi: «Si usciva allo scoperto, ci si affacciava allo spazio pubblico, o almeno, a quella fetta di spazio concessa e accessibile, come poteva essere la dimensione collettiva del movimento. Si diventava conferenziere, organizzatrici, pubbliciste, in una parola militanti» (p. 170).
Tra i luoghi dove l'impegno politico viene espresso c'è il caffè, che a fine Ottocento ha perso la sua connotazione prettamente borghese, ma Bignami deve sottolineare come la presenza delle militanti «macchiasse indelebilmente la loro integrità morale e rispettabilità femminile» (p. 176), soprattutto agli occhi di chi procedeva alla schedatura presso il Casellario politico centrale. La casa è l'altro luogo dove Bignami conduce con consapevolezza la riflessione, poiché «si prestava particolarmente alle caratteristiche della militanza dell'internazionalista, clandestina e piena di pericoli. Ma la casa è anche il luogo femminile per eccellenza, lo spazio fisico nel quale la donna incontra una collocazione precisa e una riconosciuta legittimazione» (p. 176). Il Vaticano, in particolare “le stanze della sora Cesira”, cioè la casa fiorentina di Francesco Pezzi (Forni) e di Maria Luisa Minguzzi, è uno dei luoghi «di politica, ritrovo e ristoro» su cui l'autrice si sofferma, restituendo il profondo e vitale intreccio tra dimensione politica e amicale: «La casa estende i propri confini, diventa uno spazio comune collettivo e partecipato, dove si (con)vive, si condivide e si mescolano inscindibilmente vita e militanza. [...] È un luogo, dunque, che rassicura, incoraggia e stimola, zona di mezzo e propedeutica alla partecipazione pubblica femminile e quindi anche agli spazi politici, un primo palcoscenico verso la militanza attiva, nel quale le qualità “maschili” (l'intellettualità) e “femminili” (la competenza casalinga) possono più agevolmente convivere e compenetrarsi» (p. 179).
L'intreccio tra pubblico e privato induce l'autrice ad assegnare una peculiare rilevanza alla dimensione della coppia: «gli anarchici da sempre hanno condiviso ogni singolo aspetto del vivere quotidiano, insieme agli ideali la stessa casa, gli stessi spazi, luoghi ed eventi, nel bene e assolutamente nel male. Anche gli affetti si consumavano nel circolo ristretto degli affiliati e non sarebbe potuto essere diversamente, non sarebbe stato concepibile e materialmente possibile. La rete amicale diventava, così, la nuova famiglia, solo “di poco” allargata» (p. 198).
Tornando alla dimensione pubblica della militanza, Bignami sottolinea le scarse notizie sull'aspetto esteriore delle anarchiche rispetto ai loro compagni di fede. Tale lacuna, scrive l'autrice, «è compensata e spiegata dalla spasmodica attenzione che le autorità, in particolare ma non solo, dedicavano alla condotta morale femminile in relazione a una presunta condizione “biologica” delle stesse, riassumibile nella dicotomia tra una missione naturale di genitrice, e una missione sociale, di custode della famiglia» (p. 171). Significativa in questo senso è la rispondenza tra le descrizioni delle militanti e il modello dell'isterica che si va “scientificamente” definendo dalla fine dell'Ottocento.
Tra i profili tracciati, tra cui quelli di Leda Rafanelli e di Nella Giacomelli, si segnala quello di Maria Rygier, che come guida dell'antimilitarismo consente di riflettere sull'entità intrinsecamente problematica della leadership politica femminile, che fa percepire il corpo nella scena pubblica come patologico o maschile: Maria Rygier «ha tutte le caratteristiche della sfrontata modalità maschile di fare militanza, virtù comprese, che addosso a lei, donna, provocano reazioni contrastanti» (p. 237).

Barbara Montesi



Anarchia.1/
Al cinema? Solo violenza e ammazzamenti

L'anno scorso era The Purge (La notte del giudizio) poi è arrivato da qualche settimana sugli schermi dei cinema italiani il sequel Anarchia. La notte del giudizio. Per i produttori è un ricco business: l'anno scorso hanno speso per realizzare il primo film 3 milioni di dollari e ne hanno incassati 90 in tutto il mondo. Adesso sperano di eguagliare se non superare quella cifra. E non a caso ci hanno piazzato la parola anarchia. Se c'è sangue, se ci sono tanti morti e tanta violenza come non pensare che si tratti di anarchia?
E in questa logica Anarchia. La notte del giudizio è un film che non ha nulla a che vedere con la corrente politico-sociale conosciuta con il termine anarchia e come la si può intendere leggendo questa rivista o i tanti libri in circolazione, le azioni che fanno gli anarchici e le idee che propugnano. No, in questo film anarchia vuol dire licenza di uccidere. L'azione si colloca nel 2022 e per una notte le autorità danno il via libera alla violenza e la gente può uccidere e farsi uccidere senza nessuna sanzione da parte del potere politico-poliziesco-giudiziario.
In pratica il film è un susseguirsi di scontri a fuoco fra cattivi e cattivissimi. Di «buoni» neanche parlarne. Insomma nessuno si sottrae agli scontri e agli ammazzamenti. Fatta eccezione per un gruppetto, ovviamente armato fino ai denti, che incontra un uomo superarmato, ma con una personale missione arrivare a una casa dove sta l'assassino di suo figlio. E durante questo viaggio ne capitano di tutti i colori (da leggersi «di ammazzamenti a getto continuo»).
Ma c'è anche un momento di pseudofiction politica quando il gruppetto viene catturato da una banda agli ordini di ricconi che non vanno in strada a sparare, ma preferiscono godersi lo spettacolo della lotta fra i loro mercenari e il gruppetto guidato dall'uomo superarmato. Altri morti e rivolta del gruppetto con supereroe che si ribella ai ricconi dopo aver sterminato i loro mercenari.
Insomma, un film da non vedere e che, come troppe volte succede, usa il termine anarchia per descrivere situazioni di orrenda violenza.

Luciano Lanza



Anarchia.2/
Cogliamo gli spunti di riflessione

“Prima che tale organamento incominciasse ad essere considerato come possibile e desiderabile da tutta una categoria di pensatori, [...] la parola anarchia era presa universalmente nel senso di disordine, confusione; ed è ancor oggi adoperata in tal senso dalle masse ignare e dagli avversari interessati a svisare la verità”. (Errico Malatesta, L'Anarchia, Nova Delphi Libri, Roma, 2013, p. 21)
È proprio questo ciò che è successo con il film Anarchia. La notte del giudizio (2014, James DeMonaco), i cui autori hanno deciso di rinominare impropriamente una situazione di totale violenza e prevaricazione con il nome di una filosofia che niente ha a che vedere con quanto si svolge sulla scena.
Il film è un racconto distopico ambientato in una Los Angeles di un futuro molto prossimo (è il 2022). A seguito di un cambio di regime in chiave autoritaria, gli Stati Uniti d'America si trovano votati a nuovi Padri Fondatori i quali sembrano aver portato il paese entro una situazione di benessere economico e sociale non indifferente, con un tasso di disoccupazione al 5% e una stabilità sociale apparentemente invidiabile. Tale obiettivo sarebbe stato raggiunto grazie alla decisione delle autorità di permettere alla popolazione di dare sfogo, una volta all'anno, alle pulsioni più cupe senza cadere vittima della legge. Per 12 ore, infatti, il ricorso alla violenza è concesso e totalmente impunito.
Lo spettatore è indotto fin da subito a capire come la decisione del governo di permettere alla violenza sociale di esplodere ricada interamente sulle fasce più povere della popolazione; ecco spiegati i dati socio-economici favorevoli: l'uso della violenza è chiamato a risolvere arbitrariamente e brutalmente il problema della redistribuzione e della disuguaglianza. Negli Stati Uniti del 2022, la povertà è combattuta eliminando fisicamente gli appartenenti alle classi meno abbienti.
L'esito di questa nuova ritualità introdotta dal governo è quello di una classe ricca che continua ad aumentare le proprie ricchezze grazie alla progressiva eliminazione del problema della redistribuzione dei profitti, della diseguaglianza e del malcontento sociale.
Nonostante il film sia pensato per la fruizione da parte di un grande pubblico e non contenga al proprio interno una critica socio-economica ben ponderata, dà modo allo spettatore di interrogarsi sul tema del conflitto sociale, della lotta di classe e della prevaricazione dei ceti privilegiati nei confronti di chi è posto alla base della piramide.
All'inizio del film, l'errore più grave commesso da James DeMonaco, sceneggiatore e regista, sembra la decisione di denominare una situazione di caos e violenza gratuita con il termine Anarchia, come a dire che quelli mostrati siano gli esiti di una libertà che gli esseri umani non sono in grado di gestire: lascia liberi gli uomini e avrai delitti, abusi e prevaricazioni! La scelta del titolo pare quindi far capo a quell'errore, dettato dalla non conoscenza, che fa credere ai più che anarchia sia sinonimo di caos.
Col passare dei minuti però, il regista ci svela che la popolazione americana non è affatto libera come crede. Le violenze infatti sono permesse da un governo autoritario che concede ai propri cittadini di 'sfogarsi' secondo delle precise direttive; inoltre, interi eserciti governativi sono riversati nelle strade per commettere in prima persona violenze contro le classi più povere, prendendo letteralmente di mira e assaltando i quartieri popolari, al fine di mantenere un equilibrio sociale in favore dei privilegiati.
Ecco forse lo sbaglio più grande: la scelta dagli autori è stata probabilmente quella di definire come anarchica una situazione di abuso di libertà; in verità quella raccontata nella pellicola è una realtà in cui regna un completo assoggettamento del popolo americano al nuovo regime. In questa storia distopica non è presente alcun esercizio di libertà, ma solo un assoluto asservimento di individui in balia di poteri esercitati nei loro confronti.
Tanto per la deriva del conflitto sociale quanto per i dubbi sollevati dalla scelta del titolo, La notte del giudizio può intendersi come buona palestra per lo sviluppo di riflessioni, non solo su questioni politiche e socio-economiche, ma anche sulle erronee definizioni mainstream di libertà e anarchismo.

Carlotta Pedrazzini



Costruzioni
sul nulla

Nel leggere Il pianeta del nulla di Francesco Porzio e Fulvio Martini (Edizioni della Terra di Mezzo, Milano, 2010, pp. 244, € 25,00) ci troviamo di fronte a un breve racconto che attraverso l'idea – peraltro già collaudata da autori sia lontani nel tempo, come Swift e Abbott, che più vicini a noi, come Orwell e Huxley – di una storia di pura fantasia, se non di fantascienza, descrive la nostra vita sulla Terra al giorno d'oggi.
Siamo a bordo di un'astronave dove un essere proveniente da un altro pianeta, mandato in ricognizione esplorativa sul nostro, al fine di verificare la pericolosità dei suoi abitanti, sta preparando un rapporto descrittivo delle condizioni di vita, abitudini, aspetto fisico, religioni, credenze e altro riguardante gli stessi, da inviare ai suoi superiori.
Sei capitoli/notizie più una breve conclusione. Un lungo racconto che, col tono leggero di chi osserva dall'alto l'altrui stupida follia, descrive la vita di questa scimmia glabra di scarsa intelligenza, divenuta predominante su un pianeta che ha distrutto quasi completamente. Siamo noi gli yugwgnum, non vi è alcun dubbio, il riconoscimento è voluto e immediato. Leggiamo velocemente la nostra storia sciagurata e, una dopo l'altra, passiamo in rassegna le immagini che, in abbondanza, la illustrano con efficace ironia, fino ad arrivare all'ultima pagina, alle conclusioni nelle quali viene suggerita l'eliminazione definitiva del pianeta per non correre il rischio che i suoi abitanti se ne vadano in giro a infestare il resto dell'universo con la loro violenza, la loro stupidità e il loro odore insopportabile.
Un'esagerazione dunque, utile ai fini della scrittura? Niente affatto purtroppo. Di veramente inventato c'è solo l'extraterrestre e la sua risoluzione finale. Tutto il resto è l'oggi, al massimo tra qualche decennio. Cito qua e là dalle Informazioni generali sul pianeta degli yugwgnum:
“Dapprima la sua furia si è rivolta contro gli ”animali“ (così essi chiamano le altre creature, di gran lunga meno feroci) e contro gli individui della stessa specie, poi contro il pianeta stesso. Nessun altro essere vivente, che io sappia, ha praticato l'omicidio con la stessa continuità e determinazione. L'ultimo rapporto riferiva di un conflitto planetario che avrebbe causato (si direbbe fantascienza!) più di settanta milioni di morti. Ma a ben guardare tutta la loro storia non è altro che una serie ininterrotta di soprusi, assassini, devastazioni e stermini di massa. [...]”
Ci si è chiesto come fosse possibile un fenomeno di tali proporzioni. Sono state formulate diverse teorie a riguardo. Una delle più accreditate punta sulla natura sociale di questa scimmia gregaria, che nel corso della sua abnorme proliferazione avrebbe mantenuto le caratteristiche essenziali della vita di branco. Ciò avrebbe determinato la persistenza di un gran numero di individui dotati di modeste capacità intellettive e facilmente manipolabili dai capi branco di turno. Questa teoria ha una parte di verità ma non basta a spiegare come milioni di scimmie “sapienti” (così si autodefiniscono!) vengano convinte con estrema facilità a commettere o a legittimare le più bestiali atrocità e ingiustizie.
“Anche la teoria “culturale” non è del tutto soddisfacente. È vero che questi bizzarri individui hanno elaborato dei codici (le cosiddette “verità” religiose o ideologie) che poi hanno attribuito a una divinità superiore [...] per trarre vantaggio dalla credulità dei loro simili. È vero che alcuni di loro, essendo riusciti a spacciarsi per gli intermediari di tale “divinità”, hanno spinto questi esseri dalla mente debole a sottomettersi e a riprodursi senza controllo. La fede cieca in tali fantasmi li avrebbe privati di ogni dubbio e responsabilità, convincendoli a commettere le azioni più crudeli nel nome di concetti astratti e insensati. Per quanto possa sembrare assurda, pare che l'analisi poggi su riscontri obbiettivi. [...] Ti ricordi le risate quando l'istruttore ci raccontava che una volta dei gruppi di yugwgnum si sono trovati a fronteggiarsi e ognuno pretendeva di essere quello “eletto da Dio”? [...] La specie dominante si è differenziata ancora di più dalle altre [...] per il suo bizzarro stile di vita che in tempi recenti [...] l'ha portata ad alterare completamente il rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi”.
E così prosegue, nei restanti cinque capitoli, descrivendo “bizzarri” stili vita, abitudini e abitudine ai falsi sentimenti che hanno costruito una società intessuta di azioni e parole vuote, una civiltà fondata sul nulla che sta prendendo il sopravvento su tutto il pianeta riducendolo a un pianeta del nulla.
Un'esagerazione dunque, utile ai fini della scrittura?
Abbiamo tra le mani un magnifico racconto o un'opera letteraria imperdibile e finemente illustrata? Secondo me no e secondo me questo lo sanno bene anche autore e illustratore. È un libro però che nasce da un'urgenza, dalla consapevolezza improcrastinabile che la nostra situazione si è fatta veramente troppo seria per lasciar correre, così seria e paradossale da apparire ridicola se guardata con molta, molta distanza.
Forse gli yugwgnum migliori di quelli descritti sono qualcuno in più di quelli riconosciuti nel racconto? Forse qualche angolo salvabile c'è ancora? Certamente, può darsi, ma che differenza fa?
Di sicuro c'è grande necessità di libri come questo, come di tutte quelle azioni, parole, immagini che contribuiscono in vario modo a smontare il castello di ipocrisia e falsità sul quale si regge la nostra “civiltà”, la sua finta cultura e la sua arte per allocchi, lasciando cadere i frantumi nel vuoto.
Infatti uno degli autori del testo lo ritroviamo impegnato in un'operazione affine, anche se di stampo completamente diverso, quando scrive Sfratto/manifesto per un'arte futura - apparso sull'ultimo numero della rivista di cultura libertaria “ApArte” e precedentemente pubblicato dalla “casa editrice” Libera e senza impegni - dove denuncia, con esasperata passione, il desiderio di successo travestito da gesto creativo che la fa da padrone nei territori dell'arte visiva e non solo.
Gli autori quindi - cito dal risvolto di copertina - sono un critico d'arte che ne ha abbastanza della falsità dell'arte e un artista che ne ha abbastanza della falsità della critica. Così invece di fare un catalogo di dipinti con commenti appropriati, cioè qualcosa di “attuale” e “calato nel nostro tempo”, ironizzano loro, hanno pensato al suddetto racconto. Per il testo sto parlando dello storico dell'arte Francesco Porzio - di cui “A”, nel numero estivo (“A” 391) riporta una lettera (in risposta a Federico Zenoni), nel capitolo dedicato alla psicoeditoria creativa e autoprodotta – e per le immagini di Fulvio Martini, pittore, scrittore ed erborista.

Silvia Papi



L'anarchismo,
uno stile di vita

Se assumiamo la classica definizione di generazione come un assieme di individui che hanno vissuto le medesime esperienze significative, che ne sono stati segnati e che hanno agito misurandosi con le stesso ordine di questioni, si coglie subito il fatto che il testo di Rino Ermini (In prima persona. Autobiografia di un anarchico, La Fiaccola, Ragusa, 2014, pp. 88, € 6,00) tanto più è una narrazione di vicende individuali quanto più è testimonianza di un'avventura collettiva.
Attraverso la narrazione della sua avventura esistenziale Rino Ermini descrive uno spicchio significativo del formarsi di una generazione militante anarchica, e non solo, nell'Italia fra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, del suo agire, in un contesto straordinario quale è stato il maggio rampante italiano sulla base della visione del mondo alla quale è pervenuta e delle sue sconfitte.
Naturalmente vi è nel percorso di Rino un riferirsi a vicende, ambienti, accadimenti specifici e, sebbene non vengano mai esplicitamente dichiarati, un punto di vista ed un modo di porsi originali non, ovviamente, nel senso della narcisistica ricerca di un'originalità intesa come solipsistica autoaffermazione ma in quello proprio di percorso fortemente radicato in un vissuto ed in un ambiente specifici.
L'anarchismo di Rino Ermini nel suo formarsi è assolutamente “classico” rispetto ai tempi ed al contesto, affonda le sue radici nella tradizione del movimento operaio toscano, nella memoria della resistenza, nelle lotte giovanili e studentesche del tempo.
In questo senso un amante della tassonomia lo potrebbe definire “movimentista”, sebbene infatti Rino sia stato nel corso degli anni '70 membro di gruppi anarchici fra Scandicci e Firenze, è evidente che il centro del suo essere anarchico è il partecipare alle lotte sul territorio, il vivere l'anarchismo come stile di vita, sistema di valori, prassi trasformativa.
Da ciò il suo non apprezzare lo polemiche che divisero allora (solo allora?) il movimento anarchico, polemiche che trascesero sin troppo spesso in ostilità reciproche fra compagni che pure erano divisi da dettagli, e il porre l'accento sull'iniziativa dal basso in quartiere, nei luoghi di lavoro che ha frequentato, nei movimenti.
Come rilevavo, Rino narra, soprattutto per quel che riguarda gli anni '70 ed i primi anni '80 di una serie di vicende che caratterizzarono il movimento a Firenze, di incontri, di scoperte, di esperienze.
Ammetto che leggendo le sue memorie più di una volta ho sorriso ripensando a compagni e vicende del tempo che conoscevo in qualche misura e ai quali Rino fa cenno.
Ad esempio, Rino ricorda “Gianni Carrozza [...] valente compagno anarchico, che lavorava a una tesi su Camillo Berneri e che voleva farla talmente bene che non so se l'abbia mai conclusa”.
Io che di Gianni Carrozza sono stato, e sono, sodale, posso tranquillizzare Rino, con la sua tipica velocità da bradipo, Gianni ha concluso la sua tesi che effettivamente gli ha preso moltissimo tempo e il suo lavoro su Berneri è tuttora importante, basta pensare alle recente edizione degli “Scritti scelti” di Camillo Berneri a cura di Zero in Condotta alla quale Gianni ha collaborato.
Nondimeno leggendo quanto ne scrive Rino, mi torna alla mente la casa in Via Puccinotti a Firenze dove Gianni abitava con altri compagni, che io stesso ho frequentato a lungo e dove intere nottate venivano dedicate a discussioni indiavolate sui massimi sistemi ed al consumo di golosi salumi calabresi.
Rino di quell'ambiente ricorda in particolare un compagno, noto come “il cittadino”, così si faceva chiamare giacché sosteneva che il temine “compagno” è troppo impegnativo, e che anch'io conoscevo bene come un tipo ameno.
Possono questi ed altri sembrare dettagli di poco conto ma li cito perché si colga l'intento dell'autore di rendere conto del vissuto quotidiano di un milieu che allora si costituì e che tentò di mettere in discussione l'esistente (perché rimuoverlo?) sia nel senso di fare effettivamente una rivoluzione che in quello di cambiare nell'immediato la vita quotidiana sulla base dei valori di eguaglianza e libertà, rompendo radicalmente con il conformismo imperante e costruendo un proprio spazio, una sorta di inframondo che solo la sconfitta che venne alla fine del maggio rampante spazzò via.
Le memorie di Rino ovviamente non si fermano al maggio rampante, in particolare importante è la narrazione del passaggio, attraverso una serie di lavori, alla condizione di insegnante. Come credo sia abbastanza noto, Rino Ermini, e lo rivendica, ha vissuto l'insegnamento come un'occasione importante per mettere in pratica i propri convincimenti per quanto riguarda la pedagogia, tema al quale ha dedicato alcuni opuscoli e molti articoli.
In questo senso lo si può considerare una persona meritatamente fortunata visto che ha svolto a lungo un lavoro che ama e nella cui pratica ha potuto tradurre nei fatti le sue idee.
Ancora una volta si può parlare di un anarchismo attivo, vissuto, saldamente impiantato nelle relazioni sociali che hanno caratterizzato la sua vita. Se nella natia Toscana Rino si collegava a robuste radici contadine e proletarie, nel lavoro di insegnante ha potuto e saputo costruire nuove relazioni e nuove esperienze sulle quali, proprio perché note, non mi dilungo.
Infine, se dovessi segnalare un pregio, forse il pregio, di questo lavoro, credo consista proprio nella relazione stratta fra ciò che un tempo i compagni chiamavano con orgoglio l'Idea e la pratica quotidiana, nel non volersi impancare a maestro di una qualche verità valida per tutti ma nel dare un contributo, un contributo utile, ad un'avventura collettiva tutta in divenire.

Cosimo Scarinzi



Una fiaba
fuori mercato...

Quanti anni aveva George Sand quando pubblicò La storia del vero Gribouille?
La dedica dell'opera alla signorina Valentine Fleury porta la data del 26 luglio 1850. Dunque George Sand aveva quarantasei anni: l'età della piena maturità. Perlomeno dal punto di vista anagrafico.
Ma sentite come descrive alla signorina Fleury l'epilogo dello scontro tra l'esercito del signor Calabrone, composto da miliardi di calabroni, bombi e vespe, e quello delle api:
«Alla fine i bombi rimasero padroni del campo di battaglia, e allora iniziò un'orgia immonda. I vincitori, rimpinzandosi di miele in mezzo alle vittime e camminando sui cadaveri delle madri e dei bambini, si ubriacarono in modo talmente indecente che molti creparono d'indigestione, rotolando alla rinfusa tra i morti e i moribondi.»
Questo passaggio, come numerosi altri della narrazione, testimonia non soltanto della piena maturità anagrafica e professionale di George Sand, al secolo Madame Amandine-Lucie-Aurore Dupin, ma anche di una sua conoscenza dei fatti del mondo e della natura umana che non si nasconde dietro nessuna ipocrisia.
Se sostituissimo alla parola “bombi” qualsiasi altro nome di persona, esercito o masnada, potremmo sentir vibrare nel racconto tutto l'orrore e la brutalità delle attuali cronache di guerra.
George Sand però, per sua stessa ammissione alla signorina Fleury, sta scrivendo una “fiaba”.
Il suo eroe è Gribouille, uno “scarabocchio”: un ragazzino di dodici anni ritenuto sciocco da tutti, genitori compresi. E questo perché?
Perché in un mondo dove «I padri rimproveravano ai figli di non crescere abbastanza in fretta per guadagnare denaro; i figli rimproveravano ai padri di non morire abbastanza presto per lasciargliene», Gribuille si ostina a rifiutarsi di imparare a «uccidere e saccheggiare».
Che tenacia, questa Madame Dupin! Due anni dopo essere scesa dalle barricate del '48 scrive una fiaba il cui eroe è niente po' po' di meno che un idealista. Proprio lei che, delusa dagli esiti delle giornate di giugno, scelse di ritirarsi per il resto della vita – circa trent'anni – a Nohant, in campagna.
Di che cosa parla questa fiaba?
Parla di ricchi e di poveri. Di genitori e di figli. Di soldi. Parla d'amore e di giustizia. In sostanza, dice del senso della vita.
Con uno stile asciutto, la prolifica scrittrice francese ci guida attraverso la sua personale visione del mondo. Decisamente cruda! Di chi ha partecipato appassionatamente alle vicende politiche del suo tempo, si è tirato in disparte, e ha scelto di osservare con occhi, orecchie e cuore bene aperti.
Dei poveri fa dire alla regina dei prati che «fanno come i ricchi, si uccidono tra loro e depredano a più non posso; è una guerra continua».
Dei geni fa dire al signor Calabrone che «si tratta di veri cretini» perché fanno voto «di servire, proteggere e amare tutto quello che respira».
«La cosa migliore, secondo me, è invece lasciar lavorare gli altri, e prendere; prendere, prendere!» afferma Calabrone. «Con la forza o l'astuzia, ragazzo mio, ma è l'unico mezzo per essere sempre felici.»
Alla signorina Valentine Fleury l'anticonformista George Sand non risparmia davvero nulla.
Allora perché leggere questa durissima metafora della vita?
Perché è scritta con onestà. Con intelligenza. Perché, come la vita, è piena di poesia e di sorprese.
E vale la pena leggerla soprattutto da grandi, per ammirare la risolutezza del piccolo Gribouille senza vergognarsi di parteggiare per lui, anzi! Per voler prendere esempio da quel babbeo!
Sulla montagna di cenere dell'epilogo spunta infine «un bel fiore che chiamano “non ti scordar di me”». È la speranza, alla quale l'Autrice della fiaba comunque non vuole rinunciare.
La speranza di un mondo nuovo.
«La qual cosa danneggiò i procuratori e gli avvocati che avevano pullulato ai tempi del re Calabrone. Ma si misero a fare altri mestieri, perché venne anche il momento in cui non ci furono più processi e in cui tutti erano d'accordo su tutto.»
E il lieto fine si rivelerà alla fine ancora più lieto... Ma solo in questa favola.
(George Sand, La storia del vero Gribouille, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1988)

Emanuela Scuccato