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Rivista Anarchica Online




A bordo vasca/
Considerazioni di un istruttore di nuoto

Si parla spesso della figura dell'educatore all'interno della scuola o della famiglia, ma mai in relazione ad attività diverse, quali scuole di calcio o corsi di nuoto. Si fanno spesso analisi sulla scuola; essa, così com'è, non è altro che madre di futuri schiavi del lavoro e del consenso. Essendo istruttore di nuoto, vorrei addentrarmi dunque in questo settore per dimostrare come il sistema-scuola sia un sistema ben più ramificato.
Da poco più di quattro anni insegno in una scuola nuoto genovese; ho scelto questo percorso perché sono cresciuto in piscina ed ero interessato ad insegnare ad altri lo sport che per anni ho praticato e sopratutto per lavorare con i bambini. Sapevo benissimo che insegnare nuoto non sarebbe stato facile, ma ciò che non avrei mai pensato di dover fare era di essere un punto di riferimento educativo dei bambini durante i miei corsi e sopratutto cominciare ad analizzarmi come figura pedagogica.
I corsi nuoto sono così strutturati: vi è un maestro e vi è un alunno che deve imparare. Bisogna capire innanzitutto chi è l'istruttore, se svolge il proprio lavoro perché gli piace insegnare o per guadagnare due soldi, anche se purtroppo spesso è così.
Questo deve insegnare a nuotare ai propri allievi, deve insegnare un qualcosa che non è naturale per i bambini. Spesso per svolgere questo suo compito egli fa ricorso all'autorità: impartisce un comando, l'allievo ubbidisce e copia il movimento che viene mostrato senza che ne capisca il motivo e l'utilità, con il minimo sforzo dell'insegnante.
Una prima differenza di ruoli tra allievo e maestro la si ha con le relative posizioni, chi comanda è in piedi a bordo vasca e chi deve nuotare dentro l'acqua. Spesso si pensa che questa sia dovuta forzatamente alla conformazione della piscina, ma non è totalmente vero. Sedersi sul bordo è un modo molto banale per ovviare a ciò; ci si bagnerà ma il bambino sente che gli sei vicino, che puoi condividere le sue difficoltà, non ti vede come un essere supremo ma come un compagno. Purtroppo i dirigenti delle piscine non amano questo modo di fare, in quanto poco professionale.
L'insegnante è un educatore; si è a bordo vasca sia per insegnare a nuotare sia per insegnare il rispetto verso gli altri, e ciò ultimamente è sempre più necessario. È necessario catturare la fiducia e l'attenzione del bambino, che è la parte più difficile del corso; non si può pensare di farlo stando distaccati e considerando che ci sia una differenza tra istruttore e allievo.
Spesso si vedono maestri che rispondono in modo secco e freddo al bambino, come per dire che non interessa niente della vita del fanciullo: molto sbagliato. A noi deve interessare tutto ciò che l'allievo fa nella vita, cosa ha fatto a scuola, se si diverte con gli amici, se ha problemi in casa, perché in questo modo sai chi ti trovi davanti in quel momento. Giornata negativa? Il bambino ha bisogno di sfogarsi e probabilmente in acqua sarà su di giri e ti ascolterà meno, non si può pretendere allora di comandarlo a bacchetta e ottenere dei risultati; anzi, rischi che indietreggi in ciò che ha imparato precedentemente. Giornata positiva? Allora sai che sarà più attento e potrai lavorare sulla tecnica e la precisione della nuotata.
É sempre più difficile lavorare vedendo il comportamento che molti hanno verso i bambini e ragazzi, considerati come soldati che devono andare alla guerra (sperando non lo diventino in un futuro prossimo).
Non è detto poi che il problema sia l'istruttore. Egli viene delegato, dai genitori paganti, per fare raggiungere determinati risultati al proprio figlio e nel caso questi non vengano raggiunti, significa, ai loro occhi, che l'insegnante non è all'altezza del proprio compito. Dunque questo inizia il proprio lavoro con il timore, spesso inconscio, di non riuscire in ciò e, di conseguenza, sceglie il metodo più facile e veloce di insegnamento.

Marco Casalino



Ricordando Joe Cono/
Un calabrese emigrato negli USA

Solo poco tempo fa abbiamo avuto una triste notizia: un caro compagno e amico della nostra biblioteca, Joe (Joseph) Cono, si è spento ai primi di aprile del 2013, a Monte Sereno (California).
Joe, classe 1924, proveniva da una famiglia di origine calabrese molto povera. Il padre, Domenico, contadino, era emigrato negli USA dal paese natale, Stefanacoli, e si era stabilito a New York, dove aveva fatto mille mestieri riuscendo a sopravvivere e a inviare aiuti alla famiglia (la moglie Caterina e quattro figli) rimasta in Italia durante tutto il ventennio fascista. A Stefanacoli, Joe è un ragazzo vivace che compie gli studi fino al completamento delle magistrali. Nel fervore dei mesi immediatamente successivi alla fine dell'occupazione nazifascista e alla fine della guerra si avvicina, tramite un vecchio militante, alle idee repubblicane e anticlericali. Nel '46 dà vita nel suo paese al Circolo Repubblicano radunando un gruppo di giovani. Nel 1947 la famiglia raggiunge il padre a New York. Joe appena giunto negli USA si iscrive alle scuole serali e a vari corsi professionali. Tramite Giuseppe Lo Priato, zio materno, inizia a leggere la stampa libertaria e a formarsi una discreta cultura politica. Negli anni successivi si trasferisce nella costa Ovest degli USA, a Los Angeles, dove conosce l'attivista anarchica Janny Danny, la cui casa è un punto di incontro per molti compagni. Joe stringe con lei un forte legame di amicizia, partecipa alle manifestazioni, alle conferenze e alle feste libertarie, conosce Cesare Giannotti e il figlio Carlo, Bruno Pedrola, Joe Cocchio, Vecchietti e altri compagni.

Pisa, primavera 2001 -  Joe Cono all'ingresso della Biblioteca
Franco Serantini, insieme a Graziella Petronio e Furio Lippi
(della Biblioteca stessa)

Successivamente si trasferisce a Gilroy - ospite nella casa di due compagni della vecchia generazione: Maria e Sam De Rosa - e da lì a San Francisco, dove vive la figlia dei De Rosa e dove frequenta la vivace comunità italo-americana, fortemente intrisa di ideali anarchici e pacifisti. In quel periodo lavora dove capita e conosce molti altri compagni della vecchia generazione come Harry Finck, John “the cook” (Vincenzo Ferrero), i coniugi Vercellino, Giuseppe Massidda, Lino Molin. Proprio per seguire un vecchio compagno, Riccardo Faramelli, che gli insegna il mestiere di muratore, si stabilisce a Los Gatos. Lì sposa Angie Vercellino dalla quale avrà due figli. Avvia un'attività di giardinaggio e con l'aiuto dei compagni si costruisce una casa. Ma la sua passione per lo studio, i suoi molteplici e variegati interessi culturali e la consapevolezza - comune a tutti i compagni della comunità di immigrati - dell'importanza di documentarsi e acquisire conoscenze per battere il nemico e diffondere il verbo libertario, lo portano a riprendere gli studi. Pur continuando a lavorare, riesce a laurearsi in filosofia e poi in sociologia. Per un certo periodo insegna all'università di San José ma, intollerante alle regole e alle formalità della vita accademica, lascia l'insegnamento per tornare alle sue grandi passioni: il giardinaggio e l'attività politica.
Nel corso degli anni, i compagni più anziani gli lasciano carte, libri, giornali, foto, ricordi; all'inizio del 2000 Joe decide di trasferire la parte più importante di quella preziosa raccolta in Italia, presso la nostra biblioteca. Nel 2006 ha un primo malore, che però non lo fiacca, nonostante l'età Joe resiste e continua a guardare al futuro ma un nuovo attacco lo porta via nei primi giorni della primavera dello scorso anno.
Le compagne e i compagni della Serantini ricordano commossi Joe, del quale ci manca il sorriso e lo spirito libero, e inviano un saluto alla sua famiglia.

Biblioteca “Franco Serantini”
Pisa



Dopo Barcellona/
Storie e amori d'anarchie (in Italia)

Dopo Barcellona, lo spettacolo scritto da Sergio Secondiano Sacchi, che racconta attraverso le canzoni la storia del movimiento libertario, approda in Italia. Sul palco di Firenze e di Sanremo artisti da sempre impegnati come Juan Carlos “Flaco” Biondini, Vittorio De Scalzi, Peppe Voltarelli e Alessio Lega.

Silvia Comes

Il 2 marzo a Barcellona è stato un successo. Quella sera il Teatre Joventut de L'Hospitalet de Llobregat era strapieno e oltre duecento persone non sono riuscite ad entrare. In sala ce n'erano più di 600 in attesa di uno spettacolo intitolato Cançons d'amor i d'anarquia il cui protagonista principale era il cantautore Joan Isaac, uno dei simboli della canzone d'autore catalana. La proposta era accattivante e coraggiosa. Parlare oggi di anarchia in un grande festival come il BarnaSants – che tra l'altro ha insignito lo spettacolo con il Premio della Critica 2014 – e in una città che, per quanto una delle patrie del movimiento anarchico, si è oramai trasformata in una delle mete del turismo di massa europeo non è cosa facile. Una motivazione in più c'era. Il 2 marzo ricorrevano i 40 anni dell'assassinio “legale” di Salvador Puig Antich, il giovane libertario catalano militante del Movimiento Ibérico de Liberación (MIL) che fu l'ultimo antifranchista ad essere garrottato dal regime di Francisco Franco. E sono stati in molti a rendergli tributo, a ricordarlo e a omaggiarlo quella sera al Teatre Joventut.
Cançons d'amor i d'anarquia è un racconto. Il racconto di alcuni episodi della lunga vita del movimento libertario e anarchico. Un racconto fatto di canzoni, ma anche di immagini, di video e di danza. Un racconto che a Barcellona si è concluso proprio con A Margalida, la canzone che nella seconda metà degli anni Settanta Joan Isaac scrisse per Salvador Puig Antich. Un racconto che non si è però fermato alla sola Barcellona, ma è approdato anche in Italia grazie al Club Tenco e a Cose di Amilcare, l'associazione, nata nel 2012 nella città di Gaudí, che funge da ponte culturale tra la canzone d'autore italiana e catalana. Ne avevamo parlato su queste pagine qualche mese fa con un'intervista a Sergio Secondiano Sacchi, fondatore del Club Tenco insieme ad Amilcare Rambaldi e di Cose di Amilcare insieme a Roberto Molteni e a chi sta scrivendo questo articolo. Con l'approdo in Italia, Cançons d'amor i d'anarquia si è trasformata, per dirla in qualche modo, in Storie e amori d'anarchie. Le lingue sono veicolo di culture e tradizioni, di storie e di amori, di sofferenze e di passioni. Mai devono essere barriere. E così è stato, con uno spettacolo cantato in più lingue e interpretato da artisti di diversi paesi. Quello italiano è stato un doppio incontro per queste storie e questi amori d'anarchie. Prima a Firenze e poi a Sanremo.

Peppe Voltarelli e Olden

Italia, Spagna, Francia, Argentina e Stati Uniti

Nel capoluogo toscano per il concerto del Primo Maggio in una serata targata CGL-Coop, promossa da Sergio Staino. Una serata emozionante, in cui sono stati consegnati anche i premi “Cavallo del Lavoro” – tra i premiati anche Francesco Guccini –, con la sala dell'Obihall gremita. Oltre un migliaio di persone sulle rive dell'Arno. Storie e amori d'anarchie si è aperto con una breve performance di danza contemporanea dell'inglese Julyen Hamilton. Nel mentre le prime immagini venivano proiettate sullo sfondo e arrivavano le note dell'Inno della rivolta della Scraps Orchestra. Frammenti dei loro bei dischi, tra cui il pregiato Il diavolo a mezzogiorno del 2005, si sono convertite nella colonna sonora dei video musicali che hanno introdotto ciascuna delle diciotto canzoni che compongono lo spettacolo. Dei video che, sotto l'attenta regia di Michelangelo Ricci, hanno tracciato un file rouge in grado di legare i diversi episodi dell'intera rappresentazione. Episodi che si svolgono nei cinque paesi che tra Otto e Novecento sono stati la patria di anarchici e libertari: Italia, Spagna, Francia, Argentina e Stati Uniti. E così, tra questi paesi e queste lingue – italiano, spagnolo, catalano, francese e inglese – si snoda il racconto lungo un secolo, dalla comune di Parigi del 1871 fino alla strage di piazza Fontana del 1969. Nel mezzo tante altre storie alcune conosciute, altre meno: gli incidenti di Haymarket Square del 1886 e la tragica fine del sindacalista e cantautore svedese, ma americano d'adozione, Joe Hill; le vicende degli anarchici italiani scacciati dalla Svizzera a inizio secolo; la figura di Simón Radowitzky, autore dell'attentato che colpì il capo della polizia Ramón Falcón responsabile della repressione della Settimana rossa di Buenos Aires nel 1909; le lotte degli anarchici argentini della FORA; le peripezie della banda Bonnot; le trincee della Grande Guerra; Sacco e Vanzetti; la storia della CNT; i viaggi e le fughe di Buenaventura Durruti; la formazione delle Milicias Antifascistas durante la Guerra Civile spagnola, il maggio parigino e il già ricordato assassinio “legale” di Salvador Puig Antich ad un anno e mezzo dalla morte del dittatore Francisco Franco.

Wayne Scott

Accompagnati da un quartetto di giovani musicisti fiorentini (Marco Poggiolesi alla chitarra, Leonardo Volo al pianoforte, Antonio Masoni alla batteria e Michele Staino al contrabbasso), a ridare vita alle canzoni di tutto un secolo sono state le voci del chitarrista che ha accompagnato per una vita Guccini, Juan Carlos “Flaco” Biondini, della voce e anima dei New Trolls, Vittorio De Scalzi, di Peppe Voltarelli, Alessio Lega, Joan Isaac, Silvia Comes, Anna Roig, Olden e Wayne Scott. Memorabile La locomotiva di Guccini interpretata in catalano dalla brava Silvia Comes, Sacco e Vanzetti cantata a cappella da Joan Isaac e Olden, Né dio né padrone di Leo Ferré interpretata da un poderoso Voltarelli, La canzone del maggio di Fabrizio De Andrè cantata in francese, catalano e italiano rispettivamente da Anna Roig, Joan Isaac e Olden, la bella Eight Hour Day interpretata da Wayne Scott e Miserere Capinere di Mario Buffa Moncaldo con un De Scalzi da solo, con la sua voce e con un pianoforte. E un finale emozionante come pochi: sul palco tutti gli artisti insieme a intonare Here's to you di Joan Baez dedicata a Giuseppe Pinelli, “morto innocente” 45 anni fa. Il pubblico in piedi tutto, a cantare con gli artisti.

Joan Isaac

Juan Carlos “Flaco” Biondini

In piedi, ricordando Pinelli
E dopo Firenze, il 2 e il 3 maggio è toccato a Sanremo, all'interno di una due giorni sulla riviera ligure segnata da molti appuntamenti: incontro con gli artisti in mattinata, proiezioni, conferenze e concerti nelle piazze della città vecchia al pomeriggio e due spettacoli serali al Teatro del Casinò. Una due giorni dedicata ad Amilcare Rambaldi, finalmente ricordato anche nella sua città. Rambaldi non ha bisogno di presentazioni: geniale organizzatore culturale, raffinato conoscitore della musica e della canzone, fu l'ideatore nel lontano 1945 del Festival di Sanremo e poi, nel 1972, fondatore del Club Tenco che darà vita alla più importante rassegna internazionale della canzone d'autore ormai arrivata alla sua 38ª edizione.
Il 2 maggio è stata la volta di uno spettacolo intitolato Cose di Amilcare, che si è diviso in due tempi. Il primo dedicato a Barcellona, a quello che è stata e a quello che è ora. Sul palco si sono avvicendati Joan Isaac, che ha anche duettato con Giorgio Conte, e alcuni giovani artisti di punta della fertile vita musicale della città catalana, come Rusó Sala & Caterinangela Fadda e i Dinatatak, un gruppo che rappresenta molto bene il melting pot barcellonese. Il secondo tempo è stato invece dedicato ai Premi Rambaldi. Sul palco due mostri sacri della canzone d'autore europea: il portoghese Sérgio Godinho – che nel 1995 fu l'ultimo Premio Tenco della gestione Rambaldi e che nel 2013, non a caso, è stato il primo Premio Rambaldi – e Mauro Pagani a cui è stato consegnato, proprio dal cantore della Rivoluzione dei garofani, il Premio opera di Marco Nereo Rotelli, un artista che trasforma la parola in pittura, scultura e luce e che è stato anche l'autore di tutte le preziose scenografie dello spettacolo. Il fondatore della Premiata Forneria Marconi e storico collaboratore di Fabrizio De Andrè, accompagnato da Eros Cristiani alle tastiere e Joe Damiani alla batteria, ha ripercorso la sua lunga carriera toccando l'apice con Creuza de mä, di cui proprio quest'anno si celebrano i trent'anni, presentata insieme a Godinho, Isaac e De Scalzi. Ma i momenti da ricordare sono stati molti, come i duetti e le sorprese. Una su tutte: Perfect Day di Lou Reed interpretata in italiano da Vittorio De Scalzi. Un'anticipazione di un nuovo disco dedicato al poeta di Brooklyn a cui sta lavorando l'associazione Cose di Amilcare.

Tutti sul palco. In ordine da sinistra: Alessandro Certini,
Vittorio de Scalzi, Juan Carlos “Flaco” Biondini, Wayne Scott,
Olden, Peppe Voltarelli, Anna Roig, Joan Isaac e Silvia Comes

Sabato 3 maggio, poi, il gran finale con la riproposizione sulla costa ligure di Storie e amori d'anarchie. Pienissimo il Teatro del Casinò che ha accolto la rappresentazione dello spettacolo con qualche piccolo cambiamento rispetto al primo maggio fiorentino. Non c'era Alessio Lega, Julyen Hamilton è stato sostituito dal bravo Alessandro Certini nella performance d'apertura e il quartetto di musicisti fiorentini è stato sostituito da un quartetto tutto catalano composto da Enric Colomer al piano, Jordi Camp al basso, Yerai Hernández alle chitarre e Lluís Ribalta alla batteria. E una novità. Invece di Vigliacca, la bella canzone di Alessio Lega dedicata alla Grande Guerra, è stato Olden a riportare il pubblico alla tragedia dei quattro anni di trincea con un'interpretazione indimenticabile di O Gorizia, tu sei maledetta. Il ricordo di molti è andato al Festival dei Due Mondi di Spoleto del 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presentò la canzone all'interno dello spettacolo “Bella ciao” e ci furono incidenti in sala mentre Michele Straniero e Fausto Amodei cantavano O Gorizia tu sei maledetta / per ogni cuore che sente coscienza / dolorosa ci fu la partenza / e il ritorno per molti non fu. E un altro finale emozionante. Con il pubblico un'altra volta in piedi per ricordare Giuseppe Pinelli. Storie e amori d'anarchie è uno spettacolo necessario in questi tempi bui e cupi dove la memoria delle lotte passate è sempre meno presente. Ricordare per non dimenticare. Ricordare per ripensare il nostro presente e sognare un futuro diverso.

Steven Forti



Brescia/
Pino Pinelli a scuola

Nel mese di aprile l'Assessorato alla Pubblica Istruzione del Comune di Brescia, in vista delle celebrazioni per il 28 maggio (40° anno dalla strage di Piazza della Loggia), ha proposto ad ogni scuola l'adozione di una vittima del terrorismo realizzando una formella, da porsi all'interno di ogni edificio scolastico.
Ad ogni scuola è stato assegnato un nominativo, una vittima da commemorare. Mercoledì 28 maggio la formella che ricorda Giuseppe Pinelli è stata posta sui muri dell'istituto in cui insegno a fianco di un elaborato realizzato dagli studenti, che commemora la strage di Piazza della Loggia del 1974 e ci rammenta che “La memoria non si cancella”.
Una piccola cosa, ma mi son reso conto che spesso quando varco l'ingresso della scuola lo sguardo va a cercare Pino.
Nei primi anni 70 quando ho iniziato a sentirmi parte di una storia condivisa, l'immaginare una formella per Pinelli all'interno di un edificio scolastico, non poteva che avere un sapore del tutto surreale.

Agostino Perrini




Ricordando Salvador Gurucharri/
Un impegno duraturo e tenace

Salvador Gurucharri (1936-2014) ha avuto una vita segnata dall'impegno libertario. Nei primi anni Sessanta assunse, con pochi altri, una nuova sezione della CNT, la Defensa Interior, destinata a realizzare attacchi, anche violenti, al franchismo e alle sue strutture dentro e fuori della Spagna. L'esperienza durò alcuni anni e permise a Salva e ad altri di conoscere dall'interno le carceri francesi che affiancavano quelle spagnole. Questa esperienza è narrata, con la documentazione conservata soprattutto da Salva, nel libro che scrisse insieme a Tomás Ibáñez, Insurgencia Libertaria. Las Juventudes Libertarias en la lucha contra el franquismo (Barcellona,Virus, 2011).
Per diversi anni, in un modo o nell'altro, Salva si occupò di sostenere la lotta antiautoritaria in Spagna, anche nella difficile fase della cosiddetta “transizione” dopo la morte (nel suo letto!) del dittatore e l'avvio di un regime istituzionale formalmente democratico (con notevole continuità dell'apparato statale franchista). Nei momenti più difficili di questa delicata militanza, lo ricordava Salva, compariva a Barcellona un compagno italiano, Franco Leggio, che si metteva a disposizione per l'aiuto concreto. È stato uno dei non pochi momenti di solidarietà libertaria tra spagnoli e altri movimenti europei e americani.

Salvador Gurucharri

Lo conobbi personalmente nell'estate del 1982, al primo dei miei frequenti viaggi a Barcellona. Lo contattai, con altri due importanti militanti come Diego Camacho (Abel Paz) e Luis Andrés Edo, alla ricerca di un appoggio per un possibile scritto su Malatesta in Spagna. Era il 50nario della scomparsa di Errico e la Spagna aveva sempre occupato un posto particolare nella sua frenetica attivitá internazionale. Sapevo che Errico era stato alcune volte, di sicuro nel 1892, a contattare i compagni in vista di un'insurrezione comune contro re e capitalisti di tutta Europa. Mi risposero irridendo il mio impegno storico ed esprimendo una forte diffidenza e un'ostilità evidente nei confronti degli storici di professione, in particolare dei compagni, che pretendevano ricostruire fasi e problemi del più importante movimento anarchico della storia.
Dopo la morte di Edo e di Diego, Salva era rimasto l'unico della peña (circolo) che si era riunito ogni giorno in un caffé per discutere di molti aspetti dell'anarchismo teorico e pratico. Si trovavano vicino alla Libreria di Salva, Los Artales, nella centralissima Plaza del Pí, e avviavano spettacolari discussioni ideologiche e politiche coinvolgendo anche i clienti del caffé Amagatotis. Gli animati incontri (vere rivoluzioni verbali) durarono una decina di anni finché non incontrarono le proteste di chi voleva solo gustare un caffé o si orientava in senso antilibertario. Le riunioni poi si dissolsero nell'attività quotidiana del movimento, anche allora molto vivace nella città catalana, la “Mecca dell'anarchismo”.
Le aspre critiche di Salva erano dirette verso il modo burocratico di intendere l'organizzazione, l'attitudine troppo personalistica della leadership, la riflessione incerta e superficiale sul grave compromesso che portò, per diversi mesi tra il 1936 e il 1937, esponenti dell'anarchismo spagnolo a collaborare con i partiti antifascisti fino al punto di assumere incarichi di governo.
Tra i vari tentativi di rafforzare il movimento a Barcellona dopo il suo ritorno nel 1976, Salva riuscí di avviare la libreria “Rosa de Foc”, uno dei nomi storici della Barcellona ribelle, che continua tuttora ed è un punto cruciale per la conoscenza del passato e del presente della galassia libertaria. Per una decina di anni, poco prima del 2000, la sua “direzione” di Solidaridad Obrera, portavoce della CNT catalana, cercò di legare il giornale ai movimenti di base e ai confronti tra libertari di diverse tendenze. La sua scelta editoriale si notava anche dai disegni che un giovane compagno, col soprannome di Nono, dedicava al giornale mettendo in evidenza questo o quell'aspetto paradossale del potere. Con il nuovo secolo, Salva riuscì a concretare un progetto pluridecennale, la costruzione di una guida della ricca bibliografia di e sull'anarchismo spagnolo di opere apparse fino al 2000 (Barcellona, Rosa de Foc, 2004).
Devo ringraziare una volta di più la pazienza e l'attenzione con cui lesse il manoscritto di “Anarchia e potere nella guerra civile spagnola” dandomi suggerimenti e consigli preziosi. Avevamo in progetto di aggiornare la bibliografia fino al 2010, ma la sua scomparsa ha fatto rinviare sine die anche questo ambizioso programma.
Di Salva mi resta lo spirito critico e ipercritico, il sarcasmo, l'ironia con cui affrontava i molteplici aspetti del movimento a Barcellona. Era uno degli ultimi “vecchi” ad aver vissuto, in prima linea, la lotta antifranchista e la difficile ricostruzione della CNT a metà degli anni Settanta. La sua memoria era assai utile per orientarsi in quel labirinto, entusiasmante ma talvolta triste, nel quale quasi si persero gli sforzi e le speranze per una rinascita in forze del movimento, sia specifico che anarcosindacalista, come molti si aspettavano. Ad ogni modo, le valutazioni negative e pessimiste dell'ambiente libertario barcellonese si acompagnavano ad un impegno duraturo e tenace per dare corpo e testa al diffuso spirito antiautoritario che, anche ultimamente, si è espresso nelle proteste popolari di questa città eccezionale.

Claudio Venza

P.S. Di sicuro Salva sarebbe stato contrario ai ricordi che in queste settimane hanno espresso suoi amici e compagni. Ricordiamo comunque quelli di Octavio Alberola, a lungo al suo fianco, riportato in http://www.alasbarricadas.org/noticias, di Tomás Ibáñez in Bulletin du CIRA, n. 70, Eté 2014, p. 12 e di Nono in htpp://www.territoriokadaver.blogspot.com.es.



Jean Jaurès/
Un socialista contro la prima guerra mondiale

Jean Jaurès profeta della Sinistra”. Ricordo di uno dei padri del socialismo europeo a cento anni dalla morte. Una delle canzoni piu famose di Jacques Brel è dedicata proprio a lui.

Da mesi in Francia, specie negli ambienti della sinistra, è tutto un brulicare di iniziative per ricordare quell'eccezionale pensatore, politico e giornalista dell'emancipazione degli ultimi che fu Jean Jaurès, di cui il prossimo 31 luglio ricorre il centenario della morte. Riconosciuto nel “vulcano che vomita ghiaccio” per la sua oratoria dirompente e ammaliante, il fondatore del Partito Socialista francese e dello storico quotidiano l'Humanité (oggi testata del Partito Comunista francese) fu un inflessibile sostenitore della trasformazione della proprietà individuale capitalista in proprietà sociale, i suoi sagaci articoli (scrisse anche per la Depéche de Toulouse e La petite République) declinavano all'incitamento di una lotta che portasse alle realizzazione di un progetto mutualistico e cooperativo di umanità. A parte alcune bieche speculazioni politiche che si sono verificate nel recente passato – alle elezioni europee del 2010 il partito dei Le Pen fece stampare dei manifesti con su scritto “Jaurès avrebbe votato per il Fronte Nazionale” - ancora oggi il suo pensiero politico e filosofico rimane tra i prediletti e i più discussi nella sinistra francese. Jaurès partiva da una base politica, diciamo, marxista, ma il suo umanesimo riponeva profonde radici nel mondo classico. A lui bisogna riconoscere lo sforzo compiuto per tracciare il percorso (non facile) che portasse all'unificazione dei socialisti francesi e ad erigere quella repubblica sociale in cui dovevano trovare sintonia le correnti rivoluzionari con le componenti riformiste. Nato nel 1859 a Castres, nel Sud della Francia, Jaurès si laurea in filosofia e diventa professore all'Università di Tolosa, qui si distingue per le due doti di “inesauribile parlatore”, nel 1885 viene eletto per la prima volta al Parlamento, sarà deputato socialista nel 1893 grazie ai consensi dei minatori di Carmaux che trovarono in lui un referente affidabile per le loro lotte. Perde il seggio di parlamentare nel 1898 (ma lo riconquisterà quattro anni dopo) per aver denunciato gli intrighi di potere intorno al caso Dreyfus di cui fu acerrimo sostenitore della tesi innocentista. Oltre a battersi per l'affermazione di un socialismo riformista, dalle pagine dell'Humanitè la sua penna diventerà il megafono per un mondo di pace, e per tale obiettivo guarderà con interesse e costanza all'amalgama tra spiritualismo e cristianità. Fortemente radicato nel suo territorio d'origine, Jaurès unì all'irrefrenabile lavoro di giornalista e politico quello di saggista: tra le sue opere vanno ricordate Azione socialista (1899), Storia socialista (1901), Studi socialisti (1902). Allo scoppio della prima guerra venne fuori fortemente il Jaurès antimilitarista, tant'è che il 14 luglio del 1914 fece adottare al congresso della Sfio (Sezione francese dell'Internazionale Operaia) un ordine del giorno per proclamare uno sciopero dei socialisti europei contro i venti di guerra. Fu questo l'ultimo grido di battaglia del “Jaurès umanista intransigente”, infatti il 31 luglio 1914 venne assassinato mentre cenava con degli amici al Cafè du Croissant di Parigi da Raoul Villain, un giovane nazionalista sostenitore dell'entrata in guerra della Francia contro la Germania. Una delle ultime e più belle canzoni di Jacques Brel è dedicata proprio a Jaurès: e senza voler confezionare nessun santino, il cantautore belga si chiede cosa hanno guadagnato gli assassini nell'ammazzarlo? Canta Brel: “Pourquoi ont-ils tué Jaurès?” (Perché hanno ucciso Jaurès?). E ancora: “Pourquoi ont-ils tué Jaurès?”.

Mimmo Mastrangelo



Francia/
Asif Hussainkhil, un migrante sulle onde della libertà

Sei assi di legno, bastoni di plastica a formare l'albero, un blocco di polistirolo avvolto da un telo di plastica come galleggiante, un lenzuolo a mo' di vela. Con il materiale recuperato nel campo dei migranti di Calais in Francia, Asif Hussainkhil, 33 anni, fuggito dall'Afghanistan nel 2000, ha costruito una zattera e il 5 maggio scorso ha tentato di attraversare lo stretto della Manica. Voleva andare dallo zio e dai cugini in Inghilterra navigando per i 34 km che separano Calais da Dover.
Hussainkhil è stato recuperato dalla Guardia costiera dopo mezz'ora. La sua zattera senza timone era alla deriva, e lui, con indosso una giacca leggera, senza bussola né cibo, soffriva già di ipotermia. Salvato da una probabile morte, Hussainkhil ha detto ai soccorritori di essere “scocciato”, perché già due volte era stato fermato. Come ha spiegato al Daily Mail, in passato aveva provato a raggiungere la costa inglese a nuoto, con assi di legno come pinne. Questa volta, con la zattera, era convinto di riuscirci. “Durante il viaggio cantavo, ero felice. Stavo andando nella giusta direzione. Ci proverò ancora, il mio destino è andare in Inghilterra”, ha detto.
La foto del salvataggio suscita rabbia e ammirazione. A Calais arrivano migliaia di migranti in fuga dai conflitti (tremila quelli identificati nei primi cinque mesi del 2014). Il 2 luglio scorso 610 persone, di cui 121 minorenni, sono stati sgomberati dal misero campo di tende e da alcuni edifici occupati.
Hussainkhil, con la sua zattera contro le onde e i confini tracciati sulla pelle dell'umanità, è come quelle piante inaspettate che spuntano dagli incavi delle rocce. La sua ostinazione è amore per la vita e la libertà.

Daniele Ferro



Ronchi (Go)/
Dei legionari o dei partigiani?

Nasce il 18 luglio 2013, per iniziativa di alcuni cittadini/e di Ronchi, la pagina facebook per chiedere il cambio del nome di Ronchi dei Legionari in Ronchi dei Partigiani!
Ronchi deve il suo attuale nome alla spedizione dei Legionari capeggiati da Gabriele D'Annunzio, che il 12 settembre 1919 casualmente da qui partirono per l'avventura politico-militare di occupazione di Fiume.
A portare a quel mutamento, proposto il 4 ottobre del 1923 dal Consiglio comunale popolar-fascista, sarà il seguente: “Rammentando la nobile ed audace Impresa del Comandante G. D'Annunzio, il quale partì con i suoi Legionari da Ronchi, per suggellare l'Italianità della Città di Fiume, rendendo con ciò noto per la seconda volta il nome di Ronchi nella storia delle rivendicazioni italiane”. In realtà Mussolini ritardava l'attuazione di tale richiesta come formulata dai fascisti di Ronchi probabilmente perché in competizione con D'Annunzio e la sua immagine pubblica.
Per sollecitare la modifica gli interessati in una seduta straordinaria del Consiglio Comunale di Ronchi deliberarono di nominare “cittadino onorario” Benito Mussolini. Quindi, il 2 novembre del 1925 con un Regio Decreto, il nome diventa “Ronchi dei Legionari” contestualmente all'attribuzione a Mussolini della cittadinanza onoraria.
A partire dal movimento che si è creato con la proposta di cambio di denominazione di Ronchi, il 14 aprile 2014 la città di Ronchi delibera la revoca della cittadinanza onoraria a Mussolini. Quasi due ore di dibattito per approvare la mozione come presentata dal consigliere di Rifondazione Comunista, su impulso dell'iniziativa avviata dal gruppo Ronchi dei Partigiani.
Al di là della proposta politica che passa anche attraverso una provocazione culturale, questo stimolo è anche un'occasione di analisi storico-sociale. In data 14 giugno, infatti, a Ronchi si è tenuto un convegno sulla toponomastica locale patrocinata da ANPI, ANED, Associazione slovena Jadro, con la libreria La linea d'ombra e la casa editrice Kappa Vu che a breve pubblicherà gli atti del convegno. L'iniziativa, curata da Luca Meneghesso, ha visto tra i relatori Maurizio Puntin (esperto di toponomastica), Alessandra Kersevan (storica ed editrice), Piero Purini (storico), Wu Ming1 e Boris Pahor (scrittori), Marco Barone (blogger e attivista) oltre ad interventi di tipo artistico-culturale.
In seguito a questa iniziativa, estremamente partecipata in sala con più di 300 persone presenti e che ha avuto buona visibilità sulla stampa locale, le forze della destra hanno avuto una reazione compatta. Casa Pound, Fratelli d'Italia, Forza Nuova, Fiamma Tricolore, anche Ex Granatieri ed anonimi contro Ronchi dei Partigiani, annunciano raduno per il 2019 e iniziano una raccolta di firme a difesa del suffisso dei Legionari e dello status quo. Evidentemente anche a distanza di quasi un secolo le forze che tuttora sostengono “dei Legionari” legato a Ronchi sono le stesse.
Per fortuna anche l'ANPI, con un libro curato dal presidente provinciale onorario Silvano Bacicchi, ha sottolineato la totale estraneità della comunità ronchese alla marcia su Fiume e l'identità antifascista.
Il progetto “Ronchi dei Partigiani” continua. Per la dignità di queste terre e dei suoi abitanti, contro il fascismo.

Luca Meneghesso



Canton Ticino/
Il Circolo Carlo Vanza ora è a Bellinzona

Dopo dieci anni di presenza a Locarno, il Circolo Carlo Vanza CCV è stato obbligato a trasferirsi e ha trovato una nuova sede a Bellinzona, in via Convento 4.
Fondato a Minusio nel 1986, il Circolo, oltre all'archivio su e del movimento anarchico e libertario ticinese, possiede una biblioteca di 5'000 tra libri e opuscoli orientata sui temi dell'anarchismo, dell'autogestione, dell'antimilitarismo, del libero pensiero, consultabili sul posto o ottenibili in prestito.

Bellinzona (Svizzera). Nella nuova sede del Circolo Carlo
Vanza, uno scorcio dell'esposizione delle opere di
mail-art Bakunin 1814-2014. Per il bicentenario della nascita

Durante gli anni di permanenza a Locarno il CCV ha promosso abbastanza regolarmente appuntamenti culturali e di carattere politico indirizzati non solo al movimento, ma anche a persone esterne interessate.
Dopo qualche mese impiegato a preparare il nuovo locale e a trasferire documenti e mobilio da Locarno a Bellinzona, infine il 24 maggio vi è stata l'inaugurazione della nuova sede e numerosi sono stati i compagni, i simpatizzanti e i curiosi passati a dare un'occhiata all'archivio sistemato a nuovo. Per l'occasione sono state esposte le opere del progetto di mail-art organizzato dal CCV per il bicentenario della nascita di Michail Bakunin. Quasi centocinquanta i contributi giunti da tutto il mondo.
Ora si tratta di rimboccarsi le maniche e riprendere le attività con nuova lena in un posto dotato di maggiore spazio rispetto alla vecchia sede, e benché situato in un quartiere dormitorio è raggiungibile in venti minuti a piedi dalla stazione o coi mezzi pubblici.
La presenza di parecchi giovani tra gli intervenuti all'inaugurazione può servire da stimolo per le future attività che riprenderanno dal prossimo mese di settembre.
L'occasione per una visita potrebbe essere l'assemblea annuale prevista per sabato 13 dicembre.
Per essere informati mettetevi in contatto all'indirizzo: circolo-vanza@bluemail.ch.

L'orso (e)retico



I 200 anni di Mikhail Bakunin/
Conferenza internazionale di Pryamukhino

Quando i pneumatici della Lada famigliare di Sergey Kornilov transitano sobbalzando bruscamente, dal lucido asfalto sovietico, allo spesso materassino di polvere giallastra dello sterrato che porta a Pryamukhino, le lontane immagini della metropoli moscovita putiniana si nebulizzano nell'atmosfera bucolica delle terre avite di Mikhail Bakunin. Oltre il fiume Osuga (al quale Alexander, padre del noto rivoluzionario, dedicò una struggente poesia di sapore romantico) l'emozione diviene intensa e crea percezioni visive stupefacenti, al limite dell'assurdo, riflesse sullo schermo chiaro della notte luminosa del margine meridionale del famoso “anello bianco” di S. Pietroburgo. In effetti, la lunga fila di izbe in legno e lo spartano cartello in cirillico dell'atteso paese, posto a oltre duecentocinquanta chilometri nord-ovest da Mosca, contrastano surrealisticamente con le sagome palladiane degli edifici di culto eretti dall'architetto Nikolaj Aleksandrovi L'vov (eclettico personaggio “illuminato” vissuto nella seconda metà del '700, tra le altre, autore nel 1798 del suo Russky Pallady, ovvero una traduzione riadattata de I quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio) amico ed estimatore della famiglia Bakunin. Un moto di commozione pervade Tatiana Bakounine, belga di nascita, discendente diretta del grande Mikhail, mentre osserva i poderi collettivizzati durante il lungo periodo di governo del Kolchoz locale (ora lasciati in stato di semi abbandono), seduta stoicamente sui sedili consunti della “Fiat dell'URSS”, come la chiama ironicamente Sergey, organizzatore di punta del Convegno di studi per i 200 anni di Mikhail Bakunin. L'accoglienza è quella tipica delle genti russe: izbe aperte, sorrisi, presentazioni dirette, capacità di mettere a proprio agio qualsiasi ospite nazionale ed internazionale, nonostante gli ostacoli linguistici. La due giorni di approfondimenti sulla figura, la vita e le azioni di uno dei “padri dell'Anarchismo”, si apre così, in un clima di totale accoglienza individuale e collettiva. Il calendario degli interventi, che si tengono nell'aula magna della piccola scuola in stile collettivistico del paese, prevede un taccuino degli appuntamenti di tutto rispetto. Nelle giornate di sabato 12 e domenica 13 luglio, parlano “a cascata” i seguenti relatori che trattano temi inusuali e specifici: 1) Tatiana Bakounine (Belgio), Che cosa rappresenta per me Mikhail Bakunin?. 2) Piotr Ryabov (Russia), Mikhail Bakunin e la Filosofia del XX secolo. 3) Giulio Spiazzi (Italia), Bakunin e l'educazione alla ribellione. 4) Franco Buncuga (Italia), Bakunin e l'arte. 5) Hikaru Tanaka (Giappone), Gli anarchici giapponesi e Bakunin: fattori di background e loro interpretazioni. 6) Dmitry Rublev (Russia). Condizione scientifico-politica privilegiata: la preoccupazione di Bakunin circa il ruolo dell''intelligentsia' nello sviluppo socio-politico della società. 7) Vadim Damier (Russia) esperto in anarco-sindacalismo, Bakunin: dal federalismo all' anarchismo. 8) James Goodwin (USA). 'Conversando con Bakunin': il contributo di Grigorii Maksimov agli studi Bakuniniani. 9) Jean-Christophe Angaut (Francia), Bakunin e il ruolo rivoluzionario dei 'déclassés'. 10) Andrey Levandovsky (Russia), Alexander Kornilov, biografo di Mikhail Bakunin. 11) Ivan Zadorozhnyuk (Russia), Il 200 esimo anniversario di tre rilevanti combattenti contro ogni forma di autocrazia: Lermontov, Shevchenko, Bakunin. 12) Sergey Kornilov (Russia), Miti attorno a Bakunin. 13) Valery Dolzhnikov (Russia), Tendenza 'riconciliatrice' nell'attività politica di Mikhail Bakunin tra il 1830-1860. 14) Alexander Lanevsky (Polonia), Mikhail Bakunin nella memoria e nel pensiero degli anarchici polacchi contemporanei. 15) Oleg Safronov (Russia), Aspetti di storia delle società primitive nella interpretazione di Bakunin.
A questi interventi “di cartello”, si è aggiunta (purtroppo solo in lingua russa) tutta una serie di altre relazioni di studiosi, giornalisti e ricercatori della figura storica, politica e filosofica di Mikhail Bakunin correlata alle sintesi principali.

Intervista a Jean-Christophe Angaut

(Professore di filosofia presso l'École normale supérieure Lettre et Sciences humaines di Lione. Ha partecipato alla conferenza con un intervento dal titolo “Bakunin e il ruolo rivoluzionario dei déclassés”).

Jean-Christophe Angaut al lavoro
nella izba di Sergey Kornilov

Jean-Christophe, tu sei considerato uno dei pochi massimi esperti della figura strorico-filosofica e del pensiero di Bakunin in Francia, cosa ti porti a casa da questo Convegno?
“Sì, l'hai detto a ragione”, sghignazza Angaut divertito. “Bakunin è la mia passione, il mio studio, il mio orizzonte di ricerca. Dall'anniversario dei 200 anni mi porto in Francia innanzitutto, l'aver vissuto un momento realmente 'alternativo', dove il tratto più significativo è stato quello della 'fratellanza' tra tutte le componenti anarchiche presenti al convegno di studi. Il che, è molto importante. Come una sorta di 'specialista' della figura di Bakunin, per me, incontrare altri studiosi di così alto livello è stato fondamentale, ho imparato tanto nell'ascoltarli e penso di aver dato un utile contributo anche a loro e a tutti con la mia relazione.”

Da ciò che vediamo, sembra proprio che l'Anarchia colleghi pacificamente le genti. Che cosa pensi del rapporto attuale tra giovani ed anarchia?
“Si, l'anarchia la si vive nella vita di ogni giorno. Ammiro tantissimo il senso di semplice ed efficiente organizzazione che pervade qualsiasi meeting organizzato da anarchici. Si lavora insieme, non sorgono problemi irrisolvibili, c'è un senso immediato di solidarietà che ci lega. È veramente una esperienza speciale. In questo incontro importante, c'erano veramente tanti giovani che, immagino, più che pensare all'Anarchia, si siano messi alla prova come natural born anarchists”... Jean-Christophe, abituato a stare con i giovani nei licei francesi, se la ride ed aggiunge: “La Teoria è realmente una cosa secondaria; il vivere l'anarchia è invece, come vediamo qui, il fatto oggettivo più importante.”

In poche parole, qual è stato il fulcro del tuo intervento?
“Ho dedicato la mia tavola di discussione a ”Bakunin e il ruolo rivoluzionario dei déclassés“. Ho focalizzato il mio studio su quello che ritengo essere uno dei più importanti aspetti presente negli scritti di Bakunin, considerando l'attualità dei movimenti rivoluzionari: mi riferisco al ruolo rivoluzionario che Bakunin riconosce a gruppi sociali o nazionali che sono generalmente relegati ai margini o addirittura rifiutati dagli altri socialisti rivoluzionari del suo tempo e più precisamente nella storia del marxismo. Come gruppi sociali 'reietti' intendo riferirmi ai contadini, ai giovani, ai fuorilegge, insomma a tutta quella gente che il marxismo ha storicamente aggregato sotto la denominazione infame di Lumpenproletariat o 'sotto-proletariato' e che Bakunin aveva individuato con il termine francese déclassés. Come 'gruppi nazionali' io intendo la gente appartenente a tali ambienti sociali che costituiscono una forte proporzione numerica nella loro società e che risiedono in nazioni che non sono ancora totalmente integrate nel dominio capitalista (sempre che una nazione abbia mai conosciuto una tale completa integrazione) e qui, penso a casi quali quelli dell'Egitto e della Tunisia.”

Intervista a Sergei Kornilov

(Presidente del comitato promotore della Conferenza di Pryamukhino).

Sergey Kornilov nella sua Izba
di Pryamukhino. Alle sue spalle
le mappe storiche
dei fondi dei Bakunin

Sergei, puoi brevemente illustrarci la storia di queste conferenze annuali?
Si può dire che questa che abbiamo appena concluso era la Conferenza del Giubileo, dunque la più importante tra tutti i 14 convegni che abbiamo tenuto in questi lunghi anni. Abbiamo dunque dovuto affrontare problemi organizzativi nuovi, come quello degli alloggiamenti o del vitto di così tanti partecipanti (circa un centinaio). Comunque da questo particolare convegno si intuisce tutto il percorso svolto fino ad ora. I temi di confronto e discussione cambiano, ma lo scheletro della struttura rimane. Il comitato organizzatore ha dovuto lavorare duramente per poter accogliere con riguardo, specialisti provenienti da Francia, Italia, Polonia, Giappone, Brasile, Stati Uniti ecc., un'esperienza e una risposta forte che non si era mai avuta, così partecipata, negli anni precedenti. A giudicare comunque dagli attestati di stima, pensiamo di essere stati all'altezza del compito, nonostante vi sia da fare ancora molto per ciò che riguarda le traduzioni istantanee, la proiezione di slides ed immagini ecc.

Cosa rappresenta per te Bakunin?
“È una domanda interessante. Fin dalla prima infanzia, ho sentito risuonare questo nome tra le mura domestiche. I miei parenti stretti, mio bisnonno e sua moglie erano contadini al servizio dei Bakunin. Riuscii finalmente a farmi un'opinione personale di Mikhail solo nel 1970 quando Natalia Pirumova pubblicò la sua celebre biografia. All'epoca io avevo trent'anni, e ovviamente c'era l'Unione Sovietica e l'atmosfera era chiaramente differente rispetto ai tempi attuali. Mi accorsi comunque che la figura del grande rivoluzionario russo veniva trattata in maniera stereotipata e così pure, l'idea di anarchia. Comunque, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, riuscii a comprendere meglio quale fu l'importante peso politico di quella biografia, uscita in un periodo di ristrettezze culturali. Quando andai dunque in pensione iniziai a dedicare, anima e corpo al recupero di ciò che rimaneva, anche fisicamente, della permanenza del padre dell'anarchismo a Pryamukhino. Costituii così un fondo per la salvaguardia di questo luogo ed iniziai a proporre in comitato, le conferenze sulla figura del filosofo rivoluzionario.”

Cosa resta ancora da fare?
“Come sempre dobbiamo continuamente lottare. Attualmente v'è in corso una specie di contenzioso strisciante tra noi e l'amministrazione. Ciò che proponiamo di particolare per la sola figura di Mikhail Bakunin, nota bene, con il consenso generale della gente di Pryamukhino, come ad esempio, una via dedicata al suo nome, una lapide ove venga ricordato singolarmente ecc., viene costantemente 'virato' d'autorità, dalle varie amministrazioni, in memoriali dedicati 'ai Bakunin'. La nostra attuale e futura lotta, sarà di arrivare ad ottenere un riconoscimento certo, per questo grande uomo dalla caratura di pensiero e d'azione internazionale, messosi a servizio di tutta l'Umanità.”

Intervista a Mikhail Tsovma
(Membro organizzatore e responsabile per le relazioni internazionali).

Mikhail Tsovma, orgnizzatore e
addetto alle relazioni internazionali
per il comitato di Pryamukhino

Mikhail, nel corso degli anni i Convegni di studi sono transitati da una fase più generica sull'importanza storica di Pryamukhino, a quella più spiccatamente 'orientata' di analisi politica della figura di 'uno' dei Bakunin, ovvero di Mikhail il rivoluzionario... In Italia, ad esempio all'Ateneo degli Imperfetti di Mestre, è stata rimarcata l'attualità del pensiero di Mikhail Bakunin...
Sì, è vero, penso che attualmente ciò che ha detto il nostro pensatore sia straordinariamente d'attualità, soprattutto per ciò che concerne l'analisi sul potenziale predominio delle classi che detengono il 'potere della conoscenza', della 'tecnica' delle 'scienze' e che conoscono, data la loro posizione privilegiata, meglio di altri, come le società 'debbano', dal loro punto di vista, essere governate (è ciò è capitato anche durante il periodo marxista sotto forma di potere burocratico e così pure in Cina e in altri Stati satelliti). Per questo ed altro, penso che Mikhail Bakunin sia tuttora un importante filosofo, un interessante pensatore sociale, considerando che egli visse nel pieno delle sue forze, più di un centinaio di anni fa, ed è per questo interessante analizzare come una persona, con l'attività del suo cervello, possa approcciare con visioni corrette, tante situazioni particolari, collegate allo sviluppo del sociale, anche di altre epoche. Dunque sottolineo che Bakunin, pur essendo un rivoluzionario del suo tempo, è ancora in grado di infonderci ottime indicazioni sulle problematiche dei nostri giorni.

Qual è il lascito di questo Convegno?
Principalmente tanto lavoro. Ciò che abbiamo fatto prima per organizzarlo è solo parte di quello che ci aspetta ora. Verrà fatta una pubblicazione in lingua russa degli atti della conferenza e questo, per noi, rimane di primaria importanza, in quanto può sembrare strano ma Mikhail Bakunin, per ragioni storiche e politiche non è così ben conosciuto in Russia. Nei Paesi occidentali vi sono numerosi testi che riguardano la sua figura. Qui, no. Perciò nostro compito ora, è diffondere il più possibile il suo pensiero tra la gente, in particolar modo oggi, nella situazione sociale in cui versiamo. In Russia, attraverso il suo attuale Governo, sta avvenendo una paradossale accelerazione verso... il passato, con il ritorno alla religione ortodossa istituzionalizzata, al conservatorismo più gretto, all'autocrazia. Per cui, abbiamo bisogno che il pensiero di Mikhail Bakunin venga sempre più conosciuto e compreso.

Giulio Spiazzi



Piazza Errico Malatesta a Milano/
Ricordando l'anarchico italiano

Finalmente anche Milano ha una piazza dedicata a Errico Malatesta (Santa Maria Capua Vetere 1853 - Roma 1932), di gran lunga la più importante e influente personalità dell'anarchismo di lingua italiana. Dopo tanti politici, uomini di stato, rivoluzionari di professione, spesso di dubbio spessore etico, un bella targa fa giustizia di questa mancanza. A oltre 80 anni dalla sua morte, ci voleva.
Peccato che la piazza sia inaccessibile al pubblico, dal momento che - con la sua relativa targa - si trovi in una proprietà privata, per la precisione nel giardino della casa di Arturo Schwarz, ex-gallerista, ex-editore, amico e abbonato sostenitore (e, in qualche occasione, anche collaboratore) della nostra rivista fin dal primo numero.

Abbiamo tratto questa informazione dalla rivista on-line Odissea (http://libertariam.blogspot.it), su segnalazione del suo fondatore e direttore Angelo Gaccione, che qui ringraziamo.



Cuba/
Gli anarchici, la Cia, i servizi di sicurezza

Alcuni giorni fa, nella prima settimana di agosto, gli strumenti di costruzione massiva di opinione a Cuba, in mano alla “Sicurezza dello Stato”, al “Burò Politico”, e ai Dipartimenti Ideologici del MINFAD e MININT, ci hanno regalato un nuovo capitolo della storia delle loro imprese nella lotta diretta alle operazioni sovversive del goberno yanqui.
Il tema di oggi ci arriva attraverso Associated Press, presentata questa volta come una seria agenzia di stampa internazionale: viene denunciata una ulteriore modalità di sovversione in Cuba, orchestrata dalla USAID, attraverso l´invio di agenti a basso costo e scarsa formazione professionale di origine latinoamericana, per il reclutamento di giovani cubani, “contatti stella”, così dicono, per la “generazione di una rete di volontari per la trasformazione sociale” a Cuba, e per “costruire un attivismo contro il governo”, attraverso corsi di educazione sessuale e protezione contro il HIV, con il fine attraverso questi temi di “reclutare giovani, insegnando loro come organizzarsi da soli”.
Su tutto questo noi, che abbiamo fondato la Rete di Osservatorio Critico circa dieci anni fa e che abbiamo inoltre costituito il Laboratorio Libertario Alfredo Lopez quattro anni fa, avevamo ed abbiamo, tra gli altri propositi per nulla nascosti, anche “la generazione di una rete di volontari per la trasformazione sociale a Cuba”, però specificatamente in un senso antiautoritario ed anticapitalista.
Volevamo, e vogliamo, non “reclutare”, perché non siamo sergenti di nessuna gerarchia militare, bensì promuovere il gusto per l'organizzazione autonoma, assemblearia e orizzontale, che permetta di agglutinare energie e potenziare fraternità, che prefigurino la società che vogliamo, senza comandanti né capi, né soldati obbedienti, e, inoltre, volevamo e vogliamo fare attivismo, non semplicemente contro l'attuale goberno cubano, ma contro tutte le forme di relazioni interpersonali nocive alla dignità, utilizzate da coloro che governano, da quelli che si lasciano governare, e da quelli che combattono un governo per sostituirlo con un altro, nei momenti e luoghi piú diversi.
Volevamo e vogliamo fare queste cose perché nascere e vivere a Cuba e conoscere in prima persona la deriva autoritaria della Rivoluzione Cubana, è stata l'esperienza che ci ha resi più rivoluzionari, più anticapitalisti, più antiautoriari, più antisessisti, più antiomofobici, più ambientalisti indipendenti, più antipatriarcali, più libertari, ed a molti di noi, più anarchici.
Se non abbiamo avuto grande successo in questo si deve, oltre alla nostra inconsistenza ed inefficienza, anche al fatto che il goberno cubano ha saputo indiscutibilmente creare una società tanto in salute quanto sottomessa, tanto patriottica quanto dipendente dalle autorità, tanto unita di fronte all'imperialismo yanqui, quanto indifesa di fronte alla burocrazia ed i suoi poteri...
Tutto ciò ha dato luogo a che i minori di 35 anni di età in Cuba, oltre ad essere in un processo di estinzione, in assai poche occasioni possono incontrarsi nelle strade per fare qualcosa di diverso dall'essere spettatori passivi dei passatempi statali per la massa o consumatori manovrabili dell'offerta di divertimento non statale autorizzato. Questo è il contesto ideale perché gli agenti della USAID possano svolgere il loro compito, preceduto però dal lavoro sporco gratuito che già durante decenni hanno saputo attuare gli agenti che proteggono il nostro “Stato rivoluzionario”.
Se la USAID da quattro anni sta reclutando giovani latinoamericani per trovare nuove marionette che possano svolgere il proprio lavoro sporco a Cuba, a loro, ai cubani comuni come noi, ed alla Sicurezza di Stato cubano diciamo: noi non riceviamo ordini da nessuno e nemmeno li diamo. Viviamo in un mondo nostro, stretto e fragile però reale e palpabile, dove non siamo né pecore né pastori.

Il significato del comunismo

Siamo quello che siamo e facciamo, perché pensiamo che il comunismo si fa qui ed ora, e non è un decreto governativo che si maneggia discrezionalmente, secondo gli indicatori economici dello Stato imprenditore e benefattore, perché pensiamo che una società non finisca di essere capitalista quando gli sfruttatori del lavoro altrui sono “nazionalizzati” per lasciarne uno solo, fosse anche il più benevolo e umanitario.
Non finiremo mai di ripetere che il comunismo non è nè può essere un semplice “Stato comunista”, ma un processo sociale verso la comunicazione della vita, dall'arte, prodotto diffusamente con le energie e l'immaginazione, la pazienza, il coraggio, e molte altre cose, dei collettivi e delle persone che vogliono costruirlo; e se non è questo sarebbe solo il nome di un altro regime di oppressione che incontrerà magari sempre argomenti sublimi e metodi fallaci per perpetuarsi. Se la rivoluzione non ha potuto essere quello che doveva e quello che annunciavano i suoi portavoce, perché l'imperialismo è troppo vicino e...., allora i membri della cosiddetta “generazione storica” ed i suoi adepti, lo avrebbero pensato meglio e non avrebbero fatto la rivoluzione, perché la geografia è più difficile da cambiare delle mentalità, o avrebbero smantellato tutte le concetrazioni di potere corruttore, per accorciare il tempo in cui sarebbe sparita la fatidica funzione di quadro politico, annunciata da Fidel Castro 46 anni fa! E non si sarebbero avvelenati tanti giovani cubani con il tentatore “miele del potere” che lo stesso caudillo ha confessato.
Se c'è qualcosa che abbiamo ricevuto in questi anni nell'Osservatorio Critico nel Laboratorio Libertario Alfredo Lopez è stata la solidarietà internazionale con idee, risorse e mezzi per fare quello che facciamo, da parte di compagni che –essendo militanti attivi anticapitalisti- mai ci hanno chiesto di fare corsi di educazione sessuale per mascherarci, nè nulla che gli somigli, e meno ancora hanno preteso il compimento di ordini o suggerimenti, di fatto mai ci hanno detto quello che dobbiamo fare.
Abbiamo fatto esattamente ciò che abbiamo voluto o potuto, nel momento e nel luogo di nostra scelta, che è come dire che abbiamo fatto ciò che è scaturito da dialoghi e dal consenso tra chi di noi ha voluto fare qualcosa. La nostra più recente iniziativa, la “I Giornata Primavera Libertaria”, è stata possibile grazie alla solidarietà dei nostri compagni fuori dall'isola, però è stata una sorpresa anche per loro, che hanno avuto notizia di questa attività solo quando l'abbiamo fatta conoscere pubblicamente.
E prima di arrivare a questa Giornata, allo scopo di proporre esplicitamente una prospettiva libertaria su temi svariati, mai abbiamo nascosto in alcun spazio a Cuba la nostra identità e le nostre attività, quando qualcosa di simile è accaduto è stato per non distruggere il dialogo di esperienze concrete con uscite ideologiche fuori luogo o per rispettare spazi autonomi degni.

Niente da nascondere

Per tutto questo, signori agenti della CIA e della USAID, possiamo dirvi che potrete inviare tutti i vostri impiegati e reclutatori che desiderate, e sperperare il denaro dei vostri disciplinati contribuenti, almeno con noi. Ed ai cittadini agenti della Sicurezza dello Stato cubano comunichiamo: non abbiano nulla da nascondere, i nostri compagni di idea nel mondo non sono imprenditori milionari, né aristocratici filantropi, nè politici progressisti che vengono a mettere a sacco l'“immagine di Cuba” per vincere elezioni nel loro paese, e nemmeno sono rappresentanti di potenze imperialiste emergenti diventate, insieme alle rimesse economiche dei familiari dei cubani che se sono andati, il sostegno decisivo dei governanti cubani per mantenere la loro voluminosa burocrazia politica, amministrativa e militare, così come i dispositivi di controllo sociale della onnipresente Sicurezza di Stato cubana, che periodicamente necessita fatti come quelli riferiti per garantire la permanenza integra dei suoi interessi e del suo stile di vita, quando non c'è molto lavoro di controspionaggio spettacolare da assolvere.

I compagni nel mondo

I nostri compagni nel mondo non sono quegli antiimperialisti di facciata, che sognano un inconfessabile capitalismo rivoluzionario terzomondista o semplicemente “leninismo di mercato” che già ora svegli e davanti ai microfoni chiamano “Socialismo del XXI Secolo”. I nostri compagni non chiudono gli occhi di fronte alle turbie incoerenze dei caudillos progressisti di turno per poi svegliarsi un giorno come intellettuali “confusi” o “delusi”. I nostri compagni sanno meglio di molti politici di sinistra che la forma più effettiva di essere antiimperialista è essere antiautoritari, che è il modo più sicuro per non perdere la testa nel labirinto paralizzante di “buoni governanti/cattivi governanti ”, e poter concentrare le energie per progettare spazi e esperienze dove siano innecessari gli stessi governanti.
Per questo non abbiano nulla di cui vergognarci rispetto a coloro con cui ci relazioniamo e continueremo facendo ciò che facciamo, non per denaro, non per ordini ricevuti, e nemmeno solo per motivi di coscienza, ma anche perché è proprio quello che ci piace fare.
Nella società cubana, che abbiamo conosciuto nei nostri anni di vita cosciente, sono accadute molte cose ed altre continuano ad accadere intorno a noi e non sono state introdotte dagli agenti della USAID, bensì dagli stessi che fecero, sostennero e ora vivono di questa “Rivoluzione Cubana”.
Ci annoia la “massificazione della cultura” della quale nemmeno più parlano i suoi promotori locali, però continua operando identica a se stessa, senza smettere di essere quello che sempre è stata: un'altra mascherata per controllare la creatività e convertire in cultura il controllo totale dello Stato.
Ci repellono i loro docili “intellettuali critici”, gagliardi e giovani, dai capelli fluenti o meno, però eruditi prematuri nella aritmetica dell'equilibrio e della convenienza, che fanno qualsiasi cosa per scalare e viaggiare all'estero e, in molti casi, scappare, senza dover passare per i tramiti truffaldini disegnati dal MININT.
Sentiamo pena per quelle migliaia di eccellenti medici cubani che, svezzati nelle carenze d'ogni tipo, confrontando miseria come la emulazione nella docilità, e la ipocrisia esistenziale, vanno in Brasile o in altri paesi a svolgere un lavoro ineguagliabile, come unica via per trovare un'ancora di salvezza, un mezzo con cui vestire i propri figli e rammendare la loro vita.
Professiamo una tenerezza infinita per tutti quei lavoratori, nostri padri e nonni, che offrirono le loro migliori energie e la loro stessa vita per la “Rivoluzione” ed oggi sono cittadini di scarto, dai quali i leader politici solo si aspettano che continuino ad essere pazienti, comprensivi, e come buoni integranti del già “milionario” precariato cubano, godano delle bontà del plurimpiego dopo essere stati giubilati.
Ci spaventa la qualità umana dei bambini e dei giovani che stanno uscendo dalle scuole, prodotta dalla tremenda crisi di senso in cui si trova l'educazione nel nostro Paese, in istituzioni ridipinte e riparate, però dove i maestri, nella miseria di sempre, alienati e controllati in tutto, “insegnano” ai bambini ed ai giovani solo quello che conviene agli interessi degli amministratori dello Stato e alla sua polizia mentale, con le incoerenze più insostenibili, mentre gli studenti, i padri, e le comunità di vicini non possono decidere nulla in un assunto così cruciale e con effetti a lungo termine per le loro vite.

Capitalismo statale

Ci vergogniamo delle acrobazie tecnocratiche e economicistiche della cosiddetta “attualizzazione del modello economico cubano” e del Nuovo Codice del Lavoro, dibattuti ed approvati, come in altre campagne anteriori, nel mezzo di un montaggio mediatico dispotico, che ha impedito qualsiasi discussione pubblica seria e ragionata tra il popolo lavoratore sugli effetti di simili parti.
Percepiamo continuamente la disperazione suicida della élite governante dell'isola, nel tentativo di salvare la “Rivoluzione Cubana”, insegna dorata e con un certo prestigio che nasconde ora un capitalismo statale ordinario, con alcune notevoli successi, però in una crisi di produzione ormai permanente, non solamente limitata al piano economico ma anche a quello culturale, a quello simbolico, a quello morale, che a loro parere si potrà risolvere con “l'ossigeno” velenosamente vivificatore degli investimenti diretti dei loro equivalenti stranieri: i grandi capitalisti del mondo.
In questo impegno ai governanti cubani non serve una gioventù imbevuta di alti valori, che nascono solo nella terra nutrice della libertà di pensiero e di scelta. A loro servono giovani competitivi e atomizzati, addestrati nel gioco creativo con la retorica dominante d'ogni momento, e preparati per il calcolo ragionevole del costo/beneficio di ciò che fanno. A loro non serve l'autogestione dei lavoratori e delle comunità, nè un movimento cooperativo vivo, nè progetti partecipativi, nè municipio sovrani, nè dinamiche associative aliene al lucro ed al pagamento di imposte, nè nulla di simile che possa condurre a rivitalizzare le potenzialità liberatrici che una volta, fugacemente, ebbe la rivoluzione cubana, e che potrebbero condurre verso una socializzazione e comunicazione concreta nella vita quotidiana di Cuba.
Sono mossi solo dal maneggio dolciastro e assuefacente delle parole che un tempo erano la sintesi dei valori attivi in ampi strati del popolo cubano. E soprattutto li guida l'esempio ispiratore dei loro soci: i vincenti e criminali burocapitalisti cinesi, che massacrarono in Piazza Tienanmen l'espressione più pura della gioventù di quel paese, al solo fine di mantenere incolume il loro potere, liberando il cammino per riciclarsi come grandi imprenditori di taglia mondiale; o le potenti imprese brasiliane, oggi all'avanguardia della produzione di alimenti transgenici, sostenitori di un governo come quello del PT, che ha saputo tradire la sinistra sudamericana e massacra ora la propria gente riversata nelle strade.
Per tutto questo e perché lo abbiamo deciso: siamo anticapitalisti, antisessisti, antiomofobici, antipatriarcali, libertari e in vari casi anarchici, e continueremo facendo quello che pensiamo di dover fare, quello di sempre: forgiare, promuovere ed apprendere autonomia e autorganizzazione dal basso, delle persone, dei vicini, dei lavoratori, degli studenti, dei giovani, degli anziani... Ed insieme a loro non smetteremo di relazionarci coi nostri compagni nel mondo, che nei più dissimili ed avversi scenari, non lasciano morire la dignità umana e sono come noi anticapitalisti, antiautoritari, antisessisti, antiomofobici, antipatriarcali, ambientalisti indipendenti, libertari e, in molti casi, anarchici.

Laboratorio libertario Alfredo Lopez”
Cuba
traduzione di Max “Alf” Serini

L'Avana, 21 agosto 2014